martedì 12 maggio 2020

La Salette, il fascino di una cascina salvata(1)

di Giulio Oggioni (storico verderiese)

“La Salette”, inaugurata nel gennaio del 1856, è stata recentemente restaurata, non più per le famiglie contadine come una volta, ma trasformata in un residence per l’ospitalità e il benessere, dove ci si può curare e gustare anche specialità culinarie molto ricercate.

 
In questi anni torna di moda il tema “Salviamo le cascine della Brianza”. Sono tantissime. Di alcune è già iniziato il restauro, mentre altre sono andate distrutte.
Una tra le più belle, per la sua imponenza architettonica, si trova a Verderio, sul confine di Bernareggio e Ronco Briantino: è la cascina “La Salette”, costruita con grande ingegno tra gli anni 1850 e 1855.
La sua inaugurazione risale al 1856. Fu progettata dall’architetto milanese Gaetano Besia, su richiesta del conte Luigi Confalonieri Strattmann di Milano. Il conte, che ebbe ben tredici figli, oltre alla residenza milanese, non disdegnava di passare molto tempo anche nella sua villa in centro paese, nell’allora Verderio Superiore.
Perché la chiamò “Cascina La Salette” è subito detto. Dieci anni prima, esattamente il 19 settembre 1846, la Vergine Maria era apparsa a due pastorelli, Melania e Massimino, in un piccolo paese delle Alpi francesi: La Salette, non lontano da Corps, zona di Gap. La veggente di quella apparizione si fece suora Carmelitana e alcuni documenti che parlano di lei e dell’apparizione si trovano nel convento di Concesa (Trezzo sull’Adda).
Il priore, padre Adeodato Bonzi, si mise in contatto con il cugino, conte Luigi Confalonieri, che si incontrò con i veggenti per conoscere ogni dettaglio dell’apparizione. Per la sua nuova cascina, ordinò una pregevole statua di legno della Madonna con i due veggenti, esattamente come l’avevano descritta e le mise in una cappella al centro delle abitazioni.
La statua arrivò in cascina nel mese di gennaio del 1856 e la tradizione popolare racconta che c’era la neve alta e faceva molto freddo, ma quando fece il suo ingresso in corte, un pesco vicino al portone d’ingresso, fiorì improvvisamente come fosse primavera inoltrata. La gente gridò al miracolo e ne strappò i rami. Era il segnale che la Vergine aveva gradito il gesto del conte e della sua gente. Del resto, non è l’unico miracolo accaduto in cascina, ma molti altri si possono leggere nel libro uscito nel 2006, in occasione del 150° anniversario della sua costruzione.
La cascina era molto ampia e, in passato, ha ospitato anche più di un centinaio di persone. A pianterreno, sotto i porticati si trovavano le ampie cucine, mentre al piano rialzato, raggiungibile con due larghe scale di granito, erano poste le camere e, sotto il tetto, i solai. Ai due lati vennero erette anche due torri con altri locali ad uso abitativo per le famiglie, mentre ai lati del corpo centrale vennero costruite le stalle, i servizi igienici in comune, un pozzo e una cisterna per l’acqua piovana.
Il pozzo aveva una caratteristica unica: si pescava l’acqua fresca alla profondità di circa ottanta metri, probabilmente derivante da una falda dell’Adda ed era anche curativa come quella delle terme di oggi.
Il cortile, di erba con larghi sentieri laterali e uno centrale di acciottolato, era molto ampio e in esso giocavano i bambini, stendevano la biancheria al sole le mamme, starnazzavano gli animali domestici, ma soprattutto, ci lavoravano i contadini.
Tutto questo è durato fino ad una ventina di anni fa, poi, con l’addio dei contadini che l’abitavano, la cascina restò disabitata e iniziò l’abbandono. Fortunatamente qualcuno si prese premura di acquistarla per ristrutturarla completamente, trasformandola in un residence, senza però cambiare le sue sembianze, ma restituendole la bellezza di un tempo.
Immersa nel verde, ora è un luogo di ospitalità e benessere, con esperti di medicina generale e sportiva, di fisioterapia, di dermatologia e altre specialità. In essa c’è anche un ricercato ristorante dove, su prenotazione, si possono gustare specialità e anche organizzare pranzi di lavoro e di cerimonie varie.
Entrando, per chi ci ha vissuto a lungo in cascina, si prova ancora la nostalgia del tempo passato, della gente che ci abitava, dei suoi animali ruspanti.
Va dato quindi il merito a chi ha voluto ristrutturarla evitando il crollo definitivo come è successo a molti altri gioielli della nostra Brianza.
La cascina, esternamente e internamente, ha conservato il suo fascino, ma soprattutto è rimasta la cappella con la sua Madonna e i veggenti che aspettano la vostra visita per soddisfare non solo la curiosità e le necessità fisiche, ma anche per rivolgere alla Madre Celeste un saluto e una breve preghiera. 

Nota
1. Articolo apparso sul periodico la curt, a cura dell’Associazione Amici della Storia della Brianza, N. 10 – settembre 2017
 
Sitografia
La cascina La Salette di Verderio: https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2013/09/la-madonna-di-la-salette-verderio.html
  

lunedì 20 aprile 2020

25 aprile 1945 - 25 aprile 2020
La Resistenza nella Bassa Brianza monzese

A confermare il grande spirito antifascista della Brianza furono i risultati elettorali del 1924, ove, già in pieno regime fascista ed in una elezione piena di brogli e atti intimidatori, il Listone fascista fu sonoramente sconfitto. Mentre a livello nazionale la somma delle due liste fasciste raggiunse il 65% dei voti, in Brianza non toccò nemmeno il 19%. I risultati nel circondario brianzolo furono i seguenti: PPI (Partito popolare italiano) 35,9%, PSU (Partito socialista unitario) 19%, Lista fascista 18,7, Pcd’I (Partito comunista d’Italia) 13,4%, PSI massimalisti 11%.
Per il Duce fu una sconfitta bruciante. La furia dei gerarchi fascisti si manifestò con una raffica di violenze che colpì le istituzioni, sia cattoliche sia socialiste e comuniste. Con l'aiuto di squadre fasciste giunte dalla Bassa milanese e da Milano, a Monza furono devastate le sedi de «Il Cittadino», della Camera del Lavoro e di 14 circoli cattolici e 12 socialisti. Inoltre, nel circondario brianteo cooperative, circoli e biblioteche di ben 43 paesi subirono la stessa sorte.
I risultati delle elezioni evidenziarono il grande spirito antifascista delle popolazioni brianzole, non solo di quelle orientate a sinistra, ma in misura consistente anche di quelle cattoliche.
L’antifascismo in Brianza fu radicato e profondamente unitario e di popolo. La Resistenza vide la partecipazione di tutte le diverse organizzazioni partigiane. Una serie di resoconti, dati e testimonianze sono dettagliatamente illustrati nei libri di Pietro Arienti, La Resistenza in Brianza; di Emilio Diligenti e Alfredo Pozzi, La Brianza in un secolo di storia d’Italia; di Carlo Levati, Ribelli per amore della libertà e dell’ANPI di Desio, 60 liberazioni – album di famiglia.
Alla vigilia dell’insurrezione è stato calcolato che in Brianza, compresa la zona del lecchese, erano operanti oltre 30 brigate e formazioni partigiane, di diverso orientamento politico e culturale, per un totale di oltre 8.000 uomini. A Pizzo D’Erna, sopra Lecco, si è svolta, tra il 17 ed il 20 ottobre 1943, la prima battaglia della Resistenza nell’Italia settentrionale, alla quale parteciparono anche dei brianzoli, che, a seguito della controffensiva tedesca, si sono poi spostati in altre zone d’Italia, in particolare in Val D’Ossola. Una bellissima targa, posta all’arrivo della funivia dei Piani D’Erna, con la foto del comandante partigiano Invernizzi, ricorda quegli avvenimenti.
Per questa posizione geografica e per la vicinanza del confine elvetico, la zona lecchese non poté fare a meno di diventare nella regione il centro organizzativo del nuovo movimento armato antifascista ed anti-tedesco.(1)
 
