lunedì 29 ottobre 2018

I profughi della Valle di Ledro
“deportati” in Boemia negli anni 1915-1919

L’articolo che segue contiene integrazioni e ulteriori approfondimenti rispetto ad un post pubblicato il 4 novembre 2017 che trattava la deportazione di diverse migliaia di persone che risiedevano nei territori del Trentino e del Sud Tirolo durante la prima guerra mondiale (1). 
I deportati erano italiani, anche se i loro territori di residenza si trovavano sotto il dominio della potentissima famiglia austriaca degli Asburgo. Difatti, nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, gli abitanti del Trentino, così come quelli della Boemia, della Moravia e di molte regioni slave del centro e del sud dell’Europa, facevano parte di uno Stato multinazionale e multiculturale: l’Austria-Ungheria.
Al fine di approfondire e nutrire di maggiori dettagli storici la vicenda, sono venuto in possesso di alcuni libretti pubblicati da diversi comuni boemi che ospitarono gli sfollati trentini, contenenti preziose informazioni documentali, testimonianze, numeri e aneddoti, scritti in ceco e tradotti in italiano, in omaggio al Patto di gemellaggio sottoscritto tra quei comuni boemi ed i comuni italiani della Val di Ledro.
Sarebbe storicamente utile ricordare, perché quando sono in gioco il potere, il dominio e i grandi interessi geopolitici nulla è scontato, che, nel dicembre del 1912, due anni prima dell’inizio del conflitto bellico, l’Italia riconfermò l’alleanza con la Germania e l’Austria-Ungheria, gli imperi centrali europei. Allo scoppio della guerra, anche questo è importante ribadirlo, l’Italia non entrò subito in guerra ma finse una sospetta neutralità. Nel frattempo, però, pare che il nostro Paese cominciò a trattare il proprio sostegno alla Francia, all’Inghilterra ed alla Russia (Triplice Intesa) in cambio dell’impegno a ottenere, a guerra finita, i territori dell’Impero austriaco confinanti con l’Italia. Nonostante i molti problemi interni e la grave crisi economica, il 24 maggio 1915 il Regno d’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria, convinto che la guerra sarebbe stata breve e vittoriosa e di poter ristabilire in poco tempo l’ordine nel Paese. I campi di battaglia più importanti e cruenti del fronte italiano furono i territori lungo i fiumi Isonzo, Adige e Piave e, soprattutto, il Trentino. In questa regione il fronte passava a nord-ovest del lago di Garda, su alcuni villaggi della Valle di Ledro.
Per liberare dai civili le linee del fronte, le autorità militari austro-ungariche decisero, nei giorni 22 e 23 maggio 1915, di evacuare i villaggi di quest’ultima valle e di zone limitrofe. La gente che aveva sempre vissuto nelle valli e in montagna per tutta la propria vita, isolata dal resto del mondo e dipendente in gran parte dall’agricoltura e dalla pastorizia, fu costretta ad abbandonare la propria casa, gli animali, i possedimenti e a partire per recarsi in località a loro ignote. Dovettero abbandonare anche i propri cari, che nel frattempo vennero arrestati, perché sostenitori dell’Italia unita o perché avevano a casa un quadro di Giuseppe Garibaldi. Secondo il decreto ufficiale, la cittadinanza del Sud Tirolo venne divisa in base alla lingua parlata. La notifica di evacuazione venne consegnata anche ai bambini nelle scuole e agli adulti, comunicata anche dai pulpiti delle chiese. Nella cronaca del tempo si legge che, di notte, una lunga colonna di donne, anziani e bambini si avviò verso la stazione ferroviaria di Riva del Garda. Il viaggio in treno durò dai tre ai cinque giorni, perché i treni carichi di soldati per il fronte avevano la precedenza. Il numero esatto degli evacuati non è certo, tuttavia, lo storico militare ceco Ivan Šedivý ha affermato che ”… più di 100.000 sfollati polacchi ed ebrei, insieme a 20.000 italiani, furono alloggiati in Boemia, altri 50.000 italiani in Moravia. È quasi certo che verso la metà del 1915 oltre 250.000 profughi avevano trovato asilo in Boemia e Moravia. Nel 1917 il numero delle “vittime” di questa guerra raggiunse le 760.000 unità”.
Le autorità austriache cercarono di occuparsi dei profughi inviando ordinanze nei vari comuni ove essi erano stati assegnati, normalmente in comuni piccoli e in villaggi. I consigli scolastici crearono classi per l’insegnamento ai bambini dei profughi ed i sindaci dei comuni ospitanti ricevettero sovvenzioni volte a organizzare la sistemazione degli sfollati italiani ed a pagare i privati che ospitavano i profughi. Le osterie, hospoda o hostinec, in lingua ceca, erano obbligate dallo Stato a destinare qualche locale per far posto a questa povera gente. Un altro motivo, stimolo per i boemi, affinché si desse accoglienza era la possibilità di avere più braccia nelle attività agricole e produttive.
Gli italiani, sui documenti ufficiali che circolavano tra Vienna, Praga e i vari distretti locali, venivano indicati con epiteti tedeschi o con le corrispondenti espressioni in lingua ceca: profughi di guerra (Kriegsfluchtlinge), Italiani dell’impero (Reichsitaliener), cittadini di uno Stato in guerra con la monarchia, Italiani internati, Tirolesi…
Le fotografie che seguono ritraggono interi nuclei familiari italiani vissuti nei piccoli villaggi boemi e scene di vita quotidiana, nei campi, durante un funerale o presso un cimitero locale.

 
 



Sono stati rinvenuti negli archivi storici di alcuni comuni e presso le stazioni distrettuali della polizia diversi verbali circa dei controlli, da parte della gendarmeria, di “Italiani dell’Impero” sospettati di aver commesso piccoli reati o di non essersi presentati negli uffici preposti per essere arruolati come militari di leva. Appena raggiungevano l’età per essere arruolati, i nostri giovani venivano mandati al campo d’internamento di Katzenau, nei pressi di Linz, o a Drosensdorf nella Bassa Austria.
Più liberi di muoversi erano i preti cattolici italiani che, dovendo spostarsi per far visita ai loro fedeli o officiare la messa, ricevevano un sussidio e anche un biglietto gratuito della ferrovia statale. L’Impero, però, li obbligava a tenere un registro su cui annotare il numero dei loro fedeli, le spese di viaggio e di alloggio sostenute, le entrate e le ricompense. Fin da subito, i parroci italiani ebbero un ruolo fondamentale di sostegno e supporto, anche psicologico e morale, nei confronti dei loro parrocchiani. Alcuni preti partirono subito con gli sfollati, duranti i primi trasporti, gli altri li raggiunsero più tardi già nelle località a loro assegnate. Per i contadini analfabeti o semianalfabeti, fortemente credenti, il prete fu il loro principale punto di riferimento, il consigliere, l’interprete.
Nella regione a sud-ovest di Praga, nel distretto di Beroun, i preti organizzavano anche i pellegrinaggi presso il santuario di Svatá Hora (Montagna Sacra), il più importante della Boemia, dedicato alla Vergine Maria, nel quale si incontravano tutti gli italiani rifugiati in Boemia.

