lunedì 23 marzo 2015

Canti,  riti e superstizioni attorno all’allevamento del baco da seta e alla filanda in Brianza.

La seta, in epoca romana, era regolarmente importata dalla Cina. Nello Stato di Milano la sua produzione si avviò nel XVI secolo, quale attività artigianale o domestica. Nel XVIII secolo incominciò ad affermarsi una piccola produzione industriale, che diventò molto più consistente nel secolo successivo. Il primo sviluppo si ebbe nel Lecchese e nel Comasco, sui territori dei quali l’allevamento del baco da seta si diffuse in gran parte dei borghi e delle cascine.
Le aree di maggior radicamento di questa attività divennero dunque quelle della Brianza sud-orientale, tra Lecco e Milano, e quella del Comasco, dove le condizioni contrattuali sembravano incentivare i coloni alla cura del gelso e dei bachi. Allevare questo animale era faticoso e impegnativo ed il lavoro era a carico quasi esclusivamente delle donne di casa. Le entrate aggiuntive ricavate dalla vendita dei bozzoli erano una manna per le esigue risorse della famiglia contadina. I bozzoli venivano venduti ai consorzi oppure direttamente alle filande che, a seguito delle operazioni di trattura, ovvero lo svolgimento del filo dalla crisalide del Bombix Mori, e incannatura e torcitura, ottenevano il filo di seta, che veniva poi avvolto su bobine oppure su rocche.

A san Zén se mèt la suménsa in sén
A san Giorg se mèt la suménsa al cold
Se i cavalèe in ben metü
a Santa Crùs han de vess nasü

Traduzione: A san Zeno (12 aprile) si mettono le uova (dei bachi) in seno / A san Giorgio (23 aprile) si mettono le uova al caldo / se i bachi sono messi bene, a Santa Croce (3 maggio) devono essere nati.

Mentre per tutto il XVIII secolo, e gran parte del XIX, in Lombardia, ma soprattutto in Brianza e nel Comasco, il ciclo completo della bachicoltura veniva svolto in modo artigianale nelle case dei contadini, solo a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo cominciarono a realizzarsi nuovi processi produttivi e trasformazioni in senso operaio e meccanizzato della lavorazione dei bozzoli e della seta. Le filande impiegavano quasi esclusivamente manodopera femminile: donne, ragazzine e fanciulle. Le condizioni di lavoro erano massacranti, gli stabilimenti malsani e rumorosi, l’orario di lavoro comprendeva un ciclo giornaliero che poteva arrivare a dodici-quattordici ore, compreso il sabato. Negli stabilimenti le lavoratrici non avevano diritti né tutele, erano soggette a rigorosi controlli sulle lavorazioni, se sbagliavano venivano multate, se protestavano potevano essere licenziate.

La diffusione del gelso nello Stato di Milano (secc. XVI-XVIII)
Anni
Numero di gelsi
Superficie
all’ombra
dei gelsi in ha
Inizio Cinquecento
          180.000
1.250
1580
          864.000
6.100
Inizio Seicento
       1.137.600
7.900
1769
       1.800.000
12.500
Fine Settecento
       2.160.000
15.000
Attorno a questo mondo di fatiche e di miseria nacque una tradizione popolare orale che si espresse attraverso canti, racconti e riti. Queste espressioni, che partivano direttamente dal popolo, potevano esplicitarsi sia in canti tradizionali di svago e sia in canti di protesta del mondo della filanda, contro i padroni e le condizioni di sfruttamento a cui venivano sottoposti i lavoratori. La bachicoltura, nella visione della cultura del mondo popolare contadino ha adattato o “aggiornato” fenomeni già esistenti, come le pratiche magiche e i riti arcaici, con la ritualità e le credenze cristiane. Nei locali dove si allevavano i bachi erano sempre esposte stampe popolari raffiguranti crocefissi, madonne e santi, a protezione del raccolto dei “galett”. Nel comasco era tradizione acquistare queste stampe alla fiera del Santo Crocefisso di Como.

Era molto frequente trovare questa immagine della Madonna nei locali ove veniva allevato il baco da seta

Un rituale che fondeva le pratiche pagane alle ritualità cristiane era denominato del Cristée, ossia di una manifestazione magico-protettiva nella quale la cristianizzazione rappresentava l’elemento esteriore e non principale. In alcuni comuni della Brianza milanese, lecchese e comasca, durante la settimana santa alcuni ragazzini del paese portavano nelle case una grande croce sulla quale erano stati infissi gli emblemi della Passione di Cristo. Entravano nei locali destinati all’allevamento del baco da seta e toccavano il soffitto con la croce, cantando inni sulla Passione. Il tutto era accompagnato dalla raccolta di offerte in natura.

