giovedì 5 marzo 2026

Ricerche e appunti dal diario di

DON GIAMPIERO BRAZZELLI

In ricordo del parroco che per 28 anni (1957-1985)

fu alla guida della Parrocchia di Verderio Superiore

Nel 20° anno della sua scomparsa

 

L’amico Giulio Oggioni, lo storico per antonomasia di Verderio, lo scorso anno, era la primavera del 2025, mi diede un fascicoletto di poco più di una ventina di pagine, in formato A4, dedicato a don Giampiero Brazzelli, in occasione del ventesimo anniversario della sua morte. Un libretto denso di dati e appunti tratti dal diario del parroco e raccolti con pazienza e meticolosità da Giulio. Il quale, di suo, ha aggiunto numerose fotografie, mappe e ritagli di giornali del secolo scorso.

Con il suo assenso ho deciso di riproporre sul mio blog l’introduzione del libretto, nella quale Giulio Oggioni ha ripercorso, in estrema sintesi, le tappe principali della vita di don Giampiero Brazzelli. (B.C.)   


 

Don Giampiero Brazzelli è stato parroco di Verderio Superiore dal 29 settembre 1957 al 28 luglio 1985. Era nato a Inveruno il 16 ottobre 1924. Venne ordinato sacerdote nel Duomo di Milano il 31 maggio 1947. Prima della consacrazione, durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato addetto alla segreteria della Curia di Milano quando il cardinale era Idelfonso Schuster. Era presente il giorno che Benito Mussolini venne in Curia. Era caduta la Repubblica di Salò e il cardinale voleva convincerlo ad arrendersi agli Alleati. Così si sarebbero risparmiate molte vite umane. Tutto fu inutile. Dopo pochi mesi venne fucilato e appeso in piazzale Loreto.

A Verderio, don Giampiero arrivò dopo essere stato viceparroco a Colnago, dal 1947 al 1957.
La sua saggia reggenza è durata ben 28 anni e per questo, ancora oggi, è ricordato e amato per la sua instancabile attività in parrocchia.
Appassionato ricercatore di storia, nei suoi anni a Verderio, ha avuto il merito di riordinare interamente l’archivio parrocchiale che, grazie ai Liber Chronicus, i diari dei parroci, scopri che le prime notizie di Verderio partono dal 994, cioè oltre mille anni fa.
Oggi, l’archivio parrocchiale di Verderio è uno dei più forniti e completi della zona, meta, negli anni scorsi, di numerose ricerche di chi voleva ricostruire la propria passata dinastia.
I diari dei parroci, in particolare quelli fino alla fine del 1700, erano scritti in latino e anche di notevole difficoltà nella lettura poiché usavano scrivere talune lettere e vocali dell’alfabeto in modo diverso di oggi. Erano diari preziosi perché, oltre alla cronaca religiosa, riportavano tutti i fatti che accadevano in paese e dintorni. Erano autentici libri di storia. Oggi, purtroppo, questa abitudine non è più in uso, e così si perdono tanti avvenimenti storici.
Don Giampiero ogni volta che li leggeva, prendeva appunti che trascriveva su un quaderno, che alla fine del suo mandato portò con sé a Rescaldina, dove si ritirò in pensione, ma continuò a collaborare con la parrocchia che lo ospitava.
Più volte sono andato a trovarlo e parlare con lui era sempre un grande piacere riascoltare i suoi ricordi di parroco in paese e di appassionato di storia.
Negli ultimi anni della sua vita, oltre ad una peggiorata disabilità motoria, aveva anche problemi respiratori che lo portarono, nei primi anni del 2000, al ricovero in un ospedale e il 22 dicembre del 2005 alla fine della vita.

L'ingresso a Verderio Superiore di don Giampiero il 29 settembre 1957


Qualche anno prima, quando era ancora a Rescaldina, ricordo perfettamente che con Ferdinando Bosisio e Rino Perego, lo avevamo contattato perché stavamo preparando il libro per celebrare il centenario della chiesa dei Santi Giuseppe e Floriano (1902 – 2002). Con lui abbiamo avuto un lungo dialogo storico che ha sicuramente arricchito il testo che si stava preparando.
Proprio in quella occasione, conoscendo la mia passione storica (ma non avevo ancora iniziato a scrivere libri su Verderio) mi consegnò questo quaderno pieno di appunti, senza però un ordine cronologico, di quanto aveva trovato su Verderio.
Quel quaderno l’ho conservato con cura e usato quando, a partire dal 2004, ho iniziato a scrivere libri su Verderio (ben nove) e gli appunti mi sono stati utili, perché sono stati il punto di partenza delle mie approfondite ricerche e con essi ho potuto allargarle prendendo notizie in altri archivi, anche di Stato.
Alla fine del 2024, a seguito di una pervenuta richiesta di notizie sulla cascina Airolda, ho avuto modo di rispolverare vecchi documenti del mio archivio e proprio in questo caso mi è ricapitato in mano il quaderno che don Giampiero mi aveva donato, oltre 25 anni fa.
L’ho sfogliato con affetto e riconoscenza, doti che ho sempre avuto con lui da quando ero ragazzo e, con umiltà e competenza, era una guida meravigliosa e prodiga di consigli.
Ora ho pensato che questi appunti, affinché non vadano persi, sia necessario non solo ribatterli nel mio PC, ma anche metterli in ordine cronologico per una facile lettura e consultazione. Forse serviranno a qualcuno per scoprire altre notizie sul nostro paese.
Tutto questo è quanto leggerete ora di seguito. Mi sono limitato a trascriverli, così come sono i suoi appunti, ma nel corso degli anni sono stati pubblicati diversi libri con più particolari.
Perché sia tutto più apprezzato, mi sono limitato ad aggiungere qualche foto di ricordo per la curiosità dei lettori.

