sabato 11 giugno 2022

L'intricata vicenda del trasferimento a Verderio Superiore del polittico di Giovanni Canavesio 

di Marco Bartesaghi


Il 26 ottobre 1902 alla consacrazione della nuova chiesa parrocchiale di Verderio Superiore, dedicata ai santi Giuseppe e Floriano, oltre che dalla bella architettura e dalle vivaci decorazioni i convenuti furono favorevolmente impressionati dalla presenza di un'antica opera d'arte, di notevoli dimensioni, che, per il ruolo di pala dell'altare maggiore che le era stato assegnato, attirava su di sé l'attenzione (1).

Si trattava di un polittico dipinto da Giovanni Canavesio da Pinerolo, pittore che nel XV secolo aveva lavorato soprattutto nell'entroterra della Liguria occidentale, dove sono ancora presenti diverse sue opere. Anche il polittico di Verderio proveniva da una cittadina ligure, Pornassio, in provincia, allora, di Porto Maurizio, oggi di Imperia. Lì era stato conservato dal 1499. Formato da 31 scomparti, è dipinto a tempera ed è dedicato alla Vergine e a San Dalmazio (2).

La pala di Giovanni Canavesio


I giornali e le riviste che scrissero della nuova chiesa dedicarono spazio anche all'opera di Canavesio, segnalandone l'importanza artistica ai propri lettori. Nessuno però si preoccupò di capire e di spiegare in modo esauriente come essa fosse finita a Verderio: solo qualche cenno, alquanto superficiale. Così ne parlò ad esempio Luca Beltrami nel suo opuscolo di presentazione della nuova chiesa: "A decorare l'altare maggiore, la famiglia Gnecchi ebbe la singolare ventura di poter disporre di un grandioso polittico...". "Singolare ventura", niente di più. È evidente come il modo in cui la pala era giunta a Verderio non fosse ritenuto interessante (3).
Invece la vicenda è abbastanza travagliata, si svolge in un arco di tempo di cinque-sei anni, coinvolge diverse istituzioni e alcuni personaggi noti a quel tempo. Inoltre presenta aspetti ancor oggi molto poco chiari: è difficile infatti stabilire, a più di cento anni di distanza dai fatti, a chi appartenga realmente il polittico, se alla parrocchia di Verderio Superiore, come generalmente si pensa, o alla Pinacoteca di Brera, come la ricerca documentale sembrerebbe indicare.
Dirò subito che la ricostruzione che mi accingo a presentare non giunge a risolvere questo enigma.
Essa si basa su due serie di documenti. La prima è conservata a Roma presso l'Archivio Centrale dello Stato, fra le carte del Ministero dell'Istruzione Pubblica, che all'epoca era competente anche per la salvaguardia dei beni culturali e comprendeva la Direzione Generale per le Antichità e le Belle Arti (4). La seconda serie è conservata invece a Milano, presso l'Archivio della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, che ha sede a Brera (5).
Nel gennaio del 1898 il polittico era stato venduto dalla parrocchia di Pornassio a Pietro Mora, titolare a Milano, in società con i fratelli Giovanni e Luigi, di un negozio di antiquariato e di uno di "mobili artistici" prodotti in una loro fabbrica a Bergamo. Il negozio di antiquariato si trovava in via S. Paolo al n.10, nell'antico Palazzo Spinola, sede, allora come oggi, della Società del Giardino, uno dei principali circoli della città (6).
Il Mora acquistò l'opera a lire 2000, la trasportò a Milano, la ricompose e, probabilmente, effettuò dei lavori di restauro sulla struttura in legno (7).
Il 6 dicembre 1898 il direttore dell'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti del Piemonte e della Liguria comunicò al Ministero dell'Istruzione Pubblica di essere venuto a conoscenza della vendita di quadri delle parrocchie di Pornassio e di Pieve di Teco (8).
Tali vendite erano state effettuate senza l'autorizzazione del governo, prevista dall'articolo 434 del Codice Civile, e senza quella della Corte d'Appello, richiesta dalle RR. Patenti del 19 maggio 1831, ancora in vigore in Piemonte e Liguria, autorizzazioni necessarie per l'alienazione dei propri beni da parte degli enti ecclesiastici (9).
Del quadro di Pornassio, la lettera dice chi è stato l'acquirente (Pietro Mora) e, dopo una breve descrizione, riporta testualmente la scritta in latino che stabilisce la data di realizzazione, attribuisce l'opera al Canavesio e attesta che essa era stata voluta dalla comunità di Pornassio per onorare la Vergine e S. Dalmazio (10).
Il direttore lamenta di non essere stato informato della vendita da parte del Regio Ispettore di Albenga, avvocato Lanusol, e comunica di averlo sollecitato a compilare le schede inventariali delle chiese del suo circondario, "perché non abbiano più a succedere inconvenienti di questo genere". In seguito dovrà correggersi, dopo che dal Ministero gli venne fatto presente che Pornassio non ricadeva nella zona di competenza dell'ispettore di Albenga, bensì di quello di Porto Maurizio (11).
Dopo la segnalazione, il Ministero dell'Istruzione Pubblica inviò un telegramma al Prefetto di Porto Maurizio, invitandolo ad "assumere ampie informazioni" e a "procurare possibilmente sequestro quadri" (12). Rivolgendosi poi al Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti chiese che venissero denunciati all'autorità giudiziaria i parroci coinvolti (13).
La risposta del Prefetto arrivò poco più di un mese dopo, il 14 gennaio 1899.
La sua indagine  aveva permesso di conoscere i motivi che avevano spinto la Fabbriceria di Pornassio a disfarsi del dipinto. Secondo i fabbricieri la vendita era giustificata dalle sempre peggiori condizioni del quadro e dalla necessità di reperire denaro per urgenti lavori di manutenzione sui beni della parrocchia. Il Prefetto poté appurare che gran parte della somma riscossa era già stata impiegata per dotare la chiesa di un nuovo pavimento in marmo (lire 500), per tinteggiare (lire 470) e restaurare (lire 95,35) il locale Santuario della Madonna della Chiazza e per acquistare alcuni mobili (lire 570). L'avanzo (lire 364,65) era stato depositato su un conto bancario.
La chiesa di Pornassio


