mercoledì 19 giugno 2019

La “Guerra di Libia” (1911 – 1912) fu fatale per Ernesto Aldeghi, giovane militare nato a Verderio Superiore

L’avrò percorso centinaia di volte, il vialetto centrale del cimitero di Verderio ex Superiore. In genere, salvo ristrutturazioni radicali ed esumazioni dovute alla scadenza delle concessioni cimiteriali comunali, volte a creare spazio per altre sepolture, le tombe ed i monumenti funebri più antichi, e di un certo valore storico, sono posizionati nelle aree più vecchie dei cimiteri ed in corrispondenza dei vialetti centrali. Difatti, la tomba dove riposa il corpo di Ernesto Aldeghi è lì da oltre cento anni. Precisamente dal 2 aprile 1913.
Il monumento è composto da un basamento grezzo su cui è appoggiata una colonna spezzata in marmo bianco, che simboleggia la morte prematura di colui che è sepolto, sulla quale sono incise le epigrafi, i dati anagrafici e la fotografia. Il sepolcro, molto semplice, ma suggestivo, è incorniciato da una bassa recinzione.     

 
 
 
Ernesto Aldeghi nacque alla Cascina Isabella di Verderio Superiore il 2 giugno 1890, da Eugenio e Angela Mauri. Si hanno poche informazioni sul suo conto, se non quelle riportate nei registri di stato civile del Comune di Verderio e sul monumento funebre.
Trascorsa l’infanzia e l’adolescenza in paese, il ragazzo venne arruolato nel servizio di leva del Regio Esercito italiano nel marzo 1910 e, sette mesi dopo, il 29 ottobre dello stesso anno, era già sotto le armi. Il 29 ottobre 1910 furono parecchi i giovani militari di Verderio Superiore chiamati a combattere nella breve, ma terribile guerra Italo – Turca, conosciuta ai più come guerra di Libia. 

Dopo la battuta d’arresto di Adua, il colonialismo italiano riprese slancio negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale. Allontanato dalla memoria il ricordo della sconfitta con l’Etiopia, l’Italia si scoprì più convinta della necessità e della giustezza di crearsi un impero in Africa. Mentre proseguiva l’opera di effettiva presa di possesso delle colonie del Corno d’Africa,  l’attenzione della politica e della finanza italiana si spostò sulla Libia, a qual tempo divisa nelle due province di Tripolitania e Cirenaica, entrambe sotto la sovranità nominale dell’Impero ottomano.
Dopo un acceso dibattito interno, il fronte interventista, composto da nazionalisti, cattolici moderati e varie grandi personalità, convinte delle potenzialità della Libia di offrire terre ai nostri contadini, riuscì infine a vincere le diffidenze dei timorosi e l’opposizione dei socialisti. Così quando nel 1911 la Francia estese il suo protettorato al Marocco, l’Italia decise di inviare in Libia 35mila uomini (autunno 1911), facendo valere un accordo del 1902 che sanciva la priorità italiana in Tripolitania e Cirenaica. La guerra fu più lunga e difficile del previsto, poiché i turchi attuarono tattiche di guerriglia, spalleggiati dalle tenaci popolazioni arabe locali. Per risolvere la situazione vennero inviati altri 75mila uomini in Libia ed occupate alcune isole del Dodecaneso, nel Mar Egeo.


