martedì 14 aprile 2026

La villa Gnecchi Ruscone a Verderio Superiore (Co)

Il fondo su cui sorge la villa di Verderio, parte dei poderi che i conti Airoldi acquistarono nei primi anni del Cinquecento dalle monache di Sant’Agostino in Milano, passò poi al marchese Arrigoni e successivamente in parte ai fratelli Pietro Paolo e Giuseppe Confalonieri ed in parte a Giacomo Ruscone.
La fabbrica secentesca, quadrato edificio con sporgenze agli angoli a guisa di torri, divenne, il 28 aprile del 1799, epicentro di uno scontro sanguinoso, a margine della battaglia di Cassano d’Adda che liberò agli eserciti della seconda coalizione la strada di Milano.
La casa Confalonieri, in quella giornata, fu il baluardo dell’ultima resistenza dei soldati francesi e piemontesi della divisione Serurier, arresasi al tramonto agli alleati austro-russi di Wukassovich, dopo due giornate di combattimenti tra cascine e campagne fra Bernareggio e Paderno.
Di quel giorno rimane una stampa, dal disegno dal vero dell’architetto Carlo Amati, sorpreso dagli eventi al lavoro della chiesa di Paderno; in quella, la villa ha ancora l’aspetto primitivo.
Del secondo ventennio dell’Ottocento sono gli interventi effettuati dall’arch. Besia, che sconvolgono, cancellandolo, il carattere secentesco dello stabile: un sopralzo con belvedere due ali a mezzogiorno, un altro corpo a levante, il grande cortile d’accesso a giardino, le scalinate sul fronte, e sul parco, il salone centrale a dodici finestre.
Mentre si dà imponente aspetto all’esterno, si riducono aperture ed ambienti interni, i soli che tornano al primario splendore quando nel 1888 Giuseppe Gnecchi  acquista la casa e la proprietà Confalonieri, riunendola con la adiacente proprietà ex Arrigoni, ricevuta in eredità dallo zio Giacomo Ruscone, che volle lasciargli oltre ai suoi beni, anche il proprio cognome per ricordare nel tempo la sua famiglia con lui estinta.
Il riordino è di Fausto Bagatti Valsecchi, architetto milanese (che costruirà, sempre a Verderio, per lo stesso committente, la chiesa, il municipio, e il cimitero). All’interno tornano in luce volte a cassettoni, si riportano le finestre alle primitive dimensioni, mentre l’esterno, di impossibile modifica, resta testimonianza del gusto, della ricerca del grandioso e del voler apparire della restaurazione.
Il piano civile, rialzato di circa quattro metri, occupati da locali corrispondenti ai superiori, è formato da un grande salone centrale che ne occupa tutta l’altezza e che è illuminato da sei finestre a mezzogiorno e sei a tramontana, mentre a levante ed a ponente si sviluppano gli altri locali divisi in due piani, dell’altezza di sei metri e mezzo al primo piano e di quattro al secondo.
Da quindici anni a questa parte (siamo dunque nel 1977 NdR) la villa è stata frazionata in quattordici appartamenti indipendenti, mentre i saloni centrali, la cappella, il parco ed i cortili sono rimasti di proprietà comune.


Nota: I Comuni di Verderio Superiore e Verderio Inferiore, nel 2014, a seguito di fusione, hanno formato il Comune di Verderio, facente parte della Provincia di Lecco.

Fonte: Associazione dimore storiche italiane – sezione Lombardia – XV assemblea nazionale – Monza, 20 giugno 1992

giovedì 5 marzo 2026

Ricerche e appunti dal diario di

DON GIAMPIERO BRAZZELLI

In ricordo del parroco che per 28 anni (1957-1985)

fu alla guida della Parrocchia di Verderio Superiore

Nel 20° anno della sua scomparsa

 

L’amico Giulio Oggioni, lo storico per antonomasia di Verderio, lo scorso anno, era la primavera del 2025, mi diede un fascicoletto di poco più di una ventina di pagine, in formato A4, dedicato a don Giampiero Brazzelli, in occasione del ventesimo anniversario della sua morte. Un libretto denso di dati e appunti tratti dal diario del parroco e raccolti con pazienza e meticolosità da Giulio. Il quale, di suo, ha aggiunto numerose fotografie, mappe e ritagli di giornali del secolo scorso.

Con il suo assenso ho deciso di riproporre sul mio blog l’introduzione del libretto, nella quale Giulio Oggioni ha ripercorso, in estrema sintesi, le tappe principali della vita di don Giampiero Brazzelli. (B.C.)   


 

Don Giampiero Brazzelli è stato parroco di Verderio Superiore dal 29 settembre 1957 al 28 luglio 1985. Era nato a Inveruno il 16 ottobre 1924. Venne ordinato sacerdote nel Duomo di Milano il 31 maggio 1947. Prima della consacrazione, durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato addetto alla segreteria della Curia di Milano quando il cardinale era Idelfonso Schuster. Era presente il giorno che Benito Mussolini venne in Curia. Era caduta la Repubblica di Salò e il cardinale voleva convincerlo ad arrendersi agli Alleati. Così si sarebbero risparmiate molte vite umane. Tutto fu inutile. Dopo pochi mesi venne fucilato e appeso in piazzale Loreto.

A Verderio, don Giampiero arrivò dopo essere stato viceparroco a Colnago, dal 1947 al 1957.
La sua saggia reggenza è durata ben 28 anni e per questo, ancora oggi, è ricordato e amato per la sua instancabile attività in parrocchia.
Appassionato ricercatore di storia, nei suoi anni a Verderio, ha avuto il merito di riordinare interamente l’archivio parrocchiale che, grazie ai Liber Chronicus, i diari dei parroci, scopri che le prime notizie di Verderio partono dal 994, cioè oltre mille anni fa.
Oggi, l’archivio parrocchiale di Verderio è uno dei più forniti e completi della zona, meta, negli anni scorsi, di numerose ricerche di chi voleva ricostruire la propria passata dinastia.
I diari dei parroci, in particolare quelli fino alla fine del 1700, erano scritti in latino e anche di notevole difficoltà nella lettura poiché usavano scrivere talune lettere e vocali dell’alfabeto in modo diverso di oggi. Erano diari preziosi perché, oltre alla cronaca religiosa, riportavano tutti i fatti che accadevano in paese e dintorni. Erano autentici libri di storia. Oggi, purtroppo, questa abitudine non è più in uso, e così si perdono tanti avvenimenti storici.
Don Giampiero ogni volta che li leggeva, prendeva appunti che trascriveva su un quaderno, che alla fine del suo mandato portò con sé a Rescaldina, dove si ritirò in pensione, ma continuò a collaborare con la parrocchia che lo ospitava.
Più volte sono andato a trovarlo e parlare con lui era sempre un grande piacere riascoltare i suoi ricordi di parroco in paese e di appassionato di storia.
Negli ultimi anni della sua vita, oltre ad una peggiorata disabilità motoria, aveva anche problemi respiratori che lo portarono, nei primi anni del 2000, al ricovero in un ospedale e il 22 dicembre del 2005 alla fine della vita.

L'ingresso a Verderio Superiore di don Giampiero il 29 settembre 1957


Qualche anno prima, quando era ancora a Rescaldina, ricordo perfettamente che con Ferdinando Bosisio e Rino Perego, lo avevamo contattato perché stavamo preparando il libro per celebrare il centenario della chiesa dei Santi Giuseppe e Floriano (1902 – 2002). Con lui abbiamo avuto un lungo dialogo storico che ha sicuramente arricchito il testo che si stava preparando.
Proprio in quella occasione, conoscendo la mia passione storica (ma non avevo ancora iniziato a scrivere libri su Verderio) mi consegnò questo quaderno pieno di appunti, senza però un ordine cronologico, di quanto aveva trovato su Verderio.
Quel quaderno l’ho conservato con cura e usato quando, a partire dal 2004, ho iniziato a scrivere libri su Verderio (ben nove) e gli appunti mi sono stati utili, perché sono stati il punto di partenza delle mie approfondite ricerche e con essi ho potuto allargarle prendendo notizie in altri archivi, anche di Stato.
Alla fine del 2024, a seguito di una pervenuta richiesta di notizie sulla cascina Airolda, ho avuto modo di rispolverare vecchi documenti del mio archivio e proprio in questo caso mi è ricapitato in mano il quaderno che don Giampiero mi aveva donato, oltre 25 anni fa.
L’ho sfogliato con affetto e riconoscenza, doti che ho sempre avuto con lui da quando ero ragazzo e, con umiltà e competenza, era una guida meravigliosa e prodiga di consigli.
Ora ho pensato che questi appunti, affinché non vadano persi, sia necessario non solo ribatterli nel mio PC, ma anche metterli in ordine cronologico per una facile lettura e consultazione. Forse serviranno a qualcuno per scoprire altre notizie sul nostro paese.
Tutto questo è quanto leggerete ora di seguito. Mi sono limitato a trascriverli, così come sono i suoi appunti, ma nel corso degli anni sono stati pubblicati diversi libri con più particolari.
Perché sia tutto più apprezzato, mi sono limitato ad aggiungere qualche foto di ricordo per la curiosità dei lettori.

Giulio Oggioni

 

  

lunedì 19 gennaio 2026

1946 – 1947, anni cruciali per la nuova Italia uscita dal fascismo e dalla guerra

 

L’Italia del 1946-’47 era un Paese affamato, in rovina, con distruzioni e bombardamenti che avevano cancellato interi quartieri, da Palermo a Milano, da Napoli a Torino e migliaia di case, fabbriche e attività commerciali, monumenti storici. L’Italia era tornata libera, ma sul suo territorio si accampavano ancora gli eserciti alleati che l’avevano percorso da sud a nord per tutta la sua estensione. E dagli organi politici di controllo angloamericani si continuava in qualche modo a dipendere, anche perché gli aiuti materiali da quella parte soltanto potevano giungere. Aiuti indispensabili: dalle derrate alimentari al carbone, dai macchinari ai binari delle ferrovie. Era l’Unrra, a quei tempi mitica sigla, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si era assunta l’immane compito di riavviare la ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra. Piccole gocce d’acqua di fronte all’oceano dei bisogni da soddisfare.

Governare era d’avvero impresa ardua. Dal dicembre del ’45 era in carica il primo ministero presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi.  Al suo fianco gli uomini migliori dei partiti antifascisti, che avevano combattuto la dittatura fascista e si erano posti alla testa della resistenza all’occupazione tedesca e al governo della Repubblica sociale di Salò, nata dopo l’8 settembre del ’43. C’era Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio, Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, ed altri politici di prim’ordine. A ciascuno di loro spettavano responsabilità di grande peso, in un clima dominato da aspri scontri sociali, determinati dalla diffusa assenza di lavoro, dalla inflazione, dalla perdita progressiva del potere d’acquisto dei salari, da un’industria che doveva rinascere e riconvertirsi, dall’agricoltura che riscopriva con la libertà la voglia di riscatto di milioni di contadini, braccianti e mezzadri, da un commercio semidistrutto e paralizzato, dalle ancor più divaricate condizioni economiche e sociali delle popolazioni del Sud e del Nord Italia.
Eppure si doveva governare e risollevare le sorti del Paese.
C’era da affrontare il problema della pacificazione, dopo la sanguinosa guerra civile che aveva posto gli italiani gli uni contro gli altri, partigiani e “repubblichini” di Salò, lasciando penosi strascichi di odio, risentimenti, vendette. Così com’era necessario stabilire  il grado di responsabilità di quanti con il fascismo avevano soccorso alla soppressione delle libertà e al fallimento di una guerra ingloriosa e perduta. E come se non bastasse, l’Italia doveva scegliere quale istituto la dovesse reggere, monarchia o repubblica, e affrontare le clausole iugulatorie di un trattato di pace che la vedeva a quel tavolo fra i paesi vinti, a fianco di Germania e Giappone.
E’ in quell’atmosfera che si avvia il confronto istituzionale. I partiti di sinistra sono ovviamente schierati a favore della Repubblica; la Democrazia cristiana è profondamente divisa tra le due anime del cattolicesimo, riformista e conservatore. Su questo partito si stanno appuntando le speranze di quanti nel paese temono cambiamenti sociali e ravvisano nei comunisti e nei socialisti le avanguardie interne del blocco sovietico, che in virtù delle vittorie militari contro la Germania nazista, si era spinto sino ai confini dell’Italia.
Abbattere la monarchia impersonata da Casa Savoia sembrava il passo preliminare, indispensabile per aprire una nuova stagione di libertà e democrazia. Troppo intrecciata con il fascismo, con i lutti e le sciagure che ne erano derivati, perché potesse sopravvivere e aprire una nuova stagione storica.
Fu una battaglia senza esclusione di colpi, che portò il paese sull’orlo di una spaccatura irrimediabile. Il 2 giugno 1946 gli italiani si sarebbero dovuti pronunciare con un referendum sul permanere o meno della monarchia e scegliere nello stesso tempo i rappresentanti dei partiti che avrebbero dato vita alla Assemblea costituente che sancisse la nuova forma dello stato.



La Repubblica fu votata dal 54,3% degli elettori, con 12 milioni e 718 mila suffragi, contro i 10 milioni 719 mila della Monarchia. Pochi giorni dopo il voto, esattamente il 7 giugno, re Umberto II annuncia che non lascerà l’Italia, poiché ritiene che la vittoria repubblicana non sia ancora accertata. Il 10 giugno la Corte di cassazione, cui è devoluta la comunicazione ufficiale del responso, attribuisce sì il successo alla Repubblica ma ancora non fornisce il computo complessivo dei voti non validi. Nel Nord e nel Centro del paese, dove la Repubblica era stata votata dal 65%, questi ritardi vengono interpretati come un tentativo di sabotare il verdetto popolare; si tengono numerosi cortei di protesta e accese manifestazioni di piazza. Dopo ulteriori distinguo e minacce, finalmente il 13 giugno Umberto II lascia l’Italia lanciando un proclama in cui accusa il governo di avere assunto poteri che non gli spettavano.
Un paese profondamente spaccato e che nel voto politico, quello destinato all’Assemblea costituente, aveva scelto la Democrazia cristiana come partito di maggioranza relativa con il 35% dei voti, contro il 20,7% dei socialisti e il 19 del Partito comunista.
De Gasperi dà vita ad un nuovo governo del luglio successivo, ancora basato sull’alleanza fra dc, socialisti, comunisti e repubblicani. Prima della formazione del nuovo governo, Palmiro Togliatti, nella sua qualità di ministro di Grazia e Giustizia, aveva varato un provvedimento di amnistia generale per i reati commessi durante e subito dopo la guerra di liberazione. Era l’atteso atto di pacificazione nazionale che comporterà la scarcerazione di migliaia di appartenenti alle formazioni militari della Repubblica di Salò. Ma l’Italia ufficiale, quella dei vecchi poteri e dei burocrati appartenuti al fascismo, non vedeva l’ora di reprimere la voglia di cambiamento emersa nel paese, dopo la fine della guerra. Non a caso l’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo era stato già soppresso all’inizio dell’anno.
La vita degli italiani continua però ad essere difficile, a tratti drammatica. Nel Meridione, in particolare, si verificano ribellioni, saccheggi, assalti ai municipi da parte di masse di contadini poveri, stremati dalla disoccupazione e dalla fame. Ma anche nel Nord si susseguono scioperi, cortei violenti, scontri con la polizia, si reclamano lavoro e aumenti salariali per far fronte all’aumento del costo della vita. Alcuni gruppi di partigiani ritornano con le armi in pugno sulle colline e sulle montagne, dove avevano combattuto durante la Resistenza. Sono delusi e non vedono nulla che avanza della nuova Italia che avevano allora sognato e per la quale avevano combattuto.
Ma la vitalità degli italiani sembrava insopprimibile e alcuni aspetti della vita di tutti i giorni riprendevano lentamente vita e forma: riaprivano le scuole, i matrimoni ricominciavano a crescere, il campionato di calcio era ripreso, il Giro d’Italia tornava sulle strade di un tempo.
Il 1946 stava finendo. Teneva banco la questione di Trieste, divisa sotto amministrazione anglo-americana, da una parte, e di pertinenza jugoslava, dall’altra, mentre a Parigi la conferenza delle nazioni vincitrici andava tracciando i nuovi confini dell’Italia postbellica. Ma l’anno che andava aprendosi, il 1947, avrebbe prodotto novità sconvolgenti sia in campo interno sia internazionale. Il preannuncio fu dato dal viaggio negli Stati Uniti di Alcide De Gasperi, missione che sin dall’inizio parve come un segnale di svolta nelle relazioni politiche tra i partiti italiani. La coalizione antifascista tra gli Stati che avevano combattuto le dittature era già entrata in fase di profondo logoramento. Tra Unione Sovietica e Stati Uniti cresceva la diffidenza e le parti si accusavano a vicenda di non rispettare i patti. Già nel marzo del 1947 si cominciò a teorizzare la nascita della “guerra fredda” tra le due superpotenze. Qui in Italia, anche a causa della scissione avvenuta nel Partito socialista di Nenni, De Gasperi cominciò ad allineare in maniera più stretta la politica del governo alle posizioni degli alleati occidentali, indebolendo di  fatto il peso politico di socialisti e comunisti nell’esecutivo. Il 13 maggio lo stesso De Gasperi si dimette da presidente del Consiglio e apre una nuova crisi politica e le successive consultazioni per la formazione di un nuovo governo, che avvengono in un clima teso, aggravato dalla strage avvenuta a Portella della Ginestra, in Sicilia, ad opera della banda di Salvatore Giuliano, che aveva sparato sui partecipanti alla manifestazione del Primo maggio. Portella della Ginestra è riconosciuta come la prima strage politico-mafiosa dell’Italia unita.

