domenica 22 febbraio 2015

Moltrasio, 1910: un baule sospetto “pescato” nel lago di Como
 
La signora Mary Scott era un'attrice di teatro. I giornali inizialmente esagerarono definendola famosa, anche se poi dovettero rettificare riconoscendo che proprio così famosa non era. Che la donna fosse nata probabilmente nel Nevada nel mese di luglio del 1872 lo si seppe dal giornale "Country Recorder" che annunciava la nascita di Mary Scott, figlia di A. J. Scott. Si era sposata giovane con l'avvocato Neville Castle di San Francisco, ma ben presto i due si erano separati. Lei si era trasferita a New York facendo vita da artista. Nel 1909 avrebbe tormentato un altro avvocato per farsi sposare e mantenere. All'inizio del 1910 ottenne il divorzio e conobbe Porter Charlton.
Mary Scott
Porter Charlton era nato il 21 settembre 1888 a Omaha, in Nebraska. Promettente funzionario di una banca newyorkese. Come detto, nel febbraio del 1910 conobbe Mary Scott e il 12 marzo di quell'anno i due si sposarono falsificando entrambe le date di nascita per fare apparire minore la differenza di età: lui si aggiunse qualche anno per arrivare a 25 e lei se ne tolse un po' scendendo a 27. In realtà Charlton non aveva nemmeno 22 anni, Mary Scott 38, ben sedici anni più del marito.

Konstantin Ispolatov, conosciuto in loco come Costantino il russo, nacque il 5 ottobre 1859 a San Pietroburgo e fu un funzionario delle poste russe. Si dimise, dalle poste, nel 1905 per dissensi politici. Si trasferì sul lago di Como a godersi la beata pensione, portando con sé quasi 500 libri scritti in molte lingue. Imparò ben presto anche l’italiano.
Come noto, il lago di Como, riconosciuto come uno tra i laghi più belli al mondo, ha attratto ospiti provenienti da ogni dove, soprattutto aristocratici, artisti, uomini di cultura. Non è dato sapere quali furono i motivi che spinsero l’Ispolatov a stabilirsi sulle rive del Lario ma, per quanto riguarda il fatto specifico, ciò è assolutamente privo di rilevanza.    

Nella vicenda figurano altri personaggi minori e alcuni testimoni oculari: il sindaco di Torno, una piccola località sulla riva interna del ramo del lago; Adolfo Rossignoli, il barcaiolo che portò gli sposini a Moltrasio; Carlo Zaccheo, direttore del Metropol Suisse di Como; Giuseppe Bassi, farmacista di Cernobbio, che indirizzò Charlton e Scott alla villetta di Moltrasio; la titolare della pensione Rigatti di Genova, dove i due alloggiarono prima di arrivare sul Lario.
La pensione Rigatti di Genova all'epoca dei fatti
Porter Charlton e Mary Scott erano sposati da poco più di un mese quando il 14 aprile 1910 si imbarcarono sul piroscafo Duca d'Aosta a New York. Il 28 aprile la nave arrivò a Genova. Il 29 i due alloggiarono alla pensione Rigatti di Genova. Da Genova si mossero alla volta del lago di Como. Nel capoluogo alloggiarono al Metropol Suisse. Attraverso un giro di mediatori arrivarono alla villetta Legnazzi di Moltrasio, dove condussero una vita appartata. Molte persone del luogo, data la differenza di età tra i due, pensarono di aver di fronte una coppia non sposata, due amanti in cerca di intimità. Durante il loro soggiorno conobbero Konstantin Ispolatov, il russo in pensione, che fece loro da interprete.
Il 9 giugno 1910 una barca con a bordo alcuni pescatori scendeva da Carate Urio verso Moltrasio. Nei pressi del vecchio molo del paese la rete da pesca restò impigliata in qualcosa di pesante adagiato sul fondo. L’oggetto venne faticosamente trascinato a riva. Una volta all’asciutto i pescatori si accorsero che avevano “pescato” un baule, chiuso a chiave. Che fare? La curiosità si impadronì dei presenti, tanto da indurli a chiamare un fabbro per aprirlo. Ben preso la curiosità si trasformò in orrore perché il baule conteneva il cadavere di una donna. Fu immediatamente chiamato il sindaco di Moltrasio, il quale fece intervenire i carabinieri e la magistratura di Como. Il cadavere della donna, ancora senza identità, venne ricomposto nella camera mortuaria del cimitero.

