mercoledì 20 giugno 2018

Il cimitero di guerra di Sorgenti (Monte Piana) in Val di Landro

La prima guerra mondiale fu il risultato di un lungo periodo di tensioni tra le principali potenze europee. La Germania, in particolare, voleva imporsi come paese guida del continente, contrastata dall'Inghilterra e dalla Francia, desiderosa quest’ultima di una rivincita dopo la sconfitta del 1870. L'impero austro-ungarico e quello russo vedevano invece minacciata la loro integrità dalle richieste di indipendenza dei diversi popoli sottomessi.
Il conflitto scoppiò dopo l'assassinio di Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria, avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914. L'Austria ne ritenne responsabile la Serbia, dichiarandole guerra. Il meccanismo delle alleanze fece entrare nel conflitto Gran Bretagna, Francia e Russia da un lato, e dall'altro Germania e Austria. L'Italia si mantenne per il momento neutrale. L'esercito tedesco cercò di cogliere di sorpresa la Francia con un rapido attacco sul fronte occidentale. Invaso il Belgio neutrale, i Tedeschi penetrarono nel territorio nemico ma furono sconfitti nella battaglia della Marna. La guerra di movimento divenne così guerra di posizione, combattuta nelle trincee. Intanto sul fronte orientale l'esercito tedesco occupò la Polonia.
Nel maggio del 1915 anche l'Italia, inizialmente alleata con la Germania e l’Austria-Ungheria, entrò in guerra a fianco di Francia, Inghilterra e Russia, dopo lunghi e accesi contrasti interni tra i partiti politici. I favorevoli all’intervento erano convinti che la guerra fosse necessaria per completare l'indipendenza nazionale con la conquista di Trento e Trieste e di altri territori. La guerra proseguì con esiti sempre più drammatici e sanguinosi. Tra le battaglie combattute sul fronte tirolese, quella sulla linea Tre Cime di Lavaredo, Monte Piana e Monte Cristallo fu una lunga e sanguinosa serie di terribili scontri in montagna, avvenuti principalmente sulla sommità del monte Piana, facente parte del massiccio delle Dolomiti di Sesto, dove, tra il 1915 e il 1917, si consumarono alcuni dei più violenti scontri tra soldati italiani e austro-ungarici, che per ben due anni lottarono sulla sommità pianeggiante di questo monte. Fu uno dei teatri più sanguinosi e statici di tutta la guerra, e nonostante la netta superiorità di uomini e armamenti del Regio Esercito, i comandi italiani non furono mai in grado di conquistare le postazioni dominanti sul monte, occupate dagli austriaci. Ma i caduti duranti questi scontri furono alcune migliaia, non solo a causa dei combattimenti, ma anche a seguito di epidemie, malattie, slavine, gelo.
Il monte Piana avvolto dalle nuvole
 
Le Tre Cime di Lavaredo viste dal lago di Misurina
 
Sotto la Croda dell’Acqua, in località oggi chiamata Sorgenti, a circa 9 km da Dobbiaco, venne sistemato il centro di medicazione austriaco. Dalle trincee i feriti si conducevano nelle strutture predisposte alla medicazione e cura e divisi in casi lievi, gravi e “senza speranza”. I medici operavano solo i casi più urgenti mentre il compito principale dei sanitari era preparare i militari al trasporto negli ospedali. Nelle baracche del campo di Croda dell’Acqua si potevano accogliere fino a 2.000 soldati. Chi moriva nell’infermeria veniva seppellito nelle immediate vicinanze del posto di soccorso centrale austriaco, senza che venisse fatta alcuna distinzione tra le varie nazionalità. Così nel 1915 nacque il cimitero di guerra di Sorgenti.





Dopo l’annessione dell’Alto Adige all’Italia, l’esercito italiano si assunse il compito di raggruppare i numerosi piccoli cimiteri disseminati sulle linee di guerra in pochi cimiteri centrali. Il trasferimento dei corpi avvenne tra il 1926 e il 1938. Nel cimitero di Sorgenti confluirono i corpi dei caduti seppelliti nei cimiteri nei dintorni. Mentre i caduti tedeschi e austriaci, di “etnia e madrelingua tedesca”, vennero trasportati in altri cimiteri presenti in patria, a Sorgenti arrivarono le salme dei caduti delle altre nazionalità, compresi “gli altri austriaci”, ossia quelli appartenuti a tutte le altre regioni dell’Impero austro-ungarico, ormai dissolto. Furono 1.259 i soldati che trovarono l’eterno riposo in questo cimitero, tra i quali, secondo la lista compilata all’epoca, moltissimi italiani residenti nelle località appartenute all’Impero e 268 russi, 147 serbi, 145 polacchi, 121 ungheresi, 45 romeni, 7 sloveni.
Il cimitero di guerra Sorgenti, esteso su un’area di 3.174 mq, oggi monumento nazionale, è in parte eretto su terreno del “Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra” di Roma ed in parte su un terreno privato.   
 
