venerdì 19 maggio 2023

Le donne di Verderio, protagoniste del Novecento

Giulio Oggioni, lo storico per eccellenza di Verderio, ha pubblicato recentemente un nuovo libro dal titolo "VERDERIO - Le nostre DONNE protagoniste del NOVECENTO - Oltre 100 racconti di insegnanti, contadine, casalinghe, religiose, commercianti, imprenditrici e nobili


Il libro è stato presentato al pubblico venerdì 28 aprile alle ore 21.00 presso la villa Gallavresi a Verderio ed è in vendita in tutti i negozi del paese al prezzo di 10 Euro.


lunedì 1 maggio 2023

Il paesaggio e le sue manipolazioni

di Domenico Palezzato *

Paesaggio. Questo termine è ormai entrato nel parlare comune. Continuamente invocato dai media di qualsiasi livello ed entrato nelle priorità (verbali?) di tutti gli amministratori in campagna elettorale sembra proprio che sia diventato una necessità dei nostri tempi. E come tale viene messa in discussione con attori di tutte le estrazioni ed opinioni. E ognuno racconta la propria posizione.

In questa situazione, però, può essere opportuno spendere delle parole per tentare di dire cos’è il paesaggio, o meglio cosa intendiamo con tale termine. Quasi sempre per paesaggio si intende un “bel paesaggio”. Ma il “bel” paesaggio diventa inevitabilmente soggettivo.

Tutte le organizzazioni di ogni tipo ed estrazione che si occupano del tema hanno dato, con sfumature e contenuti culturali differenti, una definizione di paesaggio.

Ma definire significa individuare, distinguere ciò che è da ciò che non è. Qui sta il punto. In una recente lezione libera, tenuta alla facoltà di architettura dell’Università di Pavia, ho chiesto agli studenti di non chiedersi cos’è paesaggio, ma di provare a chiedersi che cosa “non è” paesaggio. Aggiungendo che, se si fossero dati una risposta, c’era qualcosa da rivedere. Quindi possiamo provare a non parlare di paesaggio ma di luoghi.

Ognuno di noi ha i suoi luoghi. Quelli che riconosce e dove si riconosce. Rimini o il deserto è lo stesso. Possiamo allora dire che ognuno di noi da alcuni luoghi riceve delle sensazioni positive che possiamo chiamare emozioni vitali, mentre da altri riceve delle sensazioni accettazione dovuta, quasi di sudditanza o sopraffazione. Forse qui sta la differenza e la ragione per cui certi luoghi vengono mutati da chi li vive abitualmente, secondo un proprio criterio d’uso razionale, mentre gli stessi luoghi dovrebbero, nel pensiero emozionale di altri, essere conservati immutati affinché durante le loro presenze saltuarie continuino a trasmettere quelle sensazioni vitali di cui sono dotati.

Le caratteristiche dei luoghi, quindi, non sono solo oggettive ma anche, ed in modo significativo, soggettive.

Vi sono luoghi, che per la loro unicità o comunque rarità provocano emozioni vitali alle intere comunità sia stanziali che saltuarie e quindi vengono riconosciuti e tutelati come templi della terra, senza interpretazioni bilaterali di sorta. Ma sono casi sporadici e privilegiati. Vengono dichiarati dal mondo “paesaggi da conservare e trasmettere”. Questo è l’indirizzo attuale della tutela. Ma fra due pensieri contrapposti quello troppo spesso emergente è: “bisogna necessariamente conservare il paesaggio di proprietà altrui” mentre “io posso, anzi devo, utilizzare la terra secondo i miei bisogni”.

Se nel paesaggio del nostro lago sono state inserite molte costruzioni (troppe?) significa che tanta gente apprezza e vuole godere del lago stesso. Gente che considera la propria costruzione non significativa nell’ambito della perturbazione generale del paesaggio, per il quale è comunque doveroso che “gli altri” si pongano il problema della salvaguardia affinché la gente che oggi lo “usa” non venga disturbata da nuovi “intrusi”.

Ci sono però in assoluto delle matrici che è necessario ricordare e tutelare oltre ogni singolo pensiero. Queste matrici sono la tipicità e la riconoscibilità dei luoghi stessi.

Le singole matrici sono ovviamente complesse e contengono molti fattori unitari. La tipicità può essere l’insieme di varie azioni esercitate in quel luogo e solo in quel luogo restituiscono le loro origini, il loro dialogo con la terra e lo scambio di valori vitali fra il luogo stesso e le persone (Rimini con la gente e Rimini senza la gente sono due luoghi diversi).

La riconoscibilità è forse la funzione più importante.



Il lago di Pusiano

Uno dei maggiori disagi dell’uomo è quello di non riconoscere il luogo che lo accoglie. La nebbia fitta o la bufera di neve provocano la perdita di cognizione e di attualità di quel momento.

Alla scala quotidiana ed in alcuni luoghi questa distonia tra luoghi e persone si è inserita gradualmente esercitando a volte una specie di subdola assuefazione dalla quale si fugge inconsapevolmente con l’esercizio delle “vacanze” in un altro luogo ma, sempre, alla ricerca di un altro paesaggio. Poi si torna a casa, alla normalità, alla conformità. E’ proprio sulla conformità, che contiene le matrici originarie sopra dette, che si innesta la manipolazione.

Usato ormai quasi esclusivamente nella sua accezione negativa, il termine manipolazione ha significato di distorsione della realtà, di forzatura della naturalità delle cose, di un loro uso inadeguato. E, credo, tutti siamo d’accordo sul fatto che il paesaggio sia stato manipolato.

Nella sua accezione positiva è contenuta tutta la storia e la tipicità di un luogo quale trasformazione razionale ed assoggettamento del luogo alle esigenze vitali dell’uomo con dialogo e rispetto reciproco nella consapevolezza della necessità reciproca di sopravvivenza.