Giulio Oggioni

 

  

lunedì 19 gennaio 2026

1946 – 1947, anni cruciali per la nuova Italia uscita dal fascismo e dalla guerra

 

L’Italia del 1946-’47 era un Paese affamato, in rovina, con distruzioni e bombardamenti che avevano cancellato interi quartieri, da Palermo a Milano, da Napoli a Torino e migliaia di case, fabbriche e attività commerciali, monumenti storici. L’Italia era tornata libera, ma sul suo territorio si accampavano ancora gli eserciti alleati che l’avevano percorso da sud a nord per tutta la sua estensione. E dagli organi politici di controllo angloamericani si continuava in qualche modo a dipendere, anche perché gli aiuti materiali da quella parte soltanto potevano giungere. Aiuti indispensabili: dalle derrate alimentari al carbone, dai macchinari ai binari delle ferrovie. Era l’Unrra, a quei tempi mitica sigla, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si era assunta l’immane compito di riavviare la ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra. Piccole gocce d’acqua di fronte all’oceano dei bisogni da soddisfare.

Governare era d’avvero impresa ardua. Dal dicembre del ’45 era in carica il primo ministero presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi.  Al suo fianco gli uomini migliori dei partiti antifascisti, che avevano combattuto la dittatura fascista e si erano posti alla testa della resistenza all’occupazione tedesca e al governo della Repubblica sociale di Salò, nata dopo l’8 settembre del ’43. C’era Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio, Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, ed altri politici di prim’ordine. A ciascuno di loro spettavano responsabilità di grande peso, in un clima dominato da aspri scontri sociali, determinati dalla diffusa assenza di lavoro, dalla inflazione, dalla perdita progressiva del potere d’acquisto dei salari, da un’industria che doveva rinascere e riconvertirsi, dall’agricoltura che riscopriva con la libertà la voglia di riscatto di milioni di contadini, braccianti e mezzadri, da un commercio semidistrutto e paralizzato, dalle ancor più divaricate condizioni economiche e sociali delle popolazioni del Sud e del Nord Italia.
Eppure si doveva governare e risollevare le sorti del Paese.
C’era da affrontare il problema della pacificazione, dopo la sanguinosa guerra civile che aveva posto gli italiani gli uni contro gli altri, partigiani e “repubblichini” di Salò, lasciando penosi strascichi di odio, risentimenti, vendette. Così com’era necessario stabilire  il grado di responsabilità di quanti con il fascismo avevano soccorso alla soppressione delle libertà e al fallimento di una guerra ingloriosa e perduta. E come se non bastasse, l’Italia doveva scegliere quale istituto la dovesse reggere, monarchia o repubblica, e affrontare le clausole iugulatorie di un trattato di pace che la vedeva a quel tavolo fra i paesi vinti, a fianco di Germania e Giappone.
E’ in quell’atmosfera che si avvia il confronto istituzionale. I partiti di sinistra sono ovviamente schierati a favore della Repubblica; la Democrazia cristiana è profondamente divisa tra le due anime del cattolicesimo, riformista e conservatore. Su questo partito si stanno appuntando le speranze di quanti nel paese temono cambiamenti sociali e ravvisano nei comunisti e nei socialisti le avanguardie interne del blocco sovietico, che in virtù delle vittorie militari contro la Germania nazista, si era spinto sino ai confini dell’Italia.
Abbattere la monarchia impersonata da Casa Savoia sembrava il passo preliminare, indispensabile per aprire una nuova stagione di libertà e democrazia. Troppo intrecciata con il fascismo, con i lutti e le sciagure che ne erano derivati, perché potesse sopravvivere e aprire una nuova stagione storica.
Fu una battaglia senza esclusione di colpi, che portò il paese sull’orlo di una spaccatura irrimediabile. Il 2 giugno 1946 gli italiani si sarebbero dovuti pronunciare con un referendum sul permanere o meno della monarchia e scegliere nello stesso tempo i rappresentanti dei partiti che avrebbero dato vita alla Assemblea costituente che sancisse la nuova forma dello stato.