A sostegno del proprio operato i fabbricieri addussero il consenso quasi totale della popolazione e l'autorizzazione del Vescovo di Albenga (14). Egli, interpellato, confermò di aver espresso parere favorevole all'operazione e scrisse, a giustificazione propria e della Fabbriceria, che quest'ultima "non credeva esser proprietaria di un oggetto artistico" e che se Lui l'avesse sospettato, al "nihil obstat" pronunciato avrebbe "aggiunto una parola per ricordare l'obbligo di prendere le dovute licenze dalle competenti autorità" (15).
Anche la giunta comunale dichiarò di essere stata a conoscenza della vendita e di averla approvata in quanto "il quadro...montato in legno, andava in deperimento perché vecchio e tarlato, ed era di poco ornamento alla chiesa" (16).
Intanto, già dal 15 dicembre 1898, la questura di Milano aveva rintracciato presso il Mora il dipinto e l'aveva posto sotto sequestro. L'ufficiale incaricato, la guardia di città Giovanni Castioni, per le sue dimensioni, per il cattivo stato di conservazione e per non aver ricevuto le necessarie istruzioni, si trovò costretto, a suo dire, a lasciare in deposito il bene sequestrato presso l'antiquario, al quale furono spiegate le gravi responsabilità penali in cui sarebbe incorso se "avesse a trafugarlo o a muoverlo dal luogo dove si trova sotto qualsiasi pretesto".
In quell' occasione il Mora dichiarò di essere stato certo di aver agito nel pieno rispetto della legalità e mostrò, a sostegno della sua buona fede, i documenti con le autorizzazioni ricevuti dalle autorità parrocchiali di Pornassio (17).
A sequestro avvenuto i due ministeri interessati dovettero decidere in merito a due importanti questioni: se procedere legalmente contro i soggetti coinvolti nell'affare e se far tornare la pala a Pornassio o destinarla ad altro luogo. Su entrambi i problemi le posizioni dei dicasteri furono divergenti.
Il Ministero dell'Istruzione Pubblica, non potendo intervenire direttamente, si appellò a quello di Grazia e Giustizia affinché procedesse contro i responsabili in base all'articolo 434 del Codice Civile. Due i motivi a sostegno di questa posizione. Primo, il pericolo che l'indulgenza potesse incoraggiare la cupidigia degli speculatori, sempre pronti ad approfittare dell'ignoranza in cose d'arte dei fabbricieri e dei sacerdoti. Secondo, la necessità di rispondere all'atteggiamento ostile del clero piemontese nei confronti del governo, comportamento che "paralizza tutte le buone intenzioni di questo Ministero per tutelare il patrimonio artistico delle chiese". Un esempio? L'opposizione di parroci e fabbricieri alla catalogazione degli oggetti d'arte delle parrocchie (18).
Di diverso avviso il Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti che, sentito il parere del Procuratore Generale della Corte d'Appello di Genova, riteneva di non dover procedere perché la vendita "avvenne nella massima buona fede e nell'ignoranza di tali prescrizioni legislative, con l'assenso dei fedeli e della Giunta Municipale e con l'approvazione dell'autorità ecclesiastica". Sui fabbricieri affermava inoltre: "trattasi di persone probe, che prestano opera disinteressata per la chiesa, e che sono anch'esse rimaste dolenti della contravvenzione alla legge" (19).
La replica non si fece attendere. Il Ministero dell' Istruzione Pubblica ribatté che il consueto atteggiamento permissivo dei Procuratori Generali (citava quelli di Venezia e Torino), tendente a riconoscere sempre la buona fede, il disinteressato impegno etc. e ad assolvere i responsabili, non avrebbe avuto più ragione d'essere, dopo un pronunciamento della Corte di Cassazione che aveva annullato una sentenza del Tribunale di Camerino affermando che "la buona fede non è ammissibile" (20).
La controreplica non fu immediata. Essa appariva, nella forma, aperta al dialogo, affermando che il Ministero non avrebbe mancato in futuro di tener presenti gli argomenti espressi dall'Istruzione Pubblica. Era secca però nella sostanza: "questo Ministero persiste nel ritenere che non sia il caso di promuovere un giudizio contro i singoli componenti la Fabbriceria di Pornassio..." (21).
Anche sulla destinazione del bene sequestrato le opinioni non furono concordi. 
Il Ministero dell'Istruzione Pubblica indicò, e in seguito ribadì, che la miglior soluzione sarebbe stata quella di far tornare il polittico alla sua sede naturale, la chiesa di Pornassio. Interessanti e, a mio avviso, molto avanzate le motivazioni, che meritano di essere trascritte: "Non posso poi ammettere, per regola generale, che le chiese si spoglino dei loro dipinti famosi neppure al fin di venderli allo Stato; perché un dipinto, levato dal luogo originario e dalle condizioni di luce in cui volle farlo apparire il suo autore, ha già perduto una parte del suo pregio" (22).
Ebbe la meglio però, ancora una volta, l'altro dicastero che, constatato che la Fabbriceria non era più in grado di riscattare il bene venduto, propose di destinarlo ad un museo o altro ente simile. In seguito, dopo aver verificato l'inesistenza nel territorio di istituzioni idonee, indicò come possibile acquirente la Regia Pinacoteca di Brera a Milano (23).
A questo punto, la Pubblica Istruzione, che non rinuncerà comunque, in vari altri momenti della vicenda, a ribadire le proprie posizioni, si piegò alle proposte del Ministero di Grazia e Giustizia.
Prima di rivolgersi, come indicatogli, alla pinacoteca milanese fece però un tentativo con quella torinese, sembrandogli probabilmente più idonea per via delle origini piemontesi del Canavesio. Nella lettera, dopo aver riassunto i fatti e aver fornito notizie del dipinto e prima di proporre di far visita al Mora per valutare l'opportunità dell'acquisto, il ministero non mancò di aggiungere nuovi e interessanti argomenti a sostegno della sua preferenza per la restituzione del bene alla comunità di Pornassio: "Non è bello, certamente, che una chiesa, per sopperire alla manutenzione del fabbricato, venda un oggetto d'arte il quale, oltreché essere la sua più bella decorazione, era un testimonio della pietà degli avi, un voto sacro collocato in quella chiesa con evidente assegnazione di perpetuità" (24).
Il polittico era già stato offerto alla Pinacoteca di Torino dalla stesso Mora. Nessuna trattativa era però stata intavolata poiché la galleria possedeva già un'opera simile dello stesso autore (25). Anche la proposta dell'Istruzione Pubblica non fu accolta con la motivazione che l'acquisto "non arricchirebbe la quadreria di nuovi elementi". Il diniego fu accompagnato dal consiglio di rivolgersi a Pinerolo, luogo natale dell'artista, o a Genova, città dove egli godeva di grande considerazione (26).
Il Ministero si rivolse invece alla R. Pinacoteca di Brera con una lettera molto simile alla precedente, datata 14 settembre 1899 (27). La risposta, del 21 ottobre, è positiva e porta la firma del direttore, Corrado Ricci: "..l'ho trovato interessante pel suo complesso di molte parti con numerose figure; pel ricco scompartimento dorato e per la firma autentica del pittore. .... Questa Pinacoteca può benissimo acquistarlo al prezzo convenientissimo di lire 2000" (28).
A questo punto la vicenda appare ormai definita e per la conclusione vera e propria sembra mancare solo il nulla osta alla vendita da parte della Corte d'Appello di Genova. Questo documento si fece attendere, al punto che nel mese di giugno del 1900, sette mesi dopo aver espresso il suo assenso, Ricci chiese al Ministero a che punto fossero le pratiche (29). Solo il 16 agosto la Fabbriceria di Pornassio comunicherà a Brera di essere stata autorizzata alla vendita da un decreto della Corte d'Appello del capoluogo ligure, emanato il 31 luglio 1900 (30).
Nei mesi precedenti, forse sollecitata dal Mora, la Fabbriceria si era fatta viva con la galleria milanese, per far notare che le 2000 lire concordate non tenevano conto del fatto che l'antiquario aveva sostenuto spese per il trasporto a Milano e che avrebbe potuto inoltre pretendere gli interessi, avendo impegnato quella somma già da due anni (31). Brera rispose di essere stata autorizzata a spendere 2000 lire "non un centesimo più o meno" (32).
Il 28 agosto, la data è importante, la Pinacoteca comunicò a Pietro Mora che il giorno 30, alle ore 10, i fratelli Annoni, ebanisti, si sarebbero recati da lui per avere in consegna la pala di Giovanni Canavesio (33).
Mentre i fatti sembrano svolgersi in modo lineare, sotto la superficie i Mora brigano per non perdere il profitto, per realizzare il quale avevano acquistato il dipinto. Incuranti della sentenza del giudice e delle prescrizioni del questore, pensavano forse che, di fronte al fatto compiuto di una vendita, purché non destinata all'estero, le autorità avrebbero alla fine chiuso un occhio e lasciato fare.

Francesco Gnecchi Ruscone

La chiesa dei santi Giuseppe e Floriano di Verderio Superiore in una foto del 1902

L'occasione si presentò loro con i fratelli Gnecchi Ruscone che a Verderio Superiore, dove erano di gran lunga i principali possidenti di case e terreni, stavano costruendo la nuova chiesa parrocchiale, voluta e finanziata dalla loro mamma, Giuseppina Turati, deceduta il 18 luglio 1899, quando i lavori erano già iniziati da poco meno di un anno (34).
Per il nuovo edificio, disegnato dal nobile Fausto Bagatti Valsecchi (35), gli Gnecchi avevano pensato di trovare alcuni arredi autentici del quattrocento. Perciò si erano rivolti ai Mora: in uno scritto, senza data, né destinazione, né firma, gli antiquari affermavano di dover fornire per la nuova chiesa di Verderio "...un coro originale dell'epoca, un Cristo sopra la navata pure antico e molte altre cose. Così si avrà un complesso tutto antico autentico" Nello stesso testo scrivevano inoltre che il quadro del Canavesio "fu venduto al cav. Francesco Gnecchi" (36) il quale "ne fa regalo alla Chiesa Parrocchiale di Verderio Superiore [...] quindi non esce dallo stato" (37).
I Mora avevano trovato gli acquirenti per un'opera posta sotto sequestro e della quale non erano proprietari!
L'accordo per la vendita era stato stipulato nei primi mesi del 1900. Adducendo ritardi del Ministero per il rilascio dei permessi (38) e prendendo a pretesto anche lo stato di avanzamento dei lavori della chiesa (39), i Mora ad agosto non avevano ancora consegnato il polittico. Il 29 agosto, il giorno prima che Brera ritirasse il dipinto, Francesco Gnecchi scrisse al Ministro dell'Istruzione Pubblica, onorevole Gallo, per sollecitare la chiusura della pratica: la lettera parlava di un trittico proveniente dalla chiesa di Oneglia, in Liguria, e non faceva alcun cenno all'autore. Evidentemente, oltre a non essere stato messo al corrente della situazione giudiziaria dell'opera d'arte che si accingeva a comprare, era stato tenuto all'oscuro anche della sua esatta provenienza (40).