Vi è però l’accezione antica e originale del termine manipolazione che rappresenta il gesto più nobile dell’uomo. Nella civiltà romana la manipolazione significava la liberazione dello schiavo. Non fingendo di ignorare che comunque il territorio sarà sempre oggetto di “manipolazioni” sarebbe buona regola se queste fossero improntate verso l’antica accezione del termine, anche quale forma di riscatto verso il debito che abbiamo accumulato nei confronti della nostra terra.

Con una operazione culturale puntuale si potrebbe raggiungere un diverso risultato da quello che possiamo vedere sulla strada della gestione attuale del paesaggio. Operazione non difficile e cronologicamente opportuna che implica una grande diffusione dei concetti della tutela.

Essendo ognuno di noi parte del luogo che viviamo, sia stanzialmente che temporaneamente, e che il rapporto fra noi e quello che ci contiene (dal grande spazio fino alla nostra singola camera) è elemento determinante e continuo della nostra vita, è chiaro che la qualità del nostro “paesaggio” diventa direttamente proporzionale alla qualità del nostro benessere.

Collegamento  al quale non siamo abituati a pensare e soprattutto a metterlo quale elemento forte nelle nostre scelte di vita.

L’obiettivo quindi è pensare al paesaggio quale mezzo di interazione naturale tra la persona e ciò che essa si costruisce intorno, sia quale risposta alle proprie domande, sia quale messaggio verso il resto della comunità che legge noi e se stessa nello stesso modo in cui noi leggiamo noi stessi e gli altri.

Possiamo provare.

 

Domenico Palezzato è architetto, presidente della sezione Italia Nostra di Lecco.

domenica 2 aprile 2023

Come fare la pace dentro una cultura di guerra*

di padre David Maria Turoldo

Dopo la fine di quel diluvio di fuoco e di morte che è stata l’ultima guerra mondiale pensavo, avevo la certezza assoluta, volevo con tutta la mia volontà che fosse l’ultima! Dopo tutti quei morti, dopo tutta quella cenere di morti che copriva tetti e davanzali e le strade d’Europa, che imbiancava i nostri abiti di cenere di morti. Non voglio parlare, non voglio ricordare: a parlare sento di avere cenere di morti in gola. E sotto le scarpe mi sembra di udire il fruscio della loro cenere. 
Quanti sono i conflitti armati e quanti i morti, dopo quell’ultimo inferno di ferro e fuoco? Impossibile ricordarli uno a uno.  In Africa, in Asia, in Europa; ancora guerre e rumori di guerre. E sempre per portare civiltà e pace! Sempre guerre in difesa e mai di offesa! E tutti che hanno ragione! Ha ragione Israele, hanno ragione gli arabi, hanno ragione i russi, hanno ragione gli americani, hanno ragione i cinesi… Signore, abbiamo tutti ragione! E poi sempre senza statistiche. E poi l’uomo che non vuole sapere e tantomeno ricordare! Anzi, non vogliono più ricordare neppure l’ultima, la nostra, la grande, l’eroica, la scientifica guerra mondiale; fatta, ideata, benedetta dall’Europa bianca e cristiana.
Ci sono poi altre condizioni di cui bisogna prendere coscienza: perché è in queste condizioni che dobbiamo operare. C’è l’esplosione demografica del Terzo e del Quarto mondo, e sarà per se stessa una bomba atomica. E poi c’è la questione dei cereali: una bomba ancora più grave di quella atomica. C’è la concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi, mentre la miseria dilaga nel mondo come novello diluvio. C’è l’esaurirsi di molte fonti energetiche, e la contaminazione della terra; e il pericolo di una conflagrazione mondiale, anche a prescindere dalle decisioni politiche, da cattiverie umane: perché, basta un errore a determinare una reazione a catena a noi inimmaginabile. Tutto questo non è un’astratta apocalisse; basti pensare che non siamo neppure in grado di risolvere il problema delle scorie… Non c’è dubbio, per la prima volt da che mondo è mondo non è l’uomo in pericolo, in pericolo è la specie, o l’ordine stesso della creazione, così come oggi noi lo conosciamo.
Dio ha già parlato dalla nube di Chernobyl!... E non solo di Chernobyl. E noi abbiamo persino inventato la bomba al neutrone, che chiamiamo la “bomba pulita” perché uccide solo gli uomini e conserva le cose. Che fatica, Signore, fare un elenco completo. E mancano gli incendi delle città degli Stati Uniti d’America, e gli assassinii in nome della razza, gli uccisi per terrorismo e per mafie d’ogni genere. E poi mancano tutti i condannati ai campi di concentramento che non sappiamo. E poi tutto quello che si sa… Come parlare di pace in un mondo simile? D’altra parte, senza pace non si può vivere. Anzi, proprio per questo è una necessità biologica, il valore più urgente, unico, salvatore.
A questo punto è lecito chiederci cosa sarà questa pace. Per quanto mi riguarda sono disposto ad accettare qualunque definizione di pace, a determinate condizioni però. Perché è in questo tempo e dentro queste condizioni che io devo realizzare la pace.
La prima cosa che viene alla mente di tutti è che la pace sia un’utopia. E dico subito: per fortuna che è un’utopia! Utopia è un valore, un’idea che non ha trovato ancora il suo luogo di realizzazione: è il “non dove”. Basta dunque assegnarle un luogo, fare uno spazio, ed ecco che l’utopia diventa realtà. Utopia è tutto ciò che noi non vogliamo sia realtà. E tuttavia, come ho cantato nelle ballate contro le armi, è l’utopia che porta avanti il mondo.
La pace però è una conquista, è il dovere di ogni uomo e di ogni giorno, perché è il diritto di tutta l’umanità, il diritto della natura, il diritto di tutte le creature. Pace come diritto e dovere, così come diritto e dovere è la vita, l’amore, la libertà, il lavoro, la casa, eccetera. Dopo questo si può accettare ogni definizione di pace.
La pace è un bene in solido, un bene non soltanto mio, ma un bene di tutti: questa è la pace! Se non abbiamo questa mentalità e questa volontà non faremo mai pace. C’è da scegliere tra “homo homini lupus” e “homo homini Deus”. O tu sei lupo per l’uomo e sei l’immagine di Dio. La mia libertà comincia dove la tua libertà finisce; il mio diritto comincia dove il tuo finisce, e insieme viviamo questi doveri.
Senza pace non solo non esiste l’uomo, ma non esiste neppure il cristiano. Cristiano non è uno che è più uomo o meno uomo, cristiano è la rivelazione, secondo il progetto di Dio, di quello che deve essere un uomo. Per questo si può dire che il cristiano o è un uomo di pace o non è neppure un cristiano. Essere “operatori di pace” sta al centro di tutte le beatitudini, come il perno su cui tutte le altre si reggono, si giustificano e si equilibrano; ed è la solo beatitudine a darci il diritto di essere chiamati figli di Dio.
E dunque, o l’uomo è per la pace o non è neppure un uomo; o il cristiano è per la pace, o non è neppure un cristiano; o la Chiesa è per la pace o non è nemmeno Chiesa.
La prima cosa da fare è creare questa coscienza di pace. E prima di tutto, come dicevo, coscienza di pace con la terra, di pace con se stessi, di pace con i fratelli, eccetera. Sei tu, che devi farti, prima di tutti, uomo di pace, l’uomo in armonia con tutto il creato. È da te che comincia la pace. Sono io che devo essere uomo di pace e, quindi, un uomo del più “profondo ordine”, un uomo di giustizia, del rispetto, al servizio dei fratelli. Solo così io sarò un uomo di pace e non farò mai la guerra, ecco la coscienza che comincia a nascere: un uomo di pace nella casa, sul lavoro, nella scuola, nella carriera…
E da individuale questa carriera diventa collettiva, si fa coscienza della moltitudine. Quando sarà coscienza della moltitudine sarà una forza incredibilmente invincibile, davanti alla quale perfino le grandi potenze dovranno tornare indietro. Ma prima bisogna che diventi coscienza di moltitudini! Una coscienza che deve diventare operativa su molti fronti, al di là dell’impegno personale e pur quando è coscienza della moltitudine.
Coscienza che si fa baluardo contro la cosiddetta “manipolazione dei consensi”, frutto della mala informazione. Coscienza che si fa critica nei confronti dell’educazione, della scuola e della stampa. Più di due terzi della stampa mondiale, per la sua stessa struttura economico-finanziaria, è in mano al capitale; e il capitale non parlerà mai male di se stesso. Perciò, bisogna “salvarsi dalla stampa”, salvarsi dalle stanchezze spirituali, dalla falsa “invocazione all’ordine”. Coscienza sempre vigile, e attenta a denunciare i falsi culturali: ad esempio, la politica della sicurezza. Non è la sicurezza che garantisce la pace. È la pace che garantisce la sicurezza. Ecco cosa vuol dire cambiare mentalità: vuol dire rovesciare le cose. “Se non cambierete modo di pensare, perirete tutti”.
Pensate ancora ad un altro falso politico: alla corsa agli armamenti. Una corsa che non avrà mai fine a meno che, precisamente, non si cambi modo di pensare. E ancora, pensate ad un altro falso politico: che l’industria degli armamenti porti ricchezza. Questa industria porterà ricchezza per alcuni e miseria per tutti gli altri, miseria e morte.
Ma è soprattutto un dovere la “disobbedienza militare”, specialmente in virtù di quel documento della Chiesa (esattamente nel 1977, consegnato alle Nazioni Unite) secondo il quale “costruire armi è un crimine”. E dunque, se i criminali sono quelli che decidono di queste armi, nessuno è tenuto a obbedire a un criminale. Perciò, “l’obbedienza non è più una virtù”. Per questo non è più una virtù pagare le tasse per gli armamenti. È necessario che almeno i cristiani ritornino a questa cristallina coscienza delle origini. Se vogliamo essere ancora creduti. Non dobbiamo muoverci per la paura della morte ma per la fede nella vita. Questo, l’ideale: che la pace diventi l’orgoglio di ogni coscienza.         