 
I deportati italiani in due foto di gruppo presso il santuario
 
 
Il santuario di Svata Hora oggi 
 
Nei cimiteri dei piccoli paesi ove vissero gli italiani, sono stati sepolti soprattutto i contadini, le donne e i bambini, che dopo la guerra non sono ritornati nella Valle di Ledro. Il loro prete li battezzò e li istruì, diede loro l’estrema unzione, celebrò i loro funerali. Li accompagnò, nel bene e nel male, durante tutte le fasi della loro vita in Boemia.
Quando arrivarono in Boemia e Moravia, gli sfollati italiani vennero distribuiti nelle località loro assegnate, in un numero proporzionale alle dimensioni di quei paesi. I sindaci e molti volontari locali furono costretti, anche in piena notte, a recarsi nelle varie stazioni ferroviarie con i necessari carri per prelevare gli sfollati italiani. Durante gli ultimi giorni di maggio e i primi di giugno del 1915, da parte delle autorità boeme e morave vennero attuate tutte quelle azioni volte a ricevere e sistemare i nostri “deportati”. A Kladno, un telegramma trasmesso al sindaco parla dell’arrivo di cento sfollati, a Podkozi furono trenta, anche a Libečov una trentina, solo a Železná ne arrivarono circa 60, ma, in una lettera del parroco di questa località, si racconta della presenza di circa 240 italiani in tutti i villaggi compresi nella parrocchia di Železná. A Chyňava, secondo alcune informazioni verbali tramandate dai più anziani, i profughi italiani alloggiarono in tre taverne e osterie che avevano delle sale idonee ad ospitarli. In alcune di queste località i consigli comunali fecero domanda alle autorità centrali di ulteriori sovvenzioni in corone austriache affinché si concedessero nuovi finanziamenti ai proprietari delle strutture private che ospitavano i profughi, che, come abbiamo visto poco sopra, non erano solo italiani. In una delle tre taverne del villaggio, denominata Hospoda U Lepičů, accanto alla stazione dei gendarmi imperiali, abitava il parroco italiano, don Luigi Miorelli, sua nipote e la perpetua. A Železná, un villaggio di circa 400 anime, in una struttura pubblica che veniva definita “granaio comunale” abitava una famiglia di contadini di Mezzolago, sul lago di Ledro, mentre un altro nucleo familiare italiano abitò nell’albergo dei poveri, adiacente la chiesa parrocchiale. Dalle registrazioni anagrafiche dei decessi risulta che Železná ospitò soprattutto persone provenienti da Mezzolago e Bezzecca, distretto di Pieve di Ledro, ossia l’allora Capitanato di Riva in Tirolo. A Libečov, presso la taverna locale, abitavano una decina di “Tirolesi”, mentre nella casa del calzolaio Rudolf Kučera, pare che abitassero, secondo la cronachista locale, due sorelle italiane, così brave a cantare canzoni della loro terra in jodel che vennero invitate a cantare nelle chiese dei villaggi.
Dell’amore per il canto dei profughi scrive il parroco Miorelli di Bezzecca subito dopo le prime settimane di permanenza nella parrocchia di Železnà: “I cechi osservano con ammirazione la devozione del popolo trentino. La domenica sera molti partecipano alla nostra Santa Messa e ascoltano volentieri le canzoni italiane. La nostra religiosità riesce a diffondere gioia e consolazione”.
A Podkozi, come quasi ovunque, i profughi alloggiati erano bambini, donne e uomini con un’età superiore a 52 anni. Il cronachista locale scrive che lì nacquero e morirono molti profughi, in media più che da ogni altra parte. La carenza di cibo e la mancanza di igiene erano diffusi ovunque, ma in quella località mancava anche l’acqua potabile che, molto probabilmente, fu la causa dello scoppio di un’epidemia di tifo. Poi, nel 1918, ci si mise anche l’influenza spagnola, che fece altre vittime.

Classi di bambini italiani vennero aperte in po’ in tutte le scuole. In molti documenti e verbali reperiti negli archivi di quei comuni si trovano annotazioni e aneddoti sulle classi italiane. A Chyňava, nel libro dei ricordi della scuola è scritto. “Classe italiana. Su ordinanza dell’I.R. Consiglio scolastico distrettuale è stata istituita nella nostra scuola la classe per i figli dei profughi tirolesi di Chyňava, Železnà, Libečov e Prilepy. L’insegnamento è iniziato il giorno 13 dicembre 1915. Insegna il prete, profugo tirolese, don Luigi Miorelli. I bambini sono oltre 40”. Un’altra nota dice: “A causa di un’epidemia di tifo, i bambini di Podkozi non potevano venire a scuola”. Nella cronaca dei vigili del fioco di Podkozi è riportato che si ammalarono di tifo circa trenta persone e ne morirono sei. Alcuni cronachisti delle località boeme ospitanti italiani scrissero che, nelle scuole, i nostri bambini studiavano tutti insieme, in quanto non erano divisi né secondo l’età né secondo il sesso. Le scuole nei capitanati distrettuali erano visitate e controllate dagli ispettori o direttamente dal Consiglio distrettuale. L’Ispettorato dovette spesso registrare l’atteggiamento negativo dei bambini cechi verso i profughi italiani, come è stato documentato in più d’una circolare dei responsabili delle scuole distrettuali, trasmesse alle direzioni e amministrazioni delle scuole, agli uffici comunali e alle autorità religiose. In una di queste, è scritto: “Il comportamento incivile di alcuni bambini è per noi una vergogna…, dimostra una brutalità e un’insensibilità degne di deplorazione e che vanno combattute con ogni mezzo… Lo stesso Consiglio scolastico distrettuale è dovuto intervenire direttamente ed è indignato e addolorato per l’ineducazione dei nostri giovani”.
Tutte le cronache e i documenti storici descrivono la grave carenza di cibo nella regione, i soldi perdevano progressivamente il loro valore e le malattie e le carestie uccidevano molte persone. A seguito dell’entrata in guerra dell’Impero, in tutti i villaggi arrivarono le ordinanze di chiamata alle armi per i giovani e gli uomini fino a 52 anni. Fu così che gran parte del peso della vita familiare e del lavoro nei campi cadde sulle spalle delle donne. Un’altra ordinanza riguardò la requisizione di cavalli e bestiame. Gli abitanti dei villaggi boemi e moravi dovettero privarsi, ogni mese, di alcuni capi di bestiame da “cedere” allo Stato. Nell’ambito delle requisizioni, i competenti uffici statali acquistarono i beni alimentari dai poveri contadini a prezzi molto bassi. In molti casi, a causa dei cattivi raccolti, le autorità militari confiscarono in tutti i villaggi tutto ciò che trovarono. All’inizio del 1918 la Boemia si trovò sull’orlo di una pesante carestia e in questa difficile situazione vissero anche gli sfollati italiani. Ma, come cita un saggio proverbio, i contadini boemi e italiani “fecero di necessità virtù”, ossia tutti gli abitanti dei villaggi cominciarono a collaborare secondo le loro possibilità, compresi i bambini che portavano a pascolare le capre o le oche e raccoglievano le spighe nei campi. I sussidi dello Stato erano distribuiti a tutte le donne, ceche e italiane, i cui mariti erano al fronte a combattere.
I profughi arrivati dalla Valle di Ledro erano per la maggior parte nullatenenti. Già una delle prime ordinanze riportava che “… il sussidio è destinato a coprire le spese per l’alloggio e il vitto dei profughi nullatenenti”. I sindaci dei paesi ospitanti i profughi italiani dovevano obbligatoriamente redigere e trasmette un elenco con i nomi dei profughi, quanti giorni queste persone erano state pagate e la cifra totale erogata per questi scopi. L’importo base dei sussidi veniva periodicamente aggiornato e rivalutato. Tutte le operazioni nell’intera Austria-Ungheria erano dirette dall’Ufficio supremo per gli sfollati con sede a Vienna.

