venerdì 16 ottobre 2020

I capelloni, i primi beat e gli hippies: i simboli della contestazione giovanile negli anni Sessanta 

Negli anni Sessanta, per la prima volta, si prende coscienza di una nuova figura sociale, autonoma, scissa sia dal mondo infantile, sia dal mondo adulto: la figura del giovane. A partire dal 1960, si assiste ad una simultaneità di figure giovanili che si impongono sulla società adulta. Si fa riferimento agli antifascisti di Genova, agli operai meridionali che nel 1962 saranno a capo delle rivolte sindacaliste, ai beat e ai capelloni che anticiperanno di tre o quattro anni la rivolta studentesca. A causa di queste prime contestazioni, i giovani acquisiscono l’appellativo di “ribelli”. I giovani diventano sempre più coscienti delle proprie capacità di formulare una cultura diversa da quella tradizionale. La ragione di ciò risiede nel fatto che, questi, essendo elemento di rottura e al tempo stesso elemento innovatore, diventano il filtro attraverso cui passano le novità, i disagi e le rivolte degli anni Sessanta e attraverso cui si pongono le basi per costruire un obiettivo sociale futuro. Ecco perché questi nuovi soggetti diventano i protagonisti di un’epoca considerata critica, soprattutto per il nostro Paese, che stenta a mettersi in pari con i grandi cambiamenti raggiunti dal resto dell’Europa Occidentale e dagli Stati Uniti d’America. Il divario esistente può essere spiegato attraverso due chiari episodi: 1) la chiusura culturale causata dal ventennio fascista che comporta, con l’avvento degli anni Sessanta, un atteggiamento propenso soprattutto a recuperare tutto ciò che era stato messo al bando dal regime, piuttosto che prestare attenzione a quanto accade in Europa e America; 2) le resistenze conservatrici della Chiesa e di gran parte delle strutture sociali e politiche italiane. Il mancato riformismo, dovuto proprio a queste resistenze conservatrici, frena l’avanzamento della modernizzazione italiana e innesca quello che sarà definito “periodo di instabilità”. Il motivo che porta la società, in particolare quella giovanile, a chiedere prepotentemente una riforma istituzionale e culturale, nasce dal bisogno di rimescolare una situazione stagnante. E ciò spiega il motivo per cui, all’interno di una data situazione storica, si verificano spinte, sociali, economiche o culturali che provocano un “movimento” totale o parziale, capace di generare modifiche più o meno evidenti nel tessuto sociale stesso.

Un movimento di grande portata nel tessuto sociale italiano viene provocato dalla simbologia dei capelloni. I capelli diventano il simbolo anticonformista di rottura con la società adulta, diventando il segno della protesta giovanile e della critica al sistema. Quindi i giovani, per creare una netta differenziazione con gli adulti e trovandosi senza stabili punti di riferimento culturali e normativi, si rifugiano in strutture figurative autoprodotte e autorappresentate esclusivamente dai giovani per i giovani. La moda dei capelli lunghi, chiamati anche capelli alla “Nazarena”, cominciò a manifestarsi a Londra, in una isoletta del Tamigi, dove c’era una balera con pub che si chiamava Eel Pie Island Club. Adottata dagli adolescenti ribelli dei paesi dell’Europa settentrionale, la moda è, dunque, d’origine inglese. Questo non sorprende: in quegli anni, e per lungo tempo, fu infatti la gioventù inglese a dettar legge al resto del mondo in fatto di voghe e di gusto. Quel club era, come certi ritrovi di Liverpool, uno dei locali in cui convergevano più numerosi i “puri” della rivolta minorile: nascevano quasi tutti lì gli orientamenti che venivano quasi immediatamente registrati ed elaborati commercialmente dalle vie delle boutique dell’abbigliamento maschile e dalle case discografiche, dal cinema, dalla televisione. Il concetto del capellone ha un campo d’azione molto ampio: capellone è il beat, capellone è il sessantottino, capellone è colui che vive nelle comuni. Questo grossolano raggruppamento confluisce in un unico simbolo principale: la lunghezza dei capelli. L’insieme così composto costituisce la subcultura italiana, ovvero un insieme di modelli di comportamento come risposta ai problemi sociali preesistenti agli anni Sessanta. La causa che ha favorito la nascita di una controcultura è riscontrabile nelle incertezze generate dalle strutture dominanti, dentro le quali la nuova generazione cerca di sopravvivere mediante strategie di adattamento. Il movimento beat è la prima strategia di sopravvivenza a cui ci stiamo riferendo. Rappresenta la storia di una piccola sottocultura giovanile italiana che, per alcuni anni, prima dell’esplosione del Sessantotto, influenzerà settori marginali del mondo giovanile. Per gli adulti il fenomeno è una conseguenza causata dall’effetto di imitazione imposto dalla moda e da modelli provenienti da altri Paesi. Esiste comunque una distinzione tra i beat, e bisogna precisarla. Pur risultando anticonformisti nella loro totalità, i beat subiscono una scissione interna che li divide nel movimento radicale, legato alla protesta diretta, e nel movimento più moderato, legato alla protesta mediante la musica e la moda. La separazione tra i due mondi avviene quando la musica e la moda vengono commercializzate e istituzionalizzate. Il primo gruppo resterà ancorato alla controcultura e alla rivista Mondo Beat, il secondo incarnerà la produzione musicale successiva ai Beatles. La Beat Generation in Italia muove i primi passi a Milano nel 1965, “come conseguenza degli squilibri e dei difficili momenti di fronte ai quali si trovano, durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale i giovani” che, per protesta, assumono atteggiamenti non conformi alle volontà del Paese, tanto da scatenare la repressione da parte della polizia, e quindi dello Stato, e da parte della gente comune, che li deride e li addita come disadattati. Come è stato appena spiegato, è in questo clima che nasce la rivista simbolo dei capelloni italiani, Mondo Beat. In contrasto con la stampa ufficiale, laica e borghese, è tra le esperienze più significative che si svolgono nel contesto della controcultura italiana. La testata alternativa, oltre a denunciare le calunnie e le ingiurie alle quali sono stati sottoposti i capelloni da parte degli organi di stampa controllati dal potere economico e politico, traccia un esauriente quadro della cultura, della mentalità, delle aspirazioni di questa frangia giovanile. Mondo Beat è la sintesi di quanto accade a Milano in questi anni tra le contestazioni e la nascita dei club culturali di periferia. In questi luoghi si riuniscono i giovani per discutere di politica o di cultura. I nuovi circoli, nati e gestiti autonomamente, rifiutano il coinvolgimento dei partiti che al contrario, vengono disertati. La caratteristica peculiare che attira l’interesse della gioventù italiana consiste sia nell’anticonformismo di cui sono composti i nuovi circoli culturali, sia nella possibilità che questi offrono circa la discussione di quegli argomenti che non vengono affrontati né nelle sezione dei partiti né in fondo da nessuna altra parte: la condizione delle donne in Italia, il problema del divorzio, l’organizzazione della famiglia, la scuola. Dalla necessità di creare una società alternativa vista dalla prospettiva “capellonica”, il primo maggio 1967, nasce New Barbonia, un campeggio beat situato in un’area regolarmente affittata per quattro mesi da Mondo Beat, diventando il simbolo della nuova generazione di “sovversivi”. Il progetto beat entra subito in contrasto con i perbenisti e con un quotidiano milanese che lo identifica come il covo dell’anarchia, dell’immoralità. A Nuova Barbonia viene presto collegato un nuovo fenomeno, quello delle fughe. Si tratta di un fenomeno che non riguarda le bravate di adolescenti disadattati, bensì un problema massificato che non va generalizzato con quanto accadeva nei decenni precedenti, quando le fughe erano programmate per inseguire i sogni di ricchezza. Quelle degli anni Sessanta nascondono ben altri disagi. Alla base di tutto risiede la paura di diventare come i propri genitori. Ad essere coinvolti sono soprattutto minorenni e in particolar modo ragazzine, che scappano di casa rifiutando i due più solidi princípi su cui è imperniata la società italiana, quello che vede i figli sottoposti all’autorità dei genitori, alloggiati in casa fino a quando si formano una loro famiglia, e quello che vuole la donna sottomessa all’uomo, incapace di prendere iniziative autonomamente. Le fughe saranno un fenomeno che durerà per tutto il decennio malgrado la vita precaria a cui saranno destinati i giovani capelloni fuggiaschi. La particolarità che la rende tanto affascinante è l’idea che, la fuga, dia la possibilità di sviluppare la libertà personale e che aiuti il soggetto a svincolarsi dalla morsa di un’educazione che troppo spesso acquista il significato di imposizione di una data esperienza e di un dato modo di vivere. Quest’ultimo è senza dubbio un concetto errato se si pensa che l’azione dell’educare non è sinonimo di obbligare a fare o non fare, ma rappresenta la delimitazione di uno spazio in cui ci si può muovere indipendentemente seguendo delle regole basilari.