La targa commemorativa ai Piani D'Erna

A partire dal 1942, anche in Bassa Brianza, per intenderci nel territorio appena sopra Monza, tra Seveso, Seregno, Meda, Lentate, Cesano Maderno, dove iniziano le prime dolci ondulazioni, come un po’ ovunque, cominciarono a scarseggiare i viveri di prima necessità, che vennero razionati, e si verificarono i primi bombardamenti. A seguito dei massicci bombardamenti alleati di Milano, arrivarono nei comuni brianzoli i primi sfollati. La vita della gente divenne ancora più precaria. In un tale quadro si può comprendere quindi come, nel diffuso malcontento popolare, si ebbero i primi sintomi di fermento: diversi giovani partirono dai loro paesi per aderire alle formazioni partigiane già costituitesi. Si formarono gruppi clandestini e nuclei di antifascisti cominciarono a nascondere armi. I rapporti tra gli occupanti tedeschi e la popolazione civile s’inasprirono ulteriormente. Si assistette ad una escalation di sequestri illegittimi, arbitrarie perquisizioni domiciliari, precettazioni ed angherie di ogni sorte. Il clima divenne sempre più di paura e di sospetto. Aumentarono le denunce anonime e le delazioni, la repressione si inasprì, si allargò a macchia d’olio la borsa nera.
Ma anche i partigiani intensificarono la propria attività, moltiplicarono le riunioni clandestine, aumentarono gli atti di sabotaggio, si procurarono le armi, compirono azioni di disturbo. In questi comuni l’organizzazione della Resistenza fu, dal punto di vista militare, di tipo tradizionale. Non meno rilevante fu il lavoro politico portato avanti parallelamente all’azione bellica. Le fabbriche della zona diedero il loro contributo, organizzando scioperi memorabili, come quelli del marzo 1943. Le azioni politiche e sindacali si coordinarono con il centro strategico di Milano e Sesto San Giovanni e le zone di Varese e Como-Lecco.
Nell’ottobre del ’43 iniziarono ad operare in Brianza le prime Squadre di Azione Patriottica, impegnate soprattutto a procurare armi ed a compiere atti di sabotaggio contro installazioni germaniche. In numerose fabbriche della Brianza si svolsero gli scioperi del marzo 1944: Hensemberger e Singer di Monza, Bianchi di Desio, Gilera e Bestetti di Arcore, Incisa di Lissone, Linificio e Canapificio di Vimercate. Significativi furono quelli nelle fabbriche tessili con manodopera prevalentemente femminile.

 
La Resistenza nella Bassa Brianza fu probabilmente meno esaltante e rilevante sotto l’aspetto militare, rispetto ai combattimenti avvenuti in montagna, ma non per questo meno utile e priva d’interesse. Nel loro bel libro sopraccennato, Diligenti e Pozzi hanno scritto: “La Brianza ha dato più di quello che finora è apparso negli studi storici sulla Resistenza in Italia, più di quello che gli stessi brianzoli pensano di avere dato”.
In questa terra “… dove operai, contadini e artigiani vivono a contatto con i propri dirigenti e compagni di lavoro, e dove la Chiesa si appoggia alle case e vive la vita che la anima, è naturale che la resistenza al nazifascismo nascesse e si sviluppasse come una realtà pluralistica, pur nella comune unità di intenti e di scopi”.(2) Questi comuni sono stati impregnati di una profonda tradizione culturale cattolica, come del resto lo è stata tutta l’area brianzola. Questo elemento, unito alla significativa presenza della tradizione socialista e dell’associazionismo cooperativo, è assai importante per capire la naturale ripulsione di questa terra verso la dittatura fascista.  “In questa dimensione sociale si incontrano gli uomini di tutti i partiti e di tutte le opinioni politiche, il che aiuta a comprendere come la lotta per la Liberazione trovò accomunati cattolici, comunisti, socialisti, liberali, uomini del partito d’azione e apolitici”.(3) 
La caratteristica con la quale il fascismo si manifestò nella Bassa Brianza non fu sostanzialmente diversa da quella conosciuta da gran parte degli italiani, soprattutto nelle aree del centro-nord. Non vi furono, nei territori in questione, eccidi e stragi paragonabili a quanto avvenne in certe zone dell’Emilia Romagna, della Toscana ed a Roma, ma vennero compiuti, da parte dei fascisti repubblichini e dei nazisti, violenze e atti criminali nei confronti di partigiani e cittadini innocenti.
Come a Lissone, quando, l'11 giugno 1944, due membri della Legione Muti, in servizio presso il Comune e sempre scatenati alla ricerca di renitenti, furono uccisi dal lancio di bombe a mano. Per ritorsione vennero arrestati cinque·partigiani, i quali non era sicuro fossero gli autori dell' attentato. Ma ormai la guerra era totale, per loro non ci fu scampo. Pierino Erba e Carlo Parravicini vennero condotti nella piazza centrale del paese. I fascisti chiamarono a raccolta con gli altoparlanti la popolazio­ne  ignara di ciò che stava accadendo. Dopo pochi minuti i due giovani furono fucilati pubblicamente. Altri due fermati, Remo Chiusi e Mario Somaschini, furono invece incarcerati e seviziati alla Villa Reale a Monza dove, il giorno seguente, subirono la stessa tragica sorte.
Verso la fine di quello stesso mese, a Desio si assistette all’omicidio di Luigi Biondi, partigiano dell' Atm di Milano, prelevato da casa sua in viale Monza a Milano e trucidato nella cittadina brianzola.
A Seveso, il 13 luglio 1944, durante un allarme aereo, la ronda della Gnr (Guardia Nazionale Repubblicana) uccide per la leggerezza di un suo componente una signora inerme, Antonia Vago. A sparare è stato il milite Paolo Cogliati, che è subito trasferito. Un mese dopo viene ucciso in circostanze non chiarite, mentre era di servizio sulla pro­vinciale Saronno-Monza.
Il 31 agosto, a Cesano Maderno, un’altra squadra della Gnr e della Brigata nera si reca presso un deposito di armi allestito dai partigiani del luogo. I fascisti perquisiscono così Baruccana, frazione di Seveso, dove rinvengono armi, manifestini antifascisti e parecchie carte d'identità in bianco. Mentre è in atto il sopralluogo giunge il partigiano Pietro Arienti, che viene immediatamente immobilizzato. Ha indosso due pistole, il suo destino è segnato. Viene caricato su di un camion e trasferito alla caserma di Cesano. Pietro non si dà per vinto e salta improvvisamente dal mezzo, un milite se ne avvede e con una scarica lo abbatte, i proiettili vaganti colpiscono anche una passante, uccidendola.
Il 18 luglio, nel Canturino, la polizia fascista è alla caccia di elementi particolarmente attivi nella ribellione; uno degli obiettivi è Cucciago, dove abita Bruno Battocchio, uno dei primi sappisti della zona. Giunti alla casa di questi non pensano a dare degli avvertimenti, agiscono immediatamente. Sfondano la porta e lanciano all’interno della casa delle bombe a mano uccidendo degli inermi. Il ricercato non era nemmeno in casa. Muoiono senza colpe Giovanni Battocchio, fratello di Bruno, la moglie Maria Borghi e Giuseppe Meroni.

Il 25 aprile 1945 Sandro Pertini parla a Milano

Il 25 aprile 1945 fu il giorno dell’insurrezione, della Liberazione dell’Italia del Nord.
A Milano, alle ore 8 del mattino, presso il collegio dei salesiani di via Copernico si riunì il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia (Clnai) che approvò all’unanimità la proclamazione dell’insurrezione ed emanò tre decreti. Nel primo si stabilì l’assunzione di tutti i poteri, civili e militari, da parte del Clnai e dei Cln regionali e territoriali e vennero istituiti i tribunali di guerra, disciolti i reparti armati fascisti, assicurato il trattamento di prigionieri di guerra a quelli germanici. Con il secondo decreto, “per l’amministrazione della giustizia”, vennero nominate le commissioni di giustizia per la funzione inquirente, i tribunali di guerra e le corti d’assise popolari per quella giudicante. Si stabilì, inoltre, che “i membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e nei casi meno gravi con l’ergastolo”.
Anche in Brianza il popolo scese in strada festeggiando la fine della guerra e la libertà ritrovata. 
Il 25 aprile rappresentò certo un punto di arrivo, ma anche un punto da cui partire. Sconfitto il fascismo e riconquistata la libertà, gravi e drammatici problemi si presentarono di fronte ai Cln ed a tutta la popolazione italiana. Dalla urgente risoluzione di quei problemi dipendeva la nascita della nuova Italia democratica, repubblicana, costituzionale.
I valori e i meriti della Resistenza, del movimento partigiano, dei militari schieratisi nelle file della lotta di Liberazione e delle risorte Forze Armate italiane, restano incancellabili, al di fuori di ogni retorica mitizzazione. La Resistenza, l’impegno per riconquistare all’Italia libertà e indipendenza, fu nel suo insieme un grande moto civile e ideale, cui parteciparono in vario modo le popolazioni delle regioni occupate dalle forze della Germania nazista. Ma fu innanzitutto popolo in armi, mobilitazione coraggiosa di uomini e donne, giovani e giovanissimi, che si ribellavano all’oppressione straniera, di italiani che uscivano dalle dure vicende della guerra fascista e riprendevano le armi per la causa della liberazione dell’Italia e dell’Europa dal totalitarismo nazifascista.

Beniamino Colnaghi

Bibliografia e sitografia
Anpi Monza e Brianza - http://www.anpimonzabrianza.it/storia.html   
Anpi Lissone – http://anpi-lissone.over-blog.com/article-22172662.html
Pietro Arienti, La Resistenza in Brianza, Missaglia, Bellavite Editore, 2006.
Corriere della Sera - http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=25aprile
Giorgio Lazar, A conquistare l’azzurra primavera, i Quaderni della Brianza, numero 38/39, gennaio/aprile 1985, pp. 33-57.

Note



(1) Mario De Micheli, Uomini sui monti, Editori Riuniti, Roma, 1953, pag. 38.
 
(2) Gianfranco Bianchi, Della Resistenza, edito a cura della Provincia di Milano, 1975.
 
(3) Ibidem

sabato 4 aprile 2020

Gian Giacomo Mora, Guglielmo Piazza, la colonna infame e, sullo sfondo, la peste di Milano del 1630

La Storia della colonna infame” è un saggio storico pubblicato nel 1840 in appendice a I promessi sposi”. Nel saggio Alessandro Manzoni ricostruisce il processo contro Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, che  accusati di essere untori, vennero torturati e condannati a morte nel 1630. Nel luogo della casa distrutta del Mora venne eretta una colonna detta infame, per ricordare ai posteri il misfatto compiuto e la pena subita dallo scellerato, insieme al complice Guglielmo Piazza. Nell’introduzione al saggio, Manzoni espone il motivo per cui ha ritenuto opportuno occuparsi della vicenda. Pietro Verri, in un suo saggio del 1777, “Osservazioni sulla tortura” si servì di quel processo come di un argomento a sostegno dell’inutilità e barbarie della tortura.
Manzoni, invece, critico col Verri, intende dimostrare che l’ingiustizia compiuta contro due innocenti in quel processo sia da attribuirsi non all’uso della tortura o all’ignoranza del tempo sui modi di trasmissione della peste, ma
“da atti iniqui prodotti da (…) passioni perverse”
Ossia, quei giudici, pur avendo a propria disposizione lo strumento della tortura e pur non sapendo che non era possibile diffondere la peste tramite le unzioni malefiche, avrebbero potuto evitare l’ingiusta condanna, se avessero fatto uso della ragione, della loro capacità di giudicare, di distinguere il bene dal male. E non lo fecero, non perché non potevano farlo, ma perché non vollero farlo, perché
“si può bensì essere forzatamente vittime, ma non autori” di ingiustizie. Manzoni afferma che il male si compie sempre sapendo di compierlo e che è dovere degli uomini interrogarsi sulle proprie azioni e riconoscere sempre le proprie responsabilità.

Tra le numerose epidemie di peste che flagellarono Milano lungo i suoi secoli di vita, quella del 1630 è da considerare senz'altro la più conosciuta e ricordata, per merito indiscusso del Manzoni, che la scelse quale cupo sfondo alle vicende narrate nei Promessi sposi. Anche questa epidemia, come le precedenti (l'ultima aveva devastato la città nel 1576), non arrivò improvvisamente nell'arco di pochi giorni, bensì si sviluppò lentamente ma inesorabilmente dando le prime avvisaglie molti mesi prima, e prova ne è che già nel 1628 la Sanità milanese (l’organo preposto alla tutela della salute dei cittadini), considerate le poco rassicuranti notizie riguardanti i contagi che dilagavano in Europa, aveva emanato una grida per porre Milano al riparo da ogni sorta di rischio. Successivamente, sull'onda dei racconti provenienti soprattutto dalla Svizzera, vennero pubblicati alcuni bandi per vietare il commercio con alcune città di quel Paese. In marzo, ad aggravare la carestia che da qualche tempo si era abbattuta sul Milanese, ci si mise la guerra per la successione nel Monferrato tra la Francia e gli Asburgo. L’esercito spagnolo pose l’assedio a Casale, il che comporterà per i mesi seguenti, come vedremo, pericolosi movimenti di truppe attraverso i territori di Milano. Tra proclami e bandi inascoltati, arrivò l'ottobre del 1629 senza che importanti e mirati provvedimenti fossero ancora stati presi, e ciò a causa, prevalentemente, dello scetticismo che le autorità mostravano circa la possibilità che la peste varcasse le porte cittadine. Del resto, in questo periodo, il registro del lazzaretto di Porta Orientale, regolarmente in funzione dall'inizio del 1500 e adibito a ricovero di malati contagiosi, riporta soltanto tre ricoverati sospetti, prelevati dalle rispettive abitazioni dietro segnalazione dell’Anziano di S. Babila.
La paura cominciò a diffondersi veramente solo il 12 ottobre, con la notizia che a Malgrate, vicino a Lecco, il giorno prima erano morte dodici persone sane e robuste.
Il 22 ottobre 1629, proveniente probabilmente da Chiavenna, già infettata dalla peste, tornò in città Pietro Paolo Locato, abitante in Porta Orientale, nella parrocchia di S. Babila, portando con sé molti abiti barattati o acquistati dai fanti alemanni. Dopo tre giorni trascorsi nella propria casa assieme ai familiari, fu ricoverato all'Ospedale Maggiore, dove tuttavia morì nell'arco di due soli giorni. Sul suo corpo, il  capoinfermiere rinvenne "un flegnione nel brazzo sinistro, et principio di infiammatione sotto all'assela, pure sinistra" (Cronaca del Settala). Pertanto si bruciarono al più presto il letto e le sue povere cose, dopodiché i familiari dell'uomo furono trasportati al lazzaretto per la quarantena.
Dopo questo caso di peste conclamata, furono pubblicate numerose grida che proibivano baratti coi soldati tedeschi di passaggio, mentre la Sanità milanese pensò bene di introdurre l'utilizzo obbligatorio delle “bollette personali di sanità”, una sorta di passaporto medico che accertasse la provenienza da territori sani di ogni persona che volesse entrare in Milano.
Il carnevale portò un periodo di spensieratezza e festeggiamenti, durante i quali nessuno parve preoccuparsi delle persone che, sebbene in non larga misura, morivano di peste entro tre giorni dai primi sintomi. Ai festeggiamenti carnevaleschi si aggiunsero quelli, ancora più sfarzosi, in onore della nascita, avvenuta nel novembre dell’anno precedente, dell’infante di Spagna. Dal clima euforico non si salvava neppure il lazzaretto, dove si organizzavano feste e balli, e si commerciava impunemente con l’esterno. Questi eccessi, ed altri ben più gravi, spinsero alla pubblicazione dei severi "Ordini dell'hospitale di S. Gregorio detto lazzaretto, fatti e instituiti dai fisici collegiati Alessandro Tadino et Senatore Settala". In ogni caso, poco dopo, per risolvere definitivamente i problemi connessi alla disciplina, i conservatori della città ne affidarono la gestione e l'organizzazione al padre cappuccino Felice Casati.
A marzo si ebbero grandi spostamenti di truppe, da Gera d'Adda dirette verso il Monferrato, truppe che, nonostante gli evidenti rischi di diffusione incontrollata del contagio, transitavano in città, bivaccando per giorni nelle campagne circostanti. Dai Grigioni, attraverso la Valtellina, inoltre, scesero alcune migliaia di lanzichenecchi, lasciando ovunque devastazioni e rovine. Con la primavera i morti presero sensibilmente ad aumentare, tanto che a maggio, col primo vero caldo, il lazzaretto si mostrò incapace di accogliere altri appestati. Si ipotizzarono dunque varie soluzioni, tra le quali requisire il borgo della Trinità, fuori Porta Ticinese, per adibirlo a ricovero dei sospetti, lasciando il lazzaretto solo per i malati accertati. Inoltre, si ventilò l'ipotesi, poi non attuata, di sigillare l’intero borgo di Porta Orientale, la zona di Milano col più alto numero di malati e di decessi.


Proprio quando il cardinale Federico Borromeo iniziava ad organizzare processioni cittadine per invocare l’aiuto divino contro il flagello, tra il popolo iniziò a diffondersi la voce circa la presenza un po' ovunque di loschi personaggi che, muniti di veleni e intrugli vari, andavano ungendo mortalmente le zone di maggior passaggio. Il 17 maggio, durante la consueta processione serale all’interno del Duomo, alcuni fedeli videro distintamente alcune persone nell'atto di ungere la balaustra che all’epoca divideva la zona riservata agli uomini da quella delle donne. Dato prontamente l’allarme, accorse per un sopralluogo lo stesso presidente della sanità Monti, individuando in più punti, ma soprattutto sulle panche, macchie di materiale untuoso e sconosciuto. Dopo questo caso clamoroso, si misero a verbale molte denunce di cittadini, terrorizzati dalle continue unzioni che nottetempo venivano compiute a danno di portoni, maniglie e catenacci.
Lo storico Ripamonti riferisce due casi che riassumono bene il clima di sospetto che aleggiava in quei tempi.
Uno riguarda tre viaggiatori francesi, i quali visitando la nostra città, giunti davanti allo splendido marmo del Duomo, vi passarono le mani per saggiarne la levigatura. Furono subito percossi da alcuni popolani, e poi trascinati in carcere con l'accusa di essere untori.
L'altro, di un vecchio che prima di sedersi su di una panca in S. Antonio, ebbe la malaugurata idea di spolverarla col proprio mantello. I fedeli presenti lo aggredirono a calci e pugni, abbandonandolo morto.
La situazione si era fatta a questo punto ingestibile: il numero dei decessi aumentava ogni giorno di più, così come le tracce di sostanze appiccicose, rinvenute ormai dappertutto, nonostante il Monti avesse dato alle stampe una grida “contro coloro che sono andato ungendo le porte, catenacci, e muri di questa città”. Di tutto ciò il Governatore dello Stato accusava apertamente le potenze straniere nemiche della Spagna, colpevoli, a suo dire, di aver prezzolato individui senza scrupoli per diffondere la peste in tutta la città, col chiaro intento di ridurre il ducato milanese in ginocchio. Alla fine di maggio, con quaranta decessi al giorno e centinaia di malati, venne allestito un secondo lazzaretto, al Gentilino, affidato ai carmelitani, che vi entrarono il giorno 8 giugno.
E mentre anche le cause civili erano ormai sospese per precauzione, martedì 11 giugno, a mezzogiorno, si mosse la grande processione col corpo di Carlo Borromeo, voluta dal cardinale Federico, ultima speranza di un evolversi positivo del contagio. La processione si snodò lungo le vie, toccando tutte le Porte della città, e di volta in volta fermandosi ai piedi delle numerose croci stazionali innalzate in occasione della pestilenza del 1576. Purtroppo, la grandissima affluenza di popolo portò, come prevedibile, ad un incremento della virulenza del male,  che nelle settimane successive falciò inesorabilmente migliaia di persone, con una media di centocinquanta morti al giorno, numero che toccò con l'estate i duecento e più. Ormai la situazione appariva drammatica: migliaia di case chiuse o abbandonate ai saccheggi, infermi lasciati senza conforto e senza alcun tipo di aiuto medico, un macabro andirivieni, di notte e di giorno, di carri colmi di cadaveri.
I nobili, frattanto, davanti allo spettacolo di una città ridotta a bolgia di dannati, si erano dati  precipitosamente alla fuga, sfollati nelle più sicure e lussuose dimore sulle colline della Brianza, nonostante le grida delle autorità proibissero di lasciare Milano, pena la confisca dei palazzi e di tutti gli averi. 

Quando ormai le cifre ufficiali parlavano apertamente di 14.000 decessi per peste dall’inizio dell’epidemia e la città si presentava, come scriveva il Monti, “miserabilissima”, i milanesi di Porta Ticinese e del Carrobbio ebbero un terribile risveglio, la piovosa mattina di venerdì 21 giugno 1630. Nella zona, infatti, tutti i muri, le porte, gli angoli, e i catenacci delle case apparivano imbrattati con una sostanza appiccicosa di colore giallo. Nazario Castiglioni, sagrestano di S. Alessandro, è il primo ad informare dell'accaduto il capitano di giustizia, Gianbattista Visconti, che si recò immediatamente in Porta Ticinese per far luce sull’accaduto.
Le informazioni che sono pervenute a noi, e che ci permettono di ricostruire tutti i drammatici risvolti della vicenda, sono contenute in alcune copie del verbale originale degli atti processuali. Delle copie esistenti, una, considerata la più attendibile, pubblicata nel 1633 e l'altra, manoscritta, entrambe custodite alla Braidense in due volumi, furono studiate dal Manzoni.
Da quanto si apprende dalle copie degli interrogatori, il Capitano di giustizia, dopo aver ascoltato decine di popolani, scovò finalmente due donnicciole che testimoniarono di aver visto dalle finestre delle loro misere case, affacciate sulla Vetra e sul corso di Porta Ticinese, un uomo alquanto sospetto, avvolto in una mantella nera e con un grosso cappello, il quale camminava in modo a loro dire sospetto, rasente ai muri, e "che si fermò qui in fine della muraglia del giardino della casa delli Crivelli e che aveva una carta piegata al longo in mano, sopra la quale metteua su le mani, che pareua che volesse scriuere (…) che leuata la mano dalla carta, la fregò sopra la muraglia del detto giardino, doue era un poco di bianco” (Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame, in Opere, p. 968).
Una delle donnette popolane, poi, sempre affacciata al davanzale, disse di aver visto l'uomo misterioso allontanarsi, non senza aver prima salutato un passante, ch'ella, per combinazione, conosceva. Da questo seppe dunque il nome del presunto untore.
Nasce così il ballo macabro della “Colonna Infame”.
Il 22 giugno 1630 fu immediatamente tratto in carcere "un uomo di statura grande, magro, con barba rossa assai longa, capelli castani scuri, in camisa dal mezzo in su, con calzoni di mezzalana mischia stracciati, calcette di stamo nero, et ligazzi di cendal nero" (Giuseppe Ripamonti, La peste di Milano del 1630, Muggini, p.57). Il suo nome era Guglielmo Piazza, di professione Commissario di sanità. La sua abitazione in Porta Ticinese, per l'esattezza nella parrocchia di S. Pietro in Camminadella, fu perquisita, ma nonostante lo zelo non si trovò alcunché di sospetto. Il poveretto subì numerose sedute di tortura, durante le quali ribadì sempre la medesima versione, e che cioè quella mattina stava solo compiendo il suo lavoro, percorrendo la zona della Vetra dei Cittadini, delle Colonne di S. Lorenzo, di S. Michele alla chiusa e di S. Pietro in campo lodigiano, per segnarsi sul foglio di servizio le case rimaste abbandonate, e prendendo appunti sui decessi avvenuti nel quartiere. Sul perché poi camminasse rasente ai muri, si giustificò dicendo che voleva ripararsi dalla pioggia, cosa che se a noi potrebbe apparire più che verosimile, all’epoca fu ritenuta una menzogna bella e buona.
Tuttavia, non potendo resistere a lungo ai tormenti cui veniva quotidianamente sottoposto, il 26 giugno confessò di aver ricevuto del veleno da un barbiere anche lui del Ticinese, di cui conosceva solo il nome di battesimo: Giovanni Giacomo. Il Piazza si era inventato dunque una storia credibile, narrando che il barbiere lo aveva avvicinato qualche tempo prima, offrendogli una buona ricompensa se in cambio si fosse prestato ad ungere le case della zona con una sostanza di tipo "giallo, duro, come l’oglio gelato nel tempo dell’inverno", che lo stesso barbiere fabbricava di nascosto nella sua bottega, e con la quale poi riempiva certe ampolline di vetro. Forti di quanto estorto con la tortura, il presidente della sanità, col notaio ed una opportuna scorta, si presentarono nella bottega del barbiere Gian Giacomo Mora.
Per sua somma disgrazia, il Mora, che come tutti i barbieri dell'epoca si occupava anche di bassa chirurgia, da quando era scoppiata la peste arrotondava i magri guadagni vendendo un prodotto da lui stesso inventato, un rimedio contro il contagio, che era alquanto richiesto dal popolo, privo, del resto, di altri e più efficaci ritrovati scientifici. Il barbiere, pertanto, viste le guardie e spaventato dal fatto che queste iniziavano una minuziosa perquisizione della bottega, pensò di confessare la colpa che, a suo ingenuo avviso, aveva spinto qualcuno a denunciarlo: ammise così di aver più volte preparato un unguento senza averne l'autorizzazione, ma di averlo fatto solo a fin di bene, per amore del prossimo. Non poteva neppure immaginare, in realtà, quale accusa terribile gli sarebbe stata mossa di lì a poco.
Durante la perquisizione della casa, fu sequestrata una gran quantità di sostanze e pozioni, il cui elenco venne steso dal notaio presente. La scoperta più interessante la si fece però nel cortile interno del caseggiato, dove in un angolo un poco nascosto si rinvenne un grosso pentolone dimenticato al sole, dentro al quale era contenuta la “lisciva e cenere”, una sostanza che, ricorda anche il Manzoni, veniva comunemente adoperata, col nome popolare di "ranno" o "smoglio" per fare il bucato. Trascinato in carcere, alla domanda se conoscesse il Piazza e se mai gli avesse consegnato un vasetto di vetro ricolmo di un certo preparato, il Mora, sempre all'oscuro del reato per il quale era stato messo agli arresti, ammise di conoscerlo e di avergli venduto tal unguento salvavita, dato il mestiere pericoloso che il Piazza svolgeva, sempre a contatto con cadaveri e ammalati. Quell'intruglio, secondo la sua confessione riportata nel verbale dell’interrogatorio, era composto di “8 onze d’oglio di oliva, 4 di aglio laurino, 4 d’oglio di sasso detto filosophorum, 4 di cera nova, 4 di rosmarino, 4 di ballette di ginepro, e 4 onze di polvere di salvia”. La pozione andava sfregata sui polsi, e conservava la salute da ogni contagio di peste. Inutile dire che la sanità milanese volle vedere in quella storia ben altri risvolti. In un processo indiziario e inquisitorio, quello che appariva certo era una sola cosa: il Mora produceva del veleno, tracce del quale erano state rinvenute nella bottega, e ne aveva fornito il Piazza, col fine criminoso di diffondere il contagio a Milano.
Il Senato, tratte le sue conclusioni, volle solo ottenere le confessioni necessarie per emettere la condanna. Nel mese di luglio si ebbero numerosi arresti, sulla base di testimonianze popolari o dietro confessioni estorte torturando al limite della sopravvivenza il Piazza e il Mora. Nelle calde giornate comprese tra il 27 e il 30 giugno si organizzò il confronto tra il Piazza e il Mora, ai quali si concedettero infine sei giorni di tempo per definire le loro difese, termine che comunque venne più volte procrastinato, secondo le esigenze degli inquisitori.
Stremato da più di un mese di torture, domenica 30 giugno il Mora iniziò a rendere piena confessione, sperando di porre fine a quell'incubo e di avere salva la vita. Raccontò dunque di aver più volte preparato un unguento pestifero, che ricavava utilizzando la "bava raccolta dai morti di peste", materia che lo stesso Piazza gli forniva, essendo per lavoro sempre a contatto coi monatti e i carri stracolmi di appestati. La sostanza veniva poi fatta bollire in quel pentolone rinvenuto in cortile. Successivamente, sottoposto ad altri tratti di corda, il Mora aggiunse di aver organizzato il tutto dietro compenso versatogli da un personaggio di spicco, appunto Gaetano de Padilla, il cui nome evidentemente venne messo in bocca al Mora dai giudici.
Con la confessione, il barbiere aveva firmato la sua condanna a morte.
In uno degli ultimi giorni di quel maledetto luglio del 1630 il Senato milanese emanò, dopo quasi un mese e mezzo di indagini, interrogatori, torture, arresti, la più terribile delle condanne, a danno di Guglielmo Piazza e di Gian Giacomo Mora, che troveranno così la morte pochi giorni dopo, il 1° agosto.
 

Come previsto dalla sentenza capitale, i due untori rei confessi, legati schiena a schiena, furono caricati su di un carro trainato da buoi, attorniato da una folla inferocita. Il corteo partì dal palazzo del Capitano di giustizia e, passando prima accanto al Duomo e snodandosi poi attraverso le varie tortuose contrade dei Mercanti d'oro, dei Pennacchiari, della Lupa, della Palla, di S. Giorgio al palazzo, che ora, rettificate, formano via Torino, raggiunse il Carrobbio. Poi imboccò la strada di S. Bernardino alle monache, dove i due vennero tormentati con tenaglie arroventate, successivamente proseguì per S. Pietro in camminadella, e, sostando davanti alla bottega del Mora, ai condannati si amputò la mano destra. Infine, il macabro corteo si arrestò nell'attuale piazza della Vetra, sul cui tristemente famoso prato era abitualmente allestito il patibolo.
Fatti scendere sullo sterrato gremito di popolo, i condannati furono legati alla “ruota” e colpiti duramente con bastoni fino alla rottura di tutte le ossa. Seppure in agonia, i due poveretti rimasero per sei ore esposti alla pubblica vista, affinché tutti potessero meditare sulla terribile sorte riservata agli untori. Al termine del rituale, si pose fine alle loro sofferenze scannandoli, bruciandoli, e gettando le loro ceneri nella Vetra, che scorreva lì accanto. 


Morti i due, si diede seguito alle disposizioni della sentenza del Senato, demolendo dalle fondamenta la casa del barbiere, e sullo slargo così creatosi si innalzò una colonna di granito, con in cima una sfera di pietra, la "Colonna Infame”, a perenne ricordo della malvagità degli artefici dell'epidemia. Sul muro della casa di fronte venne affissa una grossa lapide, la quale ricordasse quali furono le colpe dei due criminali, quale la pena loro riservata, e il monito affinché nessuno mai osasse riedificare sui resti della bottega del barbiere Mora.
 
 
La morte dei due innocenti non placò ovviamente la furia del contagio, che in agosto, anche a causa della calura opprimente, toccò il suo picco massimo. I morti giornalieri, anche se le cifre tramandateci dagli storici sono purtroppo sempre alquanto approssimative, ammontavano ormai a 600, e si diceva che almeno 4.000 fossero i cadaveri insepolti che giacevano lungo le vie o abbandonati nelle case. Continuarono anche gli arresti di untori, e qualcuno iniziò ad ipotizzare che in città si aggirasse un vero esercito straniero, col diabolico compito di ungere tutta Milano. Con settembre iniziarono a mancare i generi di prima necessità e, quel che è peggio, iniziarono a scarseggiare i monatti. Una grida del 22 luglio, del resto, già aveva intimato di non "gettare, far gettare, lasciare o far lasciare in strada dalle finestre alcun cadavere, se non nell'atto che i monatti li ricevono". Una missiva del 31 agosto 1630 testualmente dice che "ormai a Milano è rimasta assai poca gente, e vi sono case disabitate, e i morti, dall'inizio del contagio, ammontano a settantaduemila".
A dicembre del 1630, grazie al freddo, il contagio cominciò a perdere vigore, e a partire dai primi mesi del 1631 l'epidemia poteva dirsi in ritirata. Da un primo ed approssimativo conteggio Milano risultava "ridotta però a cinquantamila abitanti solamente, mentre, fattosi melio il conto, centocinquantamila ne ha tolto la contagione di questo infelice anno, mentre nelle ville, et per le terre del paese continuano a dimorare la nobiltà tutta et molti altri, che a tempo sono fuggiti dalla imminenza del pericolo" (Dispaccio 11 dicembre 1630).
Untori batterono la città? Probabilmente sì. Anch’essi brulicarono in quel sottobosco di brutture fisiche e morali che fu Milano al tempo della peste. Ma non furono ovviamente determinanti nella catastrofe che, secondo Giuseppe Ripamonti provocò 140mila vittime, secondo Alessandro Tadino 185mila.

Beniamino Colnaghi

Bibliografia

* Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame, in Opere.
* Giuseppe Ripamonti, La peste di Milano del 1630, Muggini tipografo-editore, Milano 1945.
* Processo agli untori. Milano 1630: cronaca e atti giudiziari, a cura di Giuseppe Farinelli e Ermanno Paccagnini, Garzanti, Milano 1967.
* Corrado Stajano, La città degli untori, Garzanti, Milano 2009.

Su Milano sono presenti su questo blog altri articoli storici:
 
Le grandi famiglie milanesi: https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2016/09/le-radici-delle-grandi-famiglie.html
L'insurrezione di Milano del 1848: https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2019/03/anche-la-lenta-brianza-secondo-il.html
Feltrinelli:  https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2016/12/lutopia-di-diffondere-la-nuova-sede.html

domenica 22 marzo 2020

Il volontariato

di Livia Colnaghi

Livia Colnaghi il 9 aprile avrebbe compiuto 97 anni. Se ne è andata qualche giorno prima. Una donna dal carattere forte e combattivo, Livia, fiera, solidale e molto legata alle sue radici, alla sua famiglia e al paese ove nacque, nel 1923. Le piaceva leggere, documentarsi, approfondire i fatti, scrivere poesie, brani e racconti tratti dall’esperienza della sua lunga vita. Ricordo con piacere ed emozione quando, a casa sua, di fronte ad una tazza di caffè, mi raccontava, lucidamente e appassionatamente, pezzi della storia della sua vita e delle vicissitudini della “nostra” famiglia (mio nonno Beniamino era il fratello di suo padre Giuseppe), durante gli anni bui del fascismo e della guerra, dei soprusi, della fatica e delle privazioni a cui  i contadini e gli operai erano costretti per mandare avanti la famiglia.
Qualche anno fa mi diede alcuni sui scritti, che puntualmente ho pubblicato su questo blog. “Il volontariato” è  l’ultimo in mio possesso. Lo pubblico ora in suo ricordo. (b.c.)

Il volontariato è un settore molto importante della società, animato dall’impegnativo lavoro dei volontari, attività che lascia poco spazio all’improvvisazione ma che richiede preparazione, attitudine, dedizione, pazienza e spiccate competenze comunicative.
Riconosciuto dalla comunità e apprezzato per il ruolo che occupa, il volontario procede con coraggio, animato da spirito di forza e di volontà. Ed è una persona vitale, operosa, che si sente felice di lavorare per coloro che hanno bisogno di aiuto: non vuole essere felice da solo, al contrario si sente soddisfatto nel dare agli altri un po’ di sé stesso.
Il volontario parla di bontà, sa essere sereno in ogni circostanza, regala un sorriso alle creature che incontra; riconosce il valore del sorriso, sa che è il preludio di un dolce viso, ricorda che arricchisce chi lo riceve, senza impoverire chi lo dona, si accorge che non dura un istante e che il suo valore è eterno, sente che dà forza e consolazione a ogni pena e impara ogni giorno che è un rimedio naturale d’amore per chi soffre.
Rafforza la propria vitalità con la sua opera, sostenuta e rafforzata dal senso del vivere bene, il suo lavoro è d’esempio a sviluppare la propria capacità di cambiamento e a impegnare risorse personali verso il cambiamento collettivo.
Fare volontariato dovrebbe innalzarsi a valore sociale e condiviso: ad ogni età, animato da buon cuore, si potrebbe sostenere la solitudine e l’emarginazione, rendere disponibili le proprie risorse a chi necessita e di sostegno alle normali attività quotidiane, come essere accompagnati negli spostamenti dalla propria casa verso l’ospedale per poter fare le visite e gli esami.
Sentendosi sempre pronto e disponibile nel servizio agli altri, da un aiuto per piccoli problemi quotidiani a chi non ha le risorse per affrontarli, da forza al morale, crea atmosfere di serenità e lo fa discretamente, senza spettacolarizzazione, ma con grande, sorridente soddisfazione interiore.
La cosa più bella del volontariato, oltre naturalmente al servizio offerto, è il senso di appartenenza e di condivisione che si instaura fra i volontari di tutte le età e classi sociali. Questi impegni creano gruppo, squadre, famiglia, comunità.
Ad oggi, nella Regione Lombardia, il vento ha soffiato forte lanciando voce a persone di buon cuore, chiamandole a partecipare con impegno e sacrificio al servizio del volontariato, fornendo soluzioni di solidarietà nella prospettiva della democrazia sociale.
Il mio augurio e il desiderio di questo mio scritto è di far riflettere sulle molteplici attività di volontariato, alle quali ognuno di noi potrebbe partecipare attivamente, portando un po’ di sé come sa fare… sarebbe bello che ognuno di noi si muovesse per ottenere informazioni più specifiche sulle diverse attività erogate, che conoscesse la realtà del territorio, i centri, le associazioni e che incontrasse altri modi di vivere, difficoltà oggettive e sofferenze soggettive, paure, coraggio, gioia, speranza e fede.
 
Gli altri articoli di Livia contenuti nel blog:
 
Inoltre:
 
 

sabato 14 marzo 2020

"Si muore soli. Il virus ci impone di rinunciare al culto dei morti"

Intervista al monaco e tanatologo Guidalberto Bormolini: “Stiamo rinunciando a due momenti che sono costitutivi della civiltà umana: l’accompagnamento alla morte e il rito funebre. Ma si resta umani solo riscoprendo il bene comune"

di Giulia Belardelli, giornalista HuffPost, 13.03.2020

In questi giorni sempre più spesso negli ospedali si muore soli, con o senza coronavirus, a causa delle stringenti regole giustamente imposte per contenere la diffusione del virus. E per legge, almeno fino al 3 aprile, si viene sepolti quasi da soli: i funerali sono vietati, è concessa solo una breve benedizione o un saluto laico, poche persone direttamente al cimitero. Se ne sono andati così gli oltre mille morti affetti da Covid-19, e con loro gli “altri”: persone il cui fine vita, per età o accidente, ha incrociato la Grande Storia della pandemia. D’un tratto la morte si è impossessata dei telegiornali, ha invaso i social network. L’attesa per il bollettino delle 18 della Protezione civile – quello sperare con tutte le forze che il numero s’abbassi - è diventato il nostro rito collettivo, un contatto comune con la morte.
È un contatto che in questo tempo solitario e sospeso sta probabilmente scavando in molti di noi. Ne abbiamo parlato con Guidalberto Bormolini: monaco, antropologo, tanatologo, docente al Master End of Life dell’Università di Padova, fondatore della prima scuola in Europa per l’assistenza spirituale non confessionale al fine vita nella malattia grave, a Prato. Qui – ci racconta - si sono formati alcuni medici e infermieri che in queste ore sono in prima fila nella lotta al virus. Un virus che ha colpito direttamente anche la sua famiglia.
 “Mio zio è morto a Brescia per il virus e per ore non veniva nessuno ad accertare la morte, nemmeno il medico legale. Ho dovuto avvertire io mio padre che suo fratello era morto e la prima cosa che mi ha chiesto è stata ‘e col funerale come facciamo?’ Questo perché la socializzazione del lutto è uno strumento fondamentale che in questo momento ci viene meno”.
Presso la vostra scuola si sono formate centinaia di medici e infermieri che si occupano della relazione di cura, in particolar modo nel fine vita. Molti di questi sono impegnati in prima fila nelle zone più colpite dal coronavirus. Li sta sentendo in queste ore?
“Passiamo giornate intere a confortare persone che ci chiamano dal Lodigiano, da Brescia, da Milano, dal Cremasco... Sono medici e infermieri che si trovano di fronte a quesiti morali e spirituali drammatici. Sono le storie di cui abbiamo letto in questi giorni: criteri da applicare in terapia intensiva, scelte da prendere. Sono situazioni drammatiche vissute in condizioni estenuanti. Purtroppo abbiamo pochi strumenti di conforto, se non quelli virtuali, che sono un salvagente ma non possono essere paragonati alla presenza, all’esserci”.
Qual è il costo emotivo e morale di questa pandemia?
“Il virus ci sta costringendo a rinunciare a due momenti che sono costitutivi della civiltà umana: l’accompagnamento alla morte e il rito funebre. La pandemia non ci nega solo il funerale, ma anche il momento prima della morte, i saluti, che sono molto importanti. L’aspetto terribile è che le persone muoiono in isolamento: non si può accompagnare il proprio caro, negli ospedali non possono entrare altre persone. Se anche la patologia non è il coronavirus, c’è una fortissima limitazione negli ingressi agli ospedali. Quindi si muore da soli e si è sepolti quasi da soli. È il contrario di ciò che è sano antropologicamente”.
Cosa è “antropologicamente sano”? Si è mai verificata nella storia moderna una circostanza simile, il divieto di salutare collettivamente i propri cari?
“Questa pandemia ci priva di un aspetto antropologicamente costitutivo della nostra civiltà, che è il culto dei morti. La civiltà inizia con la sepoltura dei cadaveri, che è il segno della fiducia in una vita ultraterrena. Non per nulla i cadaveri venivano sepolti in posizione fetale o colorati di ocra rossa. Le prime sepolture risalgono a 100 mila anni avanti Cristo. Siamo privati di qualcosa che, secondo gli storici e gli antropologi, ci rende umani. L’umano nasce con la cultura dei morti. Qui abbiamo di fronte una circostanza che toglie l’umano ad una società già disumana sotto molti aspetti, come lo sfruttamento del pianeta e degli esseri umani, la non-accoglienza, l’individualismo, il predominio del profitto sul bene comune...”.
Nelle società occidentali il fine vita è spesso considerato un tabù. Può un’epidemia globale stravolgere il nostro rapporto con la morte?
“Nell’Occidente contemporaneo l’occultamento del pensiero sulla morte, l’evitamento della parola morte è generalizzato. Siamo impreparati come Paese e come cultura. Per questo è più facile che sia messo in ginocchio un Paese che ha il terrore della morte rispetto a uno che con la morte ha più dimestichezza. Del resto, nel Medio Oriente il coronavirus non può impattare più di quanto abbia fatto la pace minata ormai da tempo. Qui invece eravamo in una bolla di benessere, un sistema fortemente consumistico, dove molti valori etici erano crollati. Anche le grandi mobilitazioni più recenti sono state sempre mosse dalla paura. Persino quella contro l’inquinamento spesso non è nutrita dall’amore per la natura, ma dalla paura per il proprio futuro. La nostra cultura tende a evitare la morte, ma la morte resta il movente di tante scelte e tanti orientamenti”.
Come Paese, secondo lei, c’è qualche risorsa che possiamo “elaborare” da questa esperienza collettiva di dolore e sacrificio?
“Siamo a un bivio. O apriamo gli occhi e superata l’emergenza nasce un Paese migliore, o seppelliamo definitivamente la nostra umanità. Il rischio c’è, bisogna essere realisti, ma per me la speranza è sempre più forte di qualsiasi ipotesi apocalittica. Questa secondo me è la grande occasione che ci è data di capire che quando c’è un problema, come diceva Don Milani, o se ne viene fuori tutti o neanche qualcuno. Ho sentito dire “il bene comune deve prevalere sul bene dell’individuo”… No, non mi piace: il bene comune è la forma migliore per tutelare ogni individuo. È un modo più nobile di esprimerlo. Dopo anni di individualismo, questo momento ci sta insegnando che l’unico modo di uscire da una crisi è il bene comune. Non lo abbiamo applicato durante la crisi economica, forse possiamo farlo adesso”.
Molti analisti sono concordi nel ritenere che l’impatto economico della pandemia sarà devastante. Perché dovremmo “svegliarci” proprio adesso?
“Perché questa situazione ci sta privando di ciò che ci mantiene umani anche dopo la morte. Perché se la morte è relazione, noi viviamo anche oltre la morte. Questo sembra insegnare la tradizione, l’antropologia stessa, senza entrare nella religione. Marcel Mauss, un grande antropologo del Novecento, diceva che si è umani quando si è donatori. La morte è l’ultimo dono che facciamo agli altri. Come moriamo rimane nella memoria di tutti. La morte ci costringe a donare tutto, volenti o nolenti. La differenza è in chi la accoglie. Ecco, il dono che ci possono fare le persone che stanno morendo ora è di farci capire l’importanza della relazione con chi sta per morire e della relazione con chi è già morto, così da restare veramente umani. Se accettiamo questa scommessa fino in fondo, usciremo da questa crisi con un Paese rinnovato, verso un’idea di bene comune altissima e nobilissima. Io lo spero”.

martedì 10 marzo 2020

Il paesaggio romanico lombardo nel Triangolo lariano

di Alberto Novati (architetto)

Volendo studiare il romanico non possiamo sottrarci alla necessità di intrecciare i temi dell’urbanistica con quelli dell’architettura. Solo in questo modo si riuscirà a fornire qualche contributo apprezzabile alla ricostruzione storica del definirsi del romanico nel cosiddetto triangolo lariano. Invece, utilizzando nei fatti un ampio spettro di indagini, si potranno restituire le modalità insediative e i processi di civilizzazione di lunga durata che caratterizzano l’evo medio.
Dobbiamo subito chiederci: dopo il declino dell’impero romano, come la cristianità ha voluto e saputo costruire il proprio consistere nel pagus e nel castrum e come ha reinterpretato globalmente l’insediamento umano?  
Collochiamoci, da subito, in un preciso orizzonte macrourbanistico: la direttrice est-ovest proveniente da Aquileia e da Ivrea passante per il ponte di Olginate, nelle diverse alternative e varianti locali, si interfaccia nel territorio lariano con la direttrice europea nord-sud che metteva in comunicazione il bacino del Reno con la Lombardia e il mar Mediterraneo.
Flussi di merci, uomini e idee connessi non solo dalla città di Como ma da una serie di porti che, seppur di dimensioni ridotte, come il porto di Nesso(1), costituivano i nodi di interscambio dell’altopiano lariano. Altri porti, posti su entrambi i rami del lago, costituivano una valida alternativa al porto di Nesso.

Su questo assetto macrourbanistico si innesteranno le reti dei villaggi del romanico realizzando, nei fatti, un sistema insediativo completamente diverso da quello del castrum romano. E’ una vicenda antica. La struttura territoriale a rete, a grafi, radicalmente diversa da quella derivata in quache modo dalla modellistica gravitazionale (geocentrica tolemaica o eliocentrico copernicana-newtoniana) era, fin dall’antichità, ampiamente conosciuta e utilizzata nella costruzione del paesaggio umanizzato come testimonia Tucidide a proposito della città-villaggio di Sparta. Infatti, l’occupazione militare romana del bacino lariano del 196 a.C., tramandataci dallo storico Tito Livio, ha reso visibile la forma preesistente a rete dell’organizzazione territoriale, come testimoniano anche gli studi di Giorgio Luraschi. Con questa premessa urbanistica, fu compito della Pieve organizzare e utilizzare appieno le potenzialità di quei nodi urbanistici innestando e integrando le funzioni dei centri plebani con quelle dei porti.
Quel lago, quei luoghi, quelle cose, quegli animali, quelle donne e quegli uomini furono i soggetti dei dipinti di Giuseppe Canella e di Giovanni Segantini.
Il lavoro e quelle armature urbane resero possibile la costituzione del surplus economico che venne gestito dalla Pieve e utilizzato per la costruzione degli apparati monumentali dei centri plebani e delle tappe intermedie degli itinerari. Fu così che, in alternativa alla città romana-vescovile, si costruirono veri e propri santuari extraurbani frequentati da popolazioni che si andavano, pian piano, riorganizzando dopo il tracollo dell’impero romano. Primari centri monumentali che non furono mai subalterni al castrum comense. Si pensi a San Pietro al Monte o a Galliano, dove sono ancora ben visibili quei cicli pittorici capaci di interpretare, di qua delle Alpi, quello spirito nuovo europeo che si andava affermando nelle scuole pittoriche al di là delle Alpi, come alla Reichenau o a Müstair.
Lo scritto del monaco Raoul Glaber (985 circa – 1047 circa) ha la capacità di ben sintetizzare dati quantitativi e qualitativi del candido manto di chiese che ammantò la nascente Europa agli inizi dell’anno Mille. Così scrive: “Si era già quasi all’anno terzo dopo il mille quando nel mondo intero, ma specialmente in Italia e nelle Gallie, si ebbe un rinnovamento delle chiese basilicali… Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi della vecchiaia, si rivestisse tutta di un candido manto di chiese.”
Come si attuarono quelle strategie insediative? Furono le parole dell’antico linguaggio architettonico ad interpretare e costruire lo spazio pieno europeo non univocamente incentrato sulla città romana. Fu così che la costituzione del nuovo paesaggio  del romanico venne condotta dalle figure matrici della basilica, della crociera, della pianta centrale, dell’abside, del portale, della cripta, del recinto, del tumulo, della tomba a torre, del masso avello e dalle matrici urbanistiche dell’agorà, dell’acropoli e della piazza sagrato.

Lasnigo, chiesa di Sant'Alessandro

Secondo Virgilio Gilardoni (Il Romanico, Mondadori, 1963), “Lo spirito di rigorosa coerenza stilistica ha trascinato a sua volta un rivolgimento generale dei modi e delle concezioni costruttive, d’altronde richiesto dalle nuove esigenze tecniche e tettoniche, ha sollecitato il paesaggio dal sistema conglomerato della costruzione romana a quello elastico romanico.”
Sulla scrittura architettonica romanica “nessun ordine riveste più l’edificio: scompaiono le colonne sovrapposte, le antiche trabeazioni, sostituite da una sola colonna, da una parasta o da fasci di colonne e di paraste, da bande e da segna piani suggeriti sempre dalle masse stesse o da ragioni comunque costruttive. Predilezione cosciente che si afferma nella genuina dichiarazione delle forme costruttive… Lo spazio acquista misure narrative e drammatiche, si scioglie in elementi e volumi che non rinunciano alla propria individualità: l’atrio, il nartece, la centrale, le navatelle, i bracci del transetto, il presbiterio, la cripta, l’abside, le cappelle, le torri scalarie, il tiburio, la cupola, la torre o le torri finestrate del transetto; ma tosto, appena liberate nella loro individualità, le parti si riconnettono nell’unità del ritmo segnato dalle paraste, dalle archeggiature, dalle fasce di archetti pensili, dalle cornici, che rispondono allo scheletro interno di pilastri e di arcate e che dichiarano, nella nudità del loro sforzo, la tensione di spinte e controspinte, l’organamento dei corpi murari, il conflitto misurato, calcolato, delle masse costruttive e delle masse atmosferiche.”

Albese con Cassano, San Pietro

Anche oggi possiamo abitare quei paesaggi e quelle architetture del romanico, ancora prodotte, quasi per filiazione, da quell’antico linguaggio architettonico che ha dato forma al mondo.
Scrive Giovanni Testori: “Ormai i soli nomi che riesco a scrivere senza essere sopraffatto da un’impressione di falsità, sono i nome dei luoghi d’origine della mia famiglia: Lasnigo, Sormano… Per me, deve esistere sempre, mentre scrivo una precisa incarnazione, o co-incarnazione. Col passare del tempo… mi accorgo che in tutto questo corre qualcosa di fondamentale, di decisivo”.
 
Bibliografia
Alberto Novati, Francesco Sala, Tra i due rami del lago di Como: paesaggi del romanico lombardo, GWMAX, Erba 2016.