* Come fare la pace dentro una cultura di guerra, dattiloscritto per una conferenza sulla pace

David Maria Turoldo, La sfida della pace, a cura di Elena Gandolfi, in collaborazione con la Provincia di Lecco, Bellavite Editore snc, Missaglia (Lc)

David Maria Turoldo, al secolo Giuseppe Turoldo (Sedegliano, 22 novembre 1916 – Milano, 6 febbraio 1992) 

sabato 4 marzo 2023

Cercare la verità, solo dopo averla trovata Pier Paolo Pasolini riposerà in pace

A 48 anni dai fatti, l'omicidio più controverso e discusso dell'Italia del secondo dopoguerra ritorna a far parlare le pagine dei giornali. Quasi mezzo secolo di misteri, depistaggi, inefficienze di alcuni apparati dello Stato, inutili tentativi di arrivare alla verità, l'omicidio di Pasolini resta molto probabilmente uno dei più intricati e tormentati gialli italiani, un intreccio di cronaca nera, bande criminali e trame occulte. La verità giudiziaria è al momento congelata dalla sentenza della Corte di cassazione che attribuisce al solo Pino Pelosi la responsabilità dell'assassinio.

Nei giorni scorsi un avvocato romano, per conto del regista David Grieco e dello sceneggiatore Giovanni Giovannetti ha presentato una nuova richiesta di riapertura dell'inchiesta giudiziaria presso la Procura di Roma. Non è la prima e non è una novità. Nella motivazione della richiesta, il legale fa presente che su alcuni indumenti appartenuti al Pelosi, è stato rilevato il Dna in particolare di due persone diverse da Pasolini, che dovranno essere confrontati con i Dna di altre persone, pare appartenenti alla malavita romana. 

Restiamo a vedere, seguiamo gli sviluppi. Ma non mi faccio molte illusioni, in questo Paese ancora avvolto dai suoi fantasmi e nelle sue trame, spesso oscure. 