Beniamino Colnaghi

Note
Le fotografie sono state scattate il 13 giugno 2018

sabato 16 giugno 2018

                  Museo Etnografico dell’Alta Brianza
                               Località Camporeso di Galbiate (Lecco) 
 
           Da domenica 17 giugno 2018 si potrà visitare la mostra
 
Così, su due piedi
Calzolai, ciabattini, zoccolai
in Brianza e nel Lecchese
 
 
a cura di Serena Meroni e Massimo Pirovano
Info: MEAB tel. 0341.240193 Parco Monte Barro tel. 0341.542266 
Cerca il MEAB su Facebook

mercoledì 6 giugno 2018

Dove si trovano Bessarabia, Gagauzia, Transnistria? In Europa!
Nascita e storia di tre regioni europee 

Nel corso dello studio e della ricerca di dati e informazioni propedeutiche alla stesura del pezzo intitolato “Le terre orientali dell’Impero austro-ungarico”(1) mi sono imbattuto in alcune regioni confinanti con i territori orientali governati dagli Asburgo, ma appartenute storicamente, seppur in maniera non continuativa e lineare, al Regno di Romania, all’Impero russo ed a quello ottomano.
Le tre regioni di cui intendo oggi tracciare la storia erano anch’esse, come la maggior parte di quelle appartenute al dominio austro-ungarico, un crogiolo di popoli e etnie, un punto d’incontro di stirpi e di fedi religiose. Essendo terre di confine di grandi imperi erano certamente ritenute secondarie, meno importanti, e poco note rispetto al centro del potere ma, nella loro struttura erano presenti secoli di storia e di cultura ed una composizione sociale complessa.
 
I territori in colore rosa appartenuti all'Impero Romano

Nel cuore della Moldavia, abitata anticamente dai Daci, diventata poi provincia Romana e, in tempi molto più recenti, accorpata prima all'Unione Sovietica e dopo il crollo di quest’ultima diventata Repubblica Moldava, c’è una regione autonoma del tutto indipendente, con una sua lingua, un suo parlamento, la sua banca e le sue tradizioni. È la Gagauzia, che, oggi, guarda con occhio più benevolo alla Russia, piuttosto che all’Europa. Qui le carte geografiche e i confini sono labili. Il passato non aiuta a capire. Questo è un angolo dei Balcani, vicino al Delta del Danubio, da sempre crocevia di razze, lingue e religioni diverse, dove topografie di imperi e paesaggi si sono sovrapposte in continuazione, cancellando anche il ricordo di regioni che una volta erano qui: Galizia, Rutenia, Bucovina, Podolia, Valacchia, Bessarabia. E dove anche i nomi delle città e dei luoghi sono in più lingue. Come il capoluogo della Gagauzia, Comrat, che ha una sua versione in gagauzo, rumeno, russo, ucraino, bulgaro. Ma i gagauzi, a maggioranza ortodossa, pare abbiano le idee molto chiare sul loro destino se nell’ultimo censimento più del 70% degli oltre 160mila abitanti si è dichiarato tale.
 
La Gagauzia e la Transnistria, regioni della Moldova
 
I gagauzi cominciarono a popolare questa regione a partire dal 1812, provenendo dalla Bulgaria orientale. Nello stesso periodo e nella medesima area s'insediò una numerosa comunità di bulgari.
Dal punto di vista storico-culturale non vi è nulla di particolare e rilevante da citare nelle città della Gagauzia, se si eccettua una cattedrale ortodossa a Comrat che risale al 1820. Dopo la recente secessione della Crimea e del Donbass dall’Ucraina alla Russia, i gagauzi hanno cominciato a spostarsi stagionalmente verso questi nuovi territori “russificati” in cerca di fortuna. Attualmente il legame con Mosca costituisce uno dei fondamenti dell’identità di questa regione autonoma nel sud della Moldavia. Il popolo gagauzo è cresciuto con l’idea dell’Unione Sovietica come patria e conserva un miglior ricordo dei russi, piuttosto che dei rumeni e dei bulgari.
Fino all’autunno del 1989, l’anno degli sconvolgimenti in Europa orientale e in Unione Sovietica, nessuno aveva sentito parlare di Gagauzia. Tre giorni dopo la caduta del Muro di Berlino venne proclamata la nascita della Repubblica socialista sovietica autonoma di Gagauzia. Nessuno se ne accorse, probabilmente nemmeno i moldavi, a cui quella regione apparteneva. Nel mese di agosto del 1990 i gagauzi rivendicarono il diritto all’autonomia, pur con la volontà di rimanere nell’Urss. Il mese dopo nella vicina Transnistria fecero lo stesso, anche se poi tutto si impantanò. Un anno più tardi la Moldavia diventò indipendente e l’Urss cessò di esistere. Nel 1994 la Moldavia riconobbe lo statuto speciale della regione.

