mercoledì 30 marzo 2022

Le genti della vecchia Brianza: il concetto di Provvidenza, la mentalità e l’indole

Se togliessimo le chiacchiere di paese ed i pettegolezzi, che hanno sempre fatto parte del vissuto di una comunità di persone, le storie più o meno vere, o verosimili, ovvero infarcite di balle macroscopiche, fino agli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso venivano raccontate e tramandate ai più giovani oralmente. Solitamente ciò avveniva in inverno nelle calde e maleodoranti stalle oppure davanti al grande camino della cucina, ove erano sedute almeno tre generazioni della famiglia patriarcale, mentre durante i mesi più caldi i principali “centri di comunicazione” erano i portici ed i loggiati delle cascine e dei cortili rurali. In quei luoghi erano quasi sempre le persone più anziane a raccontare le storie e i bambini ed i più giovani ascoltavano in religioso silenzio, a volte a bocca aperta, altre volte con gli occhi sgranati. Per le generazioni passate era naturale e istintivo ul piasè de cüntala su ed i bambini di allora si immedesimavano nel racconto e viaggiavano con la fantasia. Era un raccontare alla buona, spontaneo e senza pretese, però sempre con una morale, mural, un messaggio che dicesse qualcosa di utile a tutti, di esemplare, da cui trarre insegnamento per una migliore norma di vita.
Le storie di temp indree, tramandateci dalla tradizione orale brianzola, sono sostanzialmente esposizione di fatti veri, o solo parte di essi, senza pretese di essere in possesso di documenti e testi scritti. Alcuni racconti partivano da contingenze reali e man mano venivano ricostruiti e riadattati con ambiti ambientati locali e con le caratteristiche dei protagonisti, in sintonia con i tempi e i luoghi nei quali i fatti erano accaduti. Nella maggior parte delle vicende raccontate dai vecchi campeggia la figura del “brianzolo tipo”, con i suoi pregi e difetti, le sue manie, le rigidità di usi e costumi, le sue ingenuità ma anche le sue furbizie.
Agli inizi del secolo scorso, ed almeno fino agli anni Sessanta, il vissuto terreno del brianzolo ruotava attorno alla Provvidenza, ai Santi ed ai suoi Morti. Sono questi aspetti importanti per capire su che basi si fondava la sua mentalità e come gli riuscisse di non “uscire dal seminato”. Il vecchio contadino aveva innato il senso del rispetto delle regole, dello stare al proprio posto, dell’attaccamento alla propria comunità. Ciò era dovuto anche al fatto che la vita comunitaria rurale della vecchia Brianza era piuttosto povera di avvenimenti e di novità e che i fatti e le cadenze si ripetevano stagione dopo stagione, anno dopo anno. Le novità le portavano in cascina e nei piccoli centri rurali i carbunatt, i cavalont, gli strascee, coloro che avevano la possibilità di spostarsi con i carri verso Milano, Monza e Bergamo (https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2015/06/carrettieri-e-cavallanti-brianza.html).
La peculiarità delle storie raccontate qui in Brianza riguardava quasi sempre una velata serenità di spirito che oggi si è persa e smarrita e della quale noi oggi proviamo una sicura nostalgia. Si trattava di quella condizione “spirituale” che apparteneva a classi di persone umili, buone di carattere, spesso prive di turbamenti. Secondo il vecchio brianzolo l’uomo non era quasi mai protagonista della propria vicenda terrena, governata com’era dalla Provvidenza, di fronte alla quale l’uomo è spesso soltanto muto spettatore. Quella Provvidenza era il piano di Dio, dalla quale il contadino traeva insegnamenti oppure giustificazioni, ma era certo che a quel disegno divino dipendeva il suo destino spirituale e terreno.