Nel frattempo invito i lettori di questo blog a leggere la ricostruzione, qualora non l'avessero già fatto, che due grandi giornalisti e storici italiani, Gianni Borgna e Carlo Lucarelli, fecero nel 2005 sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini. Da allora poco o nulla è cambiato, se non le richieste di nuovi accertamenti giudiziari, andate a vuoto, e la morte di Pino Pelosi, avvenuta nel 2017.

Beniamino Colnaghi

http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2016/11/il-caso-pier-paolo-pasolini-5-marzo1922.html



giovedì 2 marzo 2023

Lavoro e vita quotidiana delle classi popolari in Brianza: oggetti, voci e gesti della tradizione in un nuovo museo di società

di Massimo Pirovano *

Il Museo Etnografico dell’Alta Brianza, inaugurato a Galbiate nel 2003 e riconosciuto dalla Regione Lombardia come uno dei pochi musei del settore etnoantropologico nel suo territorio, è dedicato agli usi e costumi della gente della Brianza storica, la regione collinare in buona parte compresa nella provincia di Lecco, a ridosso del lago di Como e delle Prealpi.

“Brianza storica” perché, come ricordava don Rinaldo Beretta, alla metà del ‘400 questo territorio cominciò ad essere identificato attraverso una serie di esenzioni fiscali o di privilegi che furono via via concessi dai Visconti e dagli Sforza ai paesi di alcune Pievi lombarde e ad alcune famiglie, in virtù della loro fedeltà politico-militare ai signori di Milano. Si trattava delle pievi di Oggiono, di Garlate, di Brivio con Ronco, di Missaglia e di Agliate oltre il Lambro, cui si aggiunsero le squadre dei Mauri e di Nibionno, nella pieve di Incino (Erba) ma al di qua del Lambro, dislocate attorno al Monte di Brianza.

Dal ‘700 in poi le attrattive del paesaggio, le ville sempre più numerose e prestigiose dei benestanti milanesi, la notorietà del Monte di Brianza, portarono a quella che il Beretta ha definito “la tendenza ad allargare in modo generico l’estensione dell’antico territorio briantino”, fenomeno che divenne macroscopico nell’Ottocento, sia a nord verso il triangolo lariano, sia a ovest verso il torrente Seveso, sia a sud verso Monza. 

Il nostro museo, però, non si preoccupa di segnare confini, ma piuttosto di studiare e fare conoscere la storia sociale e la cultura di chi è vissuto e vive in questo territorio, una cultura sempre in divenire anche grazie ai continui scambi con usanze, pratiche e vicende di altre zone.

In altre parole si tratta di un museo che parla della vita quotidiana, dei lavori tradizionali, dei costumi, delle credenze, delle forme espressive delle classi popolari nei secoli XIX e XX, attraverso manufatti, documenti e tracce che rimangono ancora negli edifici e nel paesaggio, segni di un’epoca che ci conduce dall’età preindustriale fino ad oggi, con notevoli trasformazioni ma anche con significative permanenze di ‘lunga durata’.
La particolarità di questo museo è di raccogliere, e in parte di presentare ai visitatori, oltre agli oggetti, ai documenti scritti e alle fotografie, le testimonianze orali registrate e i filmati raccolti ‘sul campo’, necessari per studiare e far conoscere le pratiche, i saperi, le relazioni sociali, le credenze delle donne e degli uomini vissuti in questo territorio.
Questa scelta deriva dalla constatazione che la cultura delle classi popolari si caratterizza, rispetto a quella delle élites, per il prevalere della comunicazione orale, che ha i dialetti come strumenti fondamentali, e di quella visiva nella trasmissione del sapere, nell’espressione artistica, nella definizione dei modelli di comportamento.
Il museo, quindi, non vuole essere un contenitore di materiali muti e di informazioni fredde, ma intende coinvolgere anche emotivamente il pubblico, fornendo elementi di conoscenza e di stimolo ad una riflessione imperniata sul confronto tra culture diverse nel tempo e nello spazio.
Per questo, accanto alla visita, si propongono conferenze, dibattiti, concerti, esibizioni e incontri con i portatori della tradizione.