O donn, sém vegnu a cantà ‘l Cristée
Per fa ‘ndà bei i cavalée
Se me darì un bel uvètt
Farem andà ben i vost galett.

Traduzione: Donne, siamo venuti a cantare il Cristée / per farvi andar bene i bachi / se mi darete un bell’ovetto / faremo andar bene anche i bozzoli.

Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, in Brianza cominciarono e insediarsi gli stabilimenti di trattura, che incrementarono il loro numero fino agli anni Trenta del Novecento, per poi iniziare il definitivo declino dell’industria serica nella regione lombarda, avvenuto subito dopo la seconda guerra mondiale. Le condizioni di lavoro nelle filande, come già accennato, erano dure e le lavoratrici incontravano grosse difficoltà a reggere i ritmi e gli orari di lavoro, anche perché, fuori dalla fabbrica, venivano sottoposte ad altre fatiche, quali il lavoro nei campi, la gestione della nuova famiglia, nel caso fossero maritate, e la crescita dei figli.
 
 
Le condizioni di fatica delle donne sono espresse in più di una canzone.

Mamma mia mi son stüfa
e de fa la filerina,
ol cal e el poc a la matina,
ol provin do voeult al dì.
Mamma mia mi son stüfa
de sta chi a fa ‘ndà l’aspa,
voi andà in bergamasca
a trovar felicità. 
Mamma mia mi son stüfa
de sta chi a far sta vita
prem balos che me capìta
mi voi propri digh de sì.

Traduzione: Mamma mia io sono stufa / di fare la filandiera / il calo e il poco alla mattina / il provino due volte al giorno / Mamma mia io sono stufa / di star qui a fare andare l’aspa / voglio andare in bergamasca / a trovar felicità / Mamma mia io sono stufa / di star qui a fare questa vita / il primo furbo che mi capita / voglio proprio dirgli di sì.

La filanda di Imbersago in una foto dei primi del Novecento

E mi sun chì in filanda
specci che ‘l vegna sira,
che ‘l mè murus el riva
che ‘l me murus el riva
e mi sun chì in filanda
specci che ‘l vegna sira
che ‘l mè murus el riva
per compagnarmi a cà. 
Per compagnarmi a casa
per compagnarmi a letto
si lè un bel giovinetto
bravo di fare l’amor.

Traduzione: Io sono qui in filanda / aspetto che venga sera / che il mio fidanzato arrivi / per accompagnarmi a casa / per accompagnarmi a letto / è un bel giovinetto / capace di fare l’amore.

Son passata da Garlate
e ho visto le filandere
che sembravano prigioniere
con la faccia da ospitàl 
chi vuol scoltare scolti
non staga alle finestre
noi siamo le foreste
siam padrone di cantà. 
Evviva quei che canta
e martur quei che sculta
stan lì con vert la buca
spetà che vegnan giò 
con la faccia da ospitale
come cani alla catena
non è questa la maniera
di tenerci a lavorar 
chi vuol scoltare scolti … 
evviva quei che canta …
a cantare ghe dém fastidi
a parlare sém tutt vilani.
Torneremo alle montagne
torneremo ai nostri pais. 
chi vuol scoltare scolti … 
evviva quei che canta … 

Sulle lavoratrici delle filande e degli opifici si è detto e scritto molto. I loro canti sono stati registrati e trascritti, riproposti in diversi spettacoli, raccolti in libri e testi divulgativi. Tutto ciò che è stato raccolto e raccontato ha offerto l'occasione di unire sul filo della memoria e degli affetti alcuni momenti, problematiche e valori di intere generazioni di donne, per far sì che non si perdessero nell'oblio, ma che rimanessero con il loro carico di sofferenze e sacrifici, ma anche di affetti a legare storie individuali e famigliari che sarebbero andate perdute con la scomparsa delle loro protagoniste.

Beniamino Colnaghi

San Giobbe e la Madonna delle gallette
di Giorgio Mauri*

Un capitolo interessante è quello dedicato alle tradizioni popolari, alle superstizioni e ai riti sacri e profani sorti interno all’allevamento del baco da seta. Nella tradizione popolare il protettore dei bachi e dei suoi allevatori era san Giobbe. Il culto di questo santo è antichissimo e la sua origine molto complessa, come hanno rilevato, ad esempio, gli studi di Claudio Zanier. 
Rimane ancora molto da indagare per capire come dalla figura biblica di Giobbe, comune a cristiani e mussulmani – Job e Ayyub – sia sorta la leggenda che lega a questo personaggio sofferente e piagato l’origine del gelso e dei bachi da seta. Si tratta di una leggenda che si è diffusa nelle regioni della gelsi bachicoltura e con lei ha viaggiato. In Italia, probabilmente, è approdata nel XIV secolo. Nella seconda metà dell’Ottocento, Angela Nardo Cibele ha avuto modo di ritrovarla, pressoché intatta, in uno straordinario racconto contadinesco, raccolto nella zona di Belluno e Feltre. 
La leggenda, qui sintetizzata in italiano, narra la storia di Giobbe e delle sue sofferenze. 