Fecchio, Cascina Lucia, 1914


I racconti brianzoli erano tutti emanazione delle persone anziane ed ebbero come ribalta, come abbiamo visto, i luoghi tipici del vissuto contadino. Nella stalla, vicino al grande camino o sotto i portici si potevano ascoltare storie riferite al mondo dell’infanzia, racconti fantastici o di soldati che avevano combattuto in guerra oppure ancora racconti edificanti a carattere religioso, tratti dalla vita dei santi e dei grandi pellegrini. 
Siccome le vecchie storie erano tutte calate nel mondo contadino, per cercare di capirle e dar loro una seppur minima verosimiglianza bisognerebbe conoscere il contesto entro le quali nascevano e si sviluppavano, almeno secondo tre concetti richiamati nel titolo: la Provvidenza, la mentalità contadina e l’indole del brianzolo. Occorre cioè avere un’immagine precisa dell’intero mosaico, perché è la sua conoscenza specifica che può consentirci di interpretare e capire quel mondo ormai scomparso.
Il prezioso significato sociale della narrativa orale brianzola sta nel fatto che attraverso di essa possiamo ricostruire pezzo per pezzo la vita della cascina, il ruolo comunitario del cortile e del grande portico comune, la funzione romantica, oltre che fondamentale, del pozzo, il senso profondo della Provvidenza e della vita religiosa. Sono le storie che raccontano la vita di quelle generazioni di persone, storie che animano la chiesa, l’osteria, le botteghe artigiane, il lavatoio pubblico, il cimitero, la villa padronale.
È grazie a questo mondo che i racconti e le storie dei vecchi contadini della Brianza non sono mai banali, perché posseggono un’anima ed una morale condivisa. 
Nella vecchia Brianza la Provvidenza era, come accennato, il piano di Dio, non sempre comprensibile al colono, dal quale dipendeva il suo destino spirituale e terreno. Il contadino aveva una tale fiducia nel piano di Dio che lo chiamava la broca che se sgala mai (il ramo dell’albero che non si schianta, non si rompe mai) e lo paragonava al corrimano della scala per andare al piano superiore, che ti indica la strada anche al buio. 
Anche la cattiva sorte girava attorno alla Provvidenza. In ogni cascina o vecchio cortile c’era sempre quella donna un po’ più saggia di tutti gli altri, che leggeva la Bibbia e i messali liturgici, che diceva: “Ul Signur al manda la tegna (la tigna, la disgrazia) ma anca ul capell per quatala (il cappello per coprirla). Su questa base erano orientate la cattiva sorte, i guai, le calamità, il dolore, la miseria che il buon Dio provvidenzialmente trasformava in un mezzo di redenzione dello spirito. Il contadino accettava di buon cuore la volontà di Dio, convinto com’era che, se non in questo mondo, certamente nell’aldilà, le sue vicissitudini terrene sarebbero state meritorie per guadagnarsi il bene eterno. Di conseguenza il vecchio brianzolo accettava la sofferenza, la rassegnazione e la sopportazione per guadagnaa ul paradis.
Il vecchio contadino della Brianza, vivendo in un mondo di figurazioni rurali e avendo bassa scolarizzazione, aveva un suo modo particolare di pensare per immagini, prese dalle tradizioni e dal mondo che lo circondava. Per rendere più chiaro e comprensibile questo concetto, di seguito vengono espressi alcuni esempi:

·         Vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso – mangià l’oev (uovo) quand l’è dent amò in de l’uvera (ovaia) del la gaina (gallina);

·         Il lupo cambia il pelo ma non il vizio – ul möll (mulo) vecc el cambia mai ul pass;

·         Bisogna battere il ferro quando è caldo – i dùrt bisügna ciapai quand passen (i tordi bisogna prenderli quando passano);

·         Non tutte le ciambelle riescono con il buco – Menga de tütt i oev vegn foera ul puresin (pulcino) nel senso che qualche volta anche il gallo fa cilecca;

·         Essere nato fortunato, o sfortunato – Vess nasüü (essere nato) quand ul Signur l’era cuntent oppure quand ul Signur l’era rabiaa. Per indicare uno al quale “gli mancava una rotella” ghe mancava una quai rudela, dicevano: l’è nasüü quand ul Signur l’era indurment.

Gli animali avevano un posto centrale di riferimento nelle frasi composte dalle genti brianzole, nelle similitudini ed anche nelle invettive. Altri esempi: chela tusa (ragazza) lì l’è un’oca, ignurant cumè ’n asin, ingurd cumè ‘n sciatt (rospo), vunc mè ‘n ratt (unto come un topo), grass comè un purcell (maiale), fort cumè un tor, ul mé padron l’è un pioecc (pidocchio).