Il capellone è per natura apolitico ma, con la svolta del Sessantotto, ripiega su alcune scelte estremiste. L’estremismo giovanile è la manifestazione di una crisi dei modelli organizzativi rappresentati da alcuni partiti, i quali, non coincidendo più con i progetti di rinnovamento sociale e culturale proposti dai giovani, vengono abbandonati dagli stessi per optare verso ideologie più radicali e verso l’azione attiva e rivoluzionaria proposta da altri gruppi. Il movimento studentesco, che sta alla base della contestazione del Sessantotto, è la sintesi di due fenomenologie: la crisi dell’attivismo giovanile istituzionale e lo sviluppo di un associazionismo politico non istituzionalizzato, come ad esempio sono i gruppi della sinistra extraparlamentare e dell’anarchismo, termine che descrive diverse filosofie politiche e movimenti sociali che propongono lo scioglimento di tutte le forme di governo e di gerarchia sociale. Dunque, il Sessantotto italiano, per le ragioni appena espresse, si identifica con la controcultura emergente e con i capelloni, esprimendo però un disagio maggiore che va oltre alla “rivolta contro i padri”, poiché si propone come protesta sociale e fenomeno di mobilitazione collettiva contro l’ordine esistente costituitosi subito dopo la Seconda guerra mondiale che verte sul modello americano e su quello sovietico. Tutto quello che accade negli anni Sessanta e in particolar modo nel Sessantotto è relazionato quindi al fermento sociale promosso dal cambiamento. Infatti, le stesse manifestazioni di dissenso e di contestazione descrivono le tensioni della società che il secondo dopoguerra ha partorito, per poi volgere verso un nuovo carattere sociale, appunto, nato tramite l’azione dei giovani.

Beniamino Colnaghi

Sul “mondo giovanile” di quegli anni, nel blog sono presenti altri post:

Woodstock: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2014/08/woodstock-agosto-1969.html

Rock: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2014/02/il-club-27-del-rock-maledizione.html

Zanzara: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/11/la-zanzara-del-liceo-parini-di-milano.html

Evasi: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/06/vennero-e-poi-i-cleptomani-i-complessi.html

Il fenomeno dei capelloni venne analizzato anche da Pier Paolo Pasolini, il quale scrisse il proprio pensiero sul “Corriere della Sera” del 7 gennaio 1973. 

domenica 20 settembre 2020

               "La ragazza del secolo scorso"

             Rossana Rossanda se ne è andata

                        Rossana Rossanda (Pola, 23 aprile 1924 – Roma, 20 settembre 2020)

 

mercoledì 24 giugno 2020

Schirpa o dóta, il corredo che la sposa portava in dote nel matrimonio

La dote è l’insieme dei beni conferiti dalla famiglia della sposa, o dalla sposa stessa, al marito. La dote era il contributo della donna “ad sustinenda onera matrimonii” ed era un elemento indispensabile al matrimonio, sia fra i ceti altolocati sia fra quelli popolari. Dal Medioevo in poi si comincia a parlare di exclusio propter dotem, cioè dell’esclusione delle donne dall’eredità paterna attraverso un indennizzo costituito appunto dalla dote, anche se vi sono numerose testimonianze di donne che continuarono a ereditare beni, oltre alla dote. La dote doveva essere proporzionata allo status della sposa e la sua entità era un indicatore della classe sociale. Fra i contadini era spesso in denaro ma, in alcune regioni italiane ed europee, era anche diffusa l’abitudine di portare in dote al marito un piccolo appezzamento di terra, del bestiame o attrezzi utili al lavoro dei campi. Gli altri beni, come le lenzuola, le camicie, i grembiuli, la biancheria facevano invece parte del corredo che la madre della sposa e la sposa stessa cucivano e portavano in dono allo sposo e alla sua famiglia.
Con questo antico atto, risalente al diritto longobardo, quindi, la famiglia della sposa concordava e quantificava con il futuro sposo e la sua famiglia la dote e il corredo, che, come abbiamo visto, poteva era costituita da beni immobili, oppure argenti o da denaro contante.
Fino al 1975 la dote era un bagaglio indispensabile e obbligatorio per la sposa e un onere necessario per padri e fratelli: non averla era per una donna una vera e propria tragedia, un ostacolo nel trovare un marito. Ovviamente la dote era proporzionata alle possibilità della famiglia della sposa e allo status sociale dello sposo a cui veniva concessa.
Dopo le nozze la dote non diventava di proprietà dello sposo ma era da lui soltanto amministrata. Alla morte del marito, la dote tornava alla vedova in piena e libera proprietà. Se invece moriva prima la moglie, senza aver messo al mondo dei figli, il marito era tenuto a restituire la dote alla famiglia della sposa.
Ma nella cruda realtà di quei tempi, anche il marito era tenuto a dare alla moglie una "controdote" e un mantenimento che dovevano servire alla moglie per far fronte ai suoi bisogni.
Prima della celebrazione del matrimonio, la descrizione dettagliata e il valore totale della dote e del corredo matrimoniale erano oggetto, per famiglie diciamo benestanti, di un atto davanti al notaio, oppure, più semplicemente, da un atto del dà paróla, cioè un impegno verbale delle parti o in alcuni casi persino l’accordo matrimoniale si sanciva con una stretta di mano tra galantomen, galantuomini. Spesso ai capitoli matrimoniali era annesso un elenco compilato a mano da una persona di famiglia o amica, capace di scrivere, dove erano riepilogati i beni in tessuti, mobili, oggetti di casa e gioielli assegnati alla sposa.
Insomma, anche se la dote non è più una cosa necessaria, è rimasta da parte delle famiglie la volontà di dare una continuità ai propri valori e delle proprie tradizioni, anche mediante il tramandarsi di beni materiali.
Per quanto riguarda il corredo, in passato, per ogni figlia femmina si cominciava il ricamo delle stoffe sin da quando queste erano bambine: ciò avveniva in tutte le famiglie, indipendentemente dall'estrazione sociale, che influiva solo sulla numerosità e sulla ricchezza dei tessuti. I pezzi erano  conservati in cassapanche o piccoli armadi di legno e dettagliati per iscritto su una lista. Un corredo era composto da una parte per la casa ed una personale. In una famiglia borghese, ad esempio, il corredo per la casa era generalmente costituito da 24 lenzuoli doppi di puro lino ricamati a mano, 24 semplici, 36 coppie di federe, 12 asciugamani di tela più 6 per gli ospiti, 12 tovaglie d'organza più 6 per tutti i giorni e così via. La parte personale invece contemplava capi di biancheria, camicie da notte di seta, camicie di tela, mantelle, fazzoletti e via dicendo.
Ovviamente, nelle famiglie contadine, i pezzi portati in dote e la qualità dei tessuti erano decisamente più limitati.
Dalle testimonianze orali raccolte da alcuni anziani qui in Brianza, tramandate dai loro “vecchi”, che venivano quindi dall’Ottocento, mi è stato riferito che la dote nuziale era chiamata ancora schirpa, mentre il termine dóta  è più vicino a noi, diciamo a partire dai primi anni del secolo scorso. Il termine schirpa pare deriverebbe, secondo il Cherubini e il Banfi, dal latino barbaro “scerfa”, che significherebbe dotazione.

 
 

Ricordo che mia nonna paterna, classe 1904, rimasta purtroppo vedova a 37 anni, con due figli piccoli da crescere, quando era in fase di confidenze mi raccontava dei tempi della sua gioventù. Partiva dalla triste vicenda di sua madre, morta per le complicanze del parto un mese dopo la sua nascita, della crescita ad opera di una amorevole e affettuosa zia, della miseria vissuta durante il periodo della Grande guerra e concludeva con la perdita del marito, morto su un carro agricolo nel 1941(1). Al che, schiacciando l’occhio a mio padre, cercavo di riportarla su argomenti per lei più piacevoli, come quando i genitori di mio nonno e mia nonna decisero che fosse giunto il momento di far maritare i due ragazzi. Per mia nonna questo passo l’avrebbe portata ad entrare in una famiglia più “strutturata” che le avrebbe consentito di migliorare la sua condizione economica. Ciò che le piaceva raccontare erano i preparativi del matrimonio ed in particolare dei mesi impiegati a predisporre la dóta; parlava di un gran lavoro di ricamo e di cucito, di maglieria, di giorni e serate  intere passate con l’ago tra le dita per mettere insieme il suo modesto corredo matrimoniale. Modesto, ma fatto da lei, probabilmente con l’aiuto di qualche zia. Io ero già un ragazzo, ma mi piaceva ascoltare la nonna raccontare, perché lei parlava solo il dialetto brianzolo, il vecchio dialetto, con terminologia oggi pressoché scomparsa, schietta e sincera, proprio come era la gente contadina quando l’agricoltura era la regina della povera economia popolare.
Tuttavia, qui in Brianza, almeno fino al secondo dopoguerra, la famiglia che "perdeva un reddito" dalla formazione di una nuova famiglia era quella di origine della sposa. Dopo le nozze, infatti, i coniugi non costituivano un nucleo autonomo, ma andavano a vivere “in famiglia”, ossia insieme alla famiglia dello sposo. Tuttavia, la famiglia dell’uomo, pur non versando un risarcimento vero e proprio, anche se provvedeva a fornire qualche capo di biancheria, si sobbarcava le spese maggiori del matrimonio, volte a predisporre almeno un paio di locali, cucina e camera da letto, per la nuova coppia, il mobilio e le spese per i festeggiamenti nuziali.
Ma tutti i passaggi che portavano alla celebrazione del matrimonio, dote compresa, erano regolamentati, oltre che nei contenuti, anche nei tempi, in quanto essi si collocavano in un momento preciso delle varie tappe che componevano la sequenza rituale delle nozze, al cui centro vi era naturalmente il rito religioso.