Camporeso

La sede del museo si trova nel borgo di Camporeso, un nucleo agricolo a corte chiusa, già attestato all’inizio del Trecento, con una residenza padronale dotata di oratorio settecentesco e le abitazioni dei coloni. Proprietari della porzione più consistente di Camporeso sono stati i nobili Tinelli di Gorla e, per la porzione a monte, l’Ospedale Fatebenefratelli. E’ in quest’ultimo compendio, acquisito dal Parco del Monte Barro nel 1991 dall’USSL di Lecco, che è stato realizzato il museo. Fino ad epoca recente gli ambienti a piano terra erano adibiti a stalle, mentre al primo piano vi erano le abitazioni coloniche e nel sottotetto i fienili.
Chi giunge per la prima volta all’ingresso del museo può notare, sopra la porta, le labili tracce di un dipinto popolare, di cui è però possibile identificare i soggetti principali, secondo un modello assai diffuso: la Madonna in piedi a sinistra e Giobbe seduto sulla destra. A loro veniva affidato ogni anno nel mese di maggio la buona riuscita dell’allevamento dei bachi da seta. A questa attività, illustrata attraverso strumenti di lavoro, oggetti, fotografie e voci, è dedicata la prima stanza del museo. Per più di due secoli, infatti, in Brianza e nel Lecchese, la bachicoltura ha avuto grande importanza nell’economia e nella vita quotidiana per i contadini, tanto da modificarne il paesaggio con una presenza fittissima di gelsi, delle cui foglie si nutre il baco. Dell’allevamento del baco si occupavano in particolare le donne contadine, che, nei mesi successivi erano impegnate anche nella trattura del filo di seta che si compiva nelle filande.
Con un lavoro molto impegnativo, anche se di poche settimane tra maggio e giugno, in effetti, i contadini si garantivano un’importantissima entrata di contanti dopo le ristrettezze della stagione invernale, a condizione che non intervenissero malattie del baco e del gelso.
Dalla seconda metà dell’Ottocento la produzione subì varie flessioni anche per la concorrenza straniera, fino allo smantellamento massiccio delle filande dopo il 1930 e alla loro chiusura negli anni ’50.
Gelso e baco da seta, fieno e bovini, mais, frumento, vite sono stati i prodotti principali dell’agricoltura in Brianza tra Settecento e Novecento.
Un ampio spazio della sala dedicata all’agricoltura presenta immagini e strumenti relativi alla coltivazione del mais. Una sequenza di diapositive illustra le varie fasi della lavorazione tradizionale, dall’aratura all’erpicatura, dalla semina alla raccolta, dalla sgranatura alla essicazione, alla conservazione.
Originario dell’America, il mais è stato a lungo in Europa una pianta ornamentale da giardini; è solo nel Settecento che comincia ad avere una presenza significativa, per raggiungere un’importanza centrale nella produzione agricola tra il 1750 e il 1850.
Il granoturco divenne una coltura molto importante nella nostra zona e la sua diffusione fu voluta dai contadini più che dai proprietari delle terre. Il suo valore commerciale, infatti, era scarso, mentre era molto richiesto il frumento, cui i proprietari chiedevano che fosse destinata la maggior parte dei fondi. I contadini, però, coltivavano il granoturco anche sotto le viti, sulle balze delle colline, dissodando la terra con la vanga, dove non si poteva arrivare con l’aratro. Ciò perché la loro alimentazione era imperniata su pani di cereali misti e soprattutto sulla polenta, che fono alla seconda guerra mondiale si mangiava anche tre volte al giorno.
Nella stessa sala dedicata all’agricoltura sono esposti gli strumenti della fienagione. I foraggi, e principalmente il fieno, sono stati tra le produzioni maggiori per quantità e più costanti nel tempo, dell’agricoltura lecchese.
La produzione del fieno era infatti un’attività strategica nell’economia agricola e ad essa veniva dedicato molto lavoro: tre ‘tagli’ all’anno, che significavano, per tre volte, operazioni di sfalcio, raccolta, essicazione, trasporto e conservazione: un insieme di operazioni assai impegnative per il contadino, perché, fino all’introduzione della falciatrice meccanica, tutto, e a volte persino il trasporto dal prato al fienile, era affidato al lavoro manuale.
La sala del museo espone gli attrezzi impiegati ed illustra le varie fasi del lavoro e delle operazioni ad esso collegate, con un breve filmato: dalla preparazione del prato mediante la sua concimazione al taglio, dall’affilatura della falce all’essicazione, dal trasporto alla conservazione. Queste informazioni si integrano con quelle fornite sull’allevamento nella parte dedicata alla stalla.
Nella società tradizionale la stalla era forse il luogo più importante della vita contadina, destinato alla custodia degli animali (bovini e equini, prima di tutto, in particolare nelle ore notturne e nel periodo invernale) ma anche al ritrovo delle persone, alla comunicazione tra le generazioni e i sessi, alla educazione dei bambini, al corteggiamento tra i giovani, alla trasmissione delle credenze mediante i racconti, e di pratiche religiose, come la recita del rosario. Nelle ore serali e nella stagione fredda era inoltre un luogo dove si svolgevano lavori artigiani sia femminili che maschili.
L’allevamento bovino nella nostra zona era praticato in stalle piccole, in media con due-tre bestie grosse, anche in proporzione della disponibilità di foraggio, ed alla forza lavoro su cui poteva contare la famiglia contadina. Gli animali, comprese le pecore che davano la lana, erano un bene molto prezioso per la famiglia contadina, che li affidava alla protezione di sant’Antonio abate, una figura che era rappresentata accanto al maiale ma spesso anche ad altri animali domestici.
L’allestimento di questo ambiente è giocato sull’ostensione di pochi oggetti, su una proiezione di dipinti e foto d’epoca (tra cui compare anche una foto in bianco e nero scattata nel 1917 in una stalla di Cucciago) sulla diffusione di materiali sonori che evocano le varie componenti della comunicazione orale che avveniva in stalla.
Nel museo la stalla si apre sul portico. Qui si è deciso di esporre i mezzi usati per il trasporto che si giovava del lavoro manuale e le bardature per buoi e cavalli.
Nella società tradizionale, però erano prima di tutto i contadini – uomini e donne – a trasportare quotidianamente prodotti, merci, oggetti: dai prati al fienile, dal bosco alla legnaia, dall’orto al mercato, dal mercato alla casa, dal pozzo alla cucina, dalla casa al lavatoio. Prima della meccanizzazione e della diffusione del benessere, che avrebbero portato all’uso anche tra le classi popolari della bicicletta prima e dei veicoli a motore poi, si impiegavano gli animali da soma e da tiro (cavalli, asini, muli e soprattutto buoi) ma più spesso si usava il proprio corpo per portare i carichi a braccia, a spalla o sul dorso. Il trasporto era per tutti una dura necessità, ma per il colono c’era l’obbligo di trasportare fino alla casa del padrone quello di cui costui aveva bisogno.
La Brianza ha una vocazione vitivinicola molto antica. Il museo ne rende conto nella sezione sulla viticoltura nella sala sull’agricoltura e nella cantina, anche attraverso immagini, interviste e filmati realizzati negli ultimi anni. In passato i vini prodotti nella nostra regione erano estremamente apprezzati – valgano per tutti i giudizi entusiastici che ne dava nei suoi versi Carlo Porta. A partire dalla metà dell’Ottocento tuttavia una serie di calamità, dovute a malattie giunte dall’America, si abbatté sulla viticoltura brianzola, come su quella di tutta Europa: dapprima l’oidio che a partire dal 1850, causò un gravissimo tracollo della produzione. La scoperta dell’azione dello zolfo contro il parassita permise di superare la crisi; ma già alla dine degli anni ’70 comparve la peronospora, un altro fungo parassita che provoca la morte della vite. La gravissima crisi provocata dalla diffusione della fillossera, dopo il 1879, fu superata grazie al ricorso dei vitigni americani, dimostratisi resistenti al parassita: si rivelò infatti possibile coltivare, da un lato, varietà di viti americane per la produzione diretta di uva, e dall’altro, salvare le antiche varietà europee, assai più pregiate, innestandole su vitigni americani. Tra i primi “produttori diretti”  ad essere importati (ancora nell’Ottocento) fu il tuttora diffusissimo Clinton (localmente clinto).
Oggi solo nei comuni intorno alla collina di Montevecchia, si produce vino secondo gli standard moderni con un’attività economica specializzata. D’altra parte la piccola viticoltura, praticata a livello familiare più per ragioni sentimentali che economiche, ha fatto sì che il museo abbia ricevuto le donazioni di molte famiglie, di oggetti e strumenti utilizzati nella vigna o in cantina.