Verderio Superiore, giorno di bucato in Curt di Barbìs


Un altro ruolo importante del modo di pensare di quei tempi era il filo diretto che il paisan il contadino, aveva con i suoi santi protettori, della casa, degli animali, della salute, del raccolto… I santi più invocati e venerati erano i santi patroni che proteggevano il paese e la parrocchia locale e quelli più “importanti” e riconosciuti dalla Chiesa. Qui in Brianza, oltre naturalmente alla Madonna, avevano un posto preminente Sant’Antonio Abate, Sant’Ambrogio, San Rocco, San Sebastiano, San Biagio, San Giobbe…
L’indole delle genti brianzole delle colline, dei laghi sotto Lecco e delle prime pianure verso Monza poggiava essenzialmente su tre pilastri: la voeia de lavurà (la voglia di lavorare), tegnè a man (risparmiare) e ul vess galantomm (essere galantuomo). Sono tre qualità, tre virtù che il brianzolo si è tramandato dai tempi di Alessandro il Grande fino ai giorni nostri. Esse hanno fatto del brianzolo  il prototipo del lavoratore lombardo. Soprattutto la voglia di lavorare, che tanto incantava l’imperatrice austriaca Maria Teresa.
Dopo la semina autunnale del grano i giovani lasciavano a frotte le loro cascine e le corti dei loro piccoli borghi per recarsi in quei centri ove erano più diffusi l’industria e l’artigianato a imparà ul mestee. L’artigianato lombardo ha tratto origine, tra gli altri, da questo particolare carattere dell’indole brianzola, che ha permesso di soprannominare questo popolo “i giapponesi d’Italia”. Il vess galantomm significava anche assumere comportamenti che portavano ad essere leali e onesti con gli altri. Il brianzolo tipo ci teneva, ma fino ad un certo punto, perché sapeva anche che c’erano in circolazione personaggi che, appena ti giravi, ti colpivano alle spalle ed altri che seguivano pedissequamente la filosofia di certe massime di vita, tipo: L’è mei ciapà sü del lazaron che n’dà a cà con rott ul firon (meglio essere additato come un lazzarone che avere la schiena rotta) oppure Se te vegn voeia de lavurà, setes giò e lassela passà (se ti vien voglia di lavorare, siediti e lasciala passare).
Ovviamente, considerati i tempi dei quali stiamo parlando e tenuto conto del difficile contesto socio-economico, si riscontravano anche dissidi, criticità ed eterni contrasti generati dalla mentalità e dall’indole delle genti di queste terre. Come ad esempio tra la spusa (la nuora) e la suocera, che generò il famoso detto digh a la spusa quell che se vureva fagh savèe a la regiura (parlare a nuora perché suocera intenda).  
Un altro epico contrasto, che assunse anche caratteri sociali e politici, coinvolse ul sciur, il ricco, il padrone delle terre e di tutti gli immobili del borgo, e ul paisan, il contadino, il mezzadro, colui che materialmente lavorava e produceva ricchezza al padrone. In ogni comune brianzolo, anche nel più piccolo, già a partire dal Seicento, si riscontra la presenza del sciur, il capostipite di una famiglia nobiliare e borghese, molto spesso proveniente da Milano o in generale dalla Lombardia.
Essendo stata la Brianza una terra di forte religiosità, nell’eventuale contrasto tra ul sciur e ul paisan, veniva spesso coinvolto il terzo incomodo, ul cürat, il curato, il parroco della chiesa locale, il quale si doveva però saggiamente e furbescamente orientare nella non facile arte di non scontentare nessuno dei contendenti, tradotto in dialetto dà una bouta al scerc e un’oltra a la bott.
Senza voler scomodare il don Abbondio manzoniano, che cosa poteva fare un povero curato di campagna, schiacciato tra il ricco ed il potente, sempre più ricco e potente, quindi depositario della “borsa” dei danee, dei soldi, ed il contadino, che tendeva a diventare ancora più povero e sfruttato, per cui economicamente di poco o nessun aiuto per le opere parrocchiali? Anche perché, molto spesso, era la famiglia aristocratica e borghese del luogo che “consigliava e indirizzava” la nomina del parroco presso la parrocchia locale. Uno sgarbo al nobile e la borsa dei soldi si sarebbe chiusa definitivamente, anche se alcuni parroci trovarono il modo di “barcamenarsi” e di prendere le difese dei contadini e dei più poveri.
Anche questi atteggiamenti poc’anzi citati facevano parte dell’indole brianzola, come, per esempio, il prendersi gioco di mentalità maniacali di certi vecchi contadini o criticare pesantemente quegli approfittatori del prossimo e in genere tütt quei del cravatin che viven süi spall di por diavul.
Il racconto, la narrazione delle genti brianzole, almeno fino agli anni Sessanta del Novecento, verteva principalmente su due concetti, due schemi che venivano tramandati di generazione in generazione, la canzon e la storia. Il primo va inteso nel senso più esteso del termine, ossia che ingloba la fiaba e la leggenda fantastica, la favola e la “balla” più colossale, nel tentativo però di renderlo il più possibile coerente e affine al contesto ed al costume nel quale si sviluppa. Per quanto riguarda invece la storia, come già accennato, lo schema del racconto è calato nella realtà e si rifà ad un fatto realmente accaduto, vissuto da chi lo raccontava o da un suo amico o da un familiare, avendo però l’accortezza di utilizzare personaggi fittizi e inventati di sana pianta, che potevano variare da paese a paese. 
Come è facilmente comprensibile e deduttivo, canzon e stori sono tutti di emanazione  della fantasia, dell’estro e della “furbizia” dei vecchi contadini delle nostre terre ed hanno avuto come palcoscenico alcuni luoghi fondamentali della vita sociale di quei tempi: il grande camino della cucina, la stalla, il portico, ul casot (il casello di campagna), la cuntrada e ul lavatoi (il lavatoio pubblico).
In questi luoghi “sacri” per i vecchi contadini, si poteva ascoltare di tutto, come sopra accennato, ma principalmente canzon e stori attinenti al mondo dell’infanzia, dei pargoli, un termine usato spesso dalla zia Angiulina, la cognata di mio nonno paterno, alle vite dei santi e dei martiri e a storie di vita vissuta, tra le quali tenevano banco i racconti di chi aveva partecipato alle varie guerre.
Poteva capitare che i racconti a carattere religioso venissero riportati da qualche pettegola di paese al curato, il quale non gradiva di certo che la testa della gente fosse imbottita di notizie stravaganti e deformate che staven né in ciel né in tera.   
I messaggi delle storie dei tempi andati della Brianza vanno intesi e calati tutti nel mondo contadino, che bisogna conoscere a fondo, affinché si possa comprenderne i messaggi ed i valori etici e sociali, il senso della vita e della morte, il loro destino e il castigo nell’aldilà dal punto di vista religioso. La “filosofia” di vita dell’antica gente brianzola consisteva nel tenere tutti tacaa a la broca che se sgala mai (ancorati al ramo che non si spezza) perché il fine di ognuno era de requià, senza pö patì (tranquillità, senza patire).
Circolavano in quegli anni “massime di vita” che venivano applicate come fossero sentenze divine, del tipo: Vuress ben al custa nient; Stà tacaa ai toe Mort che te vütenn nel bisogn; A fa del begn se sbaglia mai; Se viv una voelta sula; Vardel begn, vardel tütt, l’omm senza danee l’è propri brütt!  
Si tratta quindi di tanti fili conduttori che, associati all’indole brianzola, danno un quadro affidabile del vivere. Queste “massime” dei nostri vecchi sono esperienze di vita vissuta nella buona e nella cattiva sorte, episodi di vita vissuta a carattere religioso e morale. I messaggi gravitavano prevalentemente attorno alla liturgia del momento, ai santi più conosciuti, ai tempi che imponeva la natura, alle feste religiose che rappresentavano il solo diversivo alla vita grama, sempre uguale a se stessa.