In questo contesto le operazioni militari italiane nel Dodecaneso ebbero inizio nella notte fra il 17 ed il 18 aprile 1912, quando navi italiane tagliarono i cavi telegrafici che univano alcune isole al continente asiatico. Il giorno 28 fu occupata l’isola di Stampalia e il 4 maggio toccò a Rodi, l’isola più importante sia dal punto di vista politico sia strategico. Dalle pochissime informazioni di cui si dispone, ai combattimenti per l’occupazione di Stampalia e Rodi partecipò anche il caporale maggiore della fanteria Ernesto Aldeghi.
Dopo l’occupazione di alcune isole dell’Egeo, tra cui appunto Rodi, diversi corpi militari italiani vennero spostati in Libia. Oltre che nella vasta area di Tripoli, le truppe italiane furono mantenute in continuo stato di allarme anche nei dintorni di Homs e del Mergèb, rinforzati con altri contingenti di fanteria, di alpini e di bersaglieri. Altre operazioni interessarono poi la città di Misurata e la zona di confine verso la Tunisia. Per interdire il contrabbando di guerra proveniente dalle zone di frontiera ed al fine  di dominare le carovaniere confinanti con la Tunisia e controllarne il traffico, l'operazione fu proseguita con obiettivo finale Zuara. Effettuate alcune ricognizioni, tutte le truppe della 5ª divisione avanzarono lungo la linea costiera per procedere alla conquista di Sidi Alì, che fu presa il 14 luglio. Il 6 agosto le truppe del generale Garioni si congiunsero con la brigata del generale Tassoni, sbarcata nei pressi di Zuara e composta dal 34º e dal 57º fanteria, da un battaglione alpini e da alcuni reparti di artiglieria. La città venne conquistata verso la metà di agosto del 1912.
 
Molto probabilmente è in questa fase della battaglia volta a conquistare Zuara che il nostro giovane caporale venne gravemente ferito, tanto è vero che sulla colonna del monumento funebre viene riportato che Ernesto Aldeghi è ferito a Zuara di Libia il 15 agosto. Non siamo in possesso di altre informazioni, se non quelle che certificano la sua morte il giorno 1 ottobre 1912, presso l’ospedale militare di Livorno. Questo dato è certo, perché è riportato anche sul registro dei giovani arruolati di leva e dei combattenti presente nel Comune di Verderio.
Trascorrono sei mesi esatti prima che il corpo di Ernesto venga trasferito a Verderio Superiore, ove viene inumato nel cimitero locale, nello stesso luogo ove ancora oggi riposa. Era il 2 aprile 1913.
Il 15 giugno dello stesso anno, il caporale maggiore della fanteria, Ernesto Aldeghi, viene decorato della medaglia al valore militare. 

Beniamino Colnaghi

Sitografia e nota

Comune di Verderio. La guerra di Libia, le lettere di alcuni militari verderiesi: http://www.comune.verderio.lc.it/verderio/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/73

La guerra Italo-Turca, Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_italo-turca

L'alpino Andrea Colombo: https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2018/04/verderiosuperiore-dopo-61-anni-lalpino.html

Il signor Giulio Oggioni ha scritto un volumetto dal titolo "Verderio, 1915-1918, Tre anni della nostra storia e la Prima Guerra Mondiale", all'interno del quale è contenuto un capitolo dedicato alle "Lettere dal fronte libico (1911-1912) di alcuni verderiesi". Il libretto non è stato dato alle stampe.

giovedì 6 giugno 2019

La Sassonia e Dresda, i Sorbi di Lusazia e un piccolo traghetto sul fiume Labe, in Repubblica Ceca

Per raggiungere la Sassonia dal nord della Repubblica Ceca, precisamente dalla parte occidentale della regione dei Sudeti, tristemente nota per l’annessione alla Germania nazista nel 1938, si entra per pochi chilometri in territorio polacco, si prosegue verso Zittau e quindi si imbocca l’autostrada per Dresda.  Dal punto di vista ambientale, il panorama non è particolarmente interessante, a causa di enormi distese, leggermente mosse, di terreni coltivati a frumento e mais ed alla presenza di colline e cave nel cui sottosuolo è presente prevalentemente la lignite.
La Sassonia è una regione appartenuta fino al 1990 alla Repubblica Democratica Tedesca, DDR, la Germania Est. Oggi, dopo l’unificazione tedesca, è un Land della Germania unificata.
La Sassonia partecipò attivamente alle conquiste liberali dell'Ottocento, ottenendo l'uguaglianza religiosa e altre riforme civili dopo il 1848. Schieratasi nuovamente contro la Prussia nel 1866, la Sassonia fu costretta a entrare nella confederazione germanica del Nord, quindi nel II Reich nel 1871. Una notevole diffusione del socialismo alla fine dell'Ottocento, pur contrastata dal potere dominante di allora, si tradusse in forti lotte contro gli agrari nel 1917. Trasformata in Land della Repubblica di Weimar, la Sassonia ebbe nel 1923 un governo socialcomunista che fu abbattuto dall'esercito, ma il movimento rivoluzionario fu definitivamente sconfitto solo dall'avvento del nazismo nel 1933. Devastata nel corso della II guerra mondiale e occupata dalle truppe sovietiche nel 1946, entrò a far parte della Repubblica Democratica Tedesca. Solo con la riunificazione della Germania, come abbiamo visto, la Sassonia è ora parte integrante della Germania unita.  