I flauti di Pan in una sala esposizioni del Meab

Un museo della vita quotidiana delle classi popolari, oltre a dare lo spazio adeguato alle varie attività produttive, non deve dimenticare gli aspetti della vita festiva. In questa prospettiva si colloca la sezione che il MEAB dedica al flauto di Pan. Ampiamente documentato in tutto il mondo attraverso quattro tipologie fondamentali, questo strumento fatto di canne ha trovato posto già nella mitologia e nella letteratura classica greca e romana. In Europa, la sua presenza è attestata lungo una fascia geografica che partendo dalla Spagna giunge alla Romania, con propaggini in Lituania e Russia. In Lombardia viene indicato con termini come firlinfö, fregamüsón, fit-fut, orghenìi, sìfol.
Già presente in Brianza tra il XVIII e il XIX secolo, come strumento di cascina e di osteria, dapprima come solista e, in seguito, collocato in piccole bande accanto ad altri strumenti  musicali quali, ad esempio, la chitarra, la fisarmonica o l’armonica a bocca, il firlinfö si afferma nella sua dimensione orchestrale a partire dalla fine dell’800. La costituzione e la diffusione dei gruppi folcloristici di firlinfö si realizza a partire dagli anni ’20 e ’30, sotto la spinta dell’Opera Nazionale Dopolavoro ed è continuata grazie anche all’apporto dell’ENAL, subentrata all’OND, negli anni del dopoguerra. Oggi i gruppi folcloristici di   firlinfö sono presenti nelle provincie di Bergamo, Como, Lecco, Milano, ed anche nel Canturino.
Di alcuni costruttori, a cui hanno fatto o fanno riferimento i suonatori del territorio brianzolo, è stata documentata l’attività e, per mezzo dei loro manufatti e delle loro informazioni, la sala del museo è in grado di illustrare le tecniche costruttive dello strumento. Sono inoltre presentate la struttura degli organici bandistici e il ruolo dei maestri, nonché le modalità esecutive con cui i repertori vengono interpretati.
L’esposizione degli allestimenti – permanenti o temporanei – nel museo rappresenta, dunque, l’ultimo passaggio di un processo di ricerca, sempre aperta a nuovi sviluppi, che è stata affidata ad alcuni specialisti, impegnati talora a coordinare gruppi di lavoro e seminari di formazione per la ricerca etnografica.
Queste indagini hanno prodotto negli anni diverse pubblicazioni – volumi, documentari, compact disc – ad alcune delle quali sono stati assegnati importanti riconoscimenti a livello nazionale (Premio Pitrè – Salomone Marino 1998 e Premio Nigra 2003).
Destinatari privilegiati della proposta formativa del museo sono, però, i bambini e i ragazzi in età scolare, per i quali sono pensate specifiche visite e attività di laboratorio.
Ciò che si vuole favorire soprattutto è l’incontro diretto tra i ragazzi e i ‘portatori’ della tradizione, con le loro esperienze, i loro ricordi, la loro cultura, secondo una formula che è stata battezzata: “al museo con il nonno”. Nel territorio circostante, poi, è possibile visitare aziende e soggetti che ancora operano nell’ambito delle attività tradizionali.
La ricca articolazione di interventi che il museo propone è possibile anche grazie alla fattiva collaborazione degli amici del museo che si esprime in molti momenti e in varie forme, a partire dall’apertura ai visitatori per oltre 20 ore settimanali.
Anche questo aspetto fa del museo etnografico qualcosa di diverso dagli altri tipi di museo: un museo che parla della società, ma anche un museo di società.

*Massimo Pirovano è uno studioso di etnografia, dirige il MEAB.

Museo Etnografico dell’Alta Brianza, Località Camporeso, 23851 Galbiate LC

Il Meab: https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2013/11/le-tradizioni-popolari-brianzole-nel.html

Il fluto di Pan: https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2017/01/ilflauto-di-pan-mitologia-e-tradizioni.html

  

sabato 4 febbraio 2023

L’antica chiesa de Roncho

di Giuseppe Ildefonso Motta

L’importanza storica e le antiche origini sono testimoniate dalla sua stessa dedicazione ad Ambrogio, vescovo. Dopo molti decenni di abbandono, grazie ai lavori di restauro, è stata riportata al suo uso.

Gli edifici storici sono, in un certo senso, organismi viventi che nel corso dei secoli si sviluppano e mutano per effetto di continui interventi. E’ spesso difficile riconoscere le primitive forme in costruzioni che si sono via via trasformate, seguendo i dettami estetici e funzionali delle successive architetture. La ricerca delle fonti storiche, l’analisi archetipica, le tracce emerse dal restauro e dagli scavi archeologici, ne consentono una possibile lettura. Lo scavo archeologico effettuato nel 2011 nell’ambito dell’intervento di restauro conservativo dell’antica chiesa di Sant’Ambrogio ‘ad nemus’ in Ronco, ha consentito di fare luce sull’evoluzione delle sequenze costruttive e di rinvenire interessanti reperti, confermando quanto emerso dall’indagine documentale. Dopo decenni di abbandono, grazie ai lavori di restauro, è stato possibile salvaguardare e recuperare un’importante testimonianza del passato, restituendola ad un uso e ad un ruolo di valenza storica e culturale. Entrare in questo antico edificio, è un po’ come ritrovare il cordone ombelicale che lega Ronco alla sua storia.