Molti dei profughi italiani strinsero profonde amicizie con la popolazione ceca e morava, impararono parzialmente la lingua, seppur nei tratti principali, mantennero i contatti per molti anni dopo la fine della guerra e dell’esilio, attraverso lettere, cartoline e fotografie. I più giovani ebbero maggiori possibilità di scambio di messaggi epistolari, grazie anche ad una maggiore scolarizzazione e apprendimento della lingua ceca. Anche parecchi anziani in Boemia, raccontando dei ricordi tramandati dai loro genitori, hanno affermato che, in alcune circostanze, all’interno della loro famiglia venivano pronunciate alcune brevi frasi in lingua italiana, che i loro genitori avevano fatto amicizia con i loro coetanei tirolesi e che, da bambini, portavano i fiori sulle tombe degli italiani deceduti.
Ancora oggi, come più ampiamente documentato nel primo post del 4 novembre 2017, iniziative, cerimonie, scambi culturali e soggiorni turistici tra i cittadini italiani e cechi intendono ricordare l’esodo dei nostri connazionali in terra di Boemia e Moravia.
 
 
 
 
 

 
 
 
Durante la primavera e l'estate del 2018, in occasione del decimo anniversario del patto di amicizia e gemellaggio tra i comuni della Valle di Ledro e alcuni comuni della Repubblica Ceca, si sono svolte manifestazioni e iniziative importanti, volte, non solo a ricordare gli eventi storici vissuti in quei terribili anni, ma anche a far conoscere ai più giovani le testimonianze di ciò che i loro avi hanno vissuto ed a trasmettere messaggi di pace, tolleranza e convivenza civile e democratica tra i popoli.

Beniamino Colnaghi

Note
1. La Valle di Ledro e la Boemia: storie di guerra e di amicizia:

Le terre orientali dell'Impero austro-ungarico:
http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2015/07/le-terre-orientali-dellimperoaustro.html

Nel santuario di Svata Hora è stato collocato il monumento a ricordo degli oltre 400 ledrensi deceduti nel corso dell'esilio in Boemia
 
Bibliografia
Miroslav Oliverius, Naše Chyňava, obec Chyňava, 2014
In memoria degli sfollati della Valle di Ledro nella provincia di Kladno (1915-1919), maggio 2009

mercoledì 3 ottobre 2018

Il bombardamento aereo di alcune località tra Cantù e Cucciago, avvenuto il 24 ottobre 1942

Già dai mesi estivi del 1942 il Canturino divenne passaggio obbligato di squadriglie di bombardieri inglesi, senza che ciò, tuttavia, provocasse attacchi di rilievo nella zona. Gli obiettivi erano le periferie industriali, con le fabbriche di armi, i depositi di materiale bellico e di combustibile. Prima dell’autunno 1942, esattamente nella notte fra il 2 e il 3 settembre 1940 vi fu uno sganciamento di alcune bombe su Mariano Comense e Merate, senza però provocare gravi danni.
Fu molto più grave, persino tragico, il bombardamento aereo avvenuto a Erba nel 1944(1), che provocò lutti e devastazioni.
La sera del 24 ottobre 1942, dunque, il territorio compreso tra alcune cascine di Cantù, l’abitato di Cucciago e l’area tra Senna Comasco e Albate subì un bombardamento aereo. Il primo bombardamento registrato sul Canturino. Nonostante l’intensità, non si registrarono vittime, né gravi danni alle cose, perché la maggior parte delle bombe cadde in aperta campagna e i principi d’incendio vennero subito spenti. Non ci furono vittime, soprattutto perché la popolazione, avvisata dalle sirene antiaeree di Cantù, si nascose nei boschi vicini al paese.

Cantù, piazza Garibaldi nei primi anni '50
 
Cucciago, una vecchia foto del 1906

Terminato il bombardamento, le autorità civili si preoccuparono subito di avvisare la popolazione affinché non si avvicinasse agli ordigni inesplosi e che qualsiasi rinvenimento fosse segnalato alle forze dell’ordine. Le squadre del genio operarono per parecchi giorni nelle campagne colpite dalle bombe per bonificare i terreni. 
Solo dopo pochissime ore si seppero i reali motivi che indussero gli aerei alleati a sganciare le bombe sul Canturino: le incursioni coincisero con il primo intenso bombardamento del centro di Milano. Quel primo attacco aereo sul capoluogo lombardo segnò un decisivo mutamento di strategia da parte delle nazioni che stavano combattendo il nazismo e il fascismo sul suolo italiano. Il loro scopo non sarà più soltanto la distruzione dell’apparato produttivo bellico ma si prefiggerà di minare la resistenza morale della popolazione milanese. Il primo bombardamento su Milano del 24 ottobre 1942 fu una prima prova tecnica operata dagli alleati. Causò tuttavia centinaia di case distrutte e diverse decine di morti. Gli attacchi su Milano continuarono molto più pesantemente anche negli anni 1943 e 1944 e proseguirono le azioni di disturbo anche nei primissimi mesi del 1945, durante i quali numerosissimi furono gli attacchi nelle località della periferia industriale e della provincia, a carico di treni, scali ferroviari e aziende.