Villa Legnazzi di Moltrasio
Il mistero, tuttavia, durò poco. La mattina seguente un paio di abitanti del paese informarono gli inquirenti che il corpo apparteneva ad una turista americana, tale Mary Scott, che fino a qualche giorno prima aveva soggiornato a Moltrasio, in una villetta di proprietà della famiglia Legnazzi. L’autopsia chiarì che la causa della morte era da addebitare ad alcuni colpi alla testa dati con un pesante oggetto di legno, anch’esso rinvenuto nel baule. Un vero scandalo, per la piccola comunità lariana. Una storia torbida.
Già il giorno dopo i giornali, non solo locali, riferirono gli eventi, dando spazio a ipotesi smentite dai fatti e ricamando sui particolari più macabri della vicenda.
A poco a poco i magistrati di Como cominciarono a mettere insieme i pezzi del mosaico. Iniziarono ad interrogare le persone che avevano conosciuto la coppia e tutti coloro che a vario titolo ebbero rapporti con la Scott e suo marito. Qualcuno suggerì agli inquirenti di sentire l’Ispolatov. Già, il russo. Personaggio ambiguo, con tutti quei libri… Fino ad allora si era dimostrato un brav’uomo. Ma chi può essere davvero sicuro, con gente che arriva da così lontano? 
E poi, dove era finito il marito? Le supposizioni ed i pettegolezzi ricominciarono a diffondersi prepotentemente. Accertata l’identità della vittima, gli inquirenti si trovarono di fronte un altro enigma: che sia stato ucciso anche lui… trattasi di omicidio-suicidio… è stato lui con l’aiuto del russo? Le domande durarono fino al 23 giugno, quando Porter Charlton giunse col piroscafo Prinzess Irene negli Stati Uniti. Fu fermato dalla polizia americana e immediatamente confessò di essere l’unico responsabile della morte della moglie.

Fine della suspense.

Nel frattempo, però, l’omicida continuò ad essere trattenuto in stato di detenzione nelle prigioni americane, ma l’estradizione, riconosciuta da accordi tra i due stati, tardava a venire. Il padre del giovane, funzionario di alto grado dell’amministrazione americana, si oppose tenacemente, ricorrendo anche alla Corte Suprema. Vani furono però i suoi tentativi. Alla fine la Corte concesse l’estradizione in Italia.
Porter giunse nel nostro paese verso la fine del 1913, ma la vicenda giudiziaria si allungò ulteriormente, perché gli avvocati della difesa giocarono la carta dell’infermità mentale.
Nel 1915 il processo condannò Porter Charlton per l’omicidio della moglie a una pena piuttosto lieve, perché tenne conto di una parziale infermità mentale, che gli consentì di adeguare la condanna al periodo di carcerazione preventiva già scontato. In questo modo il Charlton venne dichiarato colpevole ma quasi contestualmente scarcerato. Ciò gli consentì di ritornare negli Stati Uniti d’America.
 

Moltrasio, come si presenta la zona oggi

Sulla vicenda sono stati girati un filmato documentario di una ventina di minuti, con il titolo Il delitto di Moltrasio, un altro un poco più lungo e un film, La maschera e il volto, oggi tutti introvabili. È stato anche scritto un romanzo, In fondo al lago di Martina Vergani (1987), basato soprattutto sugli articoli del "Corriere della Sera". Gli atti delle indagini e del processo sono conservati in un grosso faldone del Tribunale di Como, oggi custodito presso l'Archivio di Stato di Como.

Beniamino Colnaghi

Fonti bibliografiche e sitografiche
Bibliotopia.org: http://bibliotopia.forumfree.it/?t=46239137
Fabio Cani, Turismo sul lago con delitto. L’omicidio di Moltrasio cento anni dopo.
Comune di Moltrasio, Il Ponte: http://www.comune.moltrasio.co.it/export/sites/moltrasio/news-eventi/Il-Ponte/Il_Ponte_nx1_2010.PDF