Una recente manifestazione a Portella della Ginestra per ricordare la strage


Il 31 maggio De Gasperi dà vita ad un nuovo esecutivo nel quale non siedono più i rappresentanti dei socialisti e dei comunisti. E’ un momento difficile per la sinistra, trovatasi all’improvviso all’opposizione. La scelta della Dc, pare concordata durante il suo precedente viaggio negli Stati Uniti, andava incontro alla possibilità che l’Italia usufruisse degli aiuti americani, il futuro piano Marshall, così necessari per il rilancio economico del paese. 
Può apparire incredibile che in questa situazione, dominata sempre da manifestazioni di piazza che spesso terminano in conflitti a fuoco con la polizia, i padri costituenti riescano a procedere nei loro lavori. Sono i 75 saggi che l’Assemblea Costituente aveva nominato per la definizione della nuova Carta costituzionale, che promuovono ampi ed elevati dibattiti e che con lungimiranza tracciano le regole condivise della nuova Italia. Ci sono momenti di scontro e di divisione ma alla fine prevale sempre il superiore interesse del Paese. Significativa l’accettazione da parte del Pci dell’art. 7 che introduceva nella Costituzione i rapporti tra Stato e Chiesa, regolati dai vecchi Patti Lateranensi sottoscritti dal Vaticano e dal fascismo. E il 27 dicembre del 1947 la nuova Costituzione, frutto di 170 sedute di discussione,  sarà ratificata da 453 voti favorevoli e 62 contrari. La firma, diverrà emblematica, simbolica chiusura di una breve e feconda stagione che aveva certificato la sconfitta del fascismo, la rinascita democratica del Paese, l’instaurazione della Repubblica. Si chinano sul nuovo testo, che accompagnerà noi italiani nel futuro, tre uomini simbolo del primo mezzo secolo italiano: Enrico De Nicola, vecchia bandiera del liberalismo, Alcide De Gasperi, capo del rinato partito dei cattolici democratici e Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente, comunista, che il lunghi anni di carcere inflittigli dai tribunali fascisti  non erano riusciti a piegare.