Milano, i gravi danni alla basilica di Sant'Ambrogio ed al Teatro alla Scala dopo i bombardamenti del 1943 (fonte Wikipedia.org)

All’indomani dell’incursione molti si chiesero quale poteva essere stato il motivo all’origine del bombardamento sul Canturino. Ci fu casualità, dovuta alla necessità di alleggerire i velivoli del loro carico, oppure la causa era la presenza a Cantù di una fabbrica aeronautica, localizzata peraltro a poca distanza dalla zona bombardata? Molto probabilmente lo sganciamento fu dovuto alla prima ipotesi qui appena formulata.
Sulla stampa nazionale del giorno seguente non vennero pubblicate notizie rilevanti sui bombardamenti. Soltanto il 26 ottobre il “Corriere della Sera” informò dell’incursione aerea inglese su Milano, liquidandola però in poche righe. Ciò era dovuto alle direttive del regime fascista, secondo le quali era preferibile non trasmettere notizie allarmanti alla popolazione, al fine di creare sconforto e paura. Il 28 il quotidiano milanese rese finalmente noti i danni riportati da Milano, che, pur senza essere consapevole, stava sostenendo le prove generali di ciò che l’avrebbe attesa con toni sempre più drammatici nei due anni e mezzo seguenti.
 
Beniamino Colnaghi
 
Note
 
 

giovedì 20 settembre 2018

domenica 16 settembre 2018

Reportage fotografico a bordo di un biposto Tecnam sul medio corso del fiume Adda
 
Dati tecnici
Velivolo Tecnam (ditta italiana di Capua, CE), modello P2008 JC MkII, biposto monomotore con fusoliera in fibra di carbonio e ali in lega di alluminio, con un'avionica digitale touch di ultima generazione e elica bipala.
Motore Rotax con 98.6 horse power alla massima potenza.
Quota di crociera 2000 piedi s.l.m. (600 metri) mentre su Lecco ci si è alzati a 3000 piedi (900 m).
Velocità massima 120 kts pari a 220 km/h
Partenza dal campo volo di Valbrembo (BG), gestito per la parte di propria competenza dalla società Cantor Air, scuola di volo certificata a livello europeo.
Percorso effettuato: Valbrembo, Ponte San Pietro, Calusco d'Adda, Paderno d'Adda, Verderio, corso del fiume Adda verso Brivio, Garlate, Lecco.

Nota
Il cielo nella giornata di sabato 15 settembre non era particolarmente sereno e limpido e la visibilità a terra era a tratti interessata da foschia e dal passaggio di nuvole basse. Per questo motivo alcune fotografie non sono particolarmente nitide e di buona qualità. Cliccare sulle foto per ingrandirle.



 


 
Ponte San Pietro
 
 
Calusco d'Adda
 

Il ponte San Michele collega Paderno d'Adda a Calusco d'Adda
 

 
Verderio, la chiesa dei santi Giuseppe e Floriano e la villa Gnecchi-Ruscone
 
La diga di Robbiate sull'Adda
 
 
Il traghetto che collega Imbersago a Villa d'Adda
 
Il santuario della Madonna del Bosco 
 

Brivio
 


Lecco
 
Altri post che si occupano dell'Adda presenti su questo blog  

domenica 9 settembre 2018

Il Danubio, tra storia e miti

Sul bel Danubio blu (An der schönen blauen Donau)
Opera 314 di Johann Strauss figlio

Sui testi scolastici e su internet si scrive che il Danubio nasce in Germania, nella Foresta Nera. E fin qui nulla da eccepire. Dall’unione di due piccoli corsi d’acqua, si precisa: il Brigach ed il Breg. Notizia altrettanto scontata e accettata da tutti. Le divergenze storiche e le conseguenti vivaci dispute nascono quando due piccole cittadine tedesche della Selva Nera, a 35 km di distanza l’una dall’altra, Furtwangen e Donaueschingen, si attribuiscono la paternità del ramo principale. Ufficialmente le sorgenti del Danubio si trovano a Donaueschingen, le cui autorità ne garantiscono l’autenticità a norma di legge. Fin dai tempi dell’imperatore romano Tiberio la piccola fonte che sgorgava dalla collina era riconosciuta come quella del Danubio.
“Qui nasce il Danubio”, recita una targa in lingua tedesca posta nel parco dei Fürstenberg a Donaueschingen, una antica casata nobile originaria del Baden-Württemberg meridionale.
“Qui nasce il ramo principale del Danubio”, dice l’altra targa presso la sorgente della Breg, a Furtwangen. La contesa si è combattuta anche a suon di carte bollate, perché le autorità di quest’ultima cittadina affermano che la sorgente della Breg è la più lontana dal delta del Mar Nero, in Romania, dal quale dista 2888 chilometri.
Comunque sia, il viaggio del fiume è lungo ed i tedeschi troveranno un compromesso onorevole che sappia soddisfare le parti in contesa. E quindi andiamo avanti, inoltrandoci in territori meravigliosi, luoghi impregnati di storia e cultura europea.
Per molti tedeschi il fiume per eccellenza è il Reno, non il Danubio, tanto è vero che considerano quest’ultimo, in parte, un affluente del Reno, che sfocia non già nel Mar Nero, bensì nel Mare del Nord. Trionfo quindi del Reno sul Danubio, rivincita dei Nibelunghi sugli Unni, predominio della Germania sulla Mitteleuropa. Nella Canzone dei Nibelunghi, Reno e Danubio si sfidano. Il Reno è Sigfrido, la purezza, l’eroismo e la fedeltà germanica, il Danubio è la Pannonia, il Regno di Attila, la marea orientale che distrugge. Il Danubio è il fiume lungo il quale si incrociano e mescolano etnie, culture e genti diverse: da Vienna a Bratislava, da Budapest a Belgrado, alla Dacia. Il Danubio è la Mitteleuropa contrapposta al Reich germanico.
 