Il Ministero, allarmato da una vendita da parte della parrocchia di Oneglia, di cui non era stato messo a conoscenza, si rivolse subito all'ufficio piemontese per la Conservazione dei Monumenti affinché indagasse (41). Negli stessi giorni però ricevette una lettera dai fratelli Mora, un capolavoro dell'arte della persuasione commerciale che merita di essere ampiamente trascritta, che svelava che il quadro in questione non era altro che il polittico proveniente da Pornassio.
La lettera, praticamente un'arringa contro il direttore di Brera, iniziava dicendo che la loro ditta, "Casa di artisti che vive serenamente dell'arte...", aveva venduto il dipinto di Canavesio al Cav. Gnecchi Francesco per la chiesa di Verderio. Poi continuava: "Il direttore della Pinacoteca di Brera s'è fissato di averlo e non vede nella sua buona fede di raccoglitore, che questo quadro sarà più utile a far da Re nella erigenda chiesa monumentale [...] che da ultimo dei servi in Brera. Osteggiare l'opera grandiosa regale del Cav. Gnecchi e rendere priva anche l'istruzione pubblica della riuscita di un monumento che avrà il carattere nazionale e che posto in un centro popoloso laborioso alle porte di Milano - Como - Lecco e Bergamo, dove gli studiosi di ogni arte potranno studiare anche l'effetto pittorico e generale, ci pare cocciuta ed odiosa non perdonabile nemmeno al maniaco che gli basta raccogliere bene o male purché agglomeri" (42).
Infine, dopo aver affermato che il direttore di Brera avrebbe fatto meglio ad utilizzare le 2000 lire per trattenere in Italia qualcuna di quelle opere per le quali invece firmava il nulla osta all'espatrio, i Mora invitavano il Ministero a far sì che Brera "soppraseda alle sue determinazioni". Nessun accenno al fatto che l'opera fosse sotto sequestro.
La lettera, indirizzata all'ente più tenacemente contrario alle vendite di opere ecclesiastiche, non sortì naturalmente effetto. Non c'è fra i documenti una risposta ma, di fatto, i Mora escono, almeno per il momento, di scena.
Non si ritirarono invece gli Gnecchi, che continuarono la trattativa direttamente con la pinacoteca. Per raggiungere l'obiettivo si fecero appoggiare da alcune loro conoscenze politiche: l'onorevole Enrico Panzacchi, il Marchese Emilio Visconti Venosta e l'onorevole Giulio Prinetti (43).
Con una serie di telegrammi, scambiati fra il Ministero dell'Istruzione Pubblica e la Pinacoteca di Brera tra l'11 e il 15 ottobre 1900, si arrivò ad una conclusione favorevole alla famiglia e, di conseguenza, alla parrocchia di Verderio.
L'11 ottobre Corrado Ricci informò il ministero che l'ancona del Canavesio era richiesta dalla famiglia Gnecchi e quindi lui chiedeva "schiarimenti codesto Ministero avendomi S.E. On. Panzacchi raccomandato cessione" (44).
Il Ministero rispose, il 12 ottobre, chiedendo se lui avesse gravi obiezioni verso questa cessione "che viene molto raccomandata" (45).
Precisa la posizione che Ricci espresse, rispondendo, lo stesso giorno: dichiarò che non si sarebbe opposto alla cessione dell'opera a patto che Gnecchi si impegnasse a non trasferirla né a venderla, pena il sequestro a favore di Brera (46).
Condizioni fatte proprie dal ministero che il 15 ottobre rispose e concluse: "Dopo parere Vossignoria autorizzo cedere ancona Canavesio per chiesa Verderio previo pagamento dal sig. Gnecchi di lire duemila e previo atto autentico col quale Gnecchi medesimo per sé e suoi successori prenda impegno destinarla soltanto detta Chiesa sotto pena sequestro a favore Pinacoteca Brera se detta ancona fosse quando che sia rimossa dal luogo ove fu destinata. Attendo comunicazione atti. Ministro Gallo" (47).
La documentazione conservata dall'Archivio Centrale dello Stato si interrompe definitivamente nell'ottobre del 1900 (48); nello stesso mese cessa, ma solo temporaneamente, anche quella della Pinacoteca: riprenderà, con gli ultimi sei pezzi, fra l'ottobre e il novembre del 1903.
Si apprende da questi ultimi documenti che nell'autunno del 1903 l'atto formale richiesto da Pinacoteca e Ministero per acconsentire all'accordo con gli Gnecchi non era stato ancora sottoscritto e neppure redatto. Si viene a sapere anche che i Mora avevano intentato causa contro i fratelli Gnecchi per ottenere il rimborso delle spese sostenute per trasportare il polittico da Pornassio a Milano. Proprio per difendere in tribunale le ragioni degli Gnecchi contro i Mora l'avvocato dei primi, Giovanni Tacconi, sollecitò a più riprese la conclusione dell'atto e insistette affinché questo fosse preceduto da un'ampia ricostruzione di come si era svolta tutta la faccenda, dalla vendita illegale al sequestro e così via (49).La Regia Avvocatura Erariale di Milano ebbe il compito di stendere il testo. Nel redigerlo si preoccupò soprattutto di evitare il coinvolgimento di Brera nella vertenza Gnecchi - Mora:

MINUTA DI ATTO

Hanno dichiarato e convenuto quanto segue: Ratificato ed approvato in ogni parte le premesse normative. Il comm. Francesco Gnecchi dichiara di aver prima d'ora ricevuto la tavola della Vergine con diversi santi dipinta da Giovanni Canavesio .....alta.....larga.....all'unico scopo che venisse posta nella nuova chiesa Parrocchiale di Verderio (prov. di Como) dove essa fu anche collocata, e tuttora si trova come pala d'altare.
Lo stesso comm. Gnecchi riconosce che la proprietà di quella tavola, vincolata però all'uso perpetuo della chiesa Parrocchiale di Verderio, spetta alla Pinacoteca di Brera e solo nel caso in cui tale uso a favore della chiesa di Verderio avesse per qualsiasi ragione a cessare, sarà nel diritto della Pinacoteca di riavere la tavola senza obbligo di pagamento alcuno.
Rimane perciò escluso qualsiasi uso della tavola all'infuori di quello sopraindicato, e proibito l'asporto della medesima dalla chiesa, obbligandosi il sig. comm. Gnecchi anche per i propri eredi e successori a non disporre in modo diverso, e qualora intendesse di toglierla dalla chiesa, non potrà eseguire tale asporto se non per farne immediata consegna alla pinacoteca, escluso qualsiasi diritto in lui di rimborso delle spese fatte per avere la tavola.
Il parroco di Verderio D. Luigi Galbiati interviene al presente atto per dichiararsi notiziato di quanto sopra e per obbligarsi a darne notizia alle superiori autorità in modo che anche i successori suoi ne siano edotti.

La lettera con cui questa bozza veniva presentata, del novembre del 1903, terminava con le seguenti indicazioni: "Tale convenzione dovrà essere tradotta in forma legale o per atto pubblico notarile o per scrittura privata con autenticazione della firma da parte di un notaio" (50). Il 30 gennaio 1904 l'avvocato Tacconi scrisse alla Fabbriceria di Verderio Superiore per comunicare l'invio di un atto con firma autenticata dei signori Gnecchi, che doveva essere sottoscritta anche dai fabbricieri, per poi essere sottoposta a un notaio. Anche se nel testo non si fa esplicito riferimento alla pala del Canavesio, per la data e il contesto, di essa si dovrebbe trattare (51).

Da questa lettera e da una successiva che il Tacconi scrisse al segretario di Brera, signor Viganò, sembra di capire che il contenuto della convenzione sia stato accettato dai signori Gnecchi. Però, alla data di quest'ultimo documento, 20 marzo 1904, l'atto non era ancora stato sottoscritto e Tacconi terminava quindi con queste considerazioni: "Non pare anche a Lei che la posizione attuale anche della Pinacoteca sia poco regolare? Che occorra stabilire i rapporti fra le parti interessate?" (52).
Non so se in seguito l'atto formale previsto dagli accordi sia stato o no firmato, non essendo riuscito a rintracciarlo: né presso la Pinacoteca, né presso la parrocchia, né presso la famiglia Gnecchi. La ricerca è stata condotta anche negli Archivi Notarili di Milano, dove ho scorso i registri dei notai che hanno operato in città fra il 1904 e il 1906, e di Como, dove, per le più restrittive condizioni di accesso, ho potuto verificare, non di persona, quelli dei notai che sapevo aver collaborato con gli Gnecchi in quegli anni. Un successivo tentativo è stato fatto presso l'Archivio Arcivescovile e l'ufficio economico dell'Arcivescovado, senza trovare nulla.
Sono tuttavia convinto che il documento sia stato sottoscritto e quindi, in qualche luogo, per ora sconosciuto, ci sia. Non sarebbe infatti plausibile che ai signori Gnecchi fosse stato permesso ciò che ai Mora era stato proibito: l'acquisto di un’opera d'arte sacra di una chiesa, per destinarla ad una chiesa diversa. È impensabile, a mio avviso, che una faccenda che aveva coinvolto due Ministeri, una Corte d'Appello, un paio di Soprintendenze e qualche altro ente alla fine si sia sgonfiata al solo cambio di uno dei soggetti coinvolti, il compratore. Per questo ritengo, ripeto, che una convenzione, magari non quella corrispondente alla bozza predisposta dalla Regia Avvocatura, sia alla fine stata sottoscritta, anche se in seguito se ne è persa traccia e memoria.
Non resta che tornare alla bozza di convenzione predisposta dall'Avvocatura Erariale e su di essa fare qualche considerazione. Nel testo, per la prima volta, si parla esplicitamente della proprietà del bene, per assegnarla alla Pinacoteca di Brera: "Lo stesso comm. Gnecchi riconosce che la proprietà di quella tavola, vincolata però all'uso perpetuo della chiesa Parrocchiale di Verderio, spetta alla Pinacoteca di Brera".
Un'importante conferma di ciò si trova nella relazione che seguì alla visita pastorale del Cardinale Carlo Andrea Ferrari, avvenuta nel 1905: parlando dell'opera del Canavesio si dice: "...è stata comperata a buoni contanti dalla benemerita famiglia Gnecchi che l'ha qui depositata e starà sempre qui, ma la vera proprietà è dell'Istituto artistico di Brera in Milano"  (53).
Un ulteriore indizio, che sembra confermare che per un certo periodo di tempo dopo la collocazione a Verderio della pala si era ancora a conoscenza dell'esatto svolgimento dei fatti, e che avvalora l'ipotesi che essa appartenga a Brera, mi pare si possa individuare in un brano contenuto nel "Liber Cronicus": nell'ottobre del 1905 uno studioso dell'Università di Zurigo, il professor Siegfried Weber, interessato allo studio della pala, dalla parrocchia di Pornassio dove si era recato per osservarla, fu indirizzato alla Pinacoteca di Brera, dove gli dissero che l'opera era "depositata a Verderio" (54).
Tuttavia il polittico di Verderio non compare in nessuno dei 9 volumi di "Pinacoteca di Brera", catalogo dei beni posseduti dall'istituto milanese, comprendente anche i beni depositati altrove, presso enti e chiese (55).