Tiraspol, "capitale" della Transnistria. La statua di Lenin svetta davanti al parlamento
 
La Transnistria, come si può notare sulla mappa, è un sottilissimo lembo di terra a est del fiume Dnestr, tra Moldavia e Ucraina. Uno stato indipendente de facto dal 1991 perché non è riconosciuto dalla comunità internazionale. I suoi abitanti la chiamano "Repubblica Moldava di Pridnestrovie" e sono fermamente convinti che sia un paese "vero", con tanto di confini, di un presidente, con elezioni politiche, un esercito, la polizia ed un servizio di intelligence, che si chiama ancora Kgb. La lingua ufficiale è il russo. E anche la moneta della Moldavia, il leu, non serve a nulla: qui si paga con il rublo della Transnistria. Al massimo con il rublo di Mosca.
Storicamente nel XV secolo l'area finì sotto il controllo dell'Impero ottomano. A quel tempo, la popolazione era scarsa, di etnia mista moldavo-rumena e ucraina, con presenza di nomadi tartari. Alla fine del XVIII secolo ci fu la colonizzazione della regione da parte dell'Impero russo, con lo scopo di difendere i propri confini di sud-ovest. La conseguenza fu una consistente immigrazione di ucraini, russi e tedeschi. Nel 1918 il Direttorato di Ucraina proclamò la sua sovranità sulla parte sinistra del fiume Nistro. A quel tempo la popolazione era molto variegata, con prevalenza moldavo-rumena.
La regione divenne poi l'Oblast' autonomo di Moldavia nell'ambito della Rss (Repubblica Socialista Sovietica) di Ucraina. L'entità fu trasformata in Repubblica Autonoma Moldava con capitale Balta, nel 1924. La maggioranza della popolazione era di madrelingua rumena e nelle scuole s'insegnava perciò la lingua rumena usando l'alfabeto cirillico. La Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia fu istituita da una decisione del Soviet Supremo dell'Urss il 2 agosto 1940. Era formata da due parti: una buona parte della Bessarabia, sottratta alla Romania il 18 giugno a seguito del patto Molotov-Ribbentrop e la parte occidentale della preesistente Repubblica Autonoma Moldava, mentre la parte orientale, con la precedente capitale Balta, era annessa alla Rss di Ucraina.
Nel 1941 le truppe rumene, all'inizio dell'Operazione Barbarossa, ripresero la Bessarabia ma continuarono l'avanzata oltre il confine storico lungo il corso del Nistro. La Romania annesse poi ad interim l'intera regione tra il Nistro e il fiume Bug meridionale, dove era presente una consistente minoranza romena, includendo la città portuale di Odessa, che in seguito entrò a far parte dell'Ucraina. L'Unione Sovietica riguadagnò l'area nel 1944 quando l'Armata Rossa penetrò nel territorio facendo indietreggiare le Potenze dell'Asse. 
La Rss Moldava fu oggetto di una politica di sistematica russificazione, ancor più dura di quella del periodo zarista. Il cirillico divenne la scrittura ufficiale della lingua moldava nella repubblica, mentre il russo era la lingua di comunicazione interetnica.
La maggior parte delle industrie che furono create nella Rss Moldava, allo scopo di attirare immigrati dal resto dell'Urss, era concentrata nella Transnistria, mentre la parte della Moldavia a ovest del Nistro manteneva un'economia prevalentemente agricola.
La Transnistria si staccò dalla madrepatria già al crollo dell'Urss, nel 1990, quando l'allora Repubblica sovietica di Moldavia dichiarò la sua indipendenza. Seguirono una guerra civile e un cessate il fuoco che "congelò" il conflitto per 25 anni, senza mai giungere a un vero e proprio trattato di pace. La Transnistria gode quindi di un'indipendenza di fatto, e i suoi confini sono pattugliati da circa 1.200 peacekeeper russi. In effetti, molti transnistriani, pur manifestando patriottismo per il loro piccolo paese, restano legati a Mosca, tanto che nel 2014 il governo ha chiesto l'annessione alla Russia. I rapporti con la Russia sono intensi sia sul piano politico sia militare. La recente crisi ucraina e la volontà dell’Ucraina occidentale di spostarsi nella sfera d’influenza di Bruxelles preoccupa Mosca anche riguardo alla possibile condizione della Transnistria, che si troverebbe in quel caso schiacciata tra due repubbliche europee.
Orgogliosi e convinti delle loro radici russe, i transnistriani sono ormai abituati a vivere in una terra di confine, in una zona franca e deregolamentata che favorisce lo sviluppo di diverse attività locali e incrementa il loro misero reddito.
 