Lombardia, anno 1941, raccolta dei bozzoli del baco da seta

Le radici della Brianza affondano, nel bene e nel male, nelle storie, nelle canzoni, nella mentalità e nell’indole che si è cercato di raccontare in questo breve “saggio”. Sono l’identikit di chi è nato in queste terre, nel quale tentiamo, a fatica, di rispecchiarci e tenere vivo.
Scrive il prof. Sandro Motta nell’introduzione alla raccolta di storie e racconti brianzoli Brianza una volta. Stori di temp indree, Cattaneo editore, 1994: “Il prezioso significato sociale della nostra narrativa orale sta nel fatto che attraverso di essa noi possiamo ricostruire pezzo per pezzo la vita della cascina, il ruolo comunitario del grande portico comune, la funzione romantica del pozzo, la dinamica della vita familiare, il senso della Provvidenza e dell’amore del prossimo. Sono le nostre storie che animano il campo, la chiesa, l’osteria, la magione del proprietario terriero, le botteghe artigiane, i venditori ambulanti, il lavatoio pubblico ed il camposanto. Se non sono vivificate da questa narrativa, le ricostruzioni che puntigliosamente si fanno un po’ da tutti della vita del paisan di inizio secolo e del suo ambiente, finirebbero per essere fredde, senz’anima e ci direbbero ben poco…”.

Beniamino Colnaghi

Note

Si segnalano, per ampliare la conoscenza della storia brianzola e della vita vissuta di quelle genti, i seguenti testi:
Sandro Motta, Ul fiur l’è amur, Cattaneo editore;
Sandro Motta, Del tecc in sü e Del tecc in giò editi sempre da Cattaneo.

 

giovedì 24 febbraio 2022

A 100 anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini
Un intellettuale attraversato dalla contraddizione, controverso e scomodo, inquieto 
e illuminato, profeta inascoltato, per certi versi unico, con una visione profonda dell'uomo e della società del tempo


Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 - Ostia, Roma, 2 novembre 1975)



Questo volume riunisce per la prima volta in forma completa l'epistolario di Pasolini. I curatori, Antonella Giordano e Nico Naldini hanno interpellato per anni archivi di fondazioni, biblioteche e istituti culturali, contattato i destinatari dello scrittore o i loro eredi, consultato giornali e riviste, riuscendo così a integrare con oltre trecento lettere il corpus finora conosciuto, arricchendo una raccolta già tra le più ampie e significative della letteratura italiana. Il risultato è un carteggio unico per qualità degli interlocutori e ampiezza dei registri, l'equivalente di una vera e propria autobiografia.