La chiesa di Verderio oggi e, sotto, la navata centrale con la pala sullo sfondo




NOTE
Abbreviazioni:
ACS: Archivio Centrale dello Stato

APVS: Archivio Parrocchiale Verderio Superiore
ASdS Milano: Archivio Storico della Soprintendenza per i Beni Storici ed Artistici di Milano MGGeC: Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti
MIP: Ministero dell' Istruzione Pubblica
RPB: Regia Pinacoteca di Brera
Uff. Reg. Piemonte: Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti del Piemonte e della Liguria

NOTE

(1) Marco Bartesaghi, 1896 - 1902: il progetto, la realizzazione e la storia della nuova chiesa, in Autori Vari, Verderio, la chiesa parrocchiale dei Santi Giuseppe e Floriano 1902 - 2002, Verderio Superiore, 2002.
(2) Elisabetta Parente, Il polittico con Madonna e Santi di Giovanni Canavesio nella chiesa di Verderio Superiore,   in Archivi di Lecco, anno XV, n. 2, aprile - giugno1992.
(3) Luca Beltrami, La nuova chiesa di Verderio Superiore, Milano, 1902.
(4) Archivio Centrale dello Stato (ACS), Titolo fondo/ Serie AA BB, Div. XII , 1888 - 1907, numero busta 293 "Ministero dell'Istruzione Pubblica" - 4 - Portomaurizio - 1898, Quadri venduti dalle parrocchie di Pornassio e di Pieve di Teco.
(5) Archivio Storico della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Milano (ASdS Milano) - Archivio Antico, parte seconda "Cambi, cessioni, restituzioni e prestiti" (cassette 11 e 12), 206 ANCONA DEL CANAVESIO, 1900 -1903, classificazione 4, segnatura 11/13.
(6) Il negozio di mobili artistici si trovava in via Vittorio Emanuele, a poche decine di metri da quello di antiquariato (cfr Guida Savallo, Milano, 1898).
(7) Un riferimento ai lavori effettuati dai Mora sulla struttura in legno si trova in "L'Eco di Bergamo", 29 - 30 ottobre 1902. In un articolo intitolato "La nuova chiesa parrocchiale di Verderio Superiore" riguardo alla  pala si dice: "Con soddisfazione abbiamo notato come la corniciatura fosse completata egregiamente in Bergamo, nel laboratorio dei signori fratelli Mora".
(8) ACS, lettera, dall'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti del Piemonte e della Liguria (Uff. Reg. Piemonte) al Ministero dell'Istruzione Pubblica (MIP), Direzione Generale per le Antichità e le Belle Arti, 6 dicembre 1898. Dalla parrocchia di Pieve di Teco, secondo l'Uff. Reg. Piemonte, erano stati venduti due quadri: uno, di forma semicircolare, del XVII secolo, rappresentava un presepio; l'altro, una tavola del XV secolo raffigurante la Madonna, era stato da tempo trasformato in tavolino mediante l'apposizione di quattro gambe. Del primo si seppe in seguito che non era stato mai venduto ma solo spostato all'interno della chiesa. Il secondo, venduto circa un anno prima al prezzo di 60 lire, fu in seguito riacquistato e ricollocato al suo posto (crf. ACS, lettera da Prefettura di Porto Maurizio a MIP, 14 gennaio 1899).
(9) L'articolo n. 434 del Codice Civile, in vigore nel 1898, recitava: "I beni degli istituiti ecclesiastici sono soggetti alla legge civile e non si possono alienare senza l'autorizzazione del governo".
(10) La scritta in latino è la seguente: ANNO - DNI - MCCCCLXXXXVIIIJ + DIE - VIGESIMA - MENSIS - MARTII + AD - HONOREM - DEI - ET - GLORIOSAE - VIRGINIS  - MARIAE - AC - SANCTI - DALMATII + COMUNITAS - PORNAXI - FIERI - FECIT - HOC - OPUS + REGENTE - DNO - PRESB. - LAZARO - BONANATO - RECTORE - DICTI - LOCI. (trascrizione di Elisabetta Parente, vedi nota 2). Nella lettera dell'Uff. Reg. Piemonte (vedi nota 8) la data trascritta è però 1490 e non 1499 come nella realtà: questo errore si trascinerà per tutta la documentazione che stiamo esaminando.