La Repubblica fu votata dal 54,3% degli elettori, con 12 milioni e 718 mila suffragi, contro i 10 milioni 719 mila della Monarchia. Pochi giorni dopo il voto, esattamente il 7 giugno, re Umberto II annuncia che non lascerà l’Italia, poiché ritiene che la vittoria repubblicana non sia ancora accertata. Il 10 giugno la Corte di cassazione, cui è devoluta la comunicazione ufficiale del responso, attribuisce sì il successo alla Repubblica ma ancora non fornisce il computo complessivo dei voti non validi. Nel Nord e nel Centro del paese, dove la Repubblica era stata votata dal 65%, questi ritardi vengono interpretati come un tentativo di sabotare il verdetto popolare; si tengono numerosi cortei di protesta e accese manifestazioni di piazza. Dopo ulteriori distinguo e minacce, finalmente il 13 giugno Umberto II lascia l’Italia lanciando un proclama in cui accusa il governo di avere assunto poteri che non gli spettavano.
Un paese profondamente spaccato e che nel voto politico, quello destinato all’Assemblea costituente, aveva scelto la Democrazia cristiana come partito di maggioranza relativa con il 35% dei voti, contro il 20,7% dei socialisti e il 19 del Partito comunista.
De Gasperi dà vita ad un nuovo governo del luglio successivo, ancora basato sull’alleanza fra dc, socialisti, comunisti e repubblicani. Prima della formazione del nuovo governo, Palmiro Togliatti, nella sua qualità di ministro di Grazia e Giustizia, aveva varato un provvedimento di amnistia generale per i reati commessi durante e subito dopo la guerra di liberazione. Era l’atteso atto di pacificazione nazionale che comporterà la scarcerazione di migliaia di appartenenti alle formazioni militari della Repubblica di Salò. Ma l’Italia ufficiale, quella dei vecchi poteri e dei burocrati appartenuti al fascismo, non vedeva l’ora di reprimere la voglia di cambiamento emersa nel paese, dopo la fine della guerra. Non a caso l’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo era stato già soppresso all’inizio dell’anno.
La vita degli italiani continua però ad essere difficile, a tratti drammatica. Nel Meridione, in particolare, si verificano ribellioni, saccheggi, assalti ai municipi da parte di masse di contadini poveri, stremati dalla disoccupazione e dalla fame. Ma anche nel Nord si susseguono scioperi, cortei violenti, scontri con la polizia, si reclamano lavoro e aumenti salariali per far fronte all’aumento del costo della vita. Alcuni gruppi di partigiani ritornano con le armi in pugno sulle colline e sulle montagne, dove avevano combattuto durante la Resistenza. Sono delusi e non vedono nulla che avanza della nuova Italia che avevano allora sognato e per la quale avevano combattuto.
Ma la vitalità degli italiani sembrava insopprimibile e alcuni aspetti della vita di tutti i giorni riprendevano lentamente vita e forma: riaprivano le scuole, i matrimoni ricominciavano a crescere, il campionato di calcio era ripreso, il Giro d’Italia tornava sulle strade di un tempo.
Il 1946 stava finendo. Teneva banco la questione di Trieste, divisa sotto amministrazione anglo-americana, da una parte, e di pertinenza jugoslava, dall’altra, mentre a Parigi la conferenza delle nazioni vincitrici andava tracciando i nuovi confini dell’Italia postbellica. Ma l’anno che andava aprendosi, il 1947, avrebbe prodotto novità sconvolgenti sia in campo interno sia internazionale. Il preannuncio fu dato dal viaggio negli Stati Uniti di Alcide De Gasperi, missione che sin dall’inizio parve come un segnale di svolta nelle relazioni politiche tra i partiti italiani. La coalizione antifascista tra gli Stati che avevano combattuto le dittature era già entrata in fase di profondo logoramento. Tra Unione Sovietica e Stati Uniti cresceva la diffidenza e le parti si accusavano a vicenda di non rispettare i patti. Già nel marzo del 1947 si cominciò a teorizzare la nascita della “guerra fredda” tra le due superpotenze. Qui in Italia, anche a causa della scissione avvenuta nel Partito socialista di Nenni, De Gasperi cominciò ad allineare in maniera più stretta la politica del governo alle posizioni degli alleati occidentali, indebolendo di  fatto il peso politico di socialisti e comunisti nell’esecutivo. Il 13 maggio lo stesso De Gasperi si dimette da presidente del Consiglio e apre una nuova crisi politica e le successive consultazioni per la formazione di un nuovo governo, che avvengono in un clima teso, aggravato dalla strage avvenuta a Portella della Ginestra, in Sicilia, ad opera della banda di Salvatore Giuliano, che aveva sparato sui partecipanti alla manifestazione del Primo maggio. Portella della Ginestra è riconosciuta come la prima strage politico-mafiosa dell’Italia unita.

Una recente manifestazione a Portella della Ginestra per ricordare la strage


Il 31 maggio De Gasperi dà vita ad un nuovo esecutivo nel quale non siedono più i rappresentanti dei socialisti e dei comunisti. E’ un momento difficile per la sinistra, trovatasi all’improvviso all’opposizione. La scelta della Dc, pare concordata durante il suo precedente viaggio negli Stati Uniti, andava incontro alla possibilità che l’Italia usufruisse degli aiuti americani, il futuro piano Marshall, così necessari per il rilancio economico del paese. 
Può apparire incredibile che in questa situazione, dominata sempre da manifestazioni di piazza che spesso terminano in conflitti a fuoco con la polizia, i padri costituenti riescano a procedere nei loro lavori. Sono i 75 saggi che l’Assemblea Costituente aveva nominato per la definizione della nuova Carta costituzionale, che promuovono ampi ed elevati dibattiti e che con lungimiranza tracciano le regole condivise della nuova Italia. Ci sono momenti di scontro e di divisione ma alla fine prevale sempre il superiore interesse del Paese. Significativa l’accettazione da parte del Pci dell’art. 7 che introduceva nella Costituzione i rapporti tra Stato e Chiesa, regolati dai vecchi Patti Lateranensi sottoscritti dal Vaticano e dal fascismo. E il 27 dicembre del 1947 la nuova Costituzione, frutto di 170 sedute di discussione,  sarà ratificata da 453 voti favorevoli e 62 contrari. La firma, diverrà emblematica, simbolica chiusura di una breve e feconda stagione che aveva certificato la sconfitta del fascismo, la rinascita democratica del Paese, l’instaurazione della Repubblica. Si chinano sul nuovo testo, che accompagnerà noi italiani nel futuro, tre uomini simbolo del primo mezzo secolo italiano: Enrico De Nicola, vecchia bandiera del liberalismo, Alcide De Gasperi, capo del rinato partito dei cattolici democratici e Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente, comunista, che il lunghi anni di carcere inflittigli dai tribunali fascisti  non erano riusciti a piegare.


venerdì 19 dicembre 2025

 

Il blog Storia e storie di donne e uomini

augura buon Natale, serene feste 

e un nuovo anno ricco di pace e gioia




domenica 16 novembre 2025

 "Non possiamo più accettarne!" I tedeschi di Germania non volevano più accogliere i cittadini dei Sudeti di lingua tedesca espulsi dalla Cecoslovacchia dopo la Seconda guerra mondiale

 

A seguito della dissoluzione dell´Impero austro-ungarico, alla conclusione della Prima guerra mondiale, nel 1918 nacque la Repubblica Cecoslovacca, comprendente le regioni della Boemia, Moravia, Slesia Ceca, Slovacchia e Rutenia.

La neonata Repubblica Cecoslovacca si trovò tuttavia a gestire varie situazioni problematiche, non definite a priori sulla carta e sulle quali si aprirono varie discussioni in campo internazionale, che perdurarono anche nel 1919.

Le nuove frontiere furono contestate sia nelle provincie a maggioranza tedesca, prevalentemente localizzate ai confini con la Germania e l’Austria,  sia nella zona denominata Slesia, rivendicata dai polacchi. Anche la Slovacchia, nella parte meridionale, dovette fare i conti con una situazione di guerra con l’Ungheria.

Le rivendicazioni nazionalistiche autonomiste continuarono sospinte anche dal clima internazionale che si delineò in Europa nel primo dopoguerra. Ad onor del vero occorrerebbe precisare che le popolazioni di etnia germanica iniziarono ad insediarsi nella zona dei Sudeti, la regione dell’altipiano che si trova nella Boemia settentrionale, fin dal XIV secolo. 

I rapporti tra la popolazione boema e tedesca furono problematici fin dai decenni antecedenti la Prima guerra mondiale, nonostante vari tentativi di trovare una soluzione ragionevole da parte dell’Impero austro-ungarico, piuttosto liberale nel cercare di introdurre nel parlamento viennese i rappresentanti politici eletti nelle zone di etnia differente. Per una piena comprensione della tematica autonomista, dobbiamo tenere presente che nel secolo XIX le spinte nazionalistiche portarono alla nascita anche di nuovi stati (si pensi all’Italia, ad esempio), e di fatto crearono le basi per una guerra mondiale che ebbe anche come effetto la deflagrazione dell’Impero degli Asburgo, che esisteva da quattro secoli.

La Cecoslovacchia, nel 1918, nacque effettivamente sulle ceneri dell’Austria  Ungheria e sulla aspettativa delle nazioni vittoriose di punire le nazioni perdenti, in particolare quelle a lingua germanica. Pertanto, accanto ai debiti di guerra, volutamente si divisero le popolazioni di lingua tedesca in vari stati, al fine di impedire la nascita di un forte stato germanico, e limitare una potenziale minaccia futura per tutte le nazioni europee.

La convivenza tra boemi e tedeschi, già problematica prima della guerra, divenne gradualmente insopportabile, spinta dalla politica nazionalsocialista della vicina Germania, che ebbe inizio negli anni Venti del secolo scorso.

Negli anni Trenta le zone dei Sudeti videro in particolare la vittoria elettorale di due partiti nazionalisti, che nel 1933 confluirono nel Sudetendeutsche Partei, apertamente schierato a partire dal 1937 accanto al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori,  meglio conosciuto come Partito Nazista, guidato da Adolf Hitler.

Le pretese autonomiste dei tedeschi presenti nei Sudeti crebbero sempre più, con la crescente forza del partito guidato da Hitler. Il leader del Sudetendeutsche Partei, Kondrad Henlein, nel 1938 arrivò a pretendere la assoluta autonomia dei territori dei Sudeti, presentando tale proposta unilaterale al governo cecoslovacco. Tale richiesta fu rigettata, ma rappresentò il pretesto per la successiva annessione alla Germania nell’autunno dello stesso anno.

In effetti, il 12 settembre 1938 Hitler prese pubblicamente posizione in favore delle rivendicazioni di Henlein e ruppe ogni trattativa con il governo cecoslovacco. In Europa si cercò di raggiungere una soluzione politica a questa crisi sforzandosi di evitare un nuovo conflitto bellico. L’allora capo di governo britannico, Chamberlain, propose una conferenza dei capi di governo britannico, francese, tedesco e italiano, riunitasi poi a Monaco di Baviera, nella quale si acconsentì all’annessione della regione dei Sudeti alla Germania. Per l’Italia era presente Benito Mussolini.

L’illusione vana di evitare un conflitto rese la Germania ancora più forte militarmente e territorialmente. Dal  punto di vista strategico, l’annessione di questi territori era cruciale per la politica di Adolf Hitler in un’ottica di espansione territoriale che mirava a conquistare i territori slavi, possibilmente senza iniziare alcun conflitto con altre nazioni europee. La Cecoslovacchia, considerata vicina alla Gran Bretagna e soprattutto alla Francia, si trovava in effetti in una posizione strategica che avrebbe potuto indebolire la Germania. Con il senno del poi, la scelta di abbandono degli alleati rappresentò un grave errore geopolitico.



Tedeschi dei Sudeti salutano l'esercito nazista che entra in Cecoslovacchia

Sempre con il pretesto di proteggere le minoranze etniche tedesche, nel marzo 1939, Hitler completò il piano di smantellamento della Cecoslovacchia, occupando Praga, e creando il Protettorato Boemo e Moravo, direttamente sotto la propria egemonia, mentre nella regione Slovacca fu instaurato un Governo fantoccio filotedesco.

Accanto ai motivi geopolitici e militari, la Germania ebbe anche un interesse economico ad annettere rapidamente questi territori: la raccolta di manodopera a basso costo (i giovani slavi furono costretti ad andare a lavorare nelle fabbriche tedesche) e presa del possesso da parte del Terzo Reich di materie prime e fabbriche con tecnologia all’avanguardia sul territorio cecoslovacco, indispensabili per armare ulteriormente la Germania.
L’atteggiamento dei tedeschi nei confronti delle minoranze boeme non fu clemente: vi furono diversi arresti, molte persone furono costrette ad emigrare, ed in generale si sviluppò un clima di forte intolleranza nella zona dei Sudeti e della Boemia, che continuò durante la Seconda guerra mondiale. Questo duro atteggiamento, si rivoltò contro le etnie tedesche al termine della guerra, facendole ritenere collaborazioniste del regime nazista e creando le premesse per l’esodo imposto negli anni successivi. Si stima che 2,8 milioni di tedeschi, nel biennio 1945 - 1946 furono costretti ad abbandonare i territori della Boemia e della Moravia, rinunciando ad ogni avere. Alcuni fuggirono portando con sé solo ciò che potevano trasportare sulle spalle o in carriole, mentre altri furono deportati con il bagaglio a mano.

Dopo essere stati espulsi dalla Cecoslovacchia, i tedeschi dei Sudeti affrontarono un aspetto meno noto del loro destino. In Germania, invece di solidarietà, incontrarono rifiuto, umiliazione e odio aperto.


Una famiglia di tedeschi dei Sudeti in cammino verso la Germania

Peter Kurzeck aveva già visto troppo all'età di quattro anni. Originario di Tachov, arrivò in Germania a bordo di un carro bestiame sigillato, in cui anziani e bambini morivano durante il tragitto. Quando lo sportello del carro si aprì, la sua espulsione dalla Cecoslovacchia terminò, ma iniziò un periodo di umiliazione. 

"Ci insultavano, dicevano che eravamo feccia sporca. Negavano persino che fossimo tedeschi. Ci chiedevano: perché non siete rimasti da dove venite?", ricorda un rifugiato dei Sudeti in una raccolta intitolata "Patria straniera".
Milioni di altri esuli subirono un destino simile. Nella stessa Germania, dovettero affrontare non solo difficoltà materiali, ma anche l'ostilità della popolazione locale.
I tedeschi dei Sudeti arrivarono in un Paese bombardato e affamato. La Germania Ovest guadagnò un decimo della sua popolazione a seguito delle deportazioni, mentre la guerra distrusse anche un quarto del patrimonio edilizio. I vecchi coloni spesso non sapevano dove avrebbero vissuto o cosa avrebbero mangiato.
L'afflusso di milioni di tedeschi dell'Est fu percepito più con un senso di minaccia che di solidarietà. Nella devastata Brema, apparvero manifesti con la scritta "Non ne possiamo più! Basta con l'immigrazione!"


Tedeschi dei Sudeti arrivano al campo di transito di Wiesau, attraverso il quale transitarono oltre 850.000 rifugiati

La paura era accompagnata da altre emozioni. I tedeschi dei Sudeti e i polacchi erano spesso considerati un gruppo etnico diverso e inferiore, non del tutto parte dei "veri" tedeschi. Venivano spesso descritti utilizzando la familiare terminologia nazista. Venivano usati termini come "stranieri", "un'altra razza" o "elementi antinazionali".
Nell'ottobre del 1945, la popolazione dello Schleswig scrisse una petizione al maresciallo Montgomery, chiedendo che la loro patria fosse "liberata dai rifugiati". "Questi stranieri provenienti dalle regioni orientali rappresentano un rischio per il carattere nordico del nostro paese e un pericolo per la nostra nazione", afferma il documento. In Baviera furono distribuiti volantini che chiedevano l'espulsione di "prussiani e slesiani".
La prima tappa per gli esuli era solitamente un campo di transito al confine, come quello di Furth im Wald, in Baviera. La procedura di "accoglienza" includeva un trattamento disinfestante con alte dosi di DDT. Dopodiché, i deportati proseguivano il loro viaggio. Le autorità alleate cercarono di tenerli lontani dalle città bombardate e di estendere il loro assalto alle zone rurali, ma incontrarono la tenace resistenza dei contadini, che dovettero essere costretti dai soldati armati di mitragliatrici ad accogliere sotto il loro tetto famiglie con bambini.
" Scene particolarmente indegne si verificavano quando i contadini stessi potevano scegliere chi accettare tra i rifugiati in arrivo", scrive Harald Jähner nel libro Il tempo dei lupi. "Sembrava un mercato degli schiavi. Venivano scelti gli uomini più forti, le donne più belle e i deboli venivano messi da parte con insinuazioni beffarde. Alcuni contadini consideravano gli esuli un legittimo sostituto dei lavoratori forzati e reagivano con rabbia alla richiesta che ai 'polacchi' venisse pagato un salario adeguato in futuro."
Per alcuni sfollati, non c'era alloggio disponibile. Finirono nei campi profughi per anni. Nacque il fenomeno dell'"homo barackensis": persone condannate a vivere in baracche. Spesso si trattava di campi occupati solo di recente da coloro che il regime nazista aveva condannato al ruolo di schiavi.
I tedeschi dei Sudeti furono ospitati, ad esempio, nel  campo di concentramento di Dachau, dove nel 1948 si verificò persino una rivolta dei rifugiati locali. Gli ultimi grandi campi per sfollati poterono essere chiusi solo nel 1966.
Durante il loro esodo, i tedeschi espulsi incrociarono e si scontrarono con prigionieri e lavoratori forzati. Si stima che questi "sfollati", come li chiamava l'amministrazione di occupazione alleata, ovvero coloro che venivano condotti contro la loro volontà nel Terzo Reich, alla fine della guerra in Germania fossero tra gli otto e i dieci milioni. La liberazione li trovò spesso in punto di morte e dopo una serie di esperienze inimmaginabilmente crudeli.
Non sorprende che molti di loro cercassero vendetta. Alcuni, costretti a prestare servizio nella confusione dei bombardamenti, sfuggirono ai loro rapitori. Formarono gruppi che a volte razziavano i villaggi e, oltre a saccheggiare il cibo, ricorrevano alla violenza contro i civili.
Gli Alleati cercarono di trattare i prigionieri e i lavoratori forzati con simpatia, concedendo loro, ad esempio, un trattamento preferenziale rispetto ai tedeschi in termini di accesso al cibo. Ma incomprensioni e scaramucce si verificarono ripetutamente. Di conseguenza, molti lavoratori forzati dovettero continuare a vivere in campi circondati da filo spinato e sorvegliati da soldati, questa volta alleati.
Il destino dei prigionieri ebrei sopravvissuti fu particolarmente crudele. A causa del loro completo esaurimento, molti di loro non ebbero altra scelta che rimanere nei campi di sterminio dove li trovarono i liberatori. Ancora nell'estate del 1945, Earl Harrison, incaricato da Truman, scrisse: "Sembra che stiamo trattando gli ebrei esattamente come li trattarono i nazisti, con l'unica differenza che non li stiamo sterminando. Sono ancora nei campi di concentramento e, invece delle unità delle SS, ora è il nostro esercito a sorvegliarli".
Nonostante tutte le difficoltà e la rete ferroviaria devastata, masse di prigionieri tornarono a casa dopo la guerra, solitamente nella direzione opposta a quella dei tedeschi espulsi. Nel maggio del 1945, centomila persone lasciavano la Germania ogni giorno. Ma c'erano anche persone perseguitate che volevano rimanere in Germania o addirittura cercavano di fuggirvi. Solo poco dopo la guerra, in Polonia si verificarono terrificanti pogrom. Alcuni dei rimpatriati dai campi di sterminio cercarono paradossalmente sicurezza in Germania. Più precisamente in Baviera, che era sotto l'amministrazione di occupazione americana e che era quindi considerata più una provincia americana che parte dell'ex Terzo Reich. A Monaco, subito dopo la guerra, fu creato un vivace quartiere con un importante mercato.
Il centro della vita ebraica nella Baviera del dopoguerra, tuttavia, era l'ex campo di lavori forzati di Föhrenwald, vicino a Monaco. Più di cinquemilacinquecento ebrei si trasferirono gradualmente nell'ex campo di lavori forzati.
Inizialmente ai tedeschi fu proibito l'ingresso nella città, dove si parlava yiddish. Vi fiorì una straordinaria vita sociale. Nel campo si pubblicava un giornale, erano attivi il club sportivo Maccabi, un teatro, una biblioteca, una scuola, un ufficio postale e diverse sinagoghe. La polizia del campo manteneva l'ordine e i partiti politici si contendevano l'influenza nel municipio locale.
Sebbene Föhrenwald fosse solo una stazione di transito per la maggior parte dei residenti diretti in Palestina e in altri paesi, nel 1957 vivevano ancora 800 rifugiati ebrei nel campo. Nello stesso anno, le autorità tedesche chiusero con la forza il campo e distribuirono i residenti rimanenti tra varie città tedesche.

Beniamino Colnaghi

Fonti

Sudeti cecoslovacchi: https://simpleczech.com/2021/09/18/la-difficile-questione-dei-sudeti-cecoslovacchi-una-pagina-di-storia-da-non-dimenticare/

Tedeschi dei Sudeti: https://it.wikipedia.org/wiki/Tedeschi_dei_Sudeti

https://www.seznamzpravy.cz/clanek/magazin-historie-kruty-osud-sudetskych-nemcu-cesi-je-vyhnali-v-nemecku-koncili-v-taborech-275301

venerdì 24 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Ostia, 2 novembre 1975)

Cinquant’anni dopo il suo efferato omicidio, Pasolini continua a parlarci ed a dirci con lucidità e lungimiranza come leggere il nostro tempo.  Moravia diceva che Pasolini è stato l’unico poeta civile italiano venuto dopo Foscolo. In vita questo grande poeta e intellettuale fu letteralmente perseguitato da un’Italia non ancora matura e libera dalla rozza ipocrisia e dal moralismo clerico-fascista. Il volume Le ceneri di Gramsci è il monumento di Pasolini all’antichità della sapienza popolare, a quel mondo inesorabilmente subalterno, sempre uguale nei secoli, almeno fino ai primi anni Sessanta del secolo scorso, gli anni del boom economico, dell’ affermazione del consumismo e della contaminazione della cultura italiana. Pochi anni dopo, a seguito di questo profondo cambiamento, intervenuto in gran parte del popolo italiano, si registrò una regressione che lui stesso chiamò “genocidio culturale”. Arrivati gli anni Settanta, gli ultimi della sua vita, Pasolini cominciò a scrivere sulle pagine di riviste e giornali, tra i quali il “Corriere della Sera” articoli che scandalizzavano l’entusiasmo conformista dell’Italia di quel tempo, ormai diventata una delle maggiori potenze industriali del mondo. Coniugò il concetto di “omologazione culturale” della società, e dunque come fase ultima della lotta di classe. Coniò dei termini che ancora oggi sono richiamati nei dibattiti e negli articoli dei giornali: “il corvo”, “il Palazzo”, “la scomparsa delle lucciole” divennero metafore universali nel vocabolario italiano. La distinzione tra Sviluppo e progresso, un articolo del 1973 che il “Corriere della Sera” mai pubblicò, è ancora oggi al centro del dibattito politico. Pasolini spesso non offriva soluzioni; il suo intento pedagogico e le sue denunce volevano semplicemente far riflettere, evidenziare il problema, porre domande,  a cui altri avrebbero dovuto dare risposte.

Pasolini di fronte alla tomba di Antonio Gramsci al Cimitero Acattolico di Roma

A cinquant’anni dalla sua tragica morte, il suo pensiero non solo non ha perso rilevanza, ma è considerato come una profezia compiuta. Il capitalismo sfrenato, l’edonismo imposto dai potenti e dal mercato, la cultura borghese che omologa le diversità, che hanno soggiogato non solo le istituzioni, ma anche le coscienze, sono tutti concetti che Pasolini denunciava con forza e lucidità.    


La poesia Supplica a mia madre, scritta da Pasolini nell’aprile 1962, venne inserita nella prima edizione del libro Poesia in forma di rosa, pubblicato nel 1964. 

Supplica a mia madre 

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Il monumento dedicato a Pier Paolo Pasolini dal Comune di Roma, eretto sul luogo dove venne ucciso e dove venne rinvenuto il suo corpo
 

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Dal film La ricotta: https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2025/03/dal-film-la-ricotta-il-pensiero-di.html

lunedì 22 settembre 2025

Lo scrittore Elio Vittorini riposa con la sua "Ginetta" al cimitero di Concorezzo (MB)