Dresda, il capoluogo della Sassonia, era chiamata un tempo la Firenze dell'Elba, e non a caso esiste, dal 1978, un gemellaggio con la città della Toscana. Guardando le vedute di Dresda dipinte dal pittore italiano Bernardo Bellotto, che ha lavorato per molti anni a Dresda, si può avere un'idea di quanto bella dovesse essere Dresda nei secoli passati. Molte delle sue vedute sono oggi custodite nel museo Gemäldegallerie Alte Meister. Le ricche collezioni d'arte insieme agli imponenti monumenti architettonici hanno reso questa città famosa in tutto il mondo. Dresda fu una delle città più bombardate nella seconda guerra mondiale; più del 75% della città fu raso al suolo. Ma Dresda, divisa a metà dal fiume Elba, Labe in lingua ceca, si sta lentamente risollevando; molti edifici storici sono stati ricostruiti (1) e oggi è di nuovo una città che riesce ad attirare e affascinare i turisti che arrivano da tutto il mondo. Nella Altstadt, la città vecchia, sulla riva sinistra dell'Elba, si susseguono uno dopo l'altro famosi edifici e altre attrazioni culturali e turistiche, tutte inserite nel grande centro storico della città, per lo più pedonabile.
 
Qui sotto cinque foto di Dresda
 
 

 
 
 
Lasciata alle spalle Dresda, ci si dirige verso Bautzen, seconda tappa programmata del breve tour in Sassonia. Ma qui, oltre ad ammirare le vecchie mura della città, con le torri ed i campanili delle numerose chiese, tra cui la cattedrale di San Pietro, abbiamo scoperto che anche qui, come per il Sud Tirolo in Italia, la toponomastica dei luoghi e delle vie è scritta in doppia lingua: il tedesco e il sorbo o sorabo.
C’è da rattristarsi, alle volte, o perlomeno sorprendersi dal fatto che il turismo di massa porti milioni di persone, munite di smartphone, tablet, macchine fotografiche tra le più sofisticate ad essere superficiali e frettolose, al punto di ignorare o non approfondire la storia di un luogo appena visitato, la genesi del suo popolo, la cultura e le tradizioni di chi ci vive. Comunque sia, in piena Europa, in una delle nazioni più importanti, ricche e influenti al mondo, esiste un piccolo territorio che si chiama Lusazia (2), appartenuta per secoli all’Impero prussiano, appena fuori dal confine boemo, territorio, quest'ultimo, dominato dagli Asburgo.
E allora approfondiamo questa piccola regione tedesca, che confina con la Polonia e la Repubblica Ceca.
Il più piccolo dei popoli slavi è anche quello, probabilmente, che ha più nomi. Storicamente si chiamavano Vendi, il nome con cui erano noti nel Medioevo; pare che tale denominazione debba essere ricondotta a quella di Veneti, onnipresente nell'antichità e di origine celtica. Insomma, un popolo celtico poi slavizzato stanziato in quella plaga dell'Europa orientale che è stata interamente slava nell'Alto Medioevo e che poi è stata germanizzata, con le buone o con le cattive. Accanto a altri popoli slavi dai nomi fantasmagorici (Slovinzi, Obodriti, Polabi...), formarono un tempo dei temibili popoli guerrieri che, verso il IX secolo, prima di essere schiacciati e ridotti pressoché in schiavitù, giunsero ad avere notevole importanza specialmente nelle alleanze. Schiavitù, dicevamo; dopo un po', infatti, li ritroviamo con la denominazione di “serbi”, proprio come i serbi del sud. Non bisogna scordare che la denominazione di “serbi” deriva dal latino servi, vale a dire “schiavi”; denominazione che, nella cultura popolare, si confuse facilmente con quella di “slavi”, che significa propriamente “gloriosi” Insomma, i Vendi, o “Serbi”, ebbero bisogno di un'ulteriore specificazione: i “Serbi di Lusazia”, dalla regione (detta in lingua locale Łužica e in tedesco Lausitz) in cui si erano radicati circondati oramai dalla marea tedesca. Ma non bastava, perché attualmente sono più noti come “Sorbi” o “Sorabi”. A cui si deve aggiungere il fatto che i Vendi/Serbi di Lusazia/Sorbi/Sorabi, rimasti isolati dal resto dei popoli slavi in una sorta di precaria “isola”, hanno sviluppato nel tempo due lingue letterarie piuttosto diverse l'una dall'altra: l'Alto Sorabo, parlato attualmente ancora da circa 13.000 persone nella zona di Bautzen/Budyšin, e il Basso Sorabo, parlato ancora da circa 7000 persone.
Bautzen
 