La Bessarabia

Nell’Ucraina meridionale, tra i grandi fiumi Prut a occidente, Dnestr a est e il delta del Danubio a sud, esiste una regione dal nome quasi esotico: Bessarabia, l’antico termine con il quale si definiva gran parte dell’attuale Moldavia, ma che oggi indica quasi esclusivamente il Budjak, o Bessarabia storica, una regione che appartiene all’Ucraina.
Nel corso degli ultimi secoli, così come lo è oggi, la Bessarabia è stata una terra di confine tra popoli e proprio per questo fattore è stata un crogiolo di lingue e culture. Si trova al confine tra Moldavia e Romania e vicina alla Transnistria ed alle sue basi militari russe.
All’inizio del medioevo subì le invasioni o venne attraversata da decine di diversi popoli barbari che in quei secoli migravano verso occidente (gli ultimi ad arrivare furono gli slavi). Nel corso dei secoli, la Bessarabia fu dominata da vari principati slavi ortodossi o di lingua rumena. Con l’ascesa dell’Impero ottomano divenne prima un suo stato vassallo e poi parte del territorio imperiale. Più avanti ancora, divenne una delle terre di conflitto privilegiate tra l’Impero ottomano e la Russia degli zar. Questo succedersi di migrazioni, invasioni e dominazioni ha reso la Bessarabia un insieme di etnie, lingue e popoli molto diversi. Oggi circa metà dei suoi 570mila abitanti sono ucraini, il resto sono russi, moldavi, rumeni, bulgari, albanesi e gaugasi, un popolo di lingua turca e religione musulmana. Altri popoli, come tedeschi e mongoli, vivevano nella regione, ma sono stati cacciati nel corso di periodiche pulizie etniche. Nella Bessarabia di oggi quasi tutti gli abitanti parlano anche russo.

Oggi la Russia esercita la sua influenza di grande potenza in tre aree all’interno o vicino all’Ucraina: la Crimea, l’Ucraina orientale e, come abbiamo appena letto, la Transnistria. Almeno da quanto si legge sui giornali pare che la Russia sia molto interessata ad unire questi tre territori, tutti attualmente separati gli uni dagli altri. Lo snodo chiave, il territorio che potrebbe fare da cerniera a queste tre aree, è proprio la Bessarabia.  

Beniamino Colnaghi

Note
1)Le terre orientali dell'Impero austro-ungarico: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2015/07/le-terre-orientali-dellimperoaustro.html

Storia e formazione degli Stati dell'Europa orientale:
http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2015/02/leuropa-orientale-radici-storia-e.html

 

martedì 22 maggio 2018

Pittura devozionale e segni del sacro in Brianza

Nel blog Storia e storie di donne e uomini sono contenuti articoli, tracce e testimonianze circa la profonda devozione verso il sacro e i simboli religiosi delle genti brianzole. Per riprendere un concetto già espresso in altri post, la profonda e secolare tradizione per il culto mariano e la vita dei santi ai quali i contadini erano più legati ha portato alla costruzione e alla dedicazione di numerosissimi santuari, cappelle ed edicole sacre. La nascita di nuovi santuari e di edifici di culto alla Vergine, ad esempio, venne favorita dalla riforma tridentina ed in particolar modo da san Carlo Borromeo. Tali edifici ebbero una maggiore diffusione nelle campagne brianzole, ove la tendenza alla conservazione di un proprio sistema sacro di riferimento si è protratto sino all’età contemporanea.

In un mondo quasi fermo e stanziale, come era quello rurale, le festività religiose e quelle del santo patrono o dei pellegrinaggi ai santuari erano fra le poche occasioni per uscire dalle ristrettezze della vita e uscire dal piccolo ambito del villaggio. Spesso il pellegrinaggio veniva svolto per chiedere una grazia particolare a Maria, per sé e per i propri cari, a causa di una malattia, un incidente o solo per evitare una sciagura o un’epidemia. Il ringraziamento si traduceva allora in un dono votivo offerto alla Madonna, un ex voto che significava secondo la promessa fatta. Fra le varie forme di doni votivi donati alla Vergine, il primo posto spettava al dipinto su tavola o su tela, che illustrava l’azione che aveva determinato la grazia. In alcuni santuari brianzoli il loro numero è notevole, come nel caso del santuario della Beata Vergine del Soccorso a Ossuccio, ove sono conservati 159 quadri, o nel santuario del Santissimo Crocifisso a Como, al cui interno sono custoditi 377 dipinti votivi, o, ancora, nel santuario della Madonna del Bosco a Imbersago(1), certamente il più noto e frequentato tra i templi mariani briantei, nel quale sono conservate 112 opere dipinte. Anche nel santuario di Santa Maria Nascente di Sabbioncello di Merate una grande parete è affrescata da numerosi ex voto popolari(2).
 
Una panoramica e suggestiva fotografia del santuario di Ossuccio e un ex voto

Una parte non piccola del patrimonio votivo dei santuari è andato perduto, disperso o danneggiato a causa di anni di abbandono, durante i quali non è stato riconosciuto il loro valore storico, artistico e di fede. Oltre ai santuari sopraccitati ve ne sono altri nella Brianza lecchese e comasca che contengono dipinti e affreschi ex voto di buona fattura, tra i quali il santuario della Beata Vergine della Neve di Cucciago e la Madonna di Rogoredo ad Alzate Brianza.
Una parte consistente degli ex voto giunti fino a noi sono riconducibili al XIX secolo, ma un numero certamente non trascurabile appartiene ai secoli precedenti. Soltanto nel santuario comasco del Crocifisso 25 tavolette appartengono al Seicento, come pure in quello di Sabbioncello di Merate e a Ossuccio, nel santuario della Madonna del Soccorso, dove sono conservati ben 74 quadri votivi del Seicento e 36 del Settecento.