Giobbe era un sant’uomo, e non faceva mai peccato. Una volta il diavolo disse al Signore: “Che meraviglia, se non fa mai peccato! Ha tutto quello che vuole!”
Allora il Signore disse: Fa’ di Giobbe quello che vuoi!”.
Il diavolo, per prima cosa, tolse a Giobbe tutte le sue ricchezze. Ma Giobbe non si lamentò, tolse a Giobbe tutte le sue ricchezze. Ma Giobbe non si lamentò. Allora gli mandò malattia. E Giobbe la sopportò. Il diavolo, allora, aggravò il male e il corpo di Giobbe si riempì di piaghe puzzolenti piene di vermi. Un giorno la moglie prese Giobbe e lo portò lontano da casa e lo pose sopra un letamaio: tutti coloro che passavano lo deridevano. Ma egli non si lamentava.
Intanto sul letamaio crebbe un albero dalle belle foglie verdi, che faceva a Giobbe una magnifica ombra e i vermi si arrampicarono sui rami dell’albero. Giobbe pregava sempre.
Allora il Signore, visto che Giobbe non commetteva mai peccato, andò dal diavolo e “Visto”, gli disse, “come Giobbe è stato paziente? Adesso su di lui comando io!”.
Il Signore diede a Giobbe il doppio delle ricchezze che possedeva e pose fine alla sua malattia.
Trasformò l’albero del letamaio in gelso e i vermi diventarono bachi da seta.
Giobbe poté tornare con la sua famiglia e diventò vecchio, ricco e contento. 

La leggenda è una testimonianza del processo di santificazione popolare del personaggio, che, però, vista la sua origine vetero-testamentaria e le contaminazioni leggendarie della sua figura, risultò per la Chiesa un santo scomodo, soprattutto nell’età della Controriforma. Si cercò allora di sostituirne il culto con quello della Madonna – La Madonna delle gallette – e di altri santi, ad esempio san Rocco, anche lui piagato ad una gamba, e sant’Isidoro, già protettore dei contadini. Ma il culto di san Giobbe durò tra il popolo e rifiorì, questa volta favorito anche dall’autorità ecclesiastica, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento. Fu questo, infatti, il periodo della fioritura delle pitture murali raffiguranti il santo. In Brianza ne esistono vari esemplari – circa una trentina - dispersi tra le varie cascine.
La festa di san Giobbe era celebrata il 10 maggio.
Era devozione dei contadini di Brianza recarsi alla Madonna del Bosco, ad Imbersago, o alla chiesa del Lazzaretto di Oggiono, o, ancora, a Tremonico di Cassago, presso i moort de la Viscunta, cioè al mausoleo dei Visconti, dove era conservato un dipinto raffigurante san Giobbe. Qui si celebrava la festa del santo, detto Saiòp. I contadini portavano dei rametti di gelso e la carta di cavalée, comperavano i maistà, cioè le immagini del Santo Crocefisso di Como o di san Giobbe, da porre nei locali destinati all’allevamento dei bachi per proteggerli dalle formiche o dalle malattie.
*Storico erbese

Per approfondimenti sull’allevamento del baco da seta, il blog contiene anche altri due post che si possono leggere aprendo i seguenti collegamenti:


venerdì 20 marzo 2015

"Gli Evasi" erano a Woodstock?
 
 
Il blog Storia e storie di donne e uomini è venuto in possesso di due straordinarie fotografie che ritraggono il complesso verderiese "Gli Evasi" al Festival di Woodstock. Senza nulla togliere alla loro originalità e fantasia, sorge però spontanea la domanda: la loro partecipazione al grande festival svoltosi nell'agosto 1969 sarà realmente avvenuta oppure le due fotografie sono delle "patacche"? In attesa di approfondire e svelare l'arcano, rispolveriamo i nomi della prima e storica formazione del complesso.
Da sinistra: Raffaele Bonanomi, Doriano Riva, Luigi Villa, Giancarlo Chiarino Frigerio e Giancarlo Aldeghi.
Dedicato a Chiari
 
Per conoscere la storia del complesso di Verderio, aprire i seguenti collegamenti:
 

giovedì 5 marzo 2015

Montevecchia (Lecco)
Reportage fotografico dal colle
 
Il santuario di Montevecchia (cliccare sulle foto per ingrandirle)
 