 
 

Nelle sue due varianti, la lingua soraba ha riflettuto il destino del suo popolo: l'isolamento e l'oppressione. Da un lato, come c'è da attendersi, letteralmente infarcita di parole lessicali e sintattiche tedesche; dall'altro, nella sua struttura è rimasta tra le più arcaiche lingue slave. A vederlo scritto, l'Alto Sorabo sembra qualcosa a metà tra il polacco e il ceco, ed in fondo è questa in soldoni la sua situazione; un polacco può capirlo agevolmente, ma un ceco vi riconosce le sue “h” al posto delle “g”. Purtroppo, ai Sorabi, nella loro storia, oltre alla lingua, non è rimasto praticamente altro. E l’hanno difesa con le unghie e con i denti in una situazione storica, sociale e geografica tra le più difficile. Il fatto che ancora esistano semplicemente dei Sorabi ha pressoché del miracoloso: un popolo vicino analogo già qui nominato, i Pòlabi, dal fiume Labe in ceco, verso il XVII secolo era già stato eliminato, non senza qualche residuo documento in cui si vede la fine che aveva fatto la sua lingua, tedeschizzata fin nel midollo. I tedeschi, va detto, hanno coscienziosamente tentato di sradicare i Sorabi proibendo loro praticamente tutto, a parte di biascicare ancora un po' la loro lingua “sdoppiata” nelle chiese, nelle preghiere e sugli inginocchiatoi. Non c'è quindi da stupirsi se la lingua Soraba sia, dal XVII secolo, testimoniata quasi esclusivamente da messali, evangeliari e libri di canti da chiesa. Protestanti, naturalmente, perché i Sorabi sono l'unico popolo slavo interamente Luterano. E dalle ballate popolari dei tempi eroici, che si tramandavano oralmente. Fu solo verso la fine del XVIII secolo che alcuni folkloristi e studiosi si occuparono, per quanto loro possibile, di sistemare questo materiale dando così una sorta di norma e iniziando un embrione di letteratura.
Opprimendo, opprimendo, mentre i Sorabi si ingegnavano come potevano fondando persino un'istituzione culturale che ebbe risonanza europea, la Maćica Serbska, “Matrice Soraba”, si arrivò prima all'Impero Prussiano e poi al nazismo. Durante il nazismo, la parola d'ordine fu: sterminio. Figuriamoci se, all'interno del III Reich, poteva esistere un popolino di slavi. Eppure, i Sorabi riuscirono a sopravvivere, seppur decimati, anche al nazismo; e si ritrovarono, alla fine della guerra, nella DDR. Stasi, Muro di Berlino, Honecker e cetrioli, perché siamo proprio nello Spreewald, la “Foresta della Sprea” famosa per i cetrioli ufficiali della Repubblica Democratica Tedesca. Eppure, i Sorabi, alti e bassi, nella DDR hanno vissuto forse il loro periodo più tranquillo, durante il quale hanno potuto esercitare finalmente in modo libero e persino protetto la loro lingua e la loro cultura. I Sorabi, così, poterono per la prima volta firmarsi coi loro nomi veri, che poi erano a loro volta la sorabizzazione di nomi tedeschi, poterono avere i cartelli stradali bilingui e dir messa luterana in sorabo. Poi è arrivato il 1989. È crollato il Muro di Berlino, la Germania si è riunificata, e il risultato? Le due città principali dei Sorabi, Bautzen e Cottbus, hanno ancora i cartelli bilingui, ma si sono riempite di neonazisti, come tutta l'ex DDR. Con i miei occhi ho visto scritte del tipo Sorben raus,
, comprensibile anche a chi non conosce il tedesco. Nei cartelli bilingui, la dicitura in sorabo viene spesso ricoperta di adesivi con svastiche o con scritte nazionalistiche.
I politici e l’intelligenza sorbo-lusaziana ritengono sempre più critica la posizione della politica tedesca nei confronti del loro popolo. Alcuni pensano che i diritti dei Sorabi lusaziani non sono al livello di quelli che l’Unione Europea garantisce alle minoranze etniche. I rappresentanti di quel popolo documentano quanto lo Stato ha eliminato gli aiuti e le sovvenzioni per le associazioni e le istituzioni di questa minoranza, ma che anche con la deindustrializzazione consciamente favorisce la migrazione dei giovani Sorabi verso centri economici più forti nel cuore del Paese. Per portare un dato: fino all’unificazione della Germania il sorbo di Lusazia veniva imparato da 5.000 studenti, dopo l’unificazione questo numero è crollato a 1.700 e attualmente si verifica la chiusura delle scuole a causa della “mancanza di iscritti”, seppure in alcune scuole ci siano più di 100 iscritti. Le scuole erano importanti perché, oltre all’ambiente familiare, erano un ulteriore luogo dove studiare e imparare la propria lingua madre. 

