Le Feste
dell’Unità per ricostruire l’Italia
Il 2 settembre 1945, a
Mariano Comense, nel bosco del Casin Bel, località Fornaci, già piena Brianza,
si svolse la prima Festa dell’Unità della storia, che non si chiamava ancora
così, ma “Scampagnata dell’Unità”. A quella festa, organizzata dagli operai
della periferia milanese e dai contadini brianzoli, furono presenti, a mangiare
pane e salame e bere del buon vino, seduti gomito a gomito insieme ai
“compagni”, i dirigenti nazionali del Pci, Gian Carlo Pajetta, Giorgio Amendola,
e persino Luigi Longo, della direzione del Partito. Parteciparono, quattro mesi
appena dalla fine della guerra, più di 200mila persone, arrivate da tutta
Italia con ogni mezzo, per rimarcare l’impegno di rinascita, speranza,
fratellanza in quei tempi duri e incerti
La festa ebbe un tale e
grande successo che Palmiro Togliatti, il grande capo del Pci di quel tempo,
decise di replicare, e in tutta Italia, le Feste dell’Unità.
In occasione
dell’ottantesimo anniversario dell’evento, la segretaria del PD di Como e
provincia, Gaiani, ha dichiarato al quotidiano la Repubblica, che “Il Cln di Milano decise che quello era il posto
giusto. Milano sarebbe stata meglio, ma era semidistrutta, i bombardamenti alleati avevano lasciato il
segno. Le linee ferroviarie non esistevano più, ma ce ne era una ancora in
funzione, ed era quella delle Ferrovie Nord, che andava a Mariano Comense”. Verso
Nord, verso Como e la Svizzera, e lì c’era questo grande bosco, che si chiama
brughiera, dove in fretta e furia si costruì un palco di legnacci.
L’idea era venuta a Stefano
Schiapparelli, all’epoca responsabile della diffusione dell’Unità, il giornale,
che usciva dalla clandestinità in cui l’aveva cacciato il fascismo, e tornava a
vendere nelle edicole ed essere diffuso dalla rete capillare delle sezioni del
Pci. Elio Vittorini, il famoso scrittore di origine siciliana, allora
caporedattore dell’edizione milanese del giornale, andò sul posto per rendersi
conto, e raccontò il “villaggio boschereccio” dove la gente si divertiva,
ballava e giocava e discuteva di politica. Resta una sola foto di quel giorno,
Ruggiero Grieco al microfono, dirigente del Partito e amico di Antonio Gramsci,
al cui fianco si vede Francesco Scotti, che aveva organizzato l’insurrezione di
Torino.
Si racconta che gli operai
della Breda e della Magneti Marelli di Sesto San Giovanni prepararono i camion
con sopra delle strutture e delle panche in legno. In direzione Mariano c’era
una fiumana di gente, chi in moto, chi sulle camionette, chi in bicicletta ed
anche a piedi. Contadini, operai, famiglie intere, con la “schiscetta”, preparata la
mattina presto prima di partire. Poi ci sono stati i treni speciali arrivati a
Milano da diverse parti d’Italia.
E poi la sera tutti a casa.
Ma poi quel modello di festa si è
moltiplicato, riprodotto su scala nazionale e diffuso in tutto il Paese, poi
copiato da altri partiti, ma senza lo stesso successo delle Feste dell’Unità.
Ma cosa sono state le Feste
dell’Unità, soprattutto nel Novecento, che cosa hanno rappresentato per il
popolo italiano, e non solo per i comunisti?
Non si è trattato, e non si
tratta, solo della cronaca di eventi più o meno festosi che milioni di italiani
hanno frequentato in molte parti d’Italia. Dietro quelle tavolate festose e
quegli uomini e donne che grigliano le salamelle e fanno i tortellini c’è stata
una grande idea. Una operazione politica e culturale originale, molto
ambiziosa, che dopotutto rappresenta la spiegazione vera della forza del Pci.
Quel partito, nato per impulso della Rivoluzione d’ottobre, ma che si nutrì di
una idea profondamente realista dell’Italia, e quindi della politica come
storia, non solo delle classi dominanti, ma della complessa vicenda del popolo
italiano. Il Pci partiva dalla volontà di creare un tessuto di relazioni e di
partecipazione alla vita collettiva, tale da trasformare le masse in quello che
mai erano state, cioè un popolo-nazione. Non più plebe, sudditi, un mondo
separato degli esclusi, ma lo strumento della politica volto a riscattare
milioni di persone, generare una lotta per il progresso civile e culturale di
tutti gli italiani. Era la formazione di una nuova umanità. Gli italiani erano
rimasti ai margini per diversi secoli dei grandi movimenti che avevano segnato
in Europa l’avvento dell’Età moderna: dalla rivoluzione inglese a Lutero, per
proseguire con la Rivoluzione francese, l’Illuminismo e i Diritti dell’Uomo. Su
questi cambiamenti epocali l’Italia era rimasta ferma. Qui da noi erano rimaste
intatte le grandi questioni storiche: quella contadina (l’ottanta % della
popolazione, quasi del tutto analfabeta), quella meridionale, quella vaticana,
quella della laicità dello Stato.
Ecco, l’invenzione delle
feste de l’Unità era stata anche pensata per dare forza e gambe all’idea di migliorare e sviluppare l’Italia, far nascere la
grande politica e contribuire all'obiettivo posto dal gruppo dirigente di aderire “a tutte le
pieghe della società”. Il Pci, in quegli anni, per strutturare le Feste mise
insieme varie cose: il messaggio politico, l’evento festoso (che serviva a
verificare il radicamento popolare), la capacità organizzativa, l’occasione per
i dirigenti di farsi conoscere e aprire i dibattiti.
Il successo fu clamoroso. Venne
persino organizzata una festa a Roma al Foro Italico per festeggiare Togliatti
guarito dopo l’attentato del 1948.
Le Feste dell’Unità contribuirono a creare nel
Paese, dunque, non solo momenti di svago e di aggregazione, ma aiutarono a
sviluppare una nuova coscienza popolare, la nascita di una nuova classe
dirigente politica e momenti di costruzione del consenso.
Beniamino Colnaghi
Qui sotto alcune foto tratte dalle Feste dell'Unità svoltesi a Verderio (LC)