(11) ACS , minuta di lettera, da MIP a Uff. Reg. Piemonte, 14 dicembre 1898; lettera da Uff. Reg. Piemonte a MIP, 2 gennaio 1899.
(12) ACS, minuta di telegramma di stato, da MIP a Prefetto di Porto Maurizio, 9 dicembre 1898.
(13) ACS, minuta di lettera, da MIP a Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti (MGGeC), 14 dicembre1898.
(14) ACS, lettera da Prefettura di Porto Maurizio a MIP, 14 gennaio 1899.
(15) ACS, lettera, da Vescovo di Albenga a Prefetto di Porto Maurizio, 8 gennaio 1899.
(16) ACS, Certificato rilasciato a Pornassio dalla Giunta  Municipale alla Fabbriceria della parrocchia, 14 febbraio 1899.
(17) ACS, verbale di sequestro, Regia Questura di Milano, sez. II, via Spiga 81, 15 dicembre 1898. Il documento porta le firme di Pietro Mora, Giovanni Castione, guardia, e Lodovico de Cesare, delegato di P.S.
(18) ACS, minuta di lettera, da MIP a MGGeC, 23 gennaio 1899.
(19) ACS, lettera, da MGGeC a MIP, 11 aprile 1899.
(20) ACS, due minute di lettere, da MIP a MGGeC, 19 e 26 aprile 1899.
(21) ACS, lettera, da MGGeC a MIP, 18 agosto 1899.
(22) ACS, due minute di lettere, da MIP a MGGeC, 19 e 26 aprile 1899.
(23) ACS, lettera, da MGGeC a MIP, 18 agosto 1899.
(24) ACS, minuta di lettera, da MIP a Direttore Pinacoteca di Torino, 28 agosto 1899.
(25) La Galleria Sabauda di Torino possiede un polittico dipinto da Giovanni Canavesio nel 1491. Composto da 16 scomparti ha, al centro, una Madonna in trono con il Bambino. L'opera proviene probabilmente dalla chiesa di Notre Dame des Fontaines di Briga. Cfr Mario Marchiando Pacchiola (a cura di ), Sulle orme di Giovanni Canavesio (sec.XV), Pinerolo, 1990.
(26) ACS, lettera, da Regia Pinacoteca di Torino a MIP, 31 agosto 1899.
(27) ACS , minuta di lettera, e ASdS Milano, lettera, da MIP a Regia Pinacoteca di Brera (RPB), 14 settembre 1899.
(28) ACS e ASdS Milano, lettera da RPB a MIP, 21 ottobre 1899. Corrado Ricci (Ravenna 1858 - Roma 1934), scrittore e critico d'arte. Fu direttore della Pinacoteca di Brera e di quella di Firenze. Dal 1906 al 1919 fu direttore generale delle Antichità e Belle Arti di Roma.
(29) ACS e ASdS Milano, lettera da RPB a MIP, 29 giugno 1900.
(30) ASdS Milano, lettera, da Fabbriceria di Pornassio a RPB, 16 agosto 1900.
(31) ASdS Milano, lettera, da Fabbriceria di Pornassio a RPB, 16 febbraio 1900.
(32) ASdS Milano, lettera da RPB a Fabbriceria di Pornassio, 14 marzo 1900.
(33) ASdS Milano, lettera da RPB a Pietro Mora, 28 agosto 1900. I fratelli Annoni compaiono alle voci "Ebanisti e stipettisti" e "mobili: fabbricanti e negozianti" della Guida Savallo di Milano del 1898. Il loro indirizzo era via S. Ambrogio 61.
(34) La famiglia Gnecchi era presente a Verderio dal 1842, quando i fratelli Giuseppe e Carlo ereditarono da uno zio materno, Giacomo Ruscone, i beni che questi possedeva in paese. Giuseppina Turati (Busto Arsizio 1826 - Verderio 1899), moglie di Giuseppe Gnecchi Ruscone (Milano 1817 - 1893) aveva maturato , tra il 1897 e il 1898, l'intenzione di donare a Verderio Superiore una nuova chiesa, in sostituzione della vecchia, ormai inadeguata alle esigenze del paese. Dedicando la chiesa oltreché al patrono, S. Floriano, anche a S. Giuseppe, ella volle rendere omaggio al defunto marito (cfr. Autori vari, Verderio, la chiesa parrocchiale... cit).
(35) Al nobile Fausto Bagatti Valsecchi ( Milano1843-1914), amico della famiglia Gnecchi, si deveil disegno della chiesa parrocchiale mentre il progetto vero e proprio fu realizzato dall'ingegner Enrico Combi  (Milano 1832 - 1906).
(36) Francesco Gnecchi Ruscone (Milano 1847 - Roma 1919) era il figlio maggiore di Giuseppe e Giuseppina Turati. Noto come numismatico e pittore, fu sindaco di Verderio dal 1893 al 1919. Su di lui si può consultare: N. Parise, GNECCHI RUSCONE, Francesco, Dizionario Biografico degli Italiani (http://www.treccani.it/Portale/ricerche/searchBiografie.html).
Notizie anche in Marco Bartesaghi (a cura di) Da Verderio a Cisano, note di un antiquario: autore Francesco Gnecchi Ruscone, 1882, Archivi di Lecco, anno XXIV, n. 4, ottobre -  dicembre 2001.
All'edificazione della chiesa contribuirono anche i fratelli di Francesco: Ercole, Amalia, Carolina, Antonio ed Erminia.
(37) ACS, lettera, da F.lli Mora a MIP, senza data.
(38) Ne parla Francesco Gnecchi nella lettera al Ministro Gallo citata nel testo qualche riga più avanti.
(39) Archivio Parrocchiale di Verderio Superiore (APVS), lettera, da F.lli Mora a parrocchia di Verderio Superiore, 18 luglio 1900, Titolo VI (chiesa e luoghi sacri),cl.1,parrocchia, cart. 1, fasc.2/1.Nella lettera i Mora chiedono un atto scritto che attesti l'avvenuta compravendita di un quadro, non ancora consegnato per le condizioni edilizie della chiesa.
(40) ACS, lettera da Francesco Gnecchi a Ministro dell'Istruzione Pubblica, 28 agosto 1900. Nicolò Gallo (Agrigento 1849 - Roma 1907), avvocato e letterato, fu eletto per la prima volta in Parlamento nella XVI legislatura, come esponente della sinistra storica. Ministro dell'Istruzione Pubblica nei governi Rudini dal dicembre 1897 al giugno 1898, e Saracco, dal giugno 1900 al febbraio 1901, fu in seguito Presidente della Camera e ministro di Grazia e Giustizia.
(41) ACS, minuta di lettera, da MIP a Uff. Reg. Piemonte, 9 settembre 1900.
(42) ACS, lettera, da F.lli Mora a MIP, 29 agosto 1900.
(43) Enrico Panzacchi (Ozzano dell'Emilia 1840 - Bologna 1904), poeta e narratore, fu docente di storia dell'arte all'Università di Bologna. Eletto deputato ricoprì la carica di sottosegretario all'Istruzione Pubblica. Emilio Visconti Venosta (Milano 1829 - Roma 1914), fra i partecipanti alle 5 Giornate di Milano, fu in seguito perseguitato dal governo austriaco e costretto ad espatriare in Piemonte. Eletto deputato nel 1860 e Senatore del Regno dal 1886, tra il 1863 e il 1901 ricoprì la carica di Ministro degli Esteri in diversi governi. Giulio Prinetti (Milano 1848 - Roma 1908), ingegnere e industriale, fu eletto in Parlamento nel collegio di Lecco nel 1882 e restò deputato fino alla morte. Fu Ministro dei Lavori Pubblici nel governo Rudini, dal luglio 1896 al dicembre 1897, e Ministro degli esteri nel governo Zanardelli, dal febbraio 1901 al febbraio 1903.
(44) ACS e ASdS Milano, telegramma, da Corrado Ricci a MIP, 11 ottobre 1900.
(45) ACS e ASdS Milano, telegramma, da MIP a Corrado Ricci, 12 ottobre 1900.
(46) ACS e ASdS Milano, telegramma, da Corrado Ricci a MIP, 12 ottobre 1900. Sul telegramma conservato in ACS c'è la seguente annotazione a penna: "Sta bene. G - È il quadro del quale si sono occupati S.E. il M.se Visconti Venosta e S.E. Panzacchi".
(47) ACS, minuta di telegramma di stato, Da Ministro Gallo a Corrado Ricci, 15 ottobre 1900.
(48) L'ultimo documento conservato in ACS è una minuta di lettera inviata, il 29 ottobre 1900, da MIP a destinatario ignoto. In essa lo scrivente fa sapere che l'on. Prinetti è stato informato della cessione  "al cav. Gnecchi" della pala di Canavesio e delle condizioni dell'accordo.
(49) ASdS Milano, lettera, da avv. Giovanni Tacconi a signor Viganò, segretario RPB, 4 novembre 1903.
(50) ASdS Milano, lettera: "Oggetto Convenzione Gnecchi (Allegato n.4)", da R. Avvocatura Erariale a RPB, novembre. Alla lettera è allegato il foglio intitolato : "MINUTA DI ATTO", trascritto nel presente testo.
(51) Archivio Parrocchiale Verderio Superiore (APVS), Titolo X, Fabbriceria, Cart.6, Fasc. II, Atti: lettera, da avv. Giovanni Tacconi a Fabbriceria, 30 gennaio 1904.
(52) ASdS Milano, lettera, da avv. Giovanni Tacconi a signor Viganò, segretario RPB, 20 marzo 1904.
(53) APVS, Titolo II, Arcivescovo, Cl.1, Visite Pastorali, Cart.1, Fasc. 6/1.
(54) APVS, Liber Cronicus 1897/1913, ottobre 1905. Il libro che di Siegfried Weber scrisse nel 1911, intitolato "Die Bregunder der Piemonteser Malerschule im XV und zu Begin des XVI Fahrhunderst",  risulta essere la prima analisi puntuale dell'opera di Canavesio (cfr. Elisabetta Parente, Il polittico con Madonna e Santi... cit. pag. 232).
(55) Pinacoteca di Brera, 9 volumi, direttore scientifico Federico Zeri, collana Musei e Gallerie di Milano, Milano.


Marco Bartesaghi


Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Archivi di Lecco, n.2, anno XXXII, aprile-giugno, 2009

L'articolo sul sito di Marco Bartesaghi: 

https://bartesaghiverderiostoria.blogspot.com/2010/09/lintricata-vicenda-del-trasferimento.html

venerdì 27 maggio 2022

Alcuni personaggi famosi nati 100 anni fa

Il 24 febbraio scorso è stato postato su questo blog un ricordo di Pier Paolo Pasolini, in occasione del centenario della sua nascita (1922 - 1975).

Ritengo giusto che, oltre a lui, vengano ricordate altre persone conosciute, non solo italiane, che hanno lasciato un segno, una traccia nella nostra storia. Ve ne sono certamente altre, molte altre, ma ho dovuto selezionarle per questione di spazio. Eccone alcune:

Beppe Fenoglio 

Scrittore e partigiano italiano 

(01.03. 1922 - 18.02.1963)

Jack Kerouac

Scrittore statunitense

(12.03.1922 - 21.10.1969)

Ugo Tognazzi

Attore e regista

(23.03.1922 - 27.10.1990)

Enrico Berlinguer

Politico e segretario del PCI

(25.05.1922 - 11.06.1984)

Margherita Hack

Astrofisica italiana

(12.06.1922 - 29.06.2013)

Pierre Cardin

Stilista di moda

(02.07.1922 - 29.12.2020)

Vittorio Gassman

Attore

(01.09.1922 - 28.06.2000)

Francesco Rosi

Regista

(15.11.1922 - 10.01.2015)

José Saramago

Scrittore portoghese premio Nobel

(16.11.1922 - 10.06.2010)






mercoledì 30 marzo 2022

Le genti della vecchia Brianza: il concetto di Provvidenza, la mentalità e l’indole

Se togliessimo le chiacchiere di paese ed i pettegolezzi, che hanno sempre fatto parte del vissuto di una comunità di persone, le storie più o meno vere, o verosimili, ovvero infarcite di balle macroscopiche, fino agli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso venivano raccontate e tramandate ai più giovani oralmente. Solitamente ciò avveniva in inverno nelle calde e maleodoranti stalle oppure davanti al grande camino della cucina, ove erano sedute almeno tre generazioni della famiglia patriarcale, mentre durante i mesi più caldi i principali “centri di comunicazione” erano i portici ed i loggiati delle cascine e dei cortili rurali. In quei luoghi erano quasi sempre le persone più anziane a raccontare le storie e i bambini ed i più giovani ascoltavano in religioso silenzio, a volte a bocca aperta, altre volte con gli occhi sgranati. Per le generazioni passate era naturale e istintivo ul piasè de cüntala su ed i bambini di allora si immedesimavano nel racconto e viaggiavano con la fantasia. Era un raccontare alla buona, spontaneo e senza pretese, però sempre con una morale, mural, un messaggio che dicesse qualcosa di utile a tutti, di esemplare, da cui trarre insegnamento per una migliore norma di vita.
Le storie di temp indree, tramandateci dalla tradizione orale brianzola, sono sostanzialmente esposizione di fatti veri, o solo parte di essi, senza pretese di essere in possesso di documenti e testi scritti. Alcuni racconti partivano da contingenze reali e man mano venivano ricostruiti e riadattati con ambiti ambientati locali e con le caratteristiche dei protagonisti, in sintonia con i tempi e i luoghi nei quali i fatti erano accaduti. Nella maggior parte delle vicende raccontate dai vecchi campeggia la figura del “brianzolo tipo”, con i suoi pregi e difetti, le sue manie, le rigidità di usi e costumi, le sue ingenuità ma anche le sue furbizie.
Agli inizi del secolo scorso, ed almeno fino agli anni Sessanta, il vissuto terreno del brianzolo ruotava attorno alla Provvidenza, ai Santi ed ai suoi Morti. Sono questi aspetti importanti per capire su che basi si fondava la sua mentalità e come gli riuscisse di non “uscire dal seminato”. Il vecchio contadino aveva innato il senso del rispetto delle regole, dello stare al proprio posto, dell’attaccamento alla propria comunità. Ciò era dovuto anche al fatto che la vita comunitaria rurale della vecchia Brianza era piuttosto povera di avvenimenti e di novità e che i fatti e le cadenze si ripetevano stagione dopo stagione, anno dopo anno. Le novità le portavano in cascina e nei piccoli centri rurali i carbunatt, i cavalont, gli strascee, coloro che avevano la possibilità di spostarsi con i carri verso Milano, Monza e Bergamo (https://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2015/06/carrettieri-e-cavallanti-brianza.html).
La peculiarità delle storie raccontate qui in Brianza riguardava quasi sempre una velata serenità di spirito che oggi si è persa e smarrita e della quale noi oggi proviamo una sicura nostalgia. Si trattava di quella condizione “spirituale” che apparteneva a classi di persone umili, buone di carattere, spesso prive di turbamenti. Secondo il vecchio brianzolo l’uomo non era quasi mai protagonista della propria vicenda terrena, governata com’era dalla Provvidenza, di fronte alla quale l’uomo è spesso soltanto muto spettatore. Quella Provvidenza era il piano di Dio, dalla quale il contadino traeva insegnamenti oppure giustificazioni, ma era certo che a quel disegno divino dipendeva il suo destino spirituale e terreno.