Da Bautzen/Budyšin ci spostiamo verso la Repubblica Ceca, ove, appena dentro il confine, si trova la piccola realtà di Hřensko. Poche case private, chalet in legno e qualche albergo, affacciati sul Labe e sul torrente Kamenice, che sbuca dalle strette e contorte gole, formate da formazioni rocciose di arenaria. L’ambiente naturale e paesaggistico attorno a Hřensko è certamente di pregio, tipico di alcune zone del nord della Cechia, facente parte del Parco Natuale Ceco-Svizzero. Ma qui la Svizzera non ha nulla a che fare.
 
Le foto che seguono sono state scattate a Hřensko
 
 

 
 

Sul Labe, proprio di fronte al piccolo albergo dove abbiamo alloggiato una notte, c’è un piccolo traghetto in ferro che mi ha ricordato, per la sua funzione e utilità, il traghetto di Imbersago sul fiume Adda. Oddio, quest’ultimo è decisamente più bello e caratteristico, inserito in un contesto senza pari, ma il traghetto di Hřensko presenta la sua funzionalità, in quanto collega due sponde del fiume su cui si affacciano piccole realtà, che non potrebbero facilmente interagire tra loro, in quanto il primo ponte dista diversi chilometri di distanza. Il traghetto di Hřensko è stato costruito in ferro zincato, ha due scivoli che facilitano il carico e lo scarico dei mezzi e delle persone, può ospitare fino a tre auto e alcune moto e biciclette ed ha una piccola cabina all’interno della quale vengono effettuate le manovre da parte di un operatore. I due traghetti traggono entrambi movimento dalla corrente del fiume. A differenza del traghetto di Imbersago, che è affrancato da un cavo di acciaio teso tra le due sponde (altrimenti verrebbe “portato via” dalla corrente del fiume) il traghetto di Hřensko si ancora attraverso due funi in acciaio fissate sul fondo del fiume, sulle quali sono montate alcune boe di plastica e ferro. Il costo di un passaggio per persona è di 15 Corone ceche, pari a circa 60 centesimi di Euro.