Nato a Siracusa il 23 luglio 1908, deceduto a Milano il 12 febbraio 1966

Fin da bambino si spostò insieme al  padre ferroviere da una località all'altra della Sicilia. Nel 1924 iniziò il suo peregrinare in giro per l’Italia, dal Friuli, dove si impiegò come contabile in un cantiere edile, a Torino, dove collaborò, prima con La Stampa, e poi con Solaria, per la quale pubblicò la raccolta di racconti Piccola borghesia. Trasferitosi a Firenze nel 1930, fece il segretario di redazione della rivista e, al contempo, il tipografo al quotidiano La Nazione. Imparato l'inglese, Vittorini si diede al lavoro di traduttore. Si schierò presto contro i vecchi stereotipi della tradizione e dalla parte dei nuovi modelli letterari del Novecento. Dopo lo scoppio della Guerra civile spagnola, maturò una più concreta coscienza politica, divenne antifascista radicale ed entrò a far parte del Partito comunista italiano.  Dopo essersi trasferito nel ’39 a Milano ed aver collaborato con diverse case editrici, il regime fascista gli vietò la pubblicazione di alcuni suoi lavori, in particolare della antologia Americana, proseguendo l'ostracismo nei suoi confronti, che non finì nemmeno con la caduta di Mussolini. Arrestato nel luglio 1943 a Milano, lo scrittore fu, infatti, rinchiuso a "San Vittore" e poté uscire dal carcere soltanto dopo l'8 settembre. Protagonista attivo della Resistenza, Vittorini collaborò con grande impegno a l'Unità clandestina, che per qualche mese diresse anche nel 1945, l'anno in cui pubblicò Uomini e no, il suo romanzo di maggiore impegno civile. Sempre quell'anno, nel settembre, uscì per l'editore Einaudi Il Politecnico, le cui posizioni sul concetto di "autonomia dell'arte" portarono a un contrasto con Palmiro Togliatti. Cessata la pubblicazione di Il Politecnico, Vittorini riprese la produzione narrativa. È del 1947 Il Sempione strizza l'occhio al Frejus, del 1949 Le donne di Messina, del 1950 La Garibaldina. Nel 1960 diresse la collana La Medusa, della casa editrice Mondatori ed in seguito la collana Nuovi scrittori stranieri. Nello stesso anno scrisse un manifesto per protestare contro la guerra e la tortura in Algeria, diventando presidente del Partito Radicale. Nel 1961, in collaborazione con Italo Calvino, curò Il Menabò, una rivista-collana di Einaudi, centrata sui rapporti tra letteratura e industria. Lo scrittore è morto prematuramente nel 1966, a soli 58 anni, mentre lavorava alla raccolta di saggi Nuovo Politecnico. Sulla casa milanese di viale Gorizia, dove abitò e morì, lo ricorda una lapide. E’ sepolto nel cimitero di Concorezzo.



Vediamo adesso il motivo per il quale lo stesso Vittorini espresse la volontà di essere sepolto in quel piccolo cimitero. Ciò che legò uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento a Concorezzo fu la storia d’amore con Luigia “Ginetta” Varisco. Due persone di origini diverse: lui siciliano di Siracusa, impegnato politicamente a sinistra ed influente intellettuale nel dopoguerra, lei figlia della prima borghesia industriale che si andava affermando in Brianza. Entrambi erano già sposati quando si incontrarono per la prima volta. “Ginetta” era la settima figlia di Federico Varisco (Amico di pittori, scrittori e artisti, industriale eccentrico,  un socialista riformista e, tra il 1911 e il 1920, due volte sindaco del suo paese, dove aveva costruito l’acquedotto e partecipato alla costituzione della Casa del Popolo) e Maria Antonia Spreafico. Era di piacevole aspetto, tanto da essere accostata a dei canoni estetici in voga in quegli anni, di grande cultura e dalla spiccata personalità. Si era sposata in prime nozze con il drammaturgo e commediografo Cesare Vico Lodovici. Dopo la separazione frequentò il direttore della rivista letteraria Solaria di Firenze, Giansiro Ferrata. Vittorini era invece sposato con la sorella del poeta premio nobel per la letteratura Salvatore Quasimodo, Maria Rosa. Ebbero due figli, Giusto Curzio e Demetrio. Elio e "Ginetta" si conobbero nel 1932 durante una vacanza a Bocca di Magra e fu il cosiddetto colpo di fulmine. Un amore profondo ma proibito per i canoni e le convenzioni dell’epoca. Con la Seconda guerra mondiale e le traversie intervenute si misero definitivamente insieme; lui che lavorava per la casa editrice Bompiani e lei che si era risposata con il Ferrata. Vissero in un primo momento a Milano, al 22 di via Gorizia. Nel 1963 Vittorini si ammalò di cancro e dovette subire una delicata operazione chirurgica. Malgrado la malattia, riprese a lavorare, dirigendo la collana Nuovi scrittori stranieri per Mondadori e l'anno dopo la collana Nuovo Politecnico per Einaudi. Nell'estate del 1965 il cancro si manifestò ancora in maniera più aggressiva, rendendosi incurabile. Morì nel 1966 dopo aver sposato in fin di vita la sua “Ginetta”. 




Le spoglie di Vittorini vennero traslate nel cimitero di Concorezzo alla morte della compagna, avvenuta nel 1978. Per loro espressa volontà, i due sono sepolti nella tomba della famiglia Varisco. Un amore fortissimo quello fra Vittorini e Ginetta (l'unica, si disse, capace di zittirlo con le sue battute in dialetto brianzolo, che lo scrittore spesso non comprendeva) e la cui memoria è oggi racchiusa nella tomba comune. Un amore per sempre.

Beniamino Colnaghi