Il percorso del Danubio (cliccare sulle foto per ingrandirle)
 
Seguendo il percorso del fiume si incrociano, prima Messkirch, dove nacque ed abitò, in una piccola casetta davanti alla chiesa di San Martino, per un certo periodo di tempo, Martin Heidegger, il noto filosofo tedesco, molto legato al mondo rurale della Selva Nera ed ai suoi contadini e boscaioli. Più avanti si raggiunge Sigmaringen, dominato da un castello, la cui data di costruzione è incerta, ma si ritiene probabile che sia verso la metà dell’XI secolo, periodo in cui si stavano costruendo varie fortezze in Alta Svevia. Venne parzialmente distrutto da incendi durante il corso dei secoli e ricostruito e rimaneggiato più volte, fino all’aspetto attuale. Fra le mura di questo castello visse lo scrittore francese Cèline, altra figura controversa e discussa del sanguinoso teatro del secolo scorso, anche a causa delle sue prese di posizione politiche e affermazioni in favore delle potenze dell’Asse, in particolare della Germania nazista e dell’Italia fascista, prima e durante la seconda guerra mondiale. Questo castello è stato luogo di esilio e fughe, non solo dei suoi principi e signori, ma anche sede del governo collaborazionista francese di Vichy con il regime nazista. Una pagina infame e tremenda della storia europea.
Durante la fuga attraverso la Germania devastata e semidistrutta dalle bombe degli Alleati, Cèline arrivò a Ulm, importante città sul Danubio superiore. La città era distrutta e lo scrittore non fece altro che proseguire la sua fuga. Il Danubio superiore, come risulta da un corposo libro di un ingegnere tedesco, Ernst Neweklowsky, è lungo 659 km, compresi tra Ulm e Vienna. Naturalmente tale considerazione è ovviamente molto imparziale, perché la conclusione a cui è arrivato può variare, e di molto, a seconda dei punti di vista e dei territori che il Danubio bagna.
Lasciamo aperta quest’altra contesa e raccontiamo qualcosa su Ulm.

Ulm
 
Ulm è una classica città della vecchia Germania sacro-romano-imperiale, “prima capitale lungo il Danubio”. Le cronache ne celebrano il decoro borghese, l’antico buon diritto delle sue autonomie nei confronti dell’autorità imperiale, la forte disponibilità monetaria, l’indipendenza delle sue corporazioni. Quando l’imperatore Carlo IV, nato e morto a Praga, imperatore del Sacro Romano Impero, assediò Ulm, impedendo alla popolazione l’accesso alla chiesa, che era fuori dalle mura, le autorità decisero di costruirne una nuova dentro la città, ponendo la prima pietra di quel grande duomo, il cui campanile sarebbe diventato il più alto del mondo.
Oltre ad aver dato i natali al famoso fisico Albert Einstein e al meno conosciuto Albrecht Ludwig Berblinger, il sarto che voleva volare (1), ad Ulm visse per qualche anno la famiglia di Hans e Sophie Scholl, i due fratelli arrestati, condannati a morte e uccisi nel 1943 per la loro attività contro il regime nazista. I due ragazzi combattevano solo con il loro ciclostile e la diffusione dei volantini contro l’immensa potenza organizzativa e militare del Terzo Reich.
Rimanendo in tema, ad Ulm, il 18 ottobre 1944 si svolsero i funerali di stato del feldmaresciallo Erwin Rommel, suicidatosi, per ordine di Hitler, per essere stato sospettato del complotto e del tentativo di uccisione dello stesso Führer. I tedeschi, ignari di ciò, gli diedero l’estremo saluto, credendolo morto, come recitava il comunicato ufficiale nazista, a causa di complicazioni cerebrali derivate dalle fratture al cranio che aveva subito in precedenza.
Uscendo da Ulm seguendo il corso del fiume si arriva a Günzburg, già Baviera, detta la piccola Vienna durante il periodo asburgico ma tristemente nota per aver dato i natali a Josef Mengele, il medico criminale di Auschwitz, forse il più atroce assassino dei Lager nazisti. Qui rimase nascosto in un convento fino al 1949, per poi imbarcarsi al porto di Genova con destinazione Sud America. Approdò in Paraguay, protetto dal regime di quel paese, per poi trasferirsi in Brasile, dove morì a causa di un attacco di cuore nel 1979.
Per il contadino del tardo medioevo, l’idea stessa che si trovasse sui propri campi delle mura di pietra, con torrette e fortificazioni semidistrutte e sbriciolate, era qualcosa da attribuire al sovrumano, al diavolo. Eppure, questi ruderi, questi resti di fortificazioni appartenevano al Vallo che doveva segnare sino al Mar Nero i confini dell’impero romano: il Limes germanico-retico. Oggi molti storici, parlando di Limes, intendono quella parte di confine che si estendeva in Germania, fra i fiumi Reno e Danubio, composto da ben 548 km di strade, fortificazioni, torrette di avvistamento, fossati e palizzate. Al di qua di quella linea c’era l’impero, l’idea e il dominio universale di Roma, al di là c’erano i barbari, che l’impero cercava in qualche modo di arginare.
 
Regensburg

Nel solco di questo sistema difensivo, nel 179 d.C., su comando dell'imperatore romano Marco Aurelio, venne fondato l'accampamento fortificato di Castra Regina, di fronte alla confluenza del fiume Regen con il Danubio. Il nome della città odierna, Regensburg (Ratisbona), deriva dal celtico Radasbona, che era riferito a un insediamento nelle vicinanze. Nel corso dei secoli molti sono gli eventi che hanno caratterizzato la storia della città: all'inizio del sesto secolo diventa prima capitale della Baviera, tra il XII e il XIII secolo raggiunge il culmine della sua ricchezza politica e commerciale, anche in virtù del titolo di "libera città imperiale" di cui venne insignita nel 1245. Verso la fine del 1300 le rotte commerciali si spostano gradualmente verso Augsburg, Norimberga e Vienna e la città perde la sua posizione di supremazia. Encomio e rimpianto avvolgono la splendida città gotica e romanica dalle cento torri, i suoi vicoli, le chiese e le sue belle piazze, pulite e ordinate. Forse come in nessun’altra città del centro Europa qui gli edifici originari, in eccellente stato di conservazione, testimoniano dell’importanza politica, religiosa ed economica di Ratisbona durante il Medioevo. Il centro storico della città bavarese è entrato a far parte del patrimonio mondiale dell’Unesco nel luglio 2006.
Prima di entrare in Austria, il Danubio scorre nel distretto della Bassa Baviera, lambendo decine di piccoli centri e villaggi ricchi di tradizioni e culture, che qui mantengono connotati ancor più pregnanti che altrove.
 