Beniamino Colnaghi

Note

 

 

mercoledì 17 giugno 2020

Rachele Torri, la prozia di Pietro Valpreda

Il 1969 fu un anno di grandi tensioni in tutto il paese. Piccoli attentati che non causarono morti si erano succeduti per tutta la primavera e l’estate in molte parti d’Italia. Le contestazioni degli studenti iniziate in varie università nel 1968 si erano fatte sempre più forti, e più dura si era fatta anche la reazione della polizia. Nell’autunno di quell’anno, quello che venne chiamato “l’autunno caldo”, alla protesta degli studenti si affiancò quella degli operai di molte fabbriche e aziende, che iniziarono un periodo di proteste e scioperi per ottenere aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. Anche la situazione politica nazionale era molto turbolenta e precaria.
Il 12 dicembre 1969 furono quattro le bombe che esplosero: una a Milano e tre a Roma (una quinta bomba fu trovata inesplosa a Milano in piazza della Scala). L’unica a uccidere delle persone fu quella avvenuta intorno alle 16.35 nella sala principale della Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, dove decine di agricoltori si erano trattenuti oltre l’orario di chiusura per depositare i loro guadagni di giornata (era venerdì, giorno di mercato). La bomba era costituita da sette chili di tritolo chiusi in una scatola di metallo all’interno di una valigia in pelle. La sala della banca, dall’alto soffitto a cupola, fu devastata dall’esplosione. Diciassette persone furono uccise, di cui tredici sul colpo. Altre 88 rimasero ferite dalle schegge e dalla potente onda d’urto. Poco dopo un’altra bomba esplose in un sottopassaggio della Banca del Lavoro a Roma, ferendo 14 persone. Seguirono altre due esplosioni, all’Altare della Patria e di fronte all’ingresso del museo del Risorgimento. Era l’attacco armato più esteso e violento dalla fine della seconda guerra mondiale in Italia.
La sera stessa dell’attacco alcune decine di persone furono fermate e interrogate in questura dalla polizia. Erano quasi tutti “soliti sospetti”, giovani con simpatie politiche radicali, in buona parte anarchici e neofascisti, fermati per controlli generici e senza che ci fossero particolari prove nei loro confronti. Tra loro c’era anche Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico di 41 anni, ex partigiano, iscritto al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano. Pinelli, in circostanze mai del tutto chiarite, fu trattenuto in questura e sottoposto a un duro e aggressivo interrogatorio per tre giorni, più delle 48 ore in cui la legge permetteva di prolungare un fermo senza l’autorizzazione di un magistrato. Il terzo giorno, Pinelli precipitò dalla finestra al quarto piano dell’edificio, e morì. Molti suoi compagni, e parte dell’opinione pubblica, sostennero che Pinelli sia stato gettato dalla finestra: o per coprire le ragioni della sua morte nella violenza dell’interrogatorio, o per errore mentre lo si minacciava di gettarlo. Della morte di Pinelli fu accusato il commissario Luigi Calabresi (che sarà ucciso a Milano due anni dopo: per il suo omicidio sarà condannato, molti anni dopo, un gruppo di militanti di Lotta Continua, al termine di un processo lunghissimo, con sentenze alterne e tuttora molto contestato). Il processò sulla morte di Pinelli stabilì la sua totale estraneità alle accuse e risolse le molte contraddizioni nelle testimonianze ed i misteri sulla sua morte, assolvendo i responsabili dell’interrogatorio in questura, con la formula del “malore attivo” che avrebbe portato Pinelli a perdere coscienza e cadere dalla finestra. Ma questo sarebbe successo comunque molto dopo: nei giorni immediatamente successivi le autorità di polizia – il questore per primo, che parlò persino di “un balzo felino” – annunciarono che Pinelli si fosse suicidato perché scoperto come responsabile della strage, e che il suicidio fosse una conferma della fondatezza della pista anarchica.
Il giorno dopo la morte di Pinelli, il 16 dicembre, un altro anarchico venne arrestato: Pietro Valpreda, milanese, classe 1933. Gran parte della stampa è contro Valpreda, perché, se anche non fosse il colpevole, è comunque un “pessimo cittadino, un ballerino, un lavoratore occasionale, uno senza famiglia, un anarchico”. Alcuni titoli di quotidiani del 17 dicembre: Valpreda è perduto. La furia della belva umana (“Corriere d’informazione”), L’anarchico Valpreda arrestato per concorso nella strage di Milano (“Corriere della Sera), Arrestati gli assassini (Il Messaggero), Un anarchico arrestato per la strage (Il Resto del Carlino), Arrestato un comunista per la strage di Milano (Il Secolo d’Italia), Il mostro è un comunista anarchico ballerino di Canzonissima: arrestato (Roma).
Cominciò così il calvario dell’anarchico, anni di sofferenze, di lotte, di umiliazioni. Valpreda era stato riconosciuto da un tassista che sostenne di averlo portato di fronte alla sede della Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana, dove avrebbe depositato una valigia prima di ritornare sul taxi. Valpreda fu immediatamente indicato come il sicuro colpevole da gran parte della grande stampa italiana. Ma oltre alla testimonianza del tassista non c’era nient’altro, e man mano che la pista neofascista appariva più plausibile, in molti iniziarono a dubitare del suo coinvolgimento. Nel 1972, dopo aver trascorso oltre 1.100 giorni di carcere, Valpreda fu liberato grazie a una legge ad personam che introduceva i limiti alla custodia cautelare anche per gli accusati di reati gravissimi, come la strage. L’assoluzione definitiva per lui sarebbe arrivata soltanto nel 1987.
Al termine dell'ultimo processo del 2005, la Cassazione ha affermato che la strage fu realizzata dalla cellula eversiva neofascista di Ordine Nuovo, diretta da Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987. Non è mai stata emessa una sentenza per gli esecutori materiali, coloro che cioè depositarono in banca la valigia con la bomba.
Chissà quante persone, soprattutto giovani, sanno che cosa è successo il 12 dicembre 1969 in piazza Fontana a Milano e che cosa avvenne negli anni successivi, con l’umiliante odissea della mancata verità dei fatti e della giustizia fallita, andata avanti 36 anni, tra 11 processi di condanna svolti in diverse città italiane, 4 giudizi in Cassazione, assoluzioni in appello, depistaggi e ostacoli di ogni genere, inganni, false testimonianze, deviazioni di uomini dei servizi segreti, apposizione del segreto politico e militare, fino alla sentenza del 3 maggio 2005: tutti assolti, strage senza colpevoli, i parenti delle vittime condannati persino a pagare le spese di giudizio.  

 Rachele Torri

Furono diverse le persone che testimoniarono l’innocenza di Pietro Valpedra, confermarono l’alibi dell’anarchico, ossia che quel maledetto 12 dicembre era a letto malato. Tra le prime figure ci sono quattro donne, le parenti più strette di Valpreda: la madre, Ele Lovati, la sorella Maddalena, la nonna, Olimpia Torri e la prozia, Rachele Torri. Quest’ultima certamente la più combattiva, l’anello forte della famiglia, il vero avvocato del nipote Pietro. Aveva lavorato come guardarobiera e dama di compagnia in famiglie borghesi e benestanti milanesi, aveva modi gentili e eleganza di linguaggio. Tenne testa a tutti, anche in tribunale, donna ricca di temperamento, di passione, di cultura, anche se le mancavano gli studi.
La prozia così ricorda quel pomeriggio: “Pietro era a letto con la febbre. Bisognava andare a prendere il cappotto che avrebbe usato l’indomani per andare in ordine dal giudice Amati. Bene ci andai io. Saranno state le 19-19,30 e ricordo che salendo sull’autobus E in piazza Giovanni Dalle Bande Nere una signora ha aperto “La notte” e ho visto a grossi caratteri qualcosa di morti; le chiesi se fosse stato un incidente e lei mi rispose che erano state le bombe. Sono scesa in piazza del Duomo e passando in via Dogana per prendere il tram 13 per andare in piazza Corvetto dai genitori di Pietro, mi sono fermata all’edicola e ho comprato “La notte“. Arrivata da mia nipote le ho detto che Pietro era arrivato, che stava male che perciò ero andata io a prendere il cappotto. La sorella di Pietro, la Nena, mi ha raccomandato di farlo mangiare, mi ha dato il cappotto e le scarpe. Allora sono tornata subito a casa, ho detto a Pietro che sua sorella gli raccomandava di mangiare, poi gli ho dato il giornale” (Intervista a Rachele Torri pubblicata su “A-rivista anarchica” del febbraio 1971).
Nel dicembre 1978, il giornalista Corrado Stajano intervistò la signora Rachele, che così si espresse in merito all’accusa contro suo nipote e ad alcune fasi del dibattimento giudiziario e processuale. “Se i morti di piazza Fontana potessero lasciare le loro tombe, farebbero vedere le streghe, gli aggiusterebbero le ossa ai generali, ai ministri. E questi personaggi, allora, le loro medagli, i loro cilindri, sarebbero costretti a lasciarli sulla povera terra delle fosse. Che vergogna, eh che vergogna. Quando ho saputo dell’infame richiesta del pubblico ministero, sono rimasta amareggiata. E qui, sola, ho pensato: Signore santo, allora in Italia non c’è un minimo di giustizia. Occorre coscienza e onestà per giudicare. Ho visto la passerella che hanno fatto a Catanzaro politici e militari, uno più vigliacco e bugiardo dell’altro, facce di palta, si dice a Milano. Ho visto il presidente del Consiglio negare il Cristo in croce. Due o tre giorni dopo l’ho visto in San Pietro con un libro da messa in mano. Il più indignato sarà stato Gesù Cristo perché la religione è un’altra cosa. Che vergogna. Dopo nove anni tirano in ballo quel povero Valpreda. Guardi, lei sta parlando con una persona profondamente cattolica: sa che cosa ho pensato quando ho saputo? Ecco, esistono uomini che non temono la giustizia di Dio, che ne hanno dimenticato l’esistenza. Non ci sono ragioni di stato, segreti politici e militari, non c’è il Sid per la legge di Dio. La giustizia di Dio è inesorabile e qualcuno dovrà pur pagare per gli scandalosi errori, per la prigione, il linciaggio, la sofferenza di Valpreda”.
Così poi prosegue la signora Torri. “Io sono una povera donna di 75 anni e ho vissuto una tragedia più grande di me quando ho visto alla televisione quei testimoni, l’ammiraglio, soprattutto l’ammiraglio Henke, il capo del Sid che diceva: “Era scritto, non era scritto, la matita rossa, la matita verde, io non l’ho mai usata la matita verde, io non c’ero, lui non c’era, c’era quell’altro, ma è morto e quell’altro ancora, ma è scappato all’estero”, allora ho pensato: ma sono questi, dunque, gli uomini che ci governano, possibile che giochino ai bussolotti con la vita degli italiani? Che farsa se non fosse una terribile tragedia. E quei poveri morti! Valpreda è ancora vivo, ma è stato ucciso un po’ da tutti perché è un povero Cristo, perché è un anarchico, non vorrei mai essere la zia di Andreotti, per esempio. Quando alla tv lìho visto a Catanzaro, mi son detta: vi ringrazio, Signore, di non essere la zia di quest’uomo. Io volevo andare al processo a sentire la requisitoria del pubblico ministero, ma poi ho fatto i conti di cassa – la mia pensione è di 101.000 lire al mese. In gennaio diventeranno 123.000 – e ho dovuto rinunciare. Per fortuna, perché avrei senz’altro parlato, avrei gridato nell’aula contro lo scandalo e l’ingiustizia e mi avrebbero messo dentro e sarei diventata io la colpevole della strage di piazza Fontana…”.
“L’unica persona in cui credo è il presidente della Repubblica (Sandro Pertini, ndr). Io non penso a lui come al capo della magistratura, ma come al rappresentante del popolo. Mi sembra una figura pulita, diversa da tutte le altre. Ho una grande stima per quest’uomo: intervenga come può e cerchi di porre fine a uno scandalo così grande. Io voglio l’assoluzione completa per il mio Pietro, non voglio nessuna grazia. Non abbiamo bisogno di nessuna grazia. Stimo Pertini per tutto l’insieme, per il suo comportamento, per il suo passato glorioso. Signor Presidente della Repubblica: chi ci governa ha dimenticato i sacrifici dei nostri giovani, i nostri sacrifici, ha dimenticato la Resistenza. Lei ha fatto la Resistenza, ha combattuto il fascismo, ha subito carcere, esilio, persecuzione. È stato sempre povero come noi. Parli, dica che l’Italia è di chi l’ha fatta, che l’Italia è del popolo, non di questi predoni.” (Corrado Stajano, La zia Rachele e il presidente Pertini, in “Il Messaggero”, 3 dicembre 1978, tratto dal libro, sempre dello stesso Stajano, La città degli untori, 2009, Garzanti, Milano).

Rachele Torri muore il 23 agosto 2000, ha 97 anni; l’amato nipote, Pietro Valpreda, muore a Milano il 6 luglio 2002, all’età di 69 anni. 

Beniamino Colnaghi

sabato 23 maggio 2020

I sequestri di persona in Brianza negli anni

Settanta e Ottanta

Il caso di Cristina Mazzotti

Il periodo compreso tra gli inizi degli anni Settanta e la fine degli Ottanta del secolo scorso è tristemente definito come quello degli “anni di piombo” e del terrorismo. La memoria collettiva corre immediatamente agli anni della strategia della tensione, all’eversione neofascista, a quella delle Brigate rosse, agli omicidi eccellenti compiuti dalla Mafia e dalla criminalità organizzata, in danno di magistrati e politici, in particolare al sequestro ed alla uccisione di Aldo Moro nel 1978.
Ma non è di questo che si intende parlare in questo articolo, anche se la stagione della violenza “politica” rappresentò il più pericoloso attacco alla nostra ancor giovane democrazia. Si intende, invece, parlare del fenomeno dei sequestri di persona a scopo di estorsione, che imperversò su tutto il territorio nazionale, a partire dalla fine degli anni Sessanta, per raggiungere la massima intensità nel decennio successivo, per poi proseguire negli anni ’80 con andamento discendente.
Furono complessivamente 671 i sequestri (fonte sito del Ministero degli Interni) e 694 il numero dei sequestrati, poiché è anche accaduto che a volte con un singolo sequestro si prendessero come ostaggi più persone. Le vittime furono 564 uomini e 130 donne. Alcune decine erano bambini o adolescenti. 80 furono coloro che non fecero più ritorno perché deceduti per malattie, privazioni e stenti subite durante la lunga prigionia (a volte superiore a due anni), oppure perché anziani e già sofferenti per malattie cardiache e altro, e mai i loro corpi furono restituiti alle famiglie, né venne mai data notizia dei luoghi nei quali erano stati seppelliti. Il triste primato di durata venne toccato dal giovane Carlo Celadon, rapito dalla ‘ndrangheta il 15 gennaio 1988, ad Arzignano, provincia di Vicenza, portato in Aspromonte, liberato il 4 maggio del 1990, dopo 831 giorni di prigionia, dalla quale uscì dimagrito di trenta chili e ridotto a una larva umana. Il riscatto, pagato in due rate, ammontò a ben sette miliardi di lire.
Quanto alle organizzazioni criminali che si occuparono di tale tipologia di reato, va osservato che i sequestri avvenuti in Sardegna e in parte nel Lazio e nella Toscana meridionale, furono compiuti da esponenti del banditismo sardo; quelli compiuti in Veneto (ma non tutti) dalla cosiddetta Mala del Brenta, facente capo a Felice Maniero e dalla banda dei giostrai, ma non solo in Veneto; pochi da Cosa Nostra e tutti i rimanenti sono da attribuirsi alla ‘ndrangheta calabrese.
L’anno in cui il numero dei sequestri raggiunse il suo massimo fu il 1977, nel quale avvennero ben 75 sequestri di persona. Un numero oggi impensabile, che se si ripetesse, creerebbe altissimo allarme sociale con ripercussioni politiche e sociali di fortissimo impatto sulla vita del Paese. Si tenga conto che l’Italia fu l’unico paese europeo che conobbe un genere di fenomeno criminale barbaro e violento, quasi a segnarla come patria indiscussa di fenomeni mafiosi unici e assai potenti, di fronte ai quali la risposta non era pari all’altezza della minaccia. Mentre al Nord gli obiettivi erano quasi sempre imprenditori operanti nelle ricche province lombarde e venete, in Calabria le vittime furono scelte tra i farmacisti e i professionisti. Non mancarono casi di ostaggi illustri, da Gianni Bulgari a Roma, a Fabrizio De André e Dori Ghezzi in Sardegna, al piccolo Farouk Kassam, sempre in Sardegna, al re delle pellicce, Giuliano Ravizza, titolare della pellicceria Annabella di Pavia, per finire con una delle prime vittime della ‘ndrangheta calabrese, Paul Getty III, nipote dell’omonimo miliardario americano, rapito a Roma e liberato dietro pagamento di una ingente somma di danaro, dopo che la ‘ndrangheta aveva recapitato al padre il lobo di un orecchio del sequestrato.
Differenti erano le motivazioni che spingevano le varie organizzazioni operanti sul territorio a compiere questo tipo di reato. Solo la ‘ndrangheta, a differenza di tutte le altre, che avevano il solo fine di arricchimento immediato fine a sé stesso, aveva usato tale genere di odioso reato con un fine ben preciso, di costituire cioè la provvista di denaro necessaria per entrare nel ricco mercato del traffico di sostanze stupefacenti, che richiedeva la disponibilità di ingente liquidità finanziaria. Peraltro, questo fu uno dei plurimi motivi che, una volta raggiunto l’obiettivo, rendeva inutile proseguire su quella attività criminosa sempre meno sicura e ormai rischiosa. Dal 1972 in poi, nella maggior parte dei casi le indagini avevano avuto esito positivo, con l’arresto di tutti, o almeno buona parte, dei sequestratori. Va detto che questo tipo di reato richiede necessariamente il concorso di numerose persone: il basista che segnala l’obiettivo, i suoi spostamenti e le sue abitudini, gli incaricati della cattura, altri del trasporto dell’ostaggio anche a centinaia se non migliaia chilometri di distanza, e ancora i custodi della prigione, i vivandieri, i telefonisti incaricati di tenere i contatti con le famiglie, sino ai riciclatori del riscatto. In 152 casi, invece, le indagini non diedero alcun risultato. Sono stati arrestati, processati e condannati oltre 2000 indagati. Oltre un centinaio i latitanti, dei quali tutti catturati in anni successivi.
In buona sostanza il dramma delle vittime dei sequestri si aggiungeva a quelle delle stragi, degli omicidi di giovani appartenenti ad opposti schieramenti ideologici, di esponenti delle forze dell’ordine, ai professionisti, avvocati, giornalisti, magistrati, politici, esponenti sindacali, docenti universitari, che hanno perso la vita sulle strade e le piazze d’Italia.
Chiudendo la sommaria ricostruzione storica di un fenomeno criminale, molti "esperti" formularono  diverse ipotesi sul perché vennero sequestrate così tante persone. La prima vide una sorta di ricatto delle mafie allo Stato con la minaccia di tenere il Paese in una situazione di costante allarme; altri invece intravvidero una strategia di distrazione di massa dell’opinione pubblica e dispersione delle energie investigative e repressive su più fronti, concordata con i poteri occulti dell’eversione. Erano quegli gli anni in cui le mafie e la banda della Magliana erano tutte presenti a Roma, avevano raggiunto forme di raccordo con strutture eversive neofasciste, come dimostrato negli omicidi di Pier Paolo Pasolini nel 1975, di Vittorio Occorsio nel 1976, di Giorgio Ambrosoli nel 1979, nella fuga di Franco Freda del 1978-79, con l’appoggio logistico della ‘ndrangheta reggina, e tanto altro ancora. Una storia ancora da esplorare, che forse potrebbe consentirci di comprendere il ruolo “politico” che le mafie italiane hanno avuto a fianco dei nemici esterni ed interni della nostra democrazia.

Circoscrivendo il fenomeno dei sequestri di persona alla Brianza, area di crescente benessere e nuova ricchezza, solo nel Lecchese e nel Comasco i sequestri di persona in pochi anni furono poco meno di trenta. Ricordiamo qualche nome: i due cugini Meroni di Arosio, uno dei quali titolare del gruppo Lema; Giovanni Stucchi, industriale di Olginate, mai tornato a casa; Maurizio Colombo di Imbersago, nipote di Felice, ex presidente del Milan; Piero Fiocchi di Lecco, ex senatore del Partito liberale; Davide Agrati, 8 anni, di Monticello Brianza, figlio del patron del marchio di motociclette Agrati-Garelli; Elena Corti, 13 anni, di Lecco;  Gaby Kiss Maerth, 18 anni, che abitava con la famiglia a Moltrasio e molti altri ancora.
La maggior parte dei sequestrati, come visto, dopo patimenti e grandi sofferenze, fecero ritorno a casa, dopo il pagamento di riscatti molto alti o grazie all’azione di Carabinieri, Polizia e al polso fermo della Magistratura, che cominciò a bloccare i capitali delle famiglie.
I  sequestri più tragici, invece, che scossero profondamente l’opinione pubblica, furono quelli in cui le vittime non ritornarono più a casa. Vennero uccise e in alcuni casi non venne ritrovato nemmeno il corpo. Oltre al già citato sequestro di Giovanni Stucchi di Oginate, uno dei più orrendi, che qui in Brianza generò sconcerto e rabbia, fu quello della ragazza diciottenne Cristina Mazzotti, di Eupilio, piccolo borgo che si affaccia sullo splendido lago di Pusiano, a due passi da Longone al Segrino, che ospitava la villa dello scrittore Carlo Emilio Gadda.
 
Cristina Mazzotti
 
Cristina era figlia di Elios Mazzotti, molto noto in zona per l’importazione di cereali dall’Argentina. La ragazza fu rapita la notte del 30 giugno 1975 mentre stava rientrando a casa, nella villa di famiglia a Galliano di Eupilio, quando l’auto su cui viaggiava con amici fu bloccata lungo una stradina buia da una Fiat 125 gialla, messasi di traverso. Cominciò così il penoso calvario della ragazza, che durò fino alla sua morte. Il cadavere venne rinvenuto il primo di settembre in una discarica a Varallino, vicino a Galliate, in provincia di Novara, tra carrozzine rotte, sacchi della spazzatura e topi.
Il sequestro di Cristina era stato ideato da una “banda mista”, composta da elementi di una famiglia calabrese della ‘ndrangheta e da malviventi locali comuni, per nulla esperti, che gestirono il sequestro, la custodia dell’ostaggio e la trattativa con i genitori di Cristina. Le Forze dell’ordine e la Magistratura individuarono molto presto alcune persone sospette, che vennero pedinate e fotografate. Il giorno dopo il sequestro al padre fu chiesto un riscatto, che si rivelò molto oneroso per i Mazzotti. La banda si rifece sentire, riducendo le pretese. I genitori, ipotecando la casa, affrettarono il pagamento di una prima rata del riscatto, pare intorno al miliardo di vecchie lire. La ragazza era prigioniera presso una cascina di Castelletto Ticino. A Cristina, oltre al poco cibo e acqua, venivano somministrati quotidianamente psicofarmaci e sedativi. Il fisico cominciò a debilitarsi e a non sopportare il fortissimo stress. Un mese dopo il rapimento la ragazza era ormai in fin di vita. Non è chiaro come avvenne il decesso, datato il giorno prima del pagamento del riscatto dai familiari, ignari della tragica conclusione.
Le indagini degli inquirenti ebbero una svolta decisiva quando uno del gruppo dei malviventi locali commise un errore fatale. Infatti, questi ultimi ricevettero il loro compenso, pare il 10% del riscatto, probabilmente meno di quanto pattuito con i calabresi. Appena ricevuta la somma, uno dei complici, colui che aveva portato il corpo in discarica, esportatore illegale di valuta, pensò bene di trasferire subito i soldi in Svizzera, per “ripulirli”. Qui avviene l’imprevisto: il dipendente della banca avverte la polizia cantonale dell’anomalo versamento di una grossa somma da parte del cliente; gli svizzeri, peraltro convinti che la ragazza fosse ancora viva, avvertirono subito la polizia italiana che si mise a indagare sull’esportatore di valuta, scoprendo che era una persona nota alla famiglia Mazzotti. Gli interrogatori, i pedinamenti e le intercettazioni telefoniche portarono ad alcuni esponenti della banda. La perquisizione nella casa del capo banda permise di trovare oggetti appartenenti alla ragazza, tra cui un orologio Rolex. La confessione dello “svizzero” condurrà al luogo dove era stato gettato il corpo di Cristina, al nome dei complici e dei calabresi coinvolti, ma stranamente non di chi aveva eseguito materialmente il sequestro. Si saprà molti anni dopo, solo nel 2008, grazie all’impronta di un pollice rinvenuta sull’auto della rapita, e rimasta da qualche parte in un computer degli inquirenti, che uno di questi era un coetaneo di Cristina, giovane ma già pericolosissimo. Il ragazzo confessò, indicando peraltro i nominativi dei due complici che parteciparono al rapimento e che, con lui, fermarono armi in pugno la Mini Minor su cui Cristina viaggiava con i due amici. E raccontò come ottenne venti milioni di vecchie lire per rapire una studentessa di diciotto anni e consegnarla ai suoi carnefici. Dirà agli investigatori che ebbe la commissione da gente che non aveva mai visto né conosciuto.
Ancora oggi, i 100 milioni di lire consegnati dai calabresi ai componenti locali della banda, sono gli unici recuperati del miliardo pagato dalla famiglia Mazzotti. In capo a quattro anni furono comminati otto ergastoli e due condanne a molti anni di prigione. Quello che non si comprenderà mai abbastanza della vicenda è perché i criminali locali coinvolsero la ‘ndrangheta nel rapimento, la quale ebbe tutto sommato un ruolo marginale. Probabilmente venne deciso per ottenere una “copertura” e non avere fastidi. Gli articoli dei giornali riferivano di voci raccolte fra gli inquirenti su un probabile “primo livello” rimasto parzialmente sconosciuto. Si intravvedeva, in sostanza, non solo un legame di tipo nuovo fra malavita lombarda e criminalità organizzata calabrese, ma anche, visti i trascorsi del capo banda dei locali, un collegamento con l’eversione nera di estrema destra.

I genitori di Cristina vollero costituire una Fondazione che ricordasse l’amata figlia, scomparsa a soli 18 anni, e che contribuisse a mantenere viva la memoria e a fare in modo che altre persone non dovessero affrontare le stesse sofferenze materiali e psicologiche. Sofferenze che causarono la morte di Elios Mazzotti, il padre di Cristina, solo pochi mesi dopo il ritrovamento del corpo.

Beniamino Colnaghi

Sitografia

martedì 12 maggio 2020

La Salette, il fascino di una cascina salvata(1)

di Giulio Oggioni (storico verderiese)

“La Salette”, inaugurata nel gennaio del 1856, è stata recentemente restaurata, non più per le famiglie contadine come una volta, ma trasformata in un residence per l’ospitalità e il benessere, dove ci si può curare e gustare anche specialità culinarie molto ricercate.

 
In questi anni torna di moda il tema “Salviamo le cascine della Brianza”. Sono tantissime. Di alcune è già iniziato il restauro, mentre altre sono andate distrutte.
Una tra le più belle, per la sua imponenza architettonica, si trova a Verderio, sul confine di Bernareggio e Ronco Briantino: è la cascina “La Salette”, costruita con grande ingegno tra gli anni 1850 e 1855.
La sua inaugurazione risale al 1856. Fu progettata dall’architetto milanese Gaetano Besia, su richiesta del conte Luigi Confalonieri Strattmann di Milano. Il conte, che ebbe ben tredici figli, oltre alla residenza milanese, non disdegnava di passare molto tempo anche nella sua villa in centro paese, nell’allora Verderio Superiore.
Perché la chiamò “Cascina La Salette” è subito detto. Dieci anni prima, esattamente il 19 settembre 1846, la Vergine Maria era apparsa a due pastorelli, Melania e Massimino, in un piccolo paese delle Alpi francesi: La Salette, non lontano da Corps, zona di Gap. La veggente di quella apparizione si fece suora Carmelitana e alcuni documenti che parlano di lei e dell’apparizione si trovano nel convento di Concesa (Trezzo sull’Adda).
Il priore, padre Adeodato Bonzi, si mise in contatto con il cugino, conte Luigi Confalonieri, che si incontrò con i veggenti per conoscere ogni dettaglio dell’apparizione. Per la sua nuova cascina, ordinò una pregevole statua di legno della Madonna con i due veggenti, esattamente come l’avevano descritta e le mise in una cappella al centro delle abitazioni.
La statua arrivò in cascina nel mese di gennaio del 1856 e la tradizione popolare racconta che c’era la neve alta e faceva molto freddo, ma quando fece il suo ingresso in corte, un pesco vicino al portone d’ingresso, fiorì improvvisamente come fosse primavera inoltrata. La gente gridò al miracolo e ne strappò i rami. Era il segnale che la Vergine aveva gradito il gesto del conte e della sua gente. Del resto, non è l’unico miracolo accaduto in cascina, ma molti altri si possono leggere nel libro uscito nel 2006, in occasione del 150° anniversario della sua costruzione.
La cascina era molto ampia e, in passato, ha ospitato anche più di un centinaio di persone. A pianterreno, sotto i porticati si trovavano le ampie cucine, mentre al piano rialzato, raggiungibile con due larghe scale di granito, erano poste le camere e, sotto il tetto, i solai. Ai due lati vennero erette anche due torri con altri locali ad uso abitativo per le famiglie, mentre ai lati del corpo centrale vennero costruite le stalle, i servizi igienici in comune, un pozzo e una cisterna per l’acqua piovana.
Il pozzo aveva una caratteristica unica: si pescava l’acqua fresca alla profondità di circa ottanta metri, probabilmente derivante da una falda dell’Adda ed era anche curativa come quella delle terme di oggi.
Il cortile, di erba con larghi sentieri laterali e uno centrale di acciottolato, era molto ampio e in esso giocavano i bambini, stendevano la biancheria al sole le mamme, starnazzavano gli animali domestici, ma soprattutto, ci lavoravano i contadini.
Tutto questo è durato fino ad una ventina di anni fa, poi, con l’addio dei contadini che l’abitavano, la cascina restò disabitata e iniziò l’abbandono. Fortunatamente qualcuno si prese premura di acquistarla per ristrutturarla completamente, trasformandola in un residence, senza però cambiare le sue sembianze, ma restituendole la bellezza di un tempo.
Immersa nel verde, ora è un luogo di ospitalità e benessere, con esperti di medicina generale e sportiva, di fisioterapia, di dermatologia e altre specialità. In essa c’è anche un ricercato ristorante dove, su prenotazione, si possono gustare specialità e anche organizzare pranzi di lavoro e di cerimonie varie.
Entrando, per chi ci ha vissuto a lungo in cascina, si prova ancora la nostalgia del tempo passato, della gente che ci abitava, dei suoi animali ruspanti.
Va dato quindi il merito a chi ha voluto ristrutturarla evitando il crollo definitivo come è successo a molti altri gioielli della nostra Brianza.
La cascina, esternamente e internamente, ha conservato il suo fascino, ma soprattutto è rimasta la cappella con la sua Madonna e i veggenti che aspettano la vostra visita per soddisfare non solo la curiosità e le necessità fisiche, ma anche per rivolgere alla Madre Celeste un saluto e una breve preghiera. 

Nota
1. Articolo apparso sul periodico la curt, a cura dell’Associazione Amici della Storia della Brianza, N. 10 – settembre 2017
 
Sitografia
La cascina La Salette di Verderio: https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2013/09/la-madonna-di-la-salette-verderio.html