La chiesina si trova nel Comune di Ronco Briantino (MB)

L’importanza storica e le antiche origini della chiesa sono testimoniate dalla sua stessa dedicazione al vescovo Ambrogio, che appare suggerire radici paleocristiane; il Dozio la definisce ‘edificata fino in antico’ (1). Una cronaca a firma del parroco Bonfanti datata 13 aprile 1659 così descrive la collocazione territoriale della chiesa e accenna alla prospettiva storica delle origini: “… questa mia chiesa è posta al piede del Monte Brianteo e fu inclusa nel suo privilegio. Terra unita eccetto due cassine non molto discoste una detta de Fumagalli e l’altra detta Casa dell’Amore… chiesa antichissima alla deposizione di S. Ambrogio distante dalla terra un tiro d’archibugio ed è successa in luogo di un’altra antichissima a foggia d’arcella la quale si chiamava De Humiliati e possedeva cento pertiche di terra avidata” (2).
La cronaca trova alcune conferme nelle antiche vicende riportate dai più eminenti trattisti di storia Umiliata, come l’erudito gesuita Gerolamo Tiraboschi e il conte Giorgio Giulini, che citano un documento di controversa datazione - 5 gennaio 1037 – relativo all’acquisto di 113 pertiche di terra avidata, avvenuto da parte dei Frati Umiliati nel luogo di Ronco Diocesi di Milano (3). 
Alla fine del XIII secolo, il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero non comprende la chiesa di Ronco nell’elenco delle settantacinque chiese della Pieve di Vimercate.
Giova però ricordare che dall’opera del da Bussero, sono escluse le chiese dedicate al vescovo Ambrogio, perché ritenute destinate ad una trattazione a parte. Il 25 gennaio 1312 si registra un atto di Investitura semplice fatta dal Reverendo Cresimbene de’ Birizago designato Presbitero della Chiesa di Sant’Ambrogio nel loco di Roncho, in ragione del diritto di ‘…decimare che tiene la detta Chiesa sopra le terre e possessioni delli detti Frati Umigliati di Brera site nel suo territorio per anni nove, pagando ogni anno al detto Prete Cresimbene lire cinque serziole’ (4).
Sul finire del Trecento troviamo l’elenco nominativo delle Cappelle della pieve di Vimercate nel codice Notitiae Cleri Mediolanensis de anno 1398,  dove sono annotate le parrocchie e le cappelle della diocesi di Milano con un certo reddito; tra esse vi si trova la Cappella de Roncho (5)
Solo a partire dal XVI secolo compaiono le prime descrizioni d’archivio relative all’architettura della chiesa. Nel 1566 viene annotata l’esistenza, oltre che dell’altare maggiore, anche di un altare laterale dedicato a ‘Maria Santissima’ e nello stesso anno si introduce il divieto a seppellire i morti sotto il pavimento della chiesa.
Nel 1570 sono riportate le dimensioni della chiesa ad una solo navata, lunga 20 braccia (circa 12 metri) e larga 10 braccia (circa 6 m), alla sacrestia, a settentrione, è annessa la casa parrocchiale di quattro locali. Nell’anno seguente 1571 viene edificato il battistero in un angolo vicino alla porta dalla parte dell’aquiline (nord). Nel 1581 per la prima volta viene citata la presenza di un piccolo campanile di forma quadrata dalla parte del vangelo, a sinistra dell’altare maggiore, sul lato opposto rispetto all’ubicazione attuale.
Nel 1634 la chiesa è descritta ad unica navata con tre archi, viene edificato un altro altare dedicato alla B.V. Maria e vengono dipinte le figure dei quattro evangelisti. La descrizione forse più completa della chiesa viene resa nel 1756, in occasione della visita del Cardinale G. Pozzobonelli. Entrando, di fronte: Cappella Maggiore a forma tonda e a volta con immagini di S. Ambrogio, Desiderio e Adriano, le cui reliquie sono conservate a Ronco dal 1622. Entrando a destra: Cappella a forma quadrata con immagine dipinta e molto antica  della Madonna col Bambino. 
L’affresco del ‘500 è attribuibile alla scuola di Bernardino Luini. Cappella di S. Antonio Abate e S. Pietro Martire anch’essa quadrata: immagini dipinte dei due santi e della Vergine. Entrando a sinistra: Cappella del battistero, rotonda, con dipinto del battesimo di Gesù (6). 
Nel 1724 viene autorizzata la costruzione del nuovo campanile, nell’attuale posizione. 
Nel 1837 si dà avvio a radicali interventi di demolizione ed ampliamento della chiesa di Sant’Ambrogio, attuandone la completa riconfigurazione nei canoni stilistici del trionfante gusto Neoclassico, sulla base del progetto redatto dall’arch. Andrea Pizzala (1798 – 1862). I lavori vengono completati il 18 agosto 1839 con l’edificazione della chiesa attuale che presenta una pianta longitudinale articolata in tre navate mediante due file di pilastri ed archivolti.  

Le sequenze costruttive 

Lo scavo archeologico è stato condotto sotto la sorveglianza della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia dal 22 febbraio al 24 ottobre 2011 (7). 
I dati emersi dall’analisi stratigrafica degli scavi hanno confermato quanto documentato dalle fonti storiche. Si è individuata una successione di cinque fasi cronologiche sull’evoluzione della costruzione nel corso dei secoli, che abbiamo rappresentato negli schemi planimetrici posti a seguire, redatti sulla base delle risultanze archeologiche. 

Fase I – La cappella altomedievale

All’interno del sedime attualmente occupato dalla chiesa ottocentesca, si è rinvenuta la presenza di strutture antropiche molto più antiche, riferibili ad un edificio primitivo orientato in senso nord-sud (colore blu nel rilievo stratigrafico).