Beniamino Colnaghi

2) Le terre orientali dell’Impero austroungarico: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2015/07/le-terre-orientali-dellimperoaustro.html
3) Il Danubio: https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2018/09/il-danubio-trastoria-e-miti-sul-bel.html

Per saperne di più sulla Lusazia: https://it.wikipedia.org/wiki/Lusazia

martedì 21 maggio 2019

mercoledì 15 maggio 2019

Il piccolo borgo di Nesso, sul lago di Como, visitato da Leonardo da Vinci

Apparentemente, al viaggiatore distratto e frettoloso, intento a percorrere la Strada Regia, da Como verso Bellagio, il piccolo comune di Nesso potrebbe apparire per nulla attrattivo e poco significante dal punto di vista turistico e storico. Eppure… Eppure non è così, se persino uno dei più grandi geni della storia dell’umanità, Leonardo da Vinci, vi soggiornò, non solo per ammirare, ma, come egli stesso scrisse sui Codici, per compiere studi sui movimenti dell’acqua al fine di progettare opere idrauliche di notevole importanza e utilità.
 
Il ramo del lago di Como; Nesso è adagiato sulla destra della foto
 
Leonardo cominciò ad appassionarsi all’idraulica dal 1482 al 1500, durante il suo soggiorno a Milano, alla corte di Ludovico il Moro, città che già allora era ricca di navigli, dove progettò di collegare il Naviglio Martesana ai navigli interni, attraverso delle chiuse che avrebbero permesso anche di attraversare la città in barca. Un altro dei suoi progetti, affidatogli dal Moro, riguardò il collegamento via acqua tra Como e Milano, ed è probabilmente per questo motivo che Leonardo si recò a Como, e poi a Nesso. Leonardo, che aveva già progettato un sistema di dighe finalizzato a risolvere il problema della differenza di altezza, rendendo il territorio navigabile, non si lasciò sfuggire la possibilità di buttare giù alcuni schizzi, che sono oggi conservati all'interno del Museo dei Navigli. Da quel momento i Navigli furono caratterizzati da un continuo sviluppo, dato dalla costruzione di nuovi canali e dighe.
Nel suo Codice Atlantico racchiude diverse testimonianze della permanenza nel territorio Comasco, come cita il Foglio 388, che tratta del grandioso progetto idraulico di un canale, da Milano al lago di Como, sfruttando l'Adda e superando la stretta dei Tre Corni di Brivio, con un tratto artificiale. Si trovano inoltre studi per centrali idrauliche che molto assomigliano a quelle disseminate lungo l'Adda, imbarcazioni a pale, ruote idrauliche, disegni dei laghi di Annone e Oggiono e progetti per macchine tessili, la cui memoria si ritrova nei setifici che si affacciano sul Lago e sull’Adda, come ad Abbadia Lariana e Garlate.
Per quanto riguarda nello specifico il rapporto tra il Genio e Nesso, vi è da dire che Leonardo scrisse alcune note sulla presenza nel borgo lariano dell’orrido, formato dal fiume nei pressi della Fonte Pliniana che cade “con grande empito per una grandissima fessura di monte”. Il fiume citato è senza dubbio alcuno quello formato dalla confluenza dei due torrenti provenienti dalle valli del Tuf e di Nosé, che dà vita alla cascata di Nesso, poco prima che si getti nel lago di Como. La cascata può essere ammirata dal ponte della Civera, che ne è diventato oggi il simbolo. L’orrido, la cascata e l’antico ponticello sono diventati per il piccolo paese luoghi fondamentali per lo sviluppo di diversi ambiti come il manifatturiero, i mulini, i filatoi, i crateri e gli oleifici e, più recentemente, e non da ultimo, il turismo. Lo spettacolo dell’orrido e della cascata è visibile già dalla strada, ma per goderne appieno la bellezza bisogna scendere verso il lago, percorrendo una ripida gradinata che si snoda in mezzo al vecchio borgo di Nesso, fino ad arrivare sul ponte della Civera.
 
Il ponticello della Civera visto dalla strada provinciale e, sotto, la scalinata che conduce al lago 
 

 
 




L'orrido e la cascata
 
Nel Codice Atlantico vi è scritta una frase che Anna Maria Brizio (Leonardo da Vinci, Scritti scelti, Torino, Utet, 1952) così riporta: “Sopra Como 8 miglia è la Primiana, la quale cresce e decresce ogni 6 ore; e il suo crescere fa acqua per due mulini e n’avanza, e il suo calare fa asciugare le fonti. Più su 2 miglia è Nesso, terra dove cade uno fiume con grande empito, per una grandissima fessura di monte”.
L’interesse di Leonardo per questa zona del lago è testimoniato anche da una nota sul Codice Leicester (f. II, verso): “Come in molti lochi si trova vene d’acqua che sei ore crescano e sei ore calano, e io per me n’ho veduta una in sul lago di Como, detta fonte Priniana, la qual fa il predetto crescere e diminuire in modo che quando versa macina più mulini e quando manca cali sì, ch’egli è come guardare l’acqua ‘n un profondo pozzo”.
Il Codice Leicester, comprendente 36 fogli, risale agli anni 1506-1510, quelli del secondo periodo milanese, e farebbe quindi presupporre una seconda visita di Leonardo sul lago di Como. A meno che possa trattarsi di ricordi o appunti relativi alla prima.

Beniamino Colnaghi

giovedì 11 aprile 2019

Pertini, Moro e Berlinguer
Quanto ci mancate...

Sandro Pertini (Stella, 25.09.1896 - Roma, 24.02.1990) 
 
Aldo Moro (Maglie, 23.09.1916 - Roma, 9.05.1978)
 
 
Enrico Berlinguer (Sassari, 25.05.1922 - Padova, 11.06.1984)

giovedì 4 aprile 2019

Pillole di saggezza e buon senso 5 

“Il “tempo è denaro” è uno degli effetti devastanti della nostra cultura che ha elevato il denaro a generatore simbolico di tutti i valori, per cui non sappiamo più che cosa è giusto, che cosa è bello, che cosa è vero, che cosa è buono, che cosa è santo, ma soltanto che cosa è utile. Una volta il denaro era un mezzo per soddisfare i bisogni e per produrre i beni, ma quando è diventato la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualsiasi bene, allora il denaro non è stato più un mezzo, ma è diventato il fine, per conseguire il quale si vedrà se soddisfare i bisogni e in che misura produrre i beni”.
Umberto Galimberti, filosofo, sociologo, psicoanalista, D la Repubblica, 12.01.2019
 

“La civiltà contadina è ormai morta e con lei se ne è andato un mondo. Siamo orfani dei nostri dialetti, di una cultura che nasceva dalla terra e dalla saggezza popolare, di gente semplice che aveva la terza elementare ma possedeva la conoscenza. La civiltà contadina era ignorante ma aveva la prudenza, che significa coltivare il dubbio e rispettare gli altri. Il dialetto, la sagacia popolare, la tradizione orale sono finiti e anche gli Appennini stanno morendo: i rovi si riprendono i sentieri, i paesi si spopolano…”
Francesco Guccini, cantautore, intervista del 3 marzo 2019
 

“…L’austerità non è oggi un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l’austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Per noi invece l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in crisi strutturale e di fondo, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi si manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata…”.
Enrico Berlinguer, stralcio dell’intervento al Teatro Eliseo di Roma il 15 gennaio 1977