Fecchio, Cascina Lucia, 1914


I racconti brianzoli erano tutti emanazione delle persone anziane ed ebbero come ribalta, come abbiamo visto, i luoghi tipici del vissuto contadino. Nella stalla, vicino al grande camino o sotto i portici si potevano ascoltare storie riferite al mondo dell’infanzia, racconti fantastici o di soldati che avevano combattuto in guerra oppure ancora racconti edificanti a carattere religioso, tratti dalla vita dei santi e dei grandi pellegrini. 
Siccome le vecchie storie erano tutte calate nel mondo contadino, per cercare di capirle e dar loro una seppur minima verosimiglianza bisognerebbe conoscere il contesto entro le quali nascevano e si sviluppavano, almeno secondo tre concetti richiamati nel titolo: la Provvidenza, la mentalità contadina e l’indole del brianzolo. Occorre cioè avere un’immagine precisa dell’intero mosaico, perché è la sua conoscenza specifica che può consentirci di interpretare e capire quel mondo ormai scomparso.
Il prezioso significato sociale della narrativa orale brianzola sta nel fatto che attraverso di essa possiamo ricostruire pezzo per pezzo la vita della cascina, il ruolo comunitario del cortile e del grande portico comune, la funzione romantica, oltre che fondamentale, del pozzo, il senso profondo della Provvidenza e della vita religiosa. Sono le storie che raccontano la vita di quelle generazioni di persone, storie che animano la chiesa, l’osteria, le botteghe artigiane, il lavatoio pubblico, il cimitero, la villa padronale.
È grazie a questo mondo che i racconti e le storie dei vecchi contadini della Brianza non sono mai banali, perché posseggono un’anima ed una morale condivisa. 
Nella vecchia Brianza la Provvidenza era, come accennato, il piano di Dio, non sempre comprensibile al colono, dal quale dipendeva il suo destino spirituale e terreno. Il contadino aveva una tale fiducia nel piano di Dio che lo chiamava la broca che se sgala mai (il ramo dell’albero che non si schianta, non si rompe mai) e lo paragonava al corrimano della scala per andare al piano superiore, che ti indica la strada anche al buio. 
Anche la cattiva sorte girava attorno alla Provvidenza. In ogni cascina o vecchio cortile c’era sempre quella donna un po’ più saggia di tutti gli altri, che leggeva la Bibbia e i messali liturgici, che diceva: “Ul Signur al manda la tegna (la tigna, la disgrazia) ma anca ul capell per quatala (il cappello per coprirla). Su questa base erano orientate la cattiva sorte, i guai, le calamità, il dolore, la miseria che il buon Dio provvidenzialmente trasformava in un mezzo di redenzione dello spirito. Il contadino accettava di buon cuore la volontà di Dio, convinto com’era che, se non in questo mondo, certamente nell’aldilà, le sue vicissitudini terrene sarebbero state meritorie per guadagnarsi il bene eterno. Di conseguenza il vecchio brianzolo accettava la sofferenza, la rassegnazione e la sopportazione per guadagnaa ul paradis.
Il vecchio contadino della Brianza, vivendo in un mondo di figurazioni rurali e avendo bassa scolarizzazione, aveva un suo modo particolare di pensare per immagini, prese dalle tradizioni e dal mondo che lo circondava. Per rendere più chiaro e comprensibile questo concetto, di seguito vengono espressi alcuni esempi:

·         Vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso – mangià l’oev (uovo) quand l’è dent amò in de l’uvera (ovaia) del la gaina (gallina);

·         Il lupo cambia il pelo ma non il vizio – ul möll (mulo) vecc el cambia mai ul pass;

·         Bisogna battere il ferro quando è caldo – i dùrt bisügna ciapai quand passen (i tordi bisogna prenderli quando passano);

·         Non tutte le ciambelle riescono con il buco – Menga de tütt i oev vegn foera ul puresin (pulcino) nel senso che qualche volta anche il gallo fa cilecca;

·         Essere nato fortunato, o sfortunato – Vess nasüü (essere nato) quand ul Signur l’era cuntent oppure quand ul Signur l’era rabiaa. Per indicare uno al quale “gli mancava una rotella” ghe mancava una quai rudela, dicevano: l’è nasüü quand ul Signur l’era indurment.

Gli animali avevano un posto centrale di riferimento nelle frasi composte dalle genti brianzole, nelle similitudini ed anche nelle invettive. Altri esempi: chela tusa (ragazza) lì l’è un’oca, ignurant cumè ’n asin, ingurd cumè ‘n sciatt (rospo), vunc mè ‘n ratt (unto come un topo), grass comè un purcell (maiale), fort cumè un tor, ul mé padron l’è un pioecc (pidocchio).