Le strutture sono conservate solo a livello di fondazione e, in assenza di materiali datanti, è stato possibile solo definire una cronologia di tipo relativo. Le strutture di fase I, potrebbero coincidere con un primitivo edificio religioso di epoca paleocristiana altomedievale, di forma rettangolare, lungo 8,20 m per una larghezza visibile limitata a 1,40 m. Il muro di fondo in fianco meridionale presenta un andamento a emiciclo ed è interpretabile come parte di un arco absidale. Lo spazio sembra evocare la chiesa ‘a foggia d’arcella’, ovvero di piccola arca, citata nella cronaca del 1659. 

Fase II – La prima trasformazione medievale (XIV-XV secolo)

Le strutture di fase I vengono parzialmente demolite per far posto ad un edificio religioso più ampio, di forma rettangolare (11,90 x 6,20 m) ad aula unica con orientamento E-O ruotato di 90° rispetto al precedente, con facciata ad ovest ed abside ad emiciclo verso oriente (colore rosso nel rilievo stratigrafico).


Si conserva la parte absidale meridionale che viene inglobata nel nuovo edificio come cappella laterale dedicata, secondo le fonti storiche, alla Beata Vergine. Le misure dell’aula coincidono con quelle riportate nel documento d’archivio del 1570 che riferisce che la chiesa era lunga 20 braccia (12 m circa) e larga 10 (6 m circa). 

Fase III – La trasformazione quattrocentesca (XV secolo)

Più articolato appare lo sviluppo planimetrico delle strutture appartenenti alla Fase III databile al XV secolo, che vede un ampliamento verso il lato orientale con demolizione della precedente abside per far posto ad un più ampio presbiterio di forma quadrangolare, con massicci contrafforti angolari (colore azzurro nel rilievo stratigrafico).


In questa fase la chiesa assume l’aspetto tipico degli edifici religiosi quattrocenteschi di area rurale, caratterizzata da un’aula a navata unica a forma rettangolare, ritmata da pilastri ed archivolti (menzionati nei documenti storici) posti a reggere una copertura a struttura lignea a doppia falda. Il presbiterio quadrangolare decorato da affreschi e coperto da volta in muratura a botte o a crociera. 

Fase IV – Gli ampliamenti della chiesa medievale (XVI-XVII secolo)     

Nella fase IV l’edificio medievale si amplia assumendo la configurazione che ancora conservava all’atto della sua demolizione ottocentesca. Verso nord veniva ampliata la casa parrocchiale mentre verso sud si erige la nuova cappella di Sant’Antonio Abate e la nuova sacrestia, andando in entrambi i casi ad occupare in parte la presedente area cimiteriale che cingeva la chiesa.


Dinnanzi al portale d’ingresso veniva costruito un protiro retto da due colonne in pietra. Infine, nel 1724, si erge il nuovo campanile con torre a pianta quadra incorporata nella costruzione laterale sud monofastigiata. 

Fase V – La chiesa neoclassica ottocentesca (XIX secolo)

Nella prima metà dell’Ottocento, anche l’antica chiesa de Roncho non sfugge alla grande trasformazione indotta dalla combinazione tra lo sforzo riformatore nell’ambito dell’architettura di culto e il significativo incremento demografico che, tra le sue conseguenze, portò alla necessità di ampliamenti o trasformazioni delle chiese parrocchiali, adeguandole al nuovo gusto che andava affermando una articolata riflessione sulla pianta degli stessi edifici sacri. L’ultima fase è, quindi, rappresentata dalla demolizione della chiesa ad aula unica di epoca medievale, risparmiando solo il campanile settecentesco e la porzione di parete sud dell’altare dedicato alla Beata Vergine con l’affresco cinquecentesco.


L’architettura della  nuova chiesa viene organizzata con impianto longitudinale a tre navate  con settore presbiterale rialzato rispetto all’aula mediante gradinata e abside ad emiciclo, lungo il fianco sud del presbiterio viene edificata una nuova sacrestia. 

Il restauro conservativo 

Il restauro conservativo dell’edificio è stato condotto per lotti successivi d’intervento, fino al completo recupero funzionale, sottraendo l’immobile da uno stato di serio degrado che metteva a grave rischio la salvaguardia futura del Bene. L’intervento ha restituito la completa lettura del testo ottocentesco attraverso un restauro conservativo filologico dell’apparato decorativo neoclassico della chiesa. 


Il programma di valorizzazione culturale mira ora ad un ulteriore obiettivo: l’allestimento di un Antiquarium quale spazio espositivo e di racconto destinato ad ospitare i reperti rinvenuti nel corso degli scavi archeologici. Il progetto si inquadra nella propensione al museo diffuso che permette di esporre e vedere i reperti in relazione con il loro luogo di rinvenimento e consentirne così la piena valorizzazione, promuovendone e diffondendone la conoscenza anche attraverso una rete locale affinché il patrimonio culturale sia un privilegio alla portata di tutti. Il programma prevede anche il restauro conservativo dell’ottocentesco “Organo Tornaghi”, costruito in cassa lignea in cantoria e posto sopra il portale d’ingresso della chiesa. 
Il progetto ha già ricevuto l’approvazione delle competenti Soprintendenze e rientra tra quelli finanziabili all’interno del “Progetto Bellezz@-Recuperiamo i luoghi dimenticati”. Si è ora in attesa della conferma del finanziamento da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sarà così possibile offrire un’opportunità di diretta comprensione dell’evoluzione di una parte costitutiva del nostro patrimonio storico locale. 

Note 

Articolo apparso sul periodico la curt degli Amici della Storia della Brianza, N. 14 – settembre 2021



[1] Dozio G., Notizie di Vimercate, Milano 1853, p.86

[2] Parroco Bonfanti, Registro Archivio Parrocchiale, 13 aprile 1659

[3] Giulini G. Memorie storiche di Milano e campagna, Milano 1760; Tiraboschi G. Vetera Humiliatorum  Monumenta III, p.236.

[4] ASM Milano, AD doc.

[5] Magistretti M. in Archivio Storico Lombardo, 1900

[6] Anno 1756, volume XXXIII, A.C.M. parroco C. A. Redaelli

[7] Relazione di intervento sorveglianza archeologica Dr. S. Pruneri – Direzione Dr.ssa Anna Maria Fedeli.