martedì 10 febbraio 2015

L’Europa orientale: radici, storia e formazione degli stati

Il Congresso di Vienna si svolse tra il 1814 e il 1815. Venne convocato con il compito di dare un nuovo assetto politico all’Europa dopo la sconfitta della Francia napoleonica, cui presero parte tutti gli stati europei, ma che in realtà fu dominato dalle maggiori potenze uscite vittoriose dalla guerra. Per la prima volta nella storia dell’Europa moderna tutti i sovrani e i loro ministri partecipavano ad un grande congresso in prima persona. Pur essendo tutti d’accordo sulla necessità di fondare il nuovo ordinamento politico-territoriale del continente, su un equilibrio politico che fosse garante della pace futura e neutralizzasse la Francia, i lavori andarono a rilento, causa idee diverse e contrastanti sulle modalità di realizzazione pratica di tali obbiettivi.
Quando arrivò a Vienna la notizia dello sbarco di Napoleone in Francia, i partecipanti al Congresso accelerarono, facilitando la ricerca di un compromesso fra le parti. In poco più di due mesi si giunse alla redazione dell’atto finale del Congresso, firmato dalle quattro potenze antinapoleoniche e dalla stessa Francia, dal Portogallo, dalla Svezia e poi da tutti gli stati minori. Le basi su cui si fondò l’accordo erano due: il principio di ‘legittimità’, in forza del quale su ogni trono doveva tornare il legittimo sovrano, e il principio di ‘equilibrio’, che prevedeva per vari stati una grandezza territoriale tale da favorire una pace europea duratura.

 Le decisioni assunte dal Congresso di Vienna

Dopo che le risoluzioni politiche e territoriali del Congresso furono attuate concretamente, un’amplissima area del continente europeo si trovò divisa tra quattro grandi realtà statuali: l’impero ottomano, l’impero austriaco, l’impero russo ed il regno di Prussia (poi impero germanico). Due secoli dopo, ossia oggi, la frammentazione di quei territori, causata principalmente dalle guerre combattute nel secolo scorso, ha visto il formarsi di una trentina di stati. Se volessimo comparare questa realtà con quella che potremmo definire nord-occidentale, ossia quell’area che si spinge fin sulle coste del Mare del Nord e dell’Oceano Atlantico, potremmo osservare come sia stata profondamente diversa la storia di queste due parti dell’Europa dal punto di vista della formazione degli stati.

 
L'Europa nel 1815 dopo il Congresso di Vienna

I quattro grandi imperi si sono dunque frantumati nel corso dei secoli XIX e XX, a causa, in prima istanza, della guerra tra Russia e Turchia del 1877-1878, conclusasi con le determinazioni del Congresso di Berlino, e poi a seguito degli accordi scaturiti dal patto di Versailles, il trattato di pace che pose ufficialmente fine alla prima guerra mondiale, alla conferenza di Yalta del 1945, al crollo dell’Unione Sovietica ed alle guerre intestine nella ex Jugoslavia.  
Tuttavia, la divisione e la frantumazione dell’area in questione non si può spiegare solo con le risultanze delle guerre e dei conseguenti trattati di pace, ma per definire la nascita dei nuovi stati-nazione e individuarne i confini è necessario analizzare altri criteri, che concorrono, tutti insieme, a definire quella parte d’Europa. Se però dovessero essere presi singolarmente, i criteri sottoesposti potrebbero essere non sufficienti. Occorrerebbe anche aggiungere, per completare il quadro, che la delimitazione dell’Europa orientale potrebbe variare a seconda dei punti di vista, dato che questa idea è solamente un concetto astratto legato all'organizzazione umana.
Alcuni criteri di natura storica ed economica che servono ad individuare l’area europea orientale sono basati sul ritardo di centralizzazione degli stati di quell’area e sulla presenza di spinte centrifughe, soprattutto da parte della Prussia, dell’Austria e della Russia. L’aspetto economico mette in luce il forte ritardo con cui quegli stati siano entrati nei processi della rivoluzione industriale ed abbiano mantenuto un’organizzazione agricola decisamente arretrata. Il criterio politico-sociale farebbe appartenere all’area europea orientale tutti quei paesi che hanno avuto governi ispirati dal Marxismo e dalla Rivoluzione bolscevica. Da questo criterio sono escluse però la Grecia, Cipro e, naturalmente, la Turchia, geograficamente appartenente al continente asiatico.
Per quanto riguarda il criterio etnico-linguistico osserviamo come la gran parte dei popoli dell’Europa orientale appartiene al gruppo linguistico indoeuropeo di lingue slave, che nei secoli si sono incontrati e contaminati con altre popolazioni indoeuropee e con popoli che parlavano la lingua ugro-finnica. Tuttavia, nell’area europea orientale sono compresi stati le cui popolazioni non parlano lingue slave, come la Romania, l’Ungheria, la Lituania ecc.  Un altro criterio è quello religioso che divide l’area sostanzialmente in tre parti: quella cristiana greco-ortodossa (Serbi, Russi, Greci ecc.), quella slava cattolica (Polacchi, Cechi, Lituani ecc.) e quella musulmana nel sud.