lunedì 21 febbraio 2022

Praga la magica, tra leggende e stregonerie


Praga dai cento volti, patrimonio Unesco. Una città da visitare con gli occhi incantati. Parliamo della magia delle leggende, che nella capitale ceca si inseguono di via in via, di monumento in monumento, addirittura di casa in casa. Esploriamo dunque la Città Vecchia, in lingua ceca Staré Město, seguendo alcuni dei tanti racconti che si snodano tra rotonde romaniche e cattedrali gotiche, tra palazzi rinascimentali e sinagoghe, tra monasteri barocchi e monumenti cubisti e liberty. Storie che hanno attraversato i secoli per arrivare misteriosamente a noi.
Cominciamo dall'ingresso nella città vecchia: il ponte Carlo IV (link http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2017/06/il-ponte-carlo-di-praga-ovvero-il-ponte.html) in ceco Karlův most, meta di migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo, puntellato di banchi di ritrattisti e di artigiani, location amata dagli artisti di strada. Secondo la leggenda, la prima pietra del ponte fu posta in un momento deciso dagli astronomi di corte che, con misteriosi calcoli, riuscirono ad individuare una particolare combinazione di numeri. Iniziò così la costruzione il 9 luglio del 1357, alle ore 5 e 31. Il re Carlo IV scelse l'architetto tedesco Petr Parler, lo stesso al quale aveva affidato la progettazione della cattedrale di San Vito. La leggenda narra che Parler decise di aggiungere alla malta del vino e delle uova ma che, in tutta Praga, non ve ne erano a sufficienza. Così, per ordine del re, furono trasportate, su centinaia di carri, da ogni angolo della Boemia. Accadde però che dal paese di Velvary, invece di portare uova fresche portarono uova sode (con l'intento che non si rompessero durante il tragitto). E che dal paese di Unhost arrivarono anche ricotta e formaggi. Cosi il ponte Carlo fu costruito non solo con la pietra ma anche con uova sode di Velvary, vino, formaggi e ricotta di Unhost.
Il ponte Carlo, nel XVII secolo, fu abbellito su entrambi i lati con statue barocche. Quelle che si vedono oggi sono delle copie, mentre gli originali sono conservati nel Lapidarium. Tra queste statue la più famosa rappresenta il sacerdote Giovanni Nepomuceno (link www.colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2013/09/il-complesso-storico-monumentale-di_4.html), poi diventato santo, che fu gettato dal ponte durante il regno di Venceslao IV.  Diventata lucida a furia di esser toccata, la statua ricorda un'altra leggenda: nel punto da cui fu gettato Nepomuceno l'intera arcata crollò e per tanti anni nessuno riuscì a ripararla in quanto ogni volta che veniva ricostruita, crollava nella notte successiva. Accadde dunque che un costruttore, per riuscire nell'impresa, fece un patto con il diavolo, in cambio della prima anima che sarebbe passata sul ponte. L'arcata fu costruita e resistette ma l'uomo cercò di inventarsi qualcosa per non far cadere nessuna anima nelle mani del diavolo: nascose un gallo nella torre del ponte della Città Vecchia, con l'intento di liberarlo prima dell'inaugurazione. In questo modo, il gallo sarebbe stato il primo a passare sul ponte. Ma il diavolo, furbo, con un inganno fece in modo che la prima a passare fosse proprio l'amata moglie del costruttore. La notte seguente la donna morì, con il figlio che portava in grembo. La leggenda racconta che da allora l'anima del bambino volteggia sopra il ponte e che, ogni tanto, i pedoni sentano i suoi starnuti. Secondo un'altra versione, l'anima sarebbe stata liberata da un turista che, sentendo lo starnuto, pur non vedendo nessuno, disse "salute".

Praga, il fiume Moldava e i suoi ponti. Il Ponte Carlo è il secondo

Subito dopo il ponte, all'incrocio tra via Karlova e via Seminářská, c'è la casa del pozzo d'oro. Secondo un'altra leggenda, una domestica, incuriosita dal bagliore che proveniva dal pozzo, si sporse troppo e vi cadde dentro. Quando lo svuotarono per recuperare il corpo, si scoprì che nel pozzo c'era un tesoro. Ma non ci fu pace per i proprietari: ogni notte lo spirito della domestica annegata si aggirava per la casa piangendo. Altri due spiriti abitavano nella casa -  un cavaliere e la sua dama - ma nessuno conosceva la loro storia e dunque nessuno riusciva a liberarli. Finché un pasticciere vi andò ad abitare. Sperimentando nuovi dolci, fece le forme della dama e del cavaliere, ma di notte trovava i dolci decapitati. Decise quindi di dormire in cucina per capire come fosse possibile. Ed ecco apparire il cavaliere e la sua dama. Volevano che il pasticcere ritraesse il loro volti con la pasta da dolci. C'era poco tempo: alle prime luci dell'alba le loro teste sarebbero dovute ritornare nella Vltava (Moldava), dove le aveva gettate il loro assassino. I due sfortunati erano infatti stati decapitati: raccontarono che quella casa una volta era una locanda e che durante un loro soggiorno furono uccisi dal proprietario intenzionato ad impossessarsi delle loro ricchezze. Il pasticcere andò quindi in cantina a cercare i corpi dei due amanti e li seppellì al cimitero, liberando le loro anime. Come ricompensa, il cavaliere e la sua dama fecero trovare al pasticciere il tesoro della casa.
Sempre in via Karlova, la leggenda racconta che si aggiri il fantasma di un vecchio strozzino che abitava in quella strada. Un giorno la casa del suo vicino andò a fuoco ma invece di offrire aiuto, lo strozzino pensò solo a salvare le sue monete. Si dice che il suo spirito ricompaia a mezzanotte. Solo qualche pietoso passante che lo aiuterà a portare il suo pesante sacco da via Karlova fino alla piazza della città vecchia  potrà liberarlo.
Nel convento di Sant'Agnese, oggi diventato galleria, una ragazza fu rinchiusa, per punizione, dal suo ricco padre: si era innamorata di un giovane popolano. I due giovani si diedero appuntamento per una fuga ma il padre di lei li scoprì ed uccise entrambi, maledicendo la ragazza. Tanti anni dopo, il convento fu abbandonato dalle suore. Secoli dopo accadde che una fanciulla, innamorata di un giovane ma osteggiata dal padre di lui, decise di suicidarsi proprio vicino al giardino del convento. La leggenda narra che, mentre la giovane stava per bere il veleno che aveva preparato, una figura grigia le strappò il bicchiere di mano e lo gettò via. La giovane continuò a vivere, ma senza riuscire ad accumulare i soldi chiesti dal padre del suo amato per acconsentire alle nozze. La figura grigia ritornò da lei e le donò un sacchetto con le monete necessarie: era lo spirito della monaca uccisa dal padre. Sempre il convento è al centro di un'altra leggenda: le suore accolsero una anziana nobildonna rimasta sola. Per ricompensarle, prima di morire, la donna lasciò loro una pozione segreta, capace di guarire tutte le malattie: l'acqua della rondine. Quando le suore furono costrette a lasciare il convento, rimasero solo alcune bottigliette a casa di una vedova. Un giorno, un giovane polacco prese in affitto una stanza a casa della vedova: voleva scoprire il segreto della pozione. Tentativo dopo tentativo, morì in seguito ad un'esplosione. E cosi si perse con lui il segreto della medicina magica. 
In via Plàtnérska c'è invece una casa dove una fanciulla fu uccisa per gelosia dal suo uomo. Lei lo maledì trasformandolo in un pezzo di ferro. Solo la pietà di una vergine, una notte ogni cento anni, può liberarlo. Dopo vari secoli, una signora andò ad abitare nella casa insieme alla sua bella figlia. Il cavaliere le apparve di notte raccontandole la sua storia. Le diede appuntamento all'indomani: se la ragazza avesse mantenuto il segreto dell'incontro, finalmente sarebbe stato liberato. Invece la giovane, spaventata, raccontò tutto a sua madre. L'anziana decise quindi di presentarsi all'appuntamento al posto della figlia. E cosi il cavaliere perse per altri cento anni la possibilità di essere liberato. La sua immagine e quella della sua dama sono ritratte all'angolo tra la piazza Mariànské nàmésti e la via Plàtnérskà.
Infine, la piazza della Città Vecchia, la Staroměstské náměstí, la più antica ed importante della Praga storica. Ventisette croci bianche ricordano la decapitazione dei nobili che si opponevano al regno. Accadde il 21 giugno 1621. Le loro teste furono messe in cesti ed esposte per avvertimento. Secondo la leggenda, nella mezzanotte del 21 giugno i 27 spiriti ritornano nella piazza per vedere il funzionamento dell'orologio. Se va, vuol dire prosperità per il Paese.

Praga, Piazza Vecchia

Ed è proprio con una leggenda sul mitico orologio astronomico della Città Vecchia che si può concludere questo giro, seguendo le tappe scandite dalle leggende. L'orologio, capolavoro della scienza e dell'arte gotica fu costruito nel 1410 dal maestro d'orologeria Mikuláš z Kadaň e da Jan Šindel, quest'ultimo professore di matematica ed astronomia dell'Università Carlo di Praga. Nel 1552 il meccanismo fu riparato da Jan Taborský, il quale scrisse un rapporto nel quale menzionava il mastro orologiaio Hanuš z Růže come realizzatore dell'orologio. Per alcuni secoli questa fu la versione ufficiale, poi rivelatasi falsa da studi seguenti.
Si trova sulla facciata del Municipio ed è formato da un quadrante astronomico a forma di astrolabio (strumento medioevale per la determinazione delle posizioni delle stelle) che ha, sullo sfondo, la Terra fissa nel cielo. Attorno ad essa si muovono quattro meccanismi: un anello zodiacale, un anello esterno rotante, una lancetta con il simbolo del Sole e una con il simbolo della Luna.
Durante la giornata l'orologio sposta il simbolo del Sole nella zona blu (giorno), nella zona nera (notte) o in quelle rosse (fasi di alba e tramonto). A sinistra si leggono le scritte latine Aurora (aurora) e Ortus (alba), a destra Occasus (tramonto) e Crepusculum (crepuscolo). I numeri romani dorati indicano l'ora di Praga mentre le linee curve dorate dividono il quadrante blu in dodici parti numerate che segnano le ore planetarie che variano a seconda delle stagioni. Un anello mobile indica i dodici simboli dello zodiaco e la posizione del sole sull'eclittica. L'orologio è fiancheggiato da quattro figure: la morte (lo scheletro), la lussuria (il turco), la vanità (il personaggio con lo specchio) e l'avarizia (il viandante con la borsa). Allo scoccare di ogni ora  lo scheletro suona una campana tirando la fune con la mano destra e capovolge la clessidra che ha nella sinistra, mentre il turco gira la testa in direzione della morte; a questo punto dalle due finestrelle esce il corteo con i dodici apostoli che, a coppie di due a due, si inchinano alla folla.


Prima esce San Paolo, con in mano un libro e una spada, poi Tommaso, con una lancia, Giuda che porta un libro, Simone con una sega e Bartolomeo con un libro. Dalla seconda finestra, escono Pietro con una chiave, Matteo con un'ascia, Giovanni con un serpente, Andrea e Filippo con una croce e Giacomo con una mazza. Rientrato il corteo, il gallo che si trova sopra le finestre dell'orologio canta l'ora suonata.
Secondo appunto la leggenda, dopo aver realizzato l'orologio di Praga, molte commissioni arrivarono al maestro Hanuš. Temendo che potesse progettare un orologio ancora più bello per  qualche altra città, facendo cosi perdere un prezioso simbolo di Praga,  alcuni consiglieri ordirono un piano terribile: invece di premiarlo, lo accecarono con un ferro rovente, in modo che non potesse progettare più nulla. Quando riuscì a riprendersi, il maestro si fece portare all'orologio: non potendo più vedere la sua meravigliosa creazione, desiderava almeno toccarla. Solo lui sapeva come funzionava. Avendo scoperto la motivazione dell'orribile atto che lo aveva reso cieco, Hanuš danneggiò l'orologio. Per tanti anni nessuno fu in grado di ripararlo. Il suo silenzio ricordò a tutta la  città l'ingratitudine di cui fu vittima il povero maestro... ma i più maliziosi pensano sia una storia per giustificare i ripetuti periodi di non funzionamento.

Beniamino Colnaghi

sabato 22 gennaio 2022

 


27 gennaio: “Giorno della Memoria”

La strage nazifascista di Fragheto, compiuta il 7 aprile 1944

L’articolo 1 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definisce così le finalità del Giorno della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

Nei primi mesi del ’44, quando furono avviati i lavori della Linea Gotica, la Germania nazista stava già riscontrando delle difficoltà nella conduzione del conflitto,  e cominciava a scarseggiare in uomini, armi e mezzi. Così, le fortificazioni vennero costruite soprattutto sfruttando le risorse naturali presenti in loco, rinunciando quasi ovunque alle grandi opere in cemento armato. Stesso discorso per la manodopera: gli operai tedeschi dovettero essere integrati con quasi 50mila lavoratori italiani; reperiti spesso in modo coatto. Si trattò, insomma, di un apprestamento difensivo costruito “alla meno peggio”, ma alla prova dei fatti comunque efficace: strutturato come un sistema di posizioni su allineamenti progressivi,  bloccò gli Alleati per ben otto mesi. Nel complesso, la costruzione della Linea Gotica e le battaglie che vi si combatterono, determinarono un lungo periodo – circa un anno e mezzo – durante il quale l’Italia centrale fu scenario di primo piano degli eventi bellici.  La cosa non fu senza conseguenze, specie per i civili. A cominciare dal fatto che per rendere sicure le aree interessate dai lavori, i nazifascisti misero in atto contro partigiani e popolazione locale una vera e propria strategia del terrore: reparti addestrati compirono eccidi e stragi in molte località di Toscana, Marche ed Emilia-Romagna.

La Linea Gotica è di colore rosso

Tra l’8 settembre del ’43 e l’aprile del 1945 la violenza dei tedeschi contro i civili italiani fece registrare oltre 400 stragi, 280 nella sola Toscana. Alla fine, il bilancio fu di circa 15.000 vittime. Una lunga scia di sangue che accompagnò le truppe tedesche nella lentissima ritirata da Sud a Nord. A commettere tali esecuzioni collettive non furono soltanto i nazisti delle SS, ma anche i soldati della Wermacht e della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca. L’opera di questi reparti si dispiegò, principalmente, in prossimità di posizioni che lo stato maggiore tedesco in Italia aveva scelto come linee di arresto della avanzata alleata. E’ accertata anche la partecipazione attiva dei fascisti della Repubblica Sociale, dei “ragazzi di Salò”, la cui complicità alimenta un ricordo lacerante che resiste a ogni tentativo di “pacificazione”. Vennero poi i bombardamenti degli Alleati e, per finire, le distruzioni operate dai tedeschi al momento della ritirata.  Al termine, tra macerie e desolazione, restò solo una lunga scia di sangue. E a farne le spese furono quasi sempre le popolazioni dei piccoli paesi dell’Appennino, adiacenti a questa Linea difensiva nazista. 

A più di 75 anni di distanza, i resti della Linea Gotica e i luoghi della lotta partigiana sono ancora riconoscibili.
Nella zona dell’Alta Valmarecchia era intensa l’attività partigiana, sia dell’8ª Brigata Garibaldi Romagna sia della 5ª Brigata Garibaldi Pesaro, con interventi sempre più audaci ed efficaci. Su tutti l’occupazione di Sant’Agata Feltria del 3 aprile 1944, azione che vede la cattura dei gerarchi del paese, il sequestro di denaro e la distribuzione di viveri alla popolazione. I comandi fascisti sopravalutarono le forze partigiane. Questa situazione portò le forze nazifasciste ad organizzare un imponente rastrellamento il 6 aprile, mettendo in campo circa 600 soldati tedeschi e 150 militi fascisti. Le forze partigiane, subito avvertite di questa azione  repressiva, decisero di ripiegare.
Durante l'operazione di sganciamento, la 1ª Compagnia, comandata da Alberto Bardi (Falco), la meglio armata e la più agguerrita dell'intera Brigata, si fermò a riposare la notte del 6 aprile a Fragheto, frazione del comune di Casteldelci. La mattina successiva le vedette partigiane avvisarono che truppe tedesche si stavano avvicinando al paese; i partigiani decisero di affrontare il nemico, risalirono le alture circostanti in località Calanco e, giunti in posizione favorevole, attaccarono di sorpresa i reparti tedeschi. Nello scontro a fuoco morirono numerosi tedeschi e tre partigiani.
Subito dopo l’assalto i partigiani continuarono la loro azione di ripiegamento, lasciando però uno di loro gravemente ferito nella casa di un contadino locale. Nelle ore successive del 7 aprile, quattordici soldati tedeschi dello Sturmbattaillon OB Südwest, coinvolto nello scontro precedente con i partigiani, giunti a  Fragheto, entrano in molte case della frazione ed uccidono, in rapida sequenza, 30 persone, sterminando intere famiglie, soprattutto donne, bambini e vecchi. I giovani e gli uomini del borgo si erano in precedenza nascosti nelle vicinanze, perché avvisati dai partigiani di un'imminente incursione nazista e, forse sottovalutando la possibile vendetta dei tedeschi, avevano pensato che nulla sarebbe stato fatto a donne, bambini e vecchi e che solo gli uomini sarebbero potuti diventare oggetto di rappresaglia, in quanto possibili fiancheggiatori dei partigiani. Durante l’eccidio venne trovato e ucciso il partigiano ferito e tutti i membri della famiglia che lo ospitava. Successivamente bruciarono le case e la canonica della chiesa.
Sempre a Fragheto, durante la medesima operazione militare, vennero uccisi dai tedeschi cinque partigiani catturati nei giorni precedenti. La tragedia di quel rastrellamento termina il giorno seguente con l’assassinio di altri sette partigiani e un renitente alla leva nei pressi di Senatello, un piccolo borgo medioevale sito sul confine tra Emilia-Romagna e Toscana, nel comune romagnolo di Casteldelci, da parte dei militi fascisti  della Guardia Nazionale Repubblicana, nel luogo ora denominato “Ponte degli 8 Martiri”.

La lapide commemorativa eretta in ricordo dell'efferato eccidio


Nel dopoguerra fu avviato un processo a carico degli autori dell'eccidio, ma venne interrotto nella fase istruttoria e i relativi incartamenti confluirono nel gruppo di fascicoli conservati per decenni nel famoso “Armadio della vergogna”. Nel 2006 è stato riaperto il caso da parte della Procura Militare di La Spezia. Nel 2008 il fascicolo è passato alla Procura Militare di Verona a seguito della soppressione della Procura spezzina. Nell'anno 2011 è iniziato il processo in contumacia a carico dei tre unici ufficiali tedeschi appartenenti al battaglione ancora viventi (Karl Schäfer, Karl Weis e Ernst Plege), rinviati a giudizio con l'imputazione di omicidio plurimo aggravato: in esso si sono costituiti parte civile la Provincia di Pesaro e Urbino, il Consiglio dei ministri, la Regione Emilia-Romagna, la Provincia di Rimini, l'Anpi nazionale e nove parenti delle vittime. Il 7 febbraio 2013 il Tribunale Militare di Verona in assenza di prove certe ha assolto due imputati; nessun verdetto è stato possibile emettere sul terzo imputato, Schäfer, in quanto deceduto durante il corso del processo.

Breve considerazione finale.

L’eccidio di Fragheto causa il 7 aprile 1944 la morte di 30 civili, circa la metà della popolazione del piccolo centro, senza che sia riservata alcuna distinzione o pietà per l’età, per il sesso o per le condizioni di salute delle persone trucidate. Il giorno successivo (8 aprile) presso il ponte di Casteldelci, previe sevizie, otto giovani, presunti partigiani, vengono fucilati, senza procedere ad alcuna identificazione e i loro corpi oltraggiati. Ciò che è accaduto in quei giorni rappresenta uno degli episodi più dolorosi e gravi che abbia subito quel territorio durante la seconda guerra mondiale. Quella tragedia costò, quindi, 38 vite umane tra la popolazione civile, 38 omicidi perpetrati su donne, anziani, bambini, senza risparmiare neonati, infermi, ragazze in attesa. La strage di Fragheto è il più rilevante ed emblematico episodio di una serie di crimini perpetrati su cittadini inermi durante il periodo dell’occupazione nazifascista. Uno stillicidio di violenze accompagnato da una scia di sangue che hanno lasciato profonde ferite nelle comunità locali. Poi il dolore, l’inerzia delle istituzioni statali, la frenesia della ricostruzione hanno spesso, negli anni successivi alla guerra, relegato nell’oblio o su una muta lapide il ricordo dell’orrore vissuto.

 

Beniamino Colnaghi

 

giovedì 23 dicembre 2021

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