Linz

Superata Passau, il Danubio, che nel frattempo si è caricato dell’acqua del suo affluente Inn, arriva a Linz, Alta Austria. Qui il paesaggio è altrettanto bello e caratteristico, segnato da boschi, colline e dalle cupole a cipolla delle chiese. Hitler amò Linz più di ogni altra città, tanto che diede l’ordine a Speer, l’architetto del Terzo Reich, di preparare dei progetti di edifici giganteschi e faraonici, per fortuna mai realizzati dai nazisti, che avrebbero trasformato Linz nella più monumentale metropoli danubiana. A Linz studiò e lavorò per qualche anno l’astronomo e matematico Giovanni Keplero, mentre, nel palazzo Zum schwarzen Adler, all’aquila nera, in cui abitò Beethoven, morì nel 1680 Raimondo Montecuccoli, generale, politico e scrittore italiano, principe del Sacro Romano Impero. Nella chiesa dei Cappuccini una targa invita il viandante a fermarsi davanti alla tomba, che conserva solamente le sue interiora, mentre il corpo è sepolto a Vienna.
A pochi chilometri da Linz si trova il campo di concentramento di Mauthausen, una vecchia cava di pietra, già campo di prigionia austriaco durante la prima guerra mondiale, aperto dai nazisti l’8 agosto 1938, Vi perirono oltre 130.000 prigionieri, tra cui 5.750 cittadini italiani.
A Sankt Florian, l'abbazia dei canonici agostiniani è uno dei più importanti monumenti barocchi in Austria. Resti di murature esistenti sotto la basilica risalgono all'epoca del martirio di San Floriano (IV secolo d. C.), la cui tomba era già allora meta di pellegrinaggio. I grandi conventi austriaci, sempre sul Danubio, meritano considerazione. Sankt Florian, ma non solo, Gottweig, Maria Taferl e soprattutto Melk, maestoso e splendido, che inseriscono le loro cupole e i loro campanili nella religiosità secolare del paesaggio, nella curva delle colline e nel silenzio dei boschi, nella pace della tradizione. Il compositore Bruckner e lo scrittore Stifter, come molti altri artisti vissuti in epoca asburgica, descrivono con la loro arte la reverenza per il dolce e idilliaco paesaggio austro-boemo, per la pace domestica e silvestre. L’aquila bicipite simbolo di quel mondo ha cercato di difendere la buona tradizione e la moralità di quel tempo dai ritmi rapidi e incalzanti del moderno.
 
Abbazia di Melk
 
Artstetten, non lontano dal Danubio e a pochi chilometri dall’abbazia di Melk, merita una citazione in quanto in una sala del museo della cittadina campeggia una frase attribuita a Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, arciduca d’Austria ed erede al trono dell’Impero austroungarico, che nel castello di Artstetten è sepolto insieme alla moglie Sophie. La frase è la seguente: “La corona asburgica è una corona di spine”. I colpi di pistola di Sarajevo hanno impedito a Francesco Ferdinando di mettersi in capo quella corona, ma anche se fosse diventato imperatore egli non sarebbe stato sepolto nella Cripta dei Cappuccini a Vienna. Voleva riposare accanto all’amata moglie e quest’ultima era soltanto contessa, appartenente a una delle più antiche famiglie della nobiltà ceca, e come tale, alla sua morte, non aveva diritto di venire accolta nella cripta imperiale asburgica.
A Kierling, pochi chilometri da Vienna, c’era un sanatorio dove, il 3 giugno 1924, morì Franz Kafka, scrittore boemo di lingua tedesca, nato in una famiglia ebraica (2) della classe media di Praga, la capitale del Regno di Boemia, allora parte dell'Impero austro-ungarico (3).
Franzk Kafka, autore di importanti romanzi e racconti come "La metamorfosi", "Il processo" e "Il castello" è uno dei massimi interpreti del Novecento. Esponente del romanzo esistenzialista e del realismo magico europeo, i suoi libri racchiudono gli incubi e i dolori di una vita drammatica, piena di angosce e conflitti con il padre e le donne.
Kafka giunse a Kierling sperando che la tranquillità e l’aria del posto lo aiutassero a guarire da una brutta tubercolosi, ma ormai il suo gracile e debilitato fisico non resse all’acuirsi della malattia. Il suo corpo fu riportato a Praga, dove venne cremato l'11 giugno 1924 e sepolto nel nuovo cimitero ebraico di Praga. Una lapide alla base della stele funeraria commemora le tre sorelle dello scrittore, morte nei lager nazisti fra il 1942 e il 1943.

Vienna

Vienna non è Vienna senza il Danubio, il Danubio senza Vienna non è il Danubio. Un legame fortissimo e intenso, una storia intrecciata e indissolubile. La città è stata per secoli la città più grande e più importante situata lungo il corso del fiume, ma oggi essa deve contendere il primato con altre capitali europee bagnate dal fiume. Il Danubio ha permesso alla città di aumentare l'importanza economica e oggi il fiume è un'importante rotta commerciale tra Oriente e Occidente. Per ridurre gli effetti negativi delle alluvioni, il fiume è stato artificialmente regimentato, perdendo però il vecchio fascino e la bellezza che lo ha sempre contraddistinto negli ultimi secoli.
La città, che ha vari esempi d'architettura barocca, rinascimentale e imperiale e può essere indicata come culla dello stile Jugendstil, è rappresentata per oltre la metà da spazi verdi tra parchi, giardini e boschi, che diventano luoghi di svago e di aggregazione sociale. Dopo le gravissime distruzioni subite durante la seconda guerra mondiale, il suo patrimonio edilizio e monumentale è stato degnamente ricostruito e potenziato.
Il Danubio, nell’ultima metà del secolo scorso, non ha avuto bisogno di visti e restrizioni per superare la “cortina di ferro” e raggiungere quei Paesi dell’Europa orientale controllati dall’Unione Sovietica.
È il caso di Bratislava, Pressburg fino al 1919, prima città che il Danubio incontra nei territori dell’ex cortina. Dopo l'occupazione turca di Buda, nel 1536 Pressburg divenne la capitale dell'Ungheria. Durante più di duecento anni vennero incoronati nel Duomo gotico di San Martino undici monarchi. Tra i sovrani incoronati, la più famosa è stata sicuramente l'imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, che spesso risiedeva a Presburg. Sotto il suo regno la città si destò e conobbe il suo periodo più fiorente. L'aspetto della città cambiò notevolmente, con la costruzione di sontuosi palazzi che ancora oggi possono essere ammirati. In questo periodo la città fu frequentata anche da famosi personaggi della musica, come ad esempio Haydn, Mozart, Beethoven e più tardi anche da Listz. Nel XIX secolo la città di Pressburg fu testimone di alcune importanti vicende storiche. Nel 1805 dopo la battaglia dei tre imperatori presso Austerlitz (l'attuale Slavkov nella Boemia) fu firmata nella sala degli Specchi del palazzo Arcivescovile la pace tra Napoleone Bonaparte e l'Imperatore austriaco Francesco I (detta appunto Pace di Pressburg). Il 1° gennaio 1919 la città, con il nome slovacco di Bratislava, entrò a far parte della nuova Cecoslovacchia. Ma solo nel 1968 Bratislava divenne la capitale della Slovacchia, ai sensi della legge che sanciva la Cecoslovacchia come una federazione di due repubbliche distinte (la repubblica Ceca e quella Slovacca). La divisione avvenne poi in modo definitivo il 1° gennaio 1993, quando Bratislava divenne la capitale dell'indipendente Repubblica Slovacca.
L’antica Pannonia (4), l’Ungheria odierna, della quale il cancelliere asburgico Hörnigk, sostenitore dell’economia mercantilistica, voleva fare nel Settecento il granaio dell’impero. Il giallo dei girasoli e del granturco si sparge sui campi che fiancheggiano la discesa del Danubio verso il Mar Nero. Questo paesaggio magiaro, secondo molti storici e politici, sarebbe già Oriente, ricordo di steppe asiatiche, di unni o seguaci della Mezzaluna. Ma probabilmente non è così chiaro. Entrando nella pianura ungherese ci si addentra certo in un’Europa un po’ diversa e altra, in un crogiolo composto di elementi diversi da quelli che impastano l’argilla occidentale. Basti leggere il post di cui alla nota n. 5. Spesso, nella storia ungherese, la scelta tra oriente e occidente è stata spesso un’imposizione, dalla conquista turca al dominio asburgico al blocco sovietico. L’attuale Ungheria è una terra nella quale si sono stratificate, mescolate e depositate ondate di invasioni e di stirpi diverse. Le migrazioni di popoli spesso devastano, ma anche possono civilizzare e produrre promiscuità e mescolanza. Alla fine del Settecento, con la progressiva ritirata della potenza ottomana, il dominio austriaco si afferma in tutto il paese. Gli Asburgo non applicano il modello assolutista centralista di Napoleone, ma amministrano piuttosto la resistenza che il sistema medievale oppone allo stato moderno.
Il Danubio infila le città una dietro l’altra: Gyor è una bella città e le vie antiche conducono sulla Raba, un affluente del Danubio; Komarno, che si trova sulla sponda slovacca è comunque un piccolo concentrato della tradizione magiara, con statue e targhe che ricordano illustri uomini ungheresi; a Esztergom, in italiano Strigonio, forte militare di Solva di epoca romana, Geza, principe degli ungari giunti dalle steppe russe, decise di stabilirsi e lì nacque suo figlio, Stefano il Santo, primo re d’Ungheria; Vác, cittadina molto bella e ricca di ricordi di guerre e invasioni, come gran parte delle città ungheresi, cadde in mano ai turchi, i quali, prima di andarsene, la rasero completamente al suolo, lasciando fuori dal terreno solo una torre delle mura civiche che ancora è visibile, oggi chiamata "torre aguzza". Dopo la cacciata dei turchi, Vác si trasformò, grazie all'opera del vescovo italiano Cristoforo Migazzi in una bella città barocca e tale è tuttora; Szentendre è una Montmartre del Danubio, che esalta i colori delle case e dei pittoreschi vicoli che scendono dolcemente verso il fiume. La cittadina ha un’impronta lasciata dai serbi, intraprendenti mercanti, alla quale diedero floridezza e agiata eleganza, chiese barocche, rococò e classicheggianti, case patrizie e armonia delle piazze.
Budapest

Per molti turisti Budapest è la città più bella del Danubio. Certo, meno imperiale e signorile di Vienna, ma più moderna e “spregiudicata”, cresciuta molto economicamente dopo la caduta del regime nel 1989. Budapest è una maestosa ed elegante città formata da Buda e Pest, divise dallo scorrere del Danubio. È una capitale nello stile dell'antica Mitteleuropa così come Vienna e Praga. Budapest fu un'antica colonia romana e gli stessi romani furono i primi a sfruttare le 123 sorgenti termali che si trovano nella ragione, molte delle quali sono ora delle terme pubbliche e rappresentano ancora una delle caratteristiche di questa capitale. La sua posizione lungo le rotte tra occidente ed oriente, oltre che avvantaggiarla negli scambi commerciali, è stata il motivo delle numerose invasioni e guerre che si sono combattute in passato. Distrutta molte volte nella sua storia, fu conquistata dai mongoli, dai turchi e dagli austriaci. L’epoca degli Asburgo fu realmente florida per la città in quanto si costruirono numerose chiese ed edifici pubblici. Nel 1784 Giuseppe II fondò un'università a Budapest e, nel 1849, si inaugurò il primo ponte permanente sul Danubio, il famosissimo Ponte delle Catene. L'Ausgleich significa compromesso ed è stato utilizzato per indicare l'Österreichisch-Ungarischer Ausgleich (il compromesso austro-ungarico), la riforma costituzionale promulgata il 12 giugno 1867 dall'imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, con la quale l’Ungheria otteneva una condizione di parità con l'Austria all'interno della monarchia asburgica, segnando il passaggio all'Impero austro-ungarico. Da quell’anno iniziò un’epoca d’oro per la capitale e per la nazione ungherese.
Poco prima di entrare in Serbia, il Danubio bagna una città, Baja, il cui nome, di origine turca, deriva da quello della famiglia aristocratica del luogo, proprietaria dei terreni sui quali fu costruita. Baja è stata fondata presumibilmente nel XIV secolo e crebbe d'importanza durante la dominazione ottomana, tanto da ottenere lo status di città nel 1696. La popolazione era in maggioranza serba e bosniaca e con l'arrivo degli Asburgo venne colonizzata da famiglie tedesche. La vicinanza del Danubio favorì il commercio, soprattutto di vino che veniva esportato in Austria.
Quando esce dall’Ungheria, il fiume segna per lunghi tratti il confine tra la Croazia e la Serbia. Qualche chilometro dopo Vukovar, che vide danneggiati molti suoi monumenti storici durante la guerra nell’ex Jugoslavia, tra cui il castello della famiglia Eltz del XVIII secolo e un monastero francescano, il Danubio lascia il confine tra i due stati a Bačka Palanka e si inoltra decisamente in territorio serbo. Novi Sad, capoluogo della Voivodina, detta l’Atene serba, è stato importante crocevia di popoli, sia per ragioni storiche sia politiche. Venne fondata prima dai Celti e poi dai Romani, quindi, in diverse epoche dai Bizantini, dagli Unni, dagli Ostrogoti e dai Franchi. Fin oltre la metà del 1600 la regione venne dominata dall’Impero Ottomano, per poi diventare possedimento degli Asburgo. La Voivodína, colonizzata dai tedeschi e da Maria Teresa d’Austria, è un'area multietnica, infatti è divisa tra diversi differenti gruppi etnici, dei quali quello maggioritario è costituito dai serbi, circa il 70%. La grande diversità culturale e linguistica si accompagna a un elevato livello di tolleranza tra le varie culture ed etnie.