Per analizzare la storia di questa parte d’Europa sono partito dal Congresso di Vienna, un evento ricordato su tutti i testi storici e politici, del quale quest’anno ricorre il duecentesimo anniversario. Risulta del tutto evidente che la storia era iniziata qualche secolo prima, ossia dal grande rimescolamento di popoli e culture avvenuto a seguito della fine dell’Impero Romano di Occidente. Non tutte le regioni dell’area europea orientale appartenevano all’Impero Romano. Le regioni, per fare un esempio, poste a nord del corso del Danubio non conobbero l’occupazione romana, ad eccezione della Transilvania. Queste ultime regioni, senza la protezione romana, furono attraversate da emigrazioni di popoli che contribuirono, successivamente, a creare la crisi dell’Impero. Alla morte dell’imperatore Teodosio l’Impero Romano venne diviso tra Impero Romano d’Occidente, nel quale era prevalente la cultura latina, e Impero Romano d’Oriente, nel quale la cultura greca era dominante.

La prima cristianizzazione nei territori dell’Impero corrisponde al periodo in cui l’Impero si divise. I cristiani d’Occidente obbedirono al vescovo di Roma, quelli d’Oriente ebbero come riferimento il patriarca di Costantinopoli. A seguito di questa spaccatura, nacque una rivalità tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli la quale, nel 476 d.C., caduto l’impero Romano d’Occidente, pretese che tutte le chiese cristiane gli fossero fedeli. Naturalmente la Chiesa romana si oppose strenuamente al volere del patriarca di Costantinopoli, finché, tre secoli dopo, con Carlo Magno, re dei Franchi, fece rinascere il Sacro Romano Impero. La contrapposizione tra le due Chiese provocò uno scisma, che, insieme agli avvenimenti causati dalle crociate, aumentò ulteriormente la divisione. La spaccatura tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli fu, da allora, definitiva. Da questi ultimi avvenimenti la differenza di fede contribuì a creare una barriera tra le diverse regioni d’Europa.
In quei secoli, le due Chiese furono molto impegnate nell’opera di evangelizzazione delle popolazioni, non solo quelle presenti nei rispettivi territori di competenza, ma anche quelle che stanziavano oltre, verso nord ed est dell’antico Impero Romano.
Dopo la caduta di Costantinopoli, nel mondo ortodosso nacque il mito di Mosca-Terza Roma, che rivendicò il primato sia della Chiesa ortodossa sia della Russia. Questo mito ha un ruolo importante nella politica russa dal Cinquecento in poi e legittima anche l’uso politico della religione ortodossa ed è una delle fonti del panslavismo e dell’opposizione dell’Oriente all’Occidente. Nella parte orientale dell’Europa il sovrano di rango imperiale o regale bizantino, il sultano ottomano e lo zar russo concentrarono nelle loro mani sia il potere temporale sia quello spirituale. A differenza dell’Oriente bizantino e russo-ortodosso, l’Europa occidentale fu segnata dalla separazione tra potere temporale e spirituale.
Oltre agli aspetti religiosi, un altro criterio, quello economico, già accennato poco sopra, ci aiuta a capire le differenze, spesso profonde, tra le due parti dell’Europa. In Occidente i grandi cambiamenti del commercio e della struttura economica e amministrativa determinano la fine del sistema feudale e l’avanzata, a volte impetuosa, della nuova economia capitalista. Questi scenari permettono la nascita dell’idea di stato nazionale. Nell’area orientale europea la situazione è molto diversa, perché lo sviluppo è più lento, il sistema conserva le sue caratteristiche feudali, è assente una rivoluzione agraria e si registra la permanenza di un mondo contadino arcaico.
Un’altra diversità di notevole portata riguarda, soprattutto a partire dal XVII secolo, l’omogeneità interna alle due aree interessate. Nella parte occidentale gli stati si presentano abbastanza omogenei dal punto di vista sociale, economico ed etnico. Nell’Europa orientale questa omogeneizzazione non si è invece realizzata, dove gruppi etnici diversi continuano a vivere fianco a fianco. L’Europa orientale è definita da von Mises “come insieme di territori plurilingui in cui si instaurano legami particolari tra arretratezza (ma arretratezza connessa da più di un punto di vista col perdurare delle invasioni e quindi non solo socioeconomica), nazionalità e tipi di nazionalismo; costruzione statale e tentativo di modernizzazione”. Queste distinzioni coincidono con quella del diverso sviluppo tipico dell’Europa centro-orientale e occidentale, che ha dato origine a due diversi modelli di identità nazionale e idea di nazione.
 
Una mappa dell'Europa nel 1912
 
Un ultimo punto, connesso alla particolare situazione degli stati che appartengono all’Europa centro-orientale, è costituito dalla difficoltà a recepire sistemi e forme di governo tipiche di una democrazia parlamentare e rappresentativa. Già nel 1919 von Mises scriveva che “il liberalismo è riuscito ad affermarsi soltanto nell’Europa occidentale e in America. Nell’Europa centrale e orientale, dopo una breve fioritura, è stato nuovamente respinto; il suo programma democratico è sopravvissuto soltanto nei programmi e più di rado nelle azioni dei partiti socialisti”.
Nel primo dopoguerra, dopo un iniziale periodo parlamentare, si assiste, negli anni Trenta, al progressivo instaurarsi di regimi di tipo autoritario, stati di polizia e dittature. Fascismo e nazismo fanno la loro comparsa in Europa centro-orientale negli anni Trenta. Ovunque sorgono organizzazioni paramilitari violente, si diffondono i loro programmi, vengono praticate devastazioni e massacri. In parallelo i governi si spostano a destra, i regimi divengono monopartitici, si introducono il corporativismo e le leggi antisemite. Ma i partiti di questa regione, legati a Roma e soprattutto a Berlino, rimangono all’opposizione fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.
 L'Europa oggi

L’identità nazionale è per i paesi dell’Europa centro-orientale un problema di recente origine e grande complessità. I confini nazionali vennero disegnati con i vari trattati di pace del 1919 e 1920, confini successivamente cancellati dall’occupazione tedesca prima e sovietica poi. Si dovranno attendere gli sconvolgimenti del 1989, il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica a far sì che questi paesi iniziassero a ridefinire la propria identità e costruire una nuova pagina della propria storia.

Beniamino Colnaghi

Bibliografia
·   Armando Pitassio, Storia dell’Europa Orientale, Perugia, Morlacchi Editore, 2011
·   Massimo Libardi e Fernando Orlandi, Mitteleuropa, mito, letteratura, filosofia, Scurelle (TN), Silvy edizioni, 2011
·   Ludvig von Mises, Stato, nazione ed economia: contributi alla politica e alla storia del nostro tempo, Torino, Bollati Boringhieri, 1994
·   Francesco Tuccari, La nazione, Roma-Bari, Laterza, 2000
Vari siti internet che trattano argomenti di storia e politica

sabato 24 gennaio 2015

27 gennaio, “Giorno della Memoria”
Il campo di concentramento di Terezin

Tra il 1780 ed il 1790 l'imperatore d'Austria, Giuseppe II, fece edificare una fortezza nel nord della Boemia (Impero austro-ungarico). La città prese il nome di Theresienstadt (Terezin in ceco), la "città di Teresa" in onore dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria. Nacque come città-fortezza all'interno del sistema di fortificazione antiprussiano. Presentava due poli distinti: la "grande fortezza" e la "piccola fortezza". Nel 1882 la "piccola fortezza" fu adibita a carcere di massima sicurezza.
Nel giugno del 1940 la Gestapo prese il controllo di Theresienstadt e trasformò la "piccola fortezza" in prigione. Dal 24 novembre 1941 l'intera cittadina venne destinata a ghetto dopo essere stata cinta da un alto muro. Terezin divenne così il maggiore campo di concentramento nazista sul territorio della Cecoslovacchia. La funzione principale del lager era quella di collettore per le operazioni di sterminio perpetrate dai nazisti durante il conflitto mondiale. Fu impiegata contemporaneamente come struttura detentiva per il transito dei prigionieri verso altri campi di sterminio e per l’internamento di migliaia di bambini. Propagandisticamente, infatti, a seguito del cosiddetto "programma di abbellimento" fu presentato al mondo come "zona autonoma di insediamento ebraico", ma nella realtà era un vero e proprio campo di concentramento e transito. Il campo fu diretto da uno dei capi delle SS, Reinhard Heydrich, governatore del Protettorato di Boemia e Moravia e divenne presto il punto di arrivo per un grande numero di ebrei provenienti da tutta la Cecoslovacchia, ma anche dalla Germania e dall'Austria. Dei 15.000 ragazzi sotto i quindici anni reclusi nella fortezza cecoslovacca, appena un centinaio riuscì a sopravvivere.
Il 10 maggio 1945 Theresienstadt fu liberata dalle truppe sovietiche.
 










 
Beniamino Colnaghi

Per approfondimenti su Terezin e sull’uccisione di Reinhard Heydrich a Praga, il blog contiene altri due post ai quali si può accedere aprendo i seguenti collegamenti:
http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/03/terezin-il-lager-dei-bambini-in-ricordo.html

martedì 13 gennaio 2015

Dùdes fradéi (dodici fratelli)

Giuseppe ”Peppino” Devizzi nasce il 28 dicembre 1928 a Cuggiono. Dopo poco tempo i Devizzi tornano a Cremeno (Lecco), paese d’origine della famiglia. Secondogenito di sette figli, già dai tempi della scuola lavora con il padre e gli zii come boscaiolo e poi in Svizzera nella valle di Muggio, presso Mendrisio. Quando torna a Cremeno comincia a fare il muratore che, salvo una breve parentesi in fabbrica, sarà il suo lavoro definitivo. In tutti questi anni non tralascia le sue passioni: legge moltissimi libri, scrive poesie, impara a suonare la chitarra e recita nella filodrammatica. Nel 1969 insieme ad un fratello contribuisce alla nascita del Coro Valsassina, di cui sarà presidente per molti anni. Attento alle tradizioni, riporta in uso gli abiti della confraternita del S.S. Sacramento per la processione di San Rocco. Anche la fiera di Santa Rosalia, che si tiene a Cremeno l'ultima domenica di agosto, è stata ripristinata grazie ai suoi suggerimenti. Peppino non si era sposato, viveva a Cremeno nella casa che lui aveva costruito con i suoi fratelli. Muore il 3 agosto 2013 all’età di 84 anni.  
Il Coro Valsassina (fonte Resegoneonline.it)
Cremeno, processione di San Rocco (fonte Resegoneonline.it)

Dùdes fradéi 
L'è quèsta la storia dé dùdes fradéi quai vün i éra brüt, quai vün i éra bèi. 
Ghé n'éra dé buu, ghé n'éra dé gram vergü i éra tiis  e parìc' cu la fam. 
Èl prim èl diśìva, e l'éra Giünèr gram che la cà che l'è senza fenèr. 
Sécunt l'è Febrèr pinì e catìif ghé tréma la braga quan’ tira èl muntìif. 
Èl tèrz l'è 'n malnàt e Marz nóm èl gh'à cun l'acqua e la néf èl vör paciügà. 
April l'è unèst e quèst chì l'è 'l quàart èl ciapa la néef e la tira dé paart. 
Èl quint, grant e bèl, èl sé ciàma Masc cui fiùur sü la bròca èl slunga fò i brasc. 
L'è senza la maglia èl sèst che l'è Giügn cun scià la sò ranźa saràda 'n dèl pügn. 
Èl sètim l'è lunch e nóm èl gh’à Lüi ghé góta la crapa cul sul che la büi. 
Utàaf  l'è Agóst e l'è quasi ‘stès èl gh’ tanta sée èl trinca dé spès. 
Ma dopo Setémbre l'è dùulz e gentìil èl canta, èl pitüra, èl parla setìil. 
Invéce Otóbre l'è senza sarée él mangia castégn e pò 'l trumba dé drée. 
Nuémbre, penültim, l'è quèl dé la paas èl dis regurdéves dé tanci che taas. 
Dicémbre l'è l'ültim èl  suna la piva la barba l'è bianca e amàar la saliva.        

Traduzione: Dodici fratelli 
È questa la storia di dodici fratelli/ qualcuno era brutto e qualcuno era bello.// Qualcuno era buono e qualcuno era gramo/ alcuni erano sazi e parecchi con la fame.// Il primo diceva, ed era Gennaio/ triste la casa che è senza fienile.// Secondo è Febbraio piccolo e cattivo/ gli tremano i pantaloni quando soffia il Montivo.// Il terzo è un discolo e ha nome Marzo/ con l'acqua e la neve vuole pasticciare.// Aprile è onesto e questo è il quarto/ prende la neve e la mette da parte.// Il quinto grande e bello si chiama Maggio/ con i fiori sul ramo allunga le braccia.// È senza la maglia il sesto che è Giugno/ con la sua falce chiusa nel pugno.// Il settimo è lungo e si chiama Luglio/ il sole caldo gli fa sudar la testa.// Ottavo è Agosto ed è quasi uguale/ ha tanta sete e beve spesso.// Ma poi Settembre è dolce e gentile/ canta e dipinge, parla fine.// Invece Ottobre è senza sereno/ mangia castagne e scoreggia.// Novembre, penultimo, è quello della pace/ dice: ricordatevi di tanti che tacciono.// Dicembre è l'ultimo e suona la piva/ la barba è bianca e amara la saliva.    

Bibliografia
Peppino Devizzi, Cara Valsassina terra d'incanto… Poesie di una vita, a cura di Anna Devizzi e Massimo Pirovano, Cremeno.

venerdì 2 gennaio 2015

L’eccidio di quattro partigiani avvenuto il 3 gennaio 1945 a Valaperta di Casatenovo

Durante il periodo bellico, la località di Valaperta, frazione di Casatenovo, a quel tempo in provincia di Como, era costituita da poche case e cascine contadine e da un’osteria. Per i partigiani, Valaperta era più che altro un’area di transito, utile per l’organizzazione dei rifornimenti da portare in montagna, laddove effettivamente si svolgevano le operazioni di guerriglia.
Il 23 ottobre 1944, a Valaperta, un gruppetto di partigiani si imbatté nel milite Gaetano Chiarelli, appartenente al distaccamento della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) di Missaglia, il quale era stato mandato a rintracciare un giovane renitente alla chiamata fascista. Chiarelli venne intercettato e ucciso da uno dei partigiani e seppellito in fretta e furia in un campo appena arato.

Una veduta di Valaperta
Sull’episodio specifico le notizie sembrano controverse: secondo il giornale indipendente “Diario”, Chiarelli era un fascista abbastanza “mite”, usato più che altro come postino. Al contrario, come testimoniato da un filmato girato da alcune associazioni della zona e dall’ARCI blob di Arcore, gli anziani di Valaperta, intervistati in merito al temperamento di Chiarelli, lo hanno tratteggiato come “uno di quelli che quando venivano a cercare i renitenti alla leva sparava tranquillamente ad altezza d’uomo, anche se c’erano civili attorno”.
Secondo gli abitanti, insomma, quel giorno Chiarelli fu ucciso per via di una reazione violenta.
Un contadino del luogo che vide la scena telefonò al brigadiere di Missaglia, avvertendolo della scomparsa del milite fascista. A quel punto giunsero a Valaperta le guardie repubblichine e le Brigate Nere, che già in molti episodi si segnalarono come propense a saccheggi e azioni violente, al comando delle quali c’erano il professor Giuseppe Gaidoni e l’ingegnere Emilio Formigoni. Secondo i testimoni oculari, proprio il Formigoni si distinse per la propria empietà, tanto da essere ricordato ancora come “ul pusè catif” (il più cattivo).

I fascisti, dopo l’uccisione del milite repubblichino, organizzarono una “rappresaglia nei confronti dell’abitato di Valaperta di Casatenovo”, nel corso della quale si incendiò “l’abitato stesso, delle stalle, dei fienili e delle masserizie, delle scorte del bestiame e dei foraggi”. Si saccheggiarono “le case medesime… procedendo all’arresto di Perego Guglielmo, Colombo Enrico, Fumagalli Pasquale, Ambrogio e Giuseppe Viscardi e Pirovano Alessandro”.
Alcuni anziani di Valaperta hanno sempre testimoniato il fatto che durante l’intera notte la frazione fu in balìa delle Brigate Nere, che non esitarono a minacciare gli abitanti per farsi consegnare il corpo del milite e i partigiani rei dell’uccisione.
Anche dopo aver ritrovato il cadavere del Chiarelli, i soprusi non si fermarono e alle famiglie vennero tolte per tre mesi le tessere alimentari.

Alla fine di dicembre quattro partigiani detenuti nel carcere di Missaglia furono accusati dell’omicidio: Nazzaro Vitali, 24 anni di Bellano, del distaccamento Carlo Marx della 55° Brigata Garibaldi Fratelli Rosselli; Natale Beretta, 25 anni e Gabriele Colombo, 22 anni, entrambi di Arcore, appartenenti alla 104a Brigata Garibaldi; Mario Villa, 23 anni di Biassono.
Agli arrestati non venne fatto alcun processo. Nazzaro Vitali, coraggiosamente, si autodenunciò dell’uccisione di Chiarelli, chiedendo inutilmente di risparmiare la vita agli altri partigiani. La fucilazione, ordinata da Domenico Saletta, capo dell’ufficio politico di Como, poi condannato a morte dal Tribunale Militare e fucilato il 24 maggio 1945, fu eseguita il 3 gennaio 1945 a Valaperta, alla presenza del medico condotto di Casatenovo, dott. Guerrino Della Morte, del Commissario prefettizio di Casatenovo, professor Firmiani, e di Emilio Formigoni.
 


La lapide commemorativa e la targa con una frase di Sandro Pertini
 
Nella sua relazione, il dott. Della Morte scrive: “Verso le 10.30 del 3 gennaio 1945 venne per ordine del Commissario Prefettizio di Casatenovo sig. Gennaro Firmiani, dicendomi di recarmi a Valleaperta ove era necessaria la mia presenza. Colà giunto trovai 2 sacerdoti Don Carlo Sala e il suo coadiutore. Dall’abitato di Vallaperta usciva il BB nero sig, Bonvecchio Giacomo, un sottotenente giovanissimo e due militari, arrivarono poi una o due motociclette, un motofurgone, una o due automobili e un camioncino. Dalle macchine scesero varie persone quasi tutti in borghese armati di mitra, sul camioncino stavano 4 partigiani che dovevano essere fucilati, notai sul loro viso atroci sofferenze. Sopraggiunto il Commissario Prefettizio il quale era allibito di dover assistere, ma gli fu imposto di restare. Giunti sul posto prescelto i 4 Partigiani furono spinti oltre la curva e scomparvero alla mia vista. Il plotone di esecuzione era composto di 4 persone: erano presenti Ing. Emilio Formigoni, Raul Remigi, Achille Miglioli maestro elementare, forse Parmiani e una persona piccola di 35/40 anni, chi sparò era in borghese. Dietro il plotone di esecuzione vi era il brigadiere Bonvecchio. Sentii sparare. Vi era una persona sui 45 anni di media statura con un impermeabile grigio che incitava a mirare nel segno perché alcuni di questi erano riluttanti e sdegnati per quanto stavano per fare.
Il Vitale Nazzaro presentava evidenti segni di gravi sevizie subite in precedenza, gli mancavano quasi tutti i denti, due erano morti subito. Colombo e Beretta da Arcore furono ripetutamente colpiti col mitra e con rivoltella. Constatata la morte, segnai i nomi dei caduti, composi le membra straziate che per quel tanto che permisero il mio spirito scosso e la mia mente inebetita per tanta barbarie”.

 
Il luogo dove vennero fucilati i partigiani
 
Per rafforzare la verità storica di quanto accaduto, si segnala la dichiarazione rilasciata dal Commissario prefettizio Gennaro Firmiani il 26 ottobre 1945, che si riporta qui di seguito: “Il giorno 3 gennaio 1945 dovetti recarmi a Valleaperta quale Commissario Prefettizio della zona di Casatenovo perentoriamente chiamato dall’ingegner Formigoni Emilio, comandante delle BB nere. Per la fucilazione di ostaggi. Io vidi Formigoni Emilio, Miglioli, Bonvecchio non so se erano presenti Beretta Antonio e Remigi perché io ero agitato, confuso e sgomentato di dover assistere a tanta barbarie. Gossetti Federico non era con gli altri delle brigate nere, era con i sacerdoti e formavano un gruppo a sé. Gossetti non faceva parte degli esecutori”.

Il 29 marzo del 1947, la Corte d'Assise speciale di Como, con sentenza n. 12/47, ascrisse le azioni dei fascisti responsabili dell’eccidio di Valaperta ad una forma di collaborazionismo con l'occupante tedesco. Gli imputati beneficiarono dell'amnistia. Tra le motivazioni che condussero a questa decisione per i fatti di Valaperta, il saccheggio e le violenze vennero giustificati come messi in pratica per mantenere l’ordine e “reintegrare la disciplina”, quindi come un forma di “collaborazionismo” e non di saccheggio, e in quanto tale soggetta ad amnistia.

In merito alla drammatica fucilazione dei quattro partigiani, nessuno dei responsabili pagò alla giustizia le proprie responsabilità.

Beniamino Colnaghi

Fonti:
www.alfiosironi.wordpress.com: eccidio di Valaperta.
www.osservatoriodemocratico.org: le corti d’assise speciali nel dopoguerra. Storie di amnistie e vergognose assoluzioni.
www.anpimonzabrianza.it/img/bp/Mostra_BP-Pannelli.pdf: Brianza partigiana 1943 – 1945.

Chi fosse interessato a conoscere la storia di un altro giovane partigiano di 18 anni, Giovanni Bersan, impiccato ad Aicurzio (MB), può aprire il seguente collegamento: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012_09_01_archive.html

 

sabato 20 dicembre 2014