Verderio Superiore, giorno di bucato in Curt di Barbìs


Un altro ruolo importante del modo di pensare di quei tempi era il filo diretto che il paisan il contadino, aveva con i suoi santi protettori, della casa, degli animali, della salute, del raccolto… I santi più invocati e venerati erano i santi patroni che proteggevano il paese e la parrocchia locale e quelli più “importanti” e riconosciuti dalla Chiesa. Qui in Brianza, oltre naturalmente alla Madonna, avevano un posto preminente Sant’Antonio Abate, Sant’Ambrogio, San Rocco, San Sebastiano, San Biagio, San Giobbe…
L’indole delle genti brianzole delle colline, dei laghi sotto Lecco e delle prime pianure verso Monza poggiava essenzialmente su tre pilastri: la voeia de lavurà (la voglia di lavorare), tegnè a man (risparmiare) e ul vess galantomm (essere galantuomo). Sono tre qualità, tre virtù che il brianzolo si è tramandato dai tempi di Alessandro il Grande fino ai giorni nostri. Esse hanno fatto del brianzolo  il prototipo del lavoratore lombardo. Soprattutto la voglia di lavorare, che tanto incantava l’imperatrice austriaca Maria Teresa.
Dopo la semina autunnale del grano i giovani lasciavano a frotte le loro cascine e le corti dei loro piccoli borghi per recarsi in quei centri ove erano più diffusi l’industria e l’artigianato a imparà ul mestee. L’artigianato lombardo ha tratto origine, tra gli altri, da questo particolare carattere dell’indole brianzola, che ha permesso di soprannominare questo popolo “i giapponesi d’Italia”. Il vess galantomm significava anche assumere comportamenti che portavano ad essere leali e onesti con gli altri. Il brianzolo tipo ci teneva, ma fino ad un certo punto, perché sapeva anche che c’erano in circolazione personaggi che, appena ti giravi, ti colpivano alle spalle ed altri che seguivano pedissequamente la filosofia di certe massime di vita, tipo: L’è mei ciapà sü del lazaron che n’dà a cà con rott ul firon (meglio essere additato come un lazzarone che avere la schiena rotta) oppure Se te vegn voeia de lavurà, setes giò e lassela passà (se ti vien voglia di lavorare, siediti e lasciala passare).
Ovviamente, considerati i tempi dei quali stiamo parlando e tenuto conto del difficile contesto socio-economico, si riscontravano anche dissidi, criticità ed eterni contrasti generati dalla mentalità e dall’indole delle genti di queste terre. Come ad esempio tra la spusa (la nuora) e la suocera, che generò il famoso detto digh a la spusa quell che se vureva fagh savèe a la regiura (parlare a nuora perché suocera intenda).  
Un altro epico contrasto, che assunse anche caratteri sociali e politici, coinvolse ul sciur, il ricco, il padrone delle terre e di tutti gli immobili del borgo, e ul paisan, il contadino, il mezzadro, colui che materialmente lavorava e produceva ricchezza al padrone. In ogni comune brianzolo, anche nel più piccolo, già a partire dal Seicento, si riscontra la presenza del sciur, il capostipite di una famiglia nobiliare e borghese, molto spesso proveniente da Milano o in generale dalla Lombardia.
Essendo stata la Brianza una terra di forte religiosità, nell’eventuale contrasto tra ul sciur e ul paisan, veniva spesso coinvolto il terzo incomodo, ul cürat, il curato, il parroco della chiesa locale, il quale si doveva però saggiamente e furbescamente orientare nella non facile arte di non scontentare nessuno dei contendenti, tradotto in dialetto dà una bouta al scerc e un’oltra a la bott.
Senza voler scomodare il don Abbondio manzoniano, che cosa poteva fare un povero curato di campagna, schiacciato tra il ricco ed il potente, sempre più ricco e potente, quindi depositario della “borsa” dei danee, dei soldi, ed il contadino, che tendeva a diventare ancora più povero e sfruttato, per cui economicamente di poco o nessun aiuto per le opere parrocchiali? Anche perché, molto spesso, era la famiglia aristocratica e borghese del luogo che “consigliava e indirizzava” la nomina del parroco presso la parrocchia locale. Uno sgarbo al nobile e la borsa dei soldi si sarebbe chiusa definitivamente, anche se alcuni parroci trovarono il modo di “barcamenarsi” e di prendere le difese dei contadini e dei più poveri.
Anche questi atteggiamenti poc’anzi citati facevano parte dell’indole brianzola, come, per esempio, il prendersi gioco di mentalità maniacali di certi vecchi contadini o criticare pesantemente quegli approfittatori del prossimo e in genere tütt quei del cravatin che viven süi spall di por diavul.
Il racconto, la narrazione delle genti brianzole, almeno fino agli anni Sessanta del Novecento, verteva principalmente su due concetti, due schemi che venivano tramandati di generazione in generazione, la canzon e la storia. Il primo va inteso nel senso più esteso del termine, ossia che ingloba la fiaba e la leggenda fantastica, la favola e la “balla” più colossale, nel tentativo però di renderlo il più possibile coerente e affine al contesto ed al costume nel quale si sviluppa. Per quanto riguarda invece la storia, come già accennato, lo schema del racconto è calato nella realtà e si rifà ad un fatto realmente accaduto, vissuto da chi lo raccontava o da un suo amico o da un familiare, avendo però l’accortezza di utilizzare personaggi fittizi e inventati di sana pianta, che potevano variare da paese a paese. 
Come è facilmente comprensibile e deduttivo, canzon e stori sono tutti di emanazione  della fantasia, dell’estro e della “furbizia” dei vecchi contadini delle nostre terre ed hanno avuto come palcoscenico alcuni luoghi fondamentali della vita sociale di quei tempi: il grande camino della cucina, la stalla, il portico, ul casot (il casello di campagna), la cuntrada e ul lavatoi (il lavatoio pubblico).
In questi luoghi “sacri” per i vecchi contadini, si poteva ascoltare di tutto, come sopra accennato, ma principalmente canzon e stori attinenti al mondo dell’infanzia, dei pargoli, un termine usato spesso dalla zia Angiulina, la cognata di mio nonno paterno, alle vite dei santi e dei martiri e a storie di vita vissuta, tra le quali tenevano banco i racconti di chi aveva partecipato alle varie guerre.
Poteva capitare che i racconti a carattere religioso venissero riportati da qualche pettegola di paese al curato, il quale non gradiva di certo che la testa della gente fosse imbottita di notizie stravaganti e deformate che staven né in ciel né in tera.   
I messaggi delle storie dei tempi andati della Brianza vanno intesi e calati tutti nel mondo contadino, che bisogna conoscere a fondo, affinché si possa comprenderne i messaggi ed i valori etici e sociali, il senso della vita e della morte, il loro destino e il castigo nell’aldilà dal punto di vista religioso. La “filosofia” di vita dell’antica gente brianzola consisteva nel tenere tutti tacaa a la broca che se sgala mai (ancorati al ramo che non si spezza) perché il fine di ognuno era de requià, senza pö patì (tranquillità, senza patire).
Circolavano in quegli anni “massime di vita” che venivano applicate come fossero sentenze divine, del tipo: Vuress ben al custa nient; Stà tacaa ai toe Mort che te vütenn nel bisogn; A fa del begn se sbaglia mai; Se viv una voelta sula; Vardel begn, vardel tütt, l’omm senza danee l’è propri brütt!  
Si tratta quindi di tanti fili conduttori che, associati all’indole brianzola, danno un quadro affidabile del vivere. Queste “massime” dei nostri vecchi sono esperienze di vita vissuta nella buona e nella cattiva sorte, episodi di vita vissuta a carattere religioso e morale. I messaggi gravitavano prevalentemente attorno alla liturgia del momento, ai santi più conosciuti, ai tempi che imponeva la natura, alle feste religiose che rappresentavano il solo diversivo alla vita grama, sempre uguale a se stessa.

Lombardia, anno 1941, raccolta dei bozzoli del baco da seta

Le radici della Brianza affondano, nel bene e nel male, nelle storie, nelle canzoni, nella mentalità e nell’indole che si è cercato di raccontare in questo breve “saggio”. Sono l’identikit di chi è nato in queste terre, nel quale tentiamo, a fatica, di rispecchiarci e tenere vivo.
Scrive il prof. Sandro Motta nell’introduzione alla raccolta di storie e racconti brianzoli Brianza una volta. Stori di temp indree, Cattaneo editore, 1994: “Il prezioso significato sociale della nostra narrativa orale sta nel fatto che attraverso di essa noi possiamo ricostruire pezzo per pezzo la vita della cascina, il ruolo comunitario del grande portico comune, la funzione romantica del pozzo, la dinamica della vita familiare, il senso della Provvidenza e dell’amore del prossimo. Sono le nostre storie che animano il campo, la chiesa, l’osteria, la magione del proprietario terriero, le botteghe artigiane, i venditori ambulanti, il lavatoio pubblico ed il camposanto. Se non sono vivificate da questa narrativa, le ricostruzioni che puntigliosamente si fanno un po’ da tutti della vita del paisan di inizio secolo e del suo ambiente, finirebbero per essere fredde, senz’anima e ci direbbero ben poco…”.

Beniamino Colnaghi

Note

Si segnalano, per ampliare la conoscenza della storia brianzola e della vita vissuta di quelle genti, i seguenti testi:
Sandro Motta, Ul fiur l’è amur, Cattaneo editore;
Sandro Motta, Del tecc in sü e Del tecc in giò editi sempre da Cattaneo.

 

giovedì 24 febbraio 2022

A 100 anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini
Un intellettuale attraversato dalla contraddizione, controverso e scomodo, inquieto 
e illuminato, profeta inascoltato, per certi versi unico, con una visione profonda dell'uomo e della società del tempo


Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 - Ostia, Roma, 2 novembre 1975)



Questo volume riunisce per la prima volta in forma completa l'epistolario di Pasolini. I curatori, Antonella Giordano e Nico Naldini hanno interpellato per anni archivi di fondazioni, biblioteche e istituti culturali, contattato i destinatari dello scrittore o i loro eredi, consultato giornali e riviste, riuscendo così a integrare con oltre trecento lettere il corpus finora conosciuto, arricchendo una raccolta già tra le più ampie e significative della letteratura italiana. Il risultato è un carteggio unico per qualità degli interlocutori e ampiezza dei registri, l'equivalente di una vera e propria autobiografia.

lunedì 21 febbraio 2022

Praga la magica, tra leggende e stregonerie


Praga dai cento volti, patrimonio Unesco. Una città da visitare con gli occhi incantati. Parliamo della magia delle leggende, che nella capitale ceca si inseguono di via in via, di monumento in monumento, addirittura di casa in casa. Esploriamo dunque la Città Vecchia, in lingua ceca Staré Město, seguendo alcuni dei tanti racconti che si snodano tra rotonde romaniche e cattedrali gotiche, tra palazzi rinascimentali e sinagoghe, tra monasteri barocchi e monumenti cubisti e liberty. Storie che hanno attraversato i secoli per arrivare misteriosamente a noi.
Cominciamo dall'ingresso nella città vecchia: il ponte Carlo IV (link http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2017/06/il-ponte-carlo-di-praga-ovvero-il-ponte.html) in ceco Karlův most, meta di migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo, puntellato di banchi di ritrattisti e di artigiani, location amata dagli artisti di strada. Secondo la leggenda, la prima pietra del ponte fu posta in un momento deciso dagli astronomi di corte che, con misteriosi calcoli, riuscirono ad individuare una particolare combinazione di numeri. Iniziò così la costruzione il 9 luglio del 1357, alle ore 5 e 31. Il re Carlo IV scelse l'architetto tedesco Petr Parler, lo stesso al quale aveva affidato la progettazione della cattedrale di San Vito. La leggenda narra che Parler decise di aggiungere alla malta del vino e delle uova ma che, in tutta Praga, non ve ne erano a sufficienza. Così, per ordine del re, furono trasportate, su centinaia di carri, da ogni angolo della Boemia. Accadde però che dal paese di Velvary, invece di portare uova fresche portarono uova sode (con l'intento che non si rompessero durante il tragitto). E che dal paese di Unhost arrivarono anche ricotta e formaggi. Cosi il ponte Carlo fu costruito non solo con la pietra ma anche con uova sode di Velvary, vino, formaggi e ricotta di Unhost.
Il ponte Carlo, nel XVII secolo, fu abbellito su entrambi i lati con statue barocche. Quelle che si vedono oggi sono delle copie, mentre gli originali sono conservati nel Lapidarium. Tra queste statue la più famosa rappresenta il sacerdote Giovanni Nepomuceno (link www.colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2013/09/il-complesso-storico-monumentale-di_4.html), poi diventato santo, che fu gettato dal ponte durante il regno di Venceslao IV.  Diventata lucida a furia di esser toccata, la statua ricorda un'altra leggenda: nel punto da cui fu gettato Nepomuceno l'intera arcata crollò e per tanti anni nessuno riuscì a ripararla in quanto ogni volta che veniva ricostruita, crollava nella notte successiva. Accadde dunque che un costruttore, per riuscire nell'impresa, fece un patto con il diavolo, in cambio della prima anima che sarebbe passata sul ponte. L'arcata fu costruita e resistette ma l'uomo cercò di inventarsi qualcosa per non far cadere nessuna anima nelle mani del diavolo: nascose un gallo nella torre del ponte della Città Vecchia, con l'intento di liberarlo prima dell'inaugurazione. In questo modo, il gallo sarebbe stato il primo a passare sul ponte. Ma il diavolo, furbo, con un inganno fece in modo che la prima a passare fosse proprio l'amata moglie del costruttore. La notte seguente la donna morì, con il figlio che portava in grembo. La leggenda racconta che da allora l'anima del bambino volteggia sopra il ponte e che, ogni tanto, i pedoni sentano i suoi starnuti. Secondo un'altra versione, l'anima sarebbe stata liberata da un turista che, sentendo lo starnuto, pur non vedendo nessuno, disse "salute".