 
Il santuario del Santissimo Crocifisso di Como e tre quadretti ex voto
 
Oltre alla pittura votiva, va segnalata anche la grande diffusione della pittura devozionale nelle cascine e nelle case dei contadini(3). Pittori itineranti, talvolta gli stessi che dipingevano nei santuari, raffiguravano sulle pareti del porticato della dimora rurale, sopra le porte d’ingresso delle case ed anche negli stretti vicoli del borgo le immagini dei santi protettori del luogo e degli animali. Tra i più diffusi qui in Brianza vi erano san Giobbe, sant’Antonio Abate, san Sebastiano, san Rocco o il Crocifisso e la Vergine.
I dipinti votivi e devozionali, oggi, che abbiamo tecniche e sensibilità maggiori rispetto al passato, ci permettono di capire e documentare, non solo le modalità di rappresentazione utilizzate nella realizzazione dei dipinti, ma anche, in modo analitico e con dovizia di particolari, le circostanze e la scena dell’avvenimento. L’apporto che questi dipinti possono dare alla conoscenza del paesaggio e dell’ambiente rurale è assolutamente rilevante e degno dell’attenzione che negli ultimi decenni si è riservata loro. In una delle più note e preziose tavolette di Imbersago, ad esempio, il frescante, raffigurando la rovinosa caduta di una donna, si sofferma anche sugli interni della sua abitazione, adattata in quel momento all’allevamento dei bachi da seta(4). Possiamo in questo modo conoscere la disposizione del castello dei bachi, l’ordinamento dei graticci e la localizzazione del camino.
Oppure anche il quadro presso Alzate Brianza, raffigurante un uomo risparmiato da un fulmine, ci illustra le caratteristiche ambientali, le condizioni atmosferiche e l’esatta dinamica dell’accaduto.
 
Le foto che seguono ritraggono la cappella del miracolo e alcuni quadretti ex voto presso il santuario della Madonna del Bosco di Imbersago
 

 
 


 

 
 
Per mezzo di un ex voto del 1847 presso il santuario di Cucciago veniamo invece a sapere informazioni circa la costruzione della galleria ferroviaria che attraversa il colle fra Minoprio e Cucciago, sulla cui sommità, il 15 luglio del 1847, avvenne un incidente.  
Per valutare quindi gli ex voto si possono usare più punti di osservazione, quali quello storico, quello antropologico, quello relativo alla documentazione di fede, come attestazione di pietà popolare, come possibilità di esprimere con mezzi poveri un ringraziamento. L’ex voto e gli affreschi devozionali sono innanzitutto dipinti realizzati da pittori su un determinato supporto, attraverso una tecnica che gli è consona e secondo canoni a lui noti. In base a un’indagine condotta da Natale Perego, dei 122 dipinti conservati nel santuario di Imbersago, quasi la metà sono stati realizzati su carta, oltre un terzo su tela e il residuo su tavola. 
Nel corso del Novecento, presso il santuario della Madonna dei Miracoli di Cantù si è affermata l’usanza di far dono di un merletto in pizzo evocativo dell’immagine della Vergine. Oggi sono decine e decine i merletti incorniciati collocati accanto alla sacra immagine di Maria, sull’altare maggiore del santuario.
Come è sempre stato in numerosi templi mariani, ove la tradizione ha imposto forme di ringraziamento diverse dalle tavolette dipinte o dagli affreschi murali, dopo la metà del secolo scorso il dono votivo cominciò a contemplare cuori argentati, ricami con scritto Grazia Ricevuta, merletti o ex voto fotografici.
Con l’inoltrarsi del Novecento e lo sviluppo dei veicoli a motore mutarono anche le circostanze oggetto del dono votivo, come a Imbersago e al santuario della Madonna di Rogoredo, divennero preminenti gli ex voto offerti dai sopravvissuti a incidenti stradali.
Tuttavia, malgrado gli sforzi compiuti negli ultimi decenni, la salvaguardia e la valorizzazione di questo importante patrimonio conservato nei santuari briantei è ancora una questione in parte irrisolta, che necessita di essere affrontata con più determinazione e, soprattutto, con più competenze e risorse.

Beniamino Colnaghi

Note
4. Il baco da seta: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2015/03/canti-riti-e-superstizioni-attorno.html

Per saperne di più sugli argomenti trattati:
Natale Perego, Miracoli dipinti, Cattaneo Editore, Oggiono, 1993.
Carlo Pirovano, Ambienti metaforici e pittura popolare in Lombardia…, Electa, Milano, 1984, pag.38.
Tiziano Casartelli, Il Santuario di Cucciago, Cattaneo, Oggiono, 1982.

domenica 15 aprile 2018

Aprile 1918: il Patto di Roma e la nascita degli "Stati della Nuova Europa"

Mentre la Grande Guerra si stava concludendo, l'Italia organizzò nella capitale il "Congresso delle Nazionalità oppresse dall'Impero austro-ungarico". I lavori si svolsero a Roma nei giorni 8, 9 e 10 aprile 1918 e nella sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio venne formulato il "Patto di Roma", con il quale il nostro Paese elaborò un disegno di politica estera di ampio respiro, delineando quale assetto avrebbe potuto avere il continente europeo dopo la fine del conflitto.
Il Patto di Roma è poco conosciuto in Europa, e, purtroppo, lo è ancor di meno nel nostro Paese. Eppure, quel momento storico vide l’Italia abbandonare qualsiasi velleità imperialistica e diventare protagonista in Europa nella ricerca di una elaborazione politica e strategica che superasse i contenuti del Patto di Londra, in base al quale l’Italia entrò in guerra. Gli accordi scritti a Roma furono veramente momenti “alti” della storia italiana, assieme al Risorgimento e alla fondazione, nel secondo dopoguerra, della Comunità Europea, con Francia, Germania occidentale e Benelux. Con il Patto, l’Italia si pose al centro di un grande processo storico e di cambiamento radicale in Europa. Decidendo di mettersi alla testa di tutti quei comitati delle nazionalità soggette all’Impero austro-ungarico, sorti all’estero dopo l’inizio del conflitto e che ne volevano la dissoluzione, il nostro Paese cambiò la sua strategia politica, non più rivolta solo all’annessione di alcune regioni, ma diretta ormai all’abbattimento della Monarchia. Di qui il Congresso di Roma dell’8-10 aprile, che vide uniti assieme agli italiani i cechi, gli slovacchi, i polacchi, gli jugoslavi, i romeni, ma anche esponenti inglesi, francesi, americani, e la successiva Dichiarazione o “Patto”, con il quale si riconosceva l’aspirazione all’indipendenza dei popoli dell’area danubiano-balcanica, quale era stata prefigurata nel corso del Risorgimento da Giuseppe Mazzini.


Ma questa aspirazione all’indipendenza non fu poi così scontata se, fino al 1914 i responsabili delle varie componenti nazionali della Monarchia erano disponibili al suo mantenimento in vita, anche perchè non avevano molte alternative praticabili. Da una parte c’era la Germania, che emergeva potente, dall’altra c’era la Russia zarista. Essi volevano una ristrutturazione dell’Impero in senso federalistico, in modo tale da avere voce in capitolo nel governo. Si era coniata da tempo l’espressione “austroslavismo” per indicare la disponibilità degli slavi a collaborare. Gli stessi socialisti erano d’accordo, vedevano nell’area asburgica la prima possibilità di realizzare l’internazionalismo proletario. Ma le classi dominanti austro-tedesche e magiare non intendevano perdere la loro supremazia, lo Stato non riusciva a trasformarsi da apparato repressivo, di polizia, a Confederazione di popoli. A poco a poco però emerse un’autocoscienza nazionale in tutti i popoli, un processo unitario.
L'Italia, in questo contesto, diventò capofila del riscatto nazionale di queste popolazioni. Certo, vi furono motivi ideali ma anche contingenti e di opportunità. C’era una situazione estremamente difficile al fronte. La disfatta di Caporetto aveva spostato la guerra a ridosso di Venezia. La Russia nel marzo si era ritirata negoziando la pace di Brest Litovsk e quindi tutta la potenza di fuoco dell’esercito austro-ungarico poteva venire concentrata sull’area italiana, uno sfondamento in questo settore sarebbe stato decisivo per le sorti del conflitto. Ma tutto questo ha oscurato la presenza e l’attivissimo lavorio della componente politica dell’interventismo democratico che intendeva portare avanti una strategia alternativa a quella del ministro degli Esteri Sonnino e riprendere la tradizione mazziniana di un’alleanza organica con i movimenti di rinascita nazionale delle popolazioni slave (e anche non slave, pensiamo agli albanesi ed ai romeni) dell’Europa centrale.
Oltre agli uomini di governo italiani ed ai politici di diversi schieramenti, i principali promotori dell’assise romana, appoggiati da numerose associazioni, furono alcuni uomini di cultura italiani, intellettuali, scrittori quali Giani Stuparich, Umberto Zanotti-Bianco, Leonida Bissolati, Francesco Ruffini, Andrea Torre, Giovanni Amendola, Gaetano Salvemini, Giuseppe Prezzolini.
Per comprendere un po’ meglio i motivi che indussero l’Italia a promuovere e organizzare l’assise romana occorrerebbe anche aggiungere che, prima dello scoppio della guerra, il quadro geopolitico europeo cambiò radicalmente nel giro di pochi anni. Nel ’15 l’Italia entrò in guerra per acquisire certe regioni con le quali avrebbe completato il suo processo unitario, ma non per abbattere la Monarchia, perchè si temeva che si creasse un vuoto nell’area danubiano-balcanica. Il corso della guerra dimostrò comunque che non si potevano scindere i destini dell’Austria-Ungheria da quelli della Germania, e quindi non si poteva battere questa e salvare l’altra. La strategia di politica internazionale andava quindi completamente rimodulata, e ciò doveva avvenire, e di fatto avvenne a Roma nell’aprile del 1918, appoggiando i comitati che agivano per la creazione di nuovi stati. Questi comitati portavano avanti una prospettiva di integrazione tra le diverse etnie presenti nelle nuove entità statali. Si parlò di integrazione e convivenza, quindi, non di separazioni e intenti nazionalistici.
Roma, 24.05.1918. Lo slovacco Štefánik, al centro, durante la cerimonia di consegna della bandiera

Ma chi furono i maggiori esponenti delle popolazioni coinvolte ed i rappresentanti degli Stati successori all’Impero che sottoscrissero il Patto di Roma? Due su tutti. Tomáš G. Masaryk, primo presidente e fondatore della nuova Cecoslovacchia, che scrisse La Nuova Europa. Il punto di vista slavo, proprio nel corso del conflitto, che costituisce una delle analisi più lucide delle cause dello scontro in atto e mostra quali alternative positive si potessero aprire dalla dissoluzione della Monarchia asburgica. Lui vide in prospettiva la creazione di nuove aggregazioni di popoli su base democratica e nuove forme di integrazione in Europa centrale, non più legate all’aspetto dinastico, ma espressione di libere scelte. Divenne già negli ultimi anni dell’Ottocento un punto di riferimento culturale e politico non solo per cechi e slovacchi, ma anche per gli slavi del sud e tutta l’intellighenzia dell’Europa centrale, profondo conoscitore della Russia e legato al liberalismo progressista occidentale. E poi Milan Rastislav Štefánik. esponente slovacco, astronomo, aviatore, naturalizzato francese e diventato generale dell’Armée, ma che operò intensamente anche in Italia. Fu lui a organizzare la Legione ceco-slovacca e avrebbe voluto che l’Italia giocasse un ruolo decisivo nello scacchiere danubiano-balcanico anche dopo il conflitto. Morì prematuramente proprio mentre stava ritornando in patria con un aereo Caproni, in vista di Bratislava, il 4 maggio 1919.
Il monumento di T. G. Masaryk al "Castello" di Praga

Dopo la conclusione del primo conflitto mondiale, da parte di alcuni politici e storici italiani si parlò di “vittoria mutilata” dell’Italia. Ma molti non furono d’accordo con questo “luogo comune”, con questa pretestuosa invenzione. Una falsità storica. L’Italia ottenne tutto, sul confine settentrionale, con l’acquisizione del Trentino e del Sud Tirolo, e su quello orientale dell’intera Istria, di Fiume (non compresa nel Patto di Londra) e di Zara. Si tentò di censurare il Congresso di Roma e la pacificazione, ossia l’intesa che in quell’occasione vi fu con gli slavi, perchè si voleva indebolire fin dall’inizio il nascente Stato dei serbi, croati e sloveni, che si chiamerà Jugoslavia dopo il 1929.

Beniamino Colnaghi
Note e bibliografia
L’Europa orientale e la nascita degli stati: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2015/02/leuropa-orientale-radici-storia-e.html
Francesco Leoncini, Il Patto di Roma e la legione Ceco-Slovacca. Tra Grande Guerra e Nuova Europa, Kellermann Editore, 2014. 

mercoledì 4 aprile 2018

Verderio Superiore: dopo 61 anni l’alpino Andrea Colombo è ”tornato a casa”

Il 15 febbraio 2003 fu una giornata molto fredda. Il cielo era limpido e terso ma la temperatura segnava punte quasi polari. Era sabato. L’urna, contenente le spoglie mortali dell’artigliere alpino Andrea Colombo, esumate dal cimitero militare italiano di Griscino, Ucraina, aveva portato con sé il freddo gelido e pungente, tipico degli inverni di quell’area geografica.
Andrea era finalmente tornato a casa, tra la sua gente, dopo oltre sessanta anni.
Andrea Colombo
 
L’urna era giunta a Verderio Superiore accompagnata da alcuni famigliari, dai rappresentanti della sezione locale degli alpini e dell’Unirr, l’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia. Ad accoglierla, oltre alle autorità civili, militari e religiose, c’era il fratello Lino, di 92 anni, i nipoti, le associazioni e tanti cittadini verderiesi.
Dopo una breve ma sentita e commovente cerimonia, l’urna è stata deposta nella sala civica comunale, per l’occasione addobbata con paramenti civili e religiosi, con una grande bandiera tricolore che copriva un’intera parete, da una corona d’alloro e dal labaro della sezione degli alpini di Lecco. Durante la stessa giornata moltissimi cittadini verderiesi e rappresentanti degli alpini delle varie sezioni della zona hanno fatto visita alle spoglie di Andrea. 
 
 

 
Il capitano maggiore Andrea Colombo, di Giuseppe, nacque l’8 agosto 1916 alla cascina Alba, oggi tristemente disabitata e in stato di forte degrado. Il giovane Andrea visse in paese fino all’età di 20 anni, fino a quando, nel 1936, fu chiamato a svolgere il servizio di leva. Chi lo conobbe lo ricorda come un ragazzotto robusto, di statura media ma forte come un toro, dal carattere buono e cordiale, sempre pronto e disponibile a dare una mano a chi ne avesse bisogno.
Dal foglio matricolare del Regio Esercito Italiano si rileva che Andrea fu chiamato alle armi il 10 maggio 1938. Una giovinezza sfortunata, la sua. Come quella di numerosi suoi coetanei, tormentata da chiamate alle armi, congedi provvisori e richiami, raggiunta dal turbine di una guerra che, prima di togliere la vita a molti giovani, tolse loro certezza nel futuro. Partì per la guerra di Russia il 26 luglio 1942 con il 2° Reggimento artiglieria alpina.   

Nel 1940 il 2° Reggimento partecipò alla campagna sul fronte occidentale; venne poi inviato in Albania, alle dipendenze della Divisione Alpina Cuneense, e successivamente in Grecia e Jogoslavia. Il 26 luglio 1942 iniziarono le partenze dei convogli ferroviari destinati a trasportare la Divisione Cuneense sul fronte russo; in totale si conteranno 52 convogli per un viaggio della durata di 13 giorni.
Il 2° Reggimento venne impiegato per essere dislocato nel Caucaso ma fu invece rischierato sulle rive del fiume Don. Combatté nelle battaglie cruente di Novo Kalitwa, Rossosch, Annowka, Popowka e Novo Postojalowka. In Patria rientrarono soltanto 3 ufficiali, 10 sottufficiali e 195 tra graduati e alpini. Per il suo eroico sacrificio di vite, al Reggimento fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare[1].

Appena arrivato al fronte russo, fu colto da forti dolori addominali. Fu ricoverato all’ospedale da campo italiano 827 di Losowaia e lì morì di peritonite all’età di 26 anni, il 31 agosto 1942. Venne sepolto nel cimitero di Griscino, un piccolo paese appena dentro l’Ucraina.
Il 16 settembre arrivò in municipio un telegramma delle autorità militari che annunciava la morte di Andrea, il quinto soldato di Verderio Superiore morto in guerra.
Due giorni dopo l’arrivo del telegramma, il 18 settembre, anche la madre dell’alpino morì. Gravemente malata e da tempo ricoverata in ospedale non fu messa al corrente della sorte del figlio.

Il ritorno delle spoglie mortali di Andrea a Verderio Superiore ha fatto rivivere ai più anziani ed a chi lo ha conosciuto tanti ricordi di gioventù, fatti e avvenimenti vissuti nei primi trent’anni del Novecento, quando il paese contava poco più di 1.200 abitanti ed era un piccolo borgo di contadini, formato da donne e uomini poveri ma dignitosi, spesso affamati e denutriti ma tesi, caparbiamente, a battersi contro soprusi e ingiustizie, contro la dittatura fascista e la negazione dei diritti e della libertà.
Tutta Verderio si è stretta intorno alle spoglie di Andrea. È stato un paese intero, quindi, che ha voluto custodire intatta la sua memoria per guardare con sicurezza e fiducia al suo futuro, che oggi si basa sulla speranza di una vita civile e sociale costruita sulla scelta consapevole dei valori della democrazia, della convivenza pacifica, della tolleranza, della libertà e della pace.
L’Amministrazione comunale di Verderio ex Superiore, con quella cerimonia, ha inteso lasciare un segno tangibile a ricordo dei numerosi suoi figli morti sui vari fronti di guerra ed a cui va il rispetto ed il ricordo di tutti. Le pagine di eroismo dei nostri concittadini, anche di quelli che hanno partecipato alla Resistenza ed alla lotta al nazifascismo, sono supremi valori ai quali si unisce idealmente l’opera di quanti, oggi, lavorano per l’affermazione nel mondo della democrazia, della pace, della solidarietà, dell’impegno per la convivenza pacifica dei popoli.

Domenica 16 febbraio 2003 si è svolta la cerimonia con la solennità e l’ufficialità dovute.
Le celebrazioni sono iniziate con le note del “Silenzio” a cui hanno fatto seguito i discorsi dell’avvocato Edoardo Vertua, in rappresentanza degli alpini, della signora Zappa, presidente dell’Unirr e del sindaco di Verderio ex Superiore. Si è quindi formato il corteo verso la chiesa parrocchiale, nella quale monsignor Merisi ha officiato la funzione religiosa. L’urna, successivamente accompagnata verso il cimitero locale da un lungo corteo e dalle note della banda degli alpini, è stata accolta con gli onori tra due ali di bandiere e labari abbassati e dalle note del Silenzio fuori ordinanza, scandito dal suono della tromba.  

 
 
Il capitano maggiore artigliere alpino Andrea Colombo, esumato nel cimitero ucraino di Griscino, riposa ora, a perpetua memoria, all’ombra dei cipressi centenari che ornano il cimitero di Verderio ex Superiore. Finalmente riposa in pace nella sua terra, poco lontano dalla cascina ove, giovane e forte, partì per combattere una guerra terribile che non gli diede scampo.

Beniamino Colnaghi

Note e bibliografia
Giulio Oggioni, Verderio, 1940-1945 Ricordi, immagini e testimonianze nel diario di cinque anni di guerra, A. Scotti Editore, Cornate d’Adda, 2008, p.33.