Belgrado

Siamo quindi a Belgrado, capitale della Serbia, che si trova nel punto di confluenza tra i fiumi Sava e Danubio. La città è stata tante volte distrutta e ricostruita, cancellando le tracce del suo antico passato. Anch’essa, come molte altre località della regione, ha vissuto diverse dominazioni ed ha subito profonde trasformazioni durante i secoli. Singidūn, appellativo di origine celtica, è stato il primo nome di Belgrado, citato per la prima volta nel 279 a.C. Fu poi trasformato dai Romani in Singidunum, per poi diventare Alba Bulgarica, nel periodo in cui i Bulgari dominarono i territori serbi. Il nome Beograd, letteralmente città bianca, fu imposto alla città da Papa Giovanni VIII. Durante l'occupazione ottomana la città era detta Darülcihad. Prinz-Eugenstadt fu il nome di Belgrado durante l'occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale.
C’è un aliscafo che parte da Belgrado per dirigersi alle Porte di Ferro, confine con la Romania. Scendendo il Danubio si incrociano le coste dove una lapide ricorda le campagne di Traiano contro i Daci del re Decebalo. La gigantesca diga, che produce una grande quantità di energia elettrica, ha modificato il paesaggio e cancellato molte tracce del passato, tra cui l’isoletta di Ada Kaleh, abitata da una popolazione turca, con i suoi caffè e una moschea. Alle Porte di Ferro, il generale romano Gaio Scribonio Curione diceva di provare ripugnanza ad addentrarsi nelle cupe foreste oltre il Danubio. In questa zona, presso la città di Drobeta-Turnu Severin, venne edificato il Ponte di Traiano, un ponte fortificato, il primo mai posto in opera sul basso corso del Danubio. Per più di mille anni fu il più lungo ponte ad arcate mai costruito al mondo, sia in termini di lunghezza totale che di larghezza delle sue campate. Fu opera dell'architetto Apollodoro di Damasco, che lo realizzò nel corso della campagna che portò Traiano alla conquista della Dacia.
Il Danubio segna ora il confine per molti chilometri tra la Bulgaria e la Romania. Sul suo lento scorrere si affacciano diverse località che presentano diversi motivi di interesse, tra cui le bulgare Belogradčik, con le sue rupi che si fondano con i bastioni della vecchia fortezza turca, e Vidin. Le rive del Danubio raccoglievano, portate dalle ondate migratorie che si susseguivano nei millenni, le genti più disparate e Vidin era formato da vicoli e passaggi in galleria della storia. Lì c’erano ragusei, albanesi, esuli curdi, drusi, zingari, greci, armeni, ebrei spagnoli e soprattutto tartari. Se molte famiglie bulgare russofile si erano recate in Bessarabia (5) e in Crimea, in Bulgaria si trasferirono tartari e circassi riluttanti al dominio dello Zar. Il crogiolo bulgaro è ben più antico di queste miscele balcanico-caucasiche ed affonda le sue radici nello scontro fra la civiltà agricola del Sud-est e gli invasori nomadi delle steppe. La Bulgaria è un nucleo essenziale della grande Slavia ed è il territorio nel quale si costituisce la lingua paleoslava di Cirillo e Metodio.
A Nicopoli e Ruse, due realtà della Bulgaria sul Danubio, i Goti, tribù germaniche orientali, con il vescovo Wulfila, tradussero la Bibbia in gotico che segnò l’inizio delle letterature germaniche. Da queste rive partì in certo modo il germanesimo, la sua marcia verso occidente, che tanti secoli più tardi si sarebbe nuovamente rivolta verso Est, incalzata da altre migrazioni epocali. Ruse, una piccola Vienna, in particolare, era sino al ventennio fra le due guerre mondiali la più ricca città bulgara, nella quale era stata fondata la prima banca. Durante l’ultimo periodo del dominio ottomano, sbarcarono qui i patrioti ed i rivoluzionari che si organizzavano in Romania, animati e guidati da un’eroica donna bulgara, anima della cospirazione patriottica. Sempre a Ruse, il 25 luglio 1905 nacque lo scrittore Elias Canetti, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1981.
Adamclisi, in Romania, è il luogo dove l’imperatore romano Traiano costruì un monumento per celebrare la vittoria contro i daci e i sarmati. Di quel monumento rimane solo la base cilindrica e un edificio costruito nel 1977, con il quale i romeni hanno inteso ricordare Decebalo, il re dei daci, che la nazione romena annovera tra i suoi eroi.

Tulcea

Lentamente il Danubio si dirige verso il Mar Nero, secondo alcuni un enorme stagno opprimente e “nero”, per altri semplicemente un luogo balneare e turistico. Costanza, l’antica Tomi, è stato il luogo dell’esilio del poeta romano Ovidio. Poco più oltre a occidente si stende il Bărăgan, la steppa romena, luogo di desolazione e di esilio, nel quale vennero deportati gli zingari e, dopo il ’45, i tedeschi di Romania. L’isola di Brăila è lunga 60 km ed è formata dalla divisione fra il braccio principale del Danubio e il Danubio vecchio. A Brăila il fiume si ricompone, unitario e possente, per fornire acqua e maestosità al suo porto fluviale operoso e soprattutto a quello di Galati, detta l’Amburgo del Danubio.
Tulcea, l’ultima città di terraferma nel delta del fiume, anche se la piccola Sulina con il suo faro è quella più orientale, venne fondata nell'VIII secolo a.C. con il nome di Aegyssos.
Il delta, oltre che canali, acquitrini, pantano, uccelli e animali acquatici, odori, afa, capanne, piccoli villaggi, è anche un bacino di popoli e genti, come se il Danubio portasse a mare e spargesse intorno a sé detriti di secoli e di civiltà, frammenti di Storia.
Ma dove finisce il Danubio? Non c’è una fine. I rami del fiume se ne vanno ognuno per conto proprio, muoiono quando gli pare, uno un po’ prima e uno un po’ dopo, come il cuore o i capelli, perché il Danubio è dappertutto e anche la sua fine è dovunque in ognuno dei 4300 chilometri quadrati del delta.

Beniamino Colnaghi

Note e fonti


Claudio Magris, Danubio, Garzanti Editore, ottobre 1986
Enciclopedia libera Wikipedia.org