venerdì 30 ottobre 2026

Da febbraio 2027 Feltrinelli pubblicherà le opere principali di Pasolini

 

Per chi come me considera Pier Paolo Pasolini uno tra i più grandi e controversi poeti, scrittori e intellettuali del Novecento, non poteva lasciarsi sfuggire una importante notizia apparsa sui media nazionali nel settembre scorso. Ossia che la casa editrice Feltrinelli ha acquistato dall’erede dell’autore i diritti e il catalogo storico delle opere di Pasolini. I libri di Pasolini sono stati pubblicati per molti anni da Garzanti, ancor prima che il poeta venisse barbaramente assassinato nel novembre del 1975. A partire da febbraio 2027 passeranno ufficialmente a Feltrinelli, che, da quanto si apprende, lancerà una nuova collana a lui dedicata.
“L’approdo di Pier Paolo Pasolini alla Feltrinelli è la quadratura di un cerchio, lui più di tutti ha capito cosa ci sarebbe successo” ha detto Carlo Feltrinelli, figlio di Giangiacomo Feltrinelli, lo storico fondatore della casa editrice.


Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 - Lido di Ostia, Roma, 2 novembre 1975). Fonte Wikipedia

I primi titoli a tornare in libreria saranno Le ceneri di Gramsci, una raccolta di poesie del 1957, e il romanzo Una vita violenta, pubblicato nel 1959 e giunto finalista al Premio Strega, arrivando secondo dietro Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
Nei mesi centrali del 2027 usciranno altri tre capolavori pasoliniani: Scritti corsari, una raccolta di articoli pubblicati tra il 1973 e l’anno della sua morte sul Corriere della Sera, Paese Sera, Il Mondo e altri, che trattano argomenti sulla società italiana e le sue degenerazioni, sul conformismo, sul degrado culturale, sul consumismo, sul ruolo della televisione.
Seguirà L’odore dell’India, una raccolta di articoli del viaggio fatto appunto in India nei primissimi anni Sessanta, in compagnia di Moravia e Elsa Morante.
Ultimo volume previsto per il ’27 è La nuova gioventù, ultima raccolta delle poesie friulane di Pasolini.

Beniamino Colnaghi       

martedì 20 ottobre 2026

Gli uomini di Verderio, protagonisti del Novecento

L'ultima fatica letteraria dello storico verderiese Giulio Oggioni è il nuovo libro, che ha per titolo "VERDERIO - I nostri UOMINI protagonisti del NOVECENTO". Oltre un centinaio di storie di gente comune, contadini, commercianti, artigiani, imprenditori, religiosi, giovani soldati e nobili




Il libro verrà presentato al pubblico giovedì 5 novembre 2026 alle ore 21.00, presso l'Oratorio di Verderio e verrà messo in vendita la sera stessa e in alcuni negozi del paese al prezzo di 10 Euro.

martedì 2 giugno 2026

Le Feste dell’Unità per ricostruire l’Italia

Il 2 settembre 1945, a Mariano Comense, nel bosco del Casin Bel, località Fornaci, già piena Brianza, si svolse la prima Festa dell’Unità della storia, che non si chiamava ancora così, ma “Scampagnata dell’Unità”. A quella festa, organizzata dagli operai della periferia milanese e dai contadini brianzoli, furono presenti, a mangiare pane e salame e bere del buon vino, seduti gomito a gomito insieme ai “compagni”, i dirigenti nazionali del Pci, Gian Carlo Pajetta, Giorgio Amendola, e persino Luigi Longo, della direzione del Partito. Parteciparono, quattro mesi appena dalla fine della guerra, più di 200mila persone, arrivate da tutta Italia con ogni mezzo, per rimarcare l’impegno di rinascita, speranza, fratellanza in quei tempi duri e incerti
La festa ebbe un tale e grande successo che Palmiro Togliatti, il grande capo del Pci di quel tempo, decise di replicare, e in tutta Italia, le Feste dell’Unità.
In occasione dell’ottantesimo anniversario dell’evento, la segretaria del PD di Como e provincia, Gaiani, ha dichiarato al quotidiano la Repubblica, che “Il Cln di Milano decise che quello era il posto giusto. Milano sarebbe stata meglio, ma era semidistrutta,  i bombardamenti alleati avevano lasciato il segno. Le linee ferroviarie non esistevano più, ma ce ne era una ancora in funzione, ed era quella delle Ferrovie Nord, che andava a Mariano Comense”. Verso Nord, verso Como e la Svizzera, e lì c’era questo grande bosco, che si chiama brughiera, dove in fretta e furia si costruì un palco di legnacci.

L’idea era venuta a Stefano Schiapparelli, all’epoca responsabile della diffusione dell’Unità, il giornale, che usciva dalla clandestinità in cui l’aveva cacciato il fascismo, e tornava a vendere nelle edicole ed essere diffuso dalla rete capillare delle sezioni del Pci. Elio Vittorini, il famoso scrittore di origine siciliana, allora caporedattore dell’edizione milanese del giornale, andò sul posto per rendersi conto, e raccontò il “villaggio boschereccio” dove la gente si divertiva, ballava e giocava e discuteva di politica. Resta una sola foto di quel giorno, Ruggiero Grieco al microfono, dirigente del Partito e amico di Antonio Gramsci, al cui fianco si vede Francesco Scotti, che aveva organizzato l’insurrezione di Torino.



Si racconta che gli operai della Breda e della Magneti Marelli di Sesto San Giovanni prepararono i camion con sopra delle strutture e delle panche in legno. In direzione Mariano c’era una fiumana di gente, chi in moto, chi sulle camionette, chi in bicicletta ed anche a piedi. Contadini, operai, famiglie intere, con la “schiscetta”,  preparata la mattina presto prima di partire. Poi ci sono stati i treni speciali arrivati a Milano da diverse parti d’Italia.
E poi la sera tutti a casa. Ma poi quel modello di festa si  è moltiplicato, riprodotto su scala nazionale e diffuso in tutto il Paese, poi copiato da altri partiti, ma senza lo stesso successo delle Feste dell’Unità.
Ma cosa sono state le Feste dell’Unità, soprattutto nel Novecento, che cosa hanno rappresentato per il popolo italiano, e non solo per i comunisti?
Non si è trattato, e non si tratta, solo della cronaca di eventi più o meno festosi che milioni di italiani hanno frequentato in molte parti d’Italia. Dietro quelle tavolate festose e quegli uomini e donne che grigliano le salamelle e fanno i tortellini c’è stata una grande idea. Una operazione politica e culturale originale, molto ambiziosa, che dopotutto rappresenta la spiegazione vera della forza del Pci. Quel partito, nato per impulso della Rivoluzione d’ottobre, ma che si nutrì di una idea profondamente realista dell’Italia, e quindi della politica come storia, non solo delle classi dominanti, ma della complessa vicenda del popolo italiano. Il Pci partiva dalla volontà di creare un tessuto di relazioni e di partecipazione alla vita collettiva, tale da trasformare le masse in quello che mai erano state, cioè un popolo-nazione. Non più plebe, sudditi, un mondo separato degli esclusi, ma lo strumento della politica volto a riscattare milioni di persone, generare una lotta per il progresso civile e culturale di tutti gli italiani. Era la formazione di una nuova umanità. Gli italiani erano rimasti ai margini per diversi secoli dei grandi movimenti che avevano segnato in Europa l’avvento dell’Età moderna: dalla rivoluzione inglese a Lutero, per proseguire con la Rivoluzione francese, l’Illuminismo e i Diritti dell’Uomo. Su questi cambiamenti epocali l’Italia era rimasta ferma. Qui da noi erano rimaste intatte le grandi questioni storiche: quella contadina (l’ottanta % della popolazione, quasi del tutto analfabeta), quella meridionale, quella vaticana, quella della laicità dello Stato.
Ecco, l’invenzione delle feste de l’Unità era stata anche pensata per dare forza e gambe all’idea di migliorare e sviluppare l’Italia, far nascere la grande politica e contribuire all'obiettivo posto dal gruppo dirigente di aderire “a tutte le pieghe della società”. Il Pci, in quegli anni, per strutturare le Feste mise insieme varie cose: il messaggio politico, l’evento festoso (che serviva a verificare il radicamento popolare), la capacità organizzativa, l’occasione per i dirigenti di farsi conoscere e aprire i dibattiti.
Il successo fu clamoroso. Venne persino organizzata una festa a Roma al Foro Italico per festeggiare Togliatti guarito dopo l’attentato del 1948.
Le Feste dell’Unità contribuirono a creare nel Paese, dunque, non solo momenti di svago e di aggregazione, ma aiutarono a sviluppare una nuova coscienza popolare, la nascita di una nuova classe dirigente politica e momenti di costruzione del consenso. 

Beniamino Colnaghi
 
Qui sotto alcune foto tratte dalle Feste dell'Unità svoltesi a Verderio (LC)









giovedì 23 aprile 2026

Viva il 25 aprile

Dal 1945 festeggiamo  la Liberazione dal nazifascismo, la Democrazia, la riconquistata Libertà, la restituzione dell'Italia a tutti gli italiani. Cominciava l'epoca della libertà di parola, dei diritti politici e sindacali, del voto delle donne dopo il ventennio della censura, delle violenze contro chi si opponeva, della discriminazione, della persecuzione razziale. Ricordarlo oggi significa affermare che le nostre libertà di cittadini italiani ed europei sono figlie del sacrificio di chi scelse di battersi contro il nazifascismo. Siamo in debito con tutti coloro che non ebbero paura di sfidare la dittatura, rischiando la loro stessa vita. E anche noi, oggi, prendendo come esempio il coraggio ed il valore di quei protagonisti del 25 aprile 1945, dobbiamo schierarci, senza avere paura, per mantenere la democrazia e la liberta faticosamente conquistate. 




martedì 14 aprile 2026

La villa Gnecchi Ruscone a Verderio Superiore (Co)

Il fondo su cui sorge la villa di Verderio, parte dei poderi che i conti Airoldi acquistarono nei primi anni del Cinquecento dalle monache di Sant’Agostino in Milano, passò poi al marchese Arrigoni e successivamente in parte ai fratelli Pietro Paolo e Giuseppe Confalonieri ed in parte a Giacomo Ruscone.
La fabbrica secentesca, quadrato edificio con sporgenze agli angoli a guisa di torri, divenne, il 28 aprile del 1799, epicentro di uno scontro sanguinoso, a margine della battaglia di Cassano d’Adda che liberò agli eserciti della seconda coalizione la strada di Milano.
La casa Confalonieri, in quella giornata, fu il baluardo dell’ultima resistenza dei soldati francesi e piemontesi della divisione Serurier, arresasi al tramonto agli alleati austro-russi di Wukassovich, dopo due giornate di combattimenti tra cascine e campagne fra Bernareggio e Paderno.
Di quel giorno rimane una stampa, dal disegno dal vero dell’architetto Carlo Amati, sorpreso dagli eventi al lavoro della chiesa di Paderno; in quella, la villa ha ancora l’aspetto primitivo.
Del secondo ventennio dell’Ottocento sono gli interventi effettuati dall’arch. Besia, che sconvolgono, cancellandolo, il carattere secentesco dello stabile: un sopralzo con belvedere due ali a mezzogiorno, un altro corpo a levante, il grande cortile d’accesso a giardino, le scalinate sul fronte, e sul parco, il salone centrale a dodici finestre.
Mentre si dà imponente aspetto all’esterno, si riducono aperture ed ambienti interni, i soli che tornano al primario splendore quando nel 1888 Giuseppe Gnecchi  acquista la casa e la proprietà Confalonieri, riunendola con la adiacente proprietà ex Arrigoni, ricevuta in eredità dallo zio Giacomo Ruscone, che volle lasciargli oltre ai suoi beni, anche il proprio cognome per ricordare nel tempo la sua famiglia con lui estinta.
Il riordino è di Fausto Bagatti Valsecchi, architetto milanese (che costruirà, sempre a Verderio, per lo stesso committente, la chiesa, il municipio, e il cimitero). All’interno tornano in luce volte a cassettoni, si riportano le finestre alle primitive dimensioni, mentre l’esterno, di impossibile modifica, resta testimonianza del gusto, della ricerca del grandioso e del voler apparire della restaurazione.
Il piano civile, rialzato di circa quattro metri, occupati da locali corrispondenti ai superiori, è formato da un grande salone centrale che ne occupa tutta l’altezza e che è illuminato da sei finestre a mezzogiorno e sei a tramontana, mentre a levante ed a ponente si sviluppano gli altri locali divisi in due piani, dell’altezza di sei metri e mezzo al primo piano e di quattro al secondo.
Da quindici anni a questa parte (siamo dunque nel 1977 NdR) la villa è stata frazionata in quattordici appartamenti indipendenti, mentre i saloni centrali, la cappella, il parco ed i cortili sono rimasti di proprietà comune.


Nota: I Comuni di Verderio Superiore e Verderio Inferiore, nel 2014, a seguito di fusione, hanno formato il Comune di Verderio, facente parte della Provincia di Lecco.

Fonte: Associazione dimore storiche italiane – sezione Lombardia – XV assemblea nazionale – Monza, 20 giugno 1992

giovedì 5 marzo 2026

Ricerche e appunti dal diario di

DON GIAMPIERO BRAZZELLI

In ricordo del parroco che per 28 anni (1957-1985)

fu alla guida della Parrocchia di Verderio Superiore

Nel 20° anno della sua scomparsa

 

L’amico Giulio Oggioni, lo storico per antonomasia di Verderio, lo scorso anno, era la primavera del 2025, mi diede un fascicoletto di poco più di una ventina di pagine, in formato A4, dedicato a don Giampiero Brazzelli, in occasione del ventesimo anniversario della sua morte. Un libretto denso di dati e appunti tratti dal diario del parroco e raccolti con pazienza e meticolosità da Giulio. Il quale, di suo, ha aggiunto numerose fotografie, mappe e ritagli di giornali del secolo scorso.

Con il suo assenso ho deciso di riproporre sul mio blog l’introduzione del libretto, nella quale Giulio Oggioni ha ripercorso, in estrema sintesi, le tappe principali della vita di don Giampiero Brazzelli. (B.C.)   


 

Don Giampiero Brazzelli è stato parroco di Verderio Superiore dal 29 settembre 1957 al 28 luglio 1985. Era nato a Inveruno il 16 ottobre 1924. Venne ordinato sacerdote nel Duomo di Milano il 31 maggio 1947. Prima della consacrazione, durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato addetto alla segreteria della Curia di Milano quando il cardinale era Idelfonso Schuster. Era presente il giorno che Benito Mussolini venne in Curia. Era caduta la Repubblica di Salò e il cardinale voleva convincerlo ad arrendersi agli Alleati. Così si sarebbero risparmiate molte vite umane. Tutto fu inutile. Dopo pochi mesi venne fucilato e appeso in piazzale Loreto.

A Verderio, don Giampiero arrivò dopo essere stato viceparroco a Colnago, dal 1947 al 1957.
La sua saggia reggenza è durata ben 28 anni e per questo, ancora oggi, è ricordato e amato per la sua instancabile attività in parrocchia.
Appassionato ricercatore di storia, nei suoi anni a Verderio, ha avuto il merito di riordinare interamente l’archivio parrocchiale che, grazie ai Liber Chronicus, i diari dei parroci, scopri che le prime notizie di Verderio partono dal 994, cioè oltre mille anni fa.
Oggi, l’archivio parrocchiale di Verderio è uno dei più forniti e completi della zona, meta, negli anni scorsi, di numerose ricerche di chi voleva ricostruire la propria passata dinastia.
I diari dei parroci, in particolare quelli fino alla fine del 1700, erano scritti in latino e anche di notevole difficoltà nella lettura poiché usavano scrivere talune lettere e vocali dell’alfabeto in modo diverso di oggi. Erano diari preziosi perché, oltre alla cronaca religiosa, riportavano tutti i fatti che accadevano in paese e dintorni. Erano autentici libri di storia. Oggi, purtroppo, questa abitudine non è più in uso, e così si perdono tanti avvenimenti storici.
Don Giampiero ogni volta che li leggeva, prendeva appunti che trascriveva su un quaderno, che alla fine del suo mandato portò con sé a Rescaldina, dove si ritirò in pensione, ma continuò a collaborare con la parrocchia che lo ospitava.
Più volte sono andato a trovarlo e parlare con lui era sempre un grande piacere riascoltare i suoi ricordi di parroco in paese e di appassionato di storia.
Negli ultimi anni della sua vita, oltre ad una peggiorata disabilità motoria, aveva anche problemi respiratori che lo portarono, nei primi anni del 2000, al ricovero in un ospedale e il 22 dicembre del 2005 alla fine della vita.

L'ingresso a Verderio Superiore di don Giampiero il 29 settembre 1957


Qualche anno prima, quando era ancora a Rescaldina, ricordo perfettamente che con Ferdinando Bosisio e Rino Perego, lo avevamo contattato perché stavamo preparando il libro per celebrare il centenario della chiesa dei Santi Giuseppe e Floriano (1902 – 2002). Con lui abbiamo avuto un lungo dialogo storico che ha sicuramente arricchito il testo che si stava preparando.
Proprio in quella occasione, conoscendo la mia passione storica (ma non avevo ancora iniziato a scrivere libri su Verderio) mi consegnò questo quaderno pieno di appunti, senza però un ordine cronologico, di quanto aveva trovato su Verderio.
Quel quaderno l’ho conservato con cura e usato quando, a partire dal 2004, ho iniziato a scrivere libri su Verderio (ben nove) e gli appunti mi sono stati utili, perché sono stati il punto di partenza delle mie approfondite ricerche e con essi ho potuto allargarle prendendo notizie in altri archivi, anche di Stato.
Alla fine del 2024, a seguito di una pervenuta richiesta di notizie sulla cascina Airolda, ho avuto modo di rispolverare vecchi documenti del mio archivio e proprio in questo caso mi è ricapitato in mano il quaderno che don Giampiero mi aveva donato, oltre 25 anni fa.
L’ho sfogliato con affetto e riconoscenza, doti che ho sempre avuto con lui da quando ero ragazzo e, con umiltà e competenza, era una guida meravigliosa e prodiga di consigli.
Ora ho pensato che questi appunti, affinché non vadano persi, sia necessario non solo ribatterli nel mio PC, ma anche metterli in ordine cronologico per una facile lettura e consultazione. Forse serviranno a qualcuno per scoprire altre notizie sul nostro paese.
Tutto questo è quanto leggerete ora di seguito. Mi sono limitato a trascriverli, così come sono i suoi appunti, ma nel corso degli anni sono stati pubblicati diversi libri con più particolari.
Perché sia tutto più apprezzato, mi sono limitato ad aggiungere qualche foto di ricordo per la curiosità dei lettori.

Giulio Oggioni