 

 
 
 
Il Resegone

 
 



Il meratese e la bergamasca
 
Milano, i nuovi grattacieli di Porta Nuova/Porta Garibaldi

Uno sguardo verso le Torri Bianche di Vimercate


Il Monte Rosa



Al centro l'impianto Italcementi di Calusco d'Adda

Le due torri: a sinistra la Torre di Merate, a destra la "torre" Italcementi



Località Bernaga







Le fotografie sono state scattate giovedì 5 marzo 2015



 
 

domenica 22 febbraio 2015

Moltrasio, 1910: un baule sospetto “pescato” nel lago di Como
 
La signora Mary Scott era un'attrice di teatro. I giornali inizialmente esagerarono definendola famosa, anche se poi dovettero rettificare riconoscendo che proprio così famosa non era. Che la donna fosse nata probabilmente nel Nevada nel mese di luglio del 1872 lo si seppe dal giornale "Country Recorder" che annunciava la nascita di Mary Scott, figlia di A. J. Scott. Si era sposata giovane con l'avvocato Neville Castle di San Francisco, ma ben presto i due si erano separati. Lei si era trasferita a New York facendo vita da artista. Nel 1909 avrebbe tormentato un altro avvocato per farsi sposare e mantenere. All'inizio del 1910 ottenne il divorzio e conobbe Porter Charlton.
Mary Scott
Porter Charlton era nato il 21 settembre 1888 a Omaha, in Nebraska. Promettente funzionario di una banca newyorkese. Come detto, nel febbraio del 1910 conobbe Mary Scott e il 12 marzo di quell'anno i due si sposarono falsificando entrambe le date di nascita per fare apparire minore la differenza di età: lui si aggiunse qualche anno per arrivare a 25 e lei se ne tolse un po' scendendo a 27. In realtà Charlton non aveva nemmeno 22 anni, Mary Scott 38, ben sedici anni più del marito.

Konstantin Ispolatov, conosciuto in loco come Costantino il russo, nacque il 5 ottobre 1859 a San Pietroburgo e fu un funzionario delle poste russe. Si dimise, dalle poste, nel 1905 per dissensi politici. Si trasferì sul lago di Como a godersi la beata pensione, portando con sé quasi 500 libri scritti in molte lingue. Imparò ben presto anche l’italiano.
Come noto, il lago di Como, riconosciuto come uno tra i laghi più belli al mondo, ha attratto ospiti provenienti da ogni dove, soprattutto aristocratici, artisti, uomini di cultura. Non è dato sapere quali furono i motivi che spinsero l’Ispolatov a stabilirsi sulle rive del Lario ma, per quanto riguarda il fatto specifico, ciò è assolutamente privo di rilevanza.    

Nella vicenda figurano altri personaggi minori e alcuni testimoni oculari: il sindaco di Torno, una piccola località sulla riva interna del ramo del lago; Adolfo Rossignoli, il barcaiolo che portò gli sposini a Moltrasio; Carlo Zaccheo, direttore del Metropol Suisse di Como; Giuseppe Bassi, farmacista di Cernobbio, che indirizzò Charlton e Scott alla villetta di Moltrasio; la titolare della pensione Rigatti di Genova, dove i due alloggiarono prima di arrivare sul Lario.
La pensione Rigatti di Genova all'epoca dei fatti
Porter Charlton e Mary Scott erano sposati da poco più di un mese quando il 14 aprile 1910 si imbarcarono sul piroscafo Duca d'Aosta a New York. Il 28 aprile la nave arrivò a Genova. Il 29 i due alloggiarono alla pensione Rigatti di Genova. Da Genova si mossero alla volta del lago di Como. Nel capoluogo alloggiarono al Metropol Suisse. Attraverso un giro di mediatori arrivarono alla villetta Legnazzi di Moltrasio, dove condussero una vita appartata. Molte persone del luogo, data la differenza di età tra i due, pensarono di aver di fronte una coppia non sposata, due amanti in cerca di intimità. Durante il loro soggiorno conobbero Konstantin Ispolatov, il russo in pensione, che fece loro da interprete.
Il 9 giugno 1910 una barca con a bordo alcuni pescatori scendeva da Carate Urio verso Moltrasio. Nei pressi del vecchio molo del paese la rete da pesca restò impigliata in qualcosa di pesante adagiato sul fondo. L’oggetto venne faticosamente trascinato a riva. Una volta all’asciutto i pescatori si accorsero che avevano “pescato” un baule, chiuso a chiave. Che fare? La curiosità si impadronì dei presenti, tanto da indurli a chiamare un fabbro per aprirlo. Ben preso la curiosità si trasformò in orrore perché il baule conteneva il cadavere di una donna. Fu immediatamente chiamato il sindaco di Moltrasio, il quale fece intervenire i carabinieri e la magistratura di Como. Il cadavere della donna, ancora senza identità, venne ricomposto nella camera mortuaria del cimitero.

Villa Legnazzi di Moltrasio
Il mistero, tuttavia, durò poco. La mattina seguente un paio di abitanti del paese informarono gli inquirenti che il corpo apparteneva ad una turista americana, tale Mary Scott, che fino a qualche giorno prima aveva soggiornato a Moltrasio, in una villetta di proprietà della famiglia Legnazzi. L’autopsia chiarì che la causa della morte era da addebitare ad alcuni colpi alla testa dati con un pesante oggetto di legno, anch’esso rinvenuto nel baule. Un vero scandalo, per la piccola comunità lariana. Una storia torbida.
Già il giorno dopo i giornali, non solo locali, riferirono gli eventi, dando spazio a ipotesi smentite dai fatti e ricamando sui particolari più macabri della vicenda.
A poco a poco i magistrati di Como cominciarono a mettere insieme i pezzi del mosaico. Iniziarono ad interrogare le persone che avevano conosciuto la coppia e tutti coloro che a vario titolo ebbero rapporti con la Scott e suo marito. Qualcuno suggerì agli inquirenti di sentire l’Ispolatov. Già, il russo. Personaggio ambiguo, con tutti quei libri… Fino ad allora si era dimostrato un brav’uomo. Ma chi può essere davvero sicuro, con gente che arriva da così lontano? 
E poi, dove era finito il marito? Le supposizioni ed i pettegolezzi ricominciarono a diffondersi prepotentemente. Accertata l’identità della vittima, gli inquirenti si trovarono di fronte un altro enigma: che sia stato ucciso anche lui… trattasi di omicidio-suicidio… è stato lui con l’aiuto del russo? Le domande durarono fino al 23 giugno, quando Porter Charlton giunse col piroscafo Prinzess Irene negli Stati Uniti. Fu fermato dalla polizia americana e immediatamente confessò di essere l’unico responsabile della morte della moglie.

Fine della suspense.

Nel frattempo, però, l’omicida continuò ad essere trattenuto in stato di detenzione nelle prigioni americane, ma l’estradizione, riconosciuta da accordi tra i due stati, tardava a venire. Il padre del giovane, funzionario di alto grado dell’amministrazione americana, si oppose tenacemente, ricorrendo anche alla Corte Suprema. Vani furono però i suoi tentativi. Alla fine la Corte concesse l’estradizione in Italia.
Porter giunse nel nostro paese verso la fine del 1913, ma la vicenda giudiziaria si allungò ulteriormente, perché gli avvocati della difesa giocarono la carta dell’infermità mentale.
Nel 1915 il processo condannò Porter Charlton per l’omicidio della moglie a una pena piuttosto lieve, perché tenne conto di una parziale infermità mentale, che gli consentì di adeguare la condanna al periodo di carcerazione preventiva già scontato. In questo modo il Charlton venne dichiarato colpevole ma quasi contestualmente scarcerato. Ciò gli consentì di ritornare negli Stati Uniti d’America.
 

Moltrasio, come si presenta la zona oggi

Sulla vicenda sono stati girati un filmato documentario di una ventina di minuti, con il titolo Il delitto di Moltrasio, un altro un poco più lungo e un film, La maschera e il volto, oggi tutti introvabili. È stato anche scritto un romanzo, In fondo al lago di Martina Vergani (1987), basato soprattutto sugli articoli del "Corriere della Sera". Gli atti delle indagini e del processo sono conservati in un grosso faldone del Tribunale di Como, oggi custodito presso l'Archivio di Stato di Como.

Beniamino Colnaghi

Fonti bibliografiche e sitografiche
Bibliotopia.org: http://bibliotopia.forumfree.it/?t=46239137
Fabio Cani, Turismo sul lago con delitto. L’omicidio di Moltrasio cento anni dopo.
Comune di Moltrasio, Il Ponte: http://www.comune.moltrasio.co.it/export/sites/moltrasio/news-eventi/Il-Ponte/Il_Ponte_nx1_2010.PDF

martedì 10 febbraio 2015

L’Europa orientale: radici, storia e formazione degli stati

Il Congresso di Vienna si svolse tra il 1814 e il 1815. Venne convocato con il compito di dare un nuovo assetto politico all’Europa dopo la sconfitta della Francia napoleonica, cui presero parte tutti gli stati europei, ma che in realtà fu dominato dalle maggiori potenze uscite vittoriose dalla guerra. Per la prima volta nella storia dell’Europa moderna tutti i sovrani e i loro ministri partecipavano ad un grande congresso in prima persona. Pur essendo tutti d’accordo sulla necessità di fondare il nuovo ordinamento politico-territoriale del continente, su un equilibrio politico che fosse garante della pace futura e neutralizzasse la Francia, i lavori andarono a rilento, causa idee diverse e contrastanti sulle modalità di realizzazione pratica di tali obbiettivi.
Quando arrivò a Vienna la notizia dello sbarco di Napoleone in Francia, i partecipanti al Congresso accelerarono, facilitando la ricerca di un compromesso fra le parti. In poco più di due mesi si giunse alla redazione dell’atto finale del Congresso, firmato dalle quattro potenze antinapoleoniche e dalla stessa Francia, dal Portogallo, dalla Svezia e poi da tutti gli stati minori. Le basi su cui si fondò l’accordo erano due: il principio di ‘legittimità’, in forza del quale su ogni trono doveva tornare il legittimo sovrano, e il principio di ‘equilibrio’, che prevedeva per vari stati una grandezza territoriale tale da favorire una pace europea duratura.

 Le decisioni assunte dal Congresso di Vienna

Dopo che le risoluzioni politiche e territoriali del Congresso furono attuate concretamente, un’amplissima area del continente europeo si trovò divisa tra quattro grandi realtà statuali: l’impero ottomano, l’impero austriaco, l’impero russo ed il regno di Prussia (poi impero germanico). Due secoli dopo, ossia oggi, la frammentazione di quei territori, causata principalmente dalle guerre combattute nel secolo scorso, ha visto il formarsi di una trentina di stati. Se volessimo comparare questa realtà con quella che potremmo definire nord-occidentale, ossia quell’area che si spinge fin sulle coste del Mare del Nord e dell’Oceano Atlantico, potremmo osservare come sia stata profondamente diversa la storia di queste due parti dell’Europa dal punto di vista della formazione degli stati.

 
L'Europa nel 1815 dopo il Congresso di Vienna

I quattro grandi imperi si sono dunque frantumati nel corso dei secoli XIX e XX, a causa, in prima istanza, della guerra tra Russia e Turchia del 1877-1878, conclusasi con le determinazioni del Congresso di Berlino, e poi a seguito degli accordi scaturiti dal patto di Versailles, il trattato di pace che pose ufficialmente fine alla prima guerra mondiale, alla conferenza di Yalta del 1945, al crollo dell’Unione Sovietica ed alle guerre intestine nella ex Jugoslavia.  
Tuttavia, la divisione e la frantumazione dell’area in questione non si può spiegare solo con le risultanze delle guerre e dei conseguenti trattati di pace, ma per definire la nascita dei nuovi stati-nazione e individuarne i confini è necessario analizzare altri criteri, che concorrono, tutti insieme, a definire quella parte d’Europa. Se però dovessero essere presi singolarmente, i criteri sottoesposti potrebbero essere non sufficienti. Occorrerebbe anche aggiungere, per completare il quadro, che la delimitazione dell’Europa orientale potrebbe variare a seconda dei punti di vista, dato che questa idea è solamente un concetto astratto legato all'organizzazione umana.
Alcuni criteri di natura storica ed economica che servono ad individuare l’area europea orientale sono basati sul ritardo di centralizzazione degli stati di quell’area e sulla presenza di spinte centrifughe, soprattutto da parte della Prussia, dell’Austria e della Russia. L’aspetto economico mette in luce il forte ritardo con cui quegli stati siano entrati nei processi della rivoluzione industriale ed abbiano mantenuto un’organizzazione agricola decisamente arretrata. Il criterio politico-sociale farebbe appartenere all’area europea orientale tutti quei paesi che hanno avuto governi ispirati dal Marxismo e dalla Rivoluzione bolscevica. Da questo criterio sono escluse però la Grecia, Cipro e, naturalmente, la Turchia, geograficamente appartenente al continente asiatico.
Per quanto riguarda il criterio etnico-linguistico osserviamo come la gran parte dei popoli dell’Europa orientale appartiene al gruppo linguistico indoeuropeo di lingue slave, che nei secoli si sono incontrati e contaminati con altre popolazioni indoeuropee e con popoli che parlavano la lingua ugro-finnica. Tuttavia, nell’area europea orientale sono compresi stati le cui popolazioni non parlano lingue slave, come la Romania, l’Ungheria, la Lituania ecc.  Un altro criterio è quello religioso che divide l’area sostanzialmente in tre parti: quella cristiana greco-ortodossa (Serbi, Russi, Greci ecc.), quella slava cattolica (Polacchi, Cechi, Lituani ecc.) e quella musulmana nel sud.

Per analizzare la storia di questa parte d’Europa sono partito dal Congresso di Vienna, un evento ricordato su tutti i testi storici e politici, del quale quest’anno ricorre il duecentesimo anniversario. Risulta del tutto evidente che la storia era iniziata qualche secolo prima, ossia dal grande rimescolamento di popoli e culture avvenuto a seguito della fine dell’Impero Romano di Occidente. Non tutte le regioni dell’area europea orientale appartenevano all’Impero Romano. Le regioni, per fare un esempio, poste a nord del corso del Danubio non conobbero l’occupazione romana, ad eccezione della Transilvania. Queste ultime regioni, senza la protezione romana, furono attraversate da emigrazioni di popoli che contribuirono, successivamente, a creare la crisi dell’Impero. Alla morte dell’imperatore Teodosio l’Impero Romano venne diviso tra Impero Romano d’Occidente, nel quale era prevalente la cultura latina, e Impero Romano d’Oriente, nel quale la cultura greca era dominante.

La prima cristianizzazione nei territori dell’Impero corrisponde al periodo in cui l’Impero si divise. I cristiani d’Occidente obbedirono al vescovo di Roma, quelli d’Oriente ebbero come riferimento il patriarca di Costantinopoli. A seguito di questa spaccatura, nacque una rivalità tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli la quale, nel 476 d.C., caduto l’impero Romano d’Occidente, pretese che tutte le chiese cristiane gli fossero fedeli. Naturalmente la Chiesa romana si oppose strenuamente al volere del patriarca di Costantinopoli, finché, tre secoli dopo, con Carlo Magno, re dei Franchi, fece rinascere il Sacro Romano Impero. La contrapposizione tra le due Chiese provocò uno scisma, che, insieme agli avvenimenti causati dalle crociate, aumentò ulteriormente la divisione. La spaccatura tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli fu, da allora, definitiva. Da questi ultimi avvenimenti la differenza di fede contribuì a creare una barriera tra le diverse regioni d’Europa.
In quei secoli, le due Chiese furono molto impegnate nell’opera di evangelizzazione delle popolazioni, non solo quelle presenti nei rispettivi territori di competenza, ma anche quelle che stanziavano oltre, verso nord ed est dell’antico Impero Romano.
Dopo la caduta di Costantinopoli, nel mondo ortodosso nacque il mito di Mosca-Terza Roma, che rivendicò il primato sia della Chiesa ortodossa sia della Russia. Questo mito ha un ruolo importante nella politica russa dal Cinquecento in poi e legittima anche l’uso politico della religione ortodossa ed è una delle fonti del panslavismo e dell’opposizione dell’Oriente all’Occidente. Nella parte orientale dell’Europa il sovrano di rango imperiale o regale bizantino, il sultano ottomano e lo zar russo concentrarono nelle loro mani sia il potere temporale sia quello spirituale. A differenza dell’Oriente bizantino e russo-ortodosso, l’Europa occidentale fu segnata dalla separazione tra potere temporale e spirituale.
Oltre agli aspetti religiosi, un altro criterio, quello economico, già accennato poco sopra, ci aiuta a capire le differenze, spesso profonde, tra le due parti dell’Europa. In Occidente i grandi cambiamenti del commercio e della struttura economica e amministrativa determinano la fine del sistema feudale e l’avanzata, a volte impetuosa, della nuova economia capitalista. Questi scenari permettono la nascita dell’idea di stato nazionale. Nell’area orientale europea la situazione è molto diversa, perché lo sviluppo è più lento, il sistema conserva le sue caratteristiche feudali, è assente una rivoluzione agraria e si registra la permanenza di un mondo contadino arcaico.
Un’altra diversità di notevole portata riguarda, soprattutto a partire dal XVII secolo, l’omogeneità interna alle due aree interessate. Nella parte occidentale gli stati si presentano abbastanza omogenei dal punto di vista sociale, economico ed etnico. Nell’Europa orientale questa omogeneizzazione non si è invece realizzata, dove gruppi etnici diversi continuano a vivere fianco a fianco. L’Europa orientale è definita da von Mises “come insieme di territori plurilingui in cui si instaurano legami particolari tra arretratezza (ma arretratezza connessa da più di un punto di vista col perdurare delle invasioni e quindi non solo socioeconomica), nazionalità e tipi di nazionalismo; costruzione statale e tentativo di modernizzazione”. Queste distinzioni coincidono con quella del diverso sviluppo tipico dell’Europa centro-orientale e occidentale, che ha dato origine a due diversi modelli di identità nazionale e idea di nazione.
 
Una mappa dell'Europa nel 1912
 
Un ultimo punto, connesso alla particolare situazione degli stati che appartengono all’Europa centro-orientale, è costituito dalla difficoltà a recepire sistemi e forme di governo tipiche di una democrazia parlamentare e rappresentativa. Già nel 1919 von Mises scriveva che “il liberalismo è riuscito ad affermarsi soltanto nell’Europa occidentale e in America. Nell’Europa centrale e orientale, dopo una breve fioritura, è stato nuovamente respinto; il suo programma democratico è sopravvissuto soltanto nei programmi e più di rado nelle azioni dei partiti socialisti”.
Nel primo dopoguerra, dopo un iniziale periodo parlamentare, si assiste, negli anni Trenta, al progressivo instaurarsi di regimi di tipo autoritario, stati di polizia e dittature. Fascismo e nazismo fanno la loro comparsa in Europa centro-orientale negli anni Trenta. Ovunque sorgono organizzazioni paramilitari violente, si diffondono i loro programmi, vengono praticate devastazioni e massacri. In parallelo i governi si spostano a destra, i regimi divengono monopartitici, si introducono il corporativismo e le leggi antisemite. Ma i partiti di questa regione, legati a Roma e soprattutto a Berlino, rimangono all’opposizione fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.
 L'Europa oggi

L’identità nazionale è per i paesi dell’Europa centro-orientale un problema di recente origine e grande complessità. I confini nazionali vennero disegnati con i vari trattati di pace del 1919 e 1920, confini successivamente cancellati dall’occupazione tedesca prima e sovietica poi. Si dovranno attendere gli sconvolgimenti del 1989, il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica a far sì che questi paesi iniziassero a ridefinire la propria identità e costruire una nuova pagina della propria storia.

Beniamino Colnaghi

Bibliografia
·   Armando Pitassio, Storia dell’Europa Orientale, Perugia, Morlacchi Editore, 2011
·   Massimo Libardi e Fernando Orlandi, Mitteleuropa, mito, letteratura, filosofia, Scurelle (TN), Silvy edizioni, 2011
·   Ludvig von Mises, Stato, nazione ed economia: contributi alla politica e alla storia del nostro tempo, Torino, Bollati Boringhieri, 1994
·   Francesco Tuccari, La nazione, Roma-Bari, Laterza, 2000
Vari siti internet che trattano argomenti di storia e politica

sabato 24 gennaio 2015

27 gennaio, “Giorno della Memoria”
Il campo di concentramento di Terezin

Tra il 1780 ed il 1790 l'imperatore d'Austria, Giuseppe II, fece edificare una fortezza nel nord della Boemia (Impero austro-ungarico). La città prese il nome di Theresienstadt (Terezin in ceco), la "città di Teresa" in onore dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria. Nacque come città-fortezza all'interno del sistema di fortificazione antiprussiano. Presentava due poli distinti: la "grande fortezza" e la "piccola fortezza". Nel 1882 la "piccola fortezza" fu adibita a carcere di massima sicurezza.
Nel giugno del 1940 la Gestapo prese il controllo di Theresienstadt e trasformò la "piccola fortezza" in prigione. Dal 24 novembre 1941 l'intera cittadina venne destinata a ghetto dopo essere stata cinta da un alto muro. Terezin divenne così il maggiore campo di concentramento nazista sul territorio della Cecoslovacchia. La funzione principale del lager era quella di collettore per le operazioni di sterminio perpetrate dai nazisti durante il conflitto mondiale. Fu impiegata contemporaneamente come struttura detentiva per il transito dei prigionieri verso altri campi di sterminio e per l’internamento di migliaia di bambini. Propagandisticamente, infatti, a seguito del cosiddetto "programma di abbellimento" fu presentato al mondo come "zona autonoma di insediamento ebraico", ma nella realtà era un vero e proprio campo di concentramento e transito. Il campo fu diretto da uno dei capi delle SS, Reinhard Heydrich, governatore del Protettorato di Boemia e Moravia e divenne presto il punto di arrivo per un grande numero di ebrei provenienti da tutta la Cecoslovacchia, ma anche dalla Germania e dall'Austria. Dei 15.000 ragazzi sotto i quindici anni reclusi nella fortezza cecoslovacca, appena un centinaio riuscì a sopravvivere.
Il 10 maggio 1945 Theresienstadt fu liberata dalle truppe sovietiche.
 










 
Beniamino Colnaghi

Per approfondimenti su Terezin e sull’uccisione di Reinhard Heydrich a Praga, il blog contiene altri due post ai quali si può accedere aprendo i seguenti collegamenti:
http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/03/terezin-il-lager-dei-bambini-in-ricordo.html