Praga, il fiume Moldava e i suoi ponti. Il Ponte Carlo è il secondo

Subito dopo il ponte, all'incrocio tra via Karlova e via Seminářská, c'è la casa del pozzo d'oro. Secondo un'altra leggenda, una domestica, incuriosita dal bagliore che proveniva dal pozzo, si sporse troppo e vi cadde dentro. Quando lo svuotarono per recuperare il corpo, si scoprì che nel pozzo c'era un tesoro. Ma non ci fu pace per i proprietari: ogni notte lo spirito della domestica annegata si aggirava per la casa piangendo. Altri due spiriti abitavano nella casa -  un cavaliere e la sua dama - ma nessuno conosceva la loro storia e dunque nessuno riusciva a liberarli. Finché un pasticciere vi andò ad abitare. Sperimentando nuovi dolci, fece le forme della dama e del cavaliere, ma di notte trovava i dolci decapitati. Decise quindi di dormire in cucina per capire come fosse possibile. Ed ecco apparire il cavaliere e la sua dama. Volevano che il pasticcere ritraesse il loro volti con la pasta da dolci. C'era poco tempo: alle prime luci dell'alba le loro teste sarebbero dovute ritornare nella Vltava (Moldava), dove le aveva gettate il loro assassino. I due sfortunati erano infatti stati decapitati: raccontarono che quella casa una volta era una locanda e che durante un loro soggiorno furono uccisi dal proprietario intenzionato ad impossessarsi delle loro ricchezze. Il pasticcere andò quindi in cantina a cercare i corpi dei due amanti e li seppellì al cimitero, liberando le loro anime. Come ricompensa, il cavaliere e la sua dama fecero trovare al pasticciere il tesoro della casa.
Sempre in via Karlova, la leggenda racconta che si aggiri il fantasma di un vecchio strozzino che abitava in quella strada. Un giorno la casa del suo vicino andò a fuoco ma invece di offrire aiuto, lo strozzino pensò solo a salvare le sue monete. Si dice che il suo spirito ricompaia a mezzanotte. Solo qualche pietoso passante che lo aiuterà a portare il suo pesante sacco da via Karlova fino alla piazza della città vecchia  potrà liberarlo.
Nel convento di Sant'Agnese, oggi diventato galleria, una ragazza fu rinchiusa, per punizione, dal suo ricco padre: si era innamorata di un giovane popolano. I due giovani si diedero appuntamento per una fuga ma il padre di lei li scoprì ed uccise entrambi, maledicendo la ragazza. Tanti anni dopo, il convento fu abbandonato dalle suore. Secoli dopo accadde che una fanciulla, innamorata di un giovane ma osteggiata dal padre di lui, decise di suicidarsi proprio vicino al giardino del convento. La leggenda narra che, mentre la giovane stava per bere il veleno che aveva preparato, una figura grigia le strappò il bicchiere di mano e lo gettò via. La giovane continuò a vivere, ma senza riuscire ad accumulare i soldi chiesti dal padre del suo amato per acconsentire alle nozze. La figura grigia ritornò da lei e le donò un sacchetto con le monete necessarie: era lo spirito della monaca uccisa dal padre. Sempre il convento è al centro di un'altra leggenda: le suore accolsero una anziana nobildonna rimasta sola. Per ricompensarle, prima di morire, la donna lasciò loro una pozione segreta, capace di guarire tutte le malattie: l'acqua della rondine. Quando le suore furono costrette a lasciare il convento, rimasero solo alcune bottigliette a casa di una vedova. Un giorno, un giovane polacco prese in affitto una stanza a casa della vedova: voleva scoprire il segreto della pozione. Tentativo dopo tentativo, morì in seguito ad un'esplosione. E cosi si perse con lui il segreto della medicina magica. 
In via Plàtnérska c'è invece una casa dove una fanciulla fu uccisa per gelosia dal suo uomo. Lei lo maledì trasformandolo in un pezzo di ferro. Solo la pietà di una vergine, una notte ogni cento anni, può liberarlo. Dopo vari secoli, una signora andò ad abitare nella casa insieme alla sua bella figlia. Il cavaliere le apparve di notte raccontandole la sua storia. Le diede appuntamento all'indomani: se la ragazza avesse mantenuto il segreto dell'incontro, finalmente sarebbe stato liberato. Invece la giovane, spaventata, raccontò tutto a sua madre. L'anziana decise quindi di presentarsi all'appuntamento al posto della figlia. E cosi il cavaliere perse per altri cento anni la possibilità di essere liberato. La sua immagine e quella della sua dama sono ritratte all'angolo tra la piazza Mariànské nàmésti e la via Plàtnérskà.
Infine, la piazza della Città Vecchia, la Staroměstské náměstí, la più antica ed importante della Praga storica. Ventisette croci bianche ricordano la decapitazione dei nobili che si opponevano al regno. Accadde il 21 giugno 1621. Le loro teste furono messe in cesti ed esposte per avvertimento. Secondo la leggenda, nella mezzanotte del 21 giugno i 27 spiriti ritornano nella piazza per vedere il funzionamento dell'orologio. Se va, vuol dire prosperità per il Paese.

Praga, Piazza Vecchia

Ed è proprio con una leggenda sul mitico orologio astronomico della Città Vecchia che si può concludere questo giro, seguendo le tappe scandite dalle leggende. L'orologio, capolavoro della scienza e dell'arte gotica fu costruito nel 1410 dal maestro d'orologeria Mikuláš z Kadaň e da Jan Šindel, quest'ultimo professore di matematica ed astronomia dell'Università Carlo di Praga. Nel 1552 il meccanismo fu riparato da Jan Taborský, il quale scrisse un rapporto nel quale menzionava il mastro orologiaio Hanuš z Růže come realizzatore dell'orologio. Per alcuni secoli questa fu la versione ufficiale, poi rivelatasi falsa da studi seguenti.
Si trova sulla facciata del Municipio ed è formato da un quadrante astronomico a forma di astrolabio (strumento medioevale per la determinazione delle posizioni delle stelle) che ha, sullo sfondo, la Terra fissa nel cielo. Attorno ad essa si muovono quattro meccanismi: un anello zodiacale, un anello esterno rotante, una lancetta con il simbolo del Sole e una con il simbolo della Luna.
Durante la giornata l'orologio sposta il simbolo del Sole nella zona blu (giorno), nella zona nera (notte) o in quelle rosse (fasi di alba e tramonto). A sinistra si leggono le scritte latine Aurora (aurora) e Ortus (alba), a destra Occasus (tramonto) e Crepusculum (crepuscolo). I numeri romani dorati indicano l'ora di Praga mentre le linee curve dorate dividono il quadrante blu in dodici parti numerate che segnano le ore planetarie che variano a seconda delle stagioni. Un anello mobile indica i dodici simboli dello zodiaco e la posizione del sole sull'eclittica. L'orologio è fiancheggiato da quattro figure: la morte (lo scheletro), la lussuria (il turco), la vanità (il personaggio con lo specchio) e l'avarizia (il viandante con la borsa). Allo scoccare di ogni ora  lo scheletro suona una campana tirando la fune con la mano destra e capovolge la clessidra che ha nella sinistra, mentre il turco gira la testa in direzione della morte; a questo punto dalle due finestrelle esce il corteo con i dodici apostoli che, a coppie di due a due, si inchinano alla folla.


Prima esce San Paolo, con in mano un libro e una spada, poi Tommaso, con una lancia, Giuda che porta un libro, Simone con una sega e Bartolomeo con un libro. Dalla seconda finestra, escono Pietro con una chiave, Matteo con un'ascia, Giovanni con un serpente, Andrea e Filippo con una croce e Giacomo con una mazza. Rientrato il corteo, il gallo che si trova sopra le finestre dell'orologio canta l'ora suonata.
Secondo appunto la leggenda, dopo aver realizzato l'orologio di Praga, molte commissioni arrivarono al maestro Hanuš. Temendo che potesse progettare un orologio ancora più bello per  qualche altra città, facendo cosi perdere un prezioso simbolo di Praga,  alcuni consiglieri ordirono un piano terribile: invece di premiarlo, lo accecarono con un ferro rovente, in modo che non potesse progettare più nulla. Quando riuscì a riprendersi, il maestro si fece portare all'orologio: non potendo più vedere la sua meravigliosa creazione, desiderava almeno toccarla. Solo lui sapeva come funzionava. Avendo scoperto la motivazione dell'orribile atto che lo aveva reso cieco, Hanuš danneggiò l'orologio. Per tanti anni nessuno fu in grado di ripararlo. Il suo silenzio ricordò a tutta la  città l'ingratitudine di cui fu vittima il povero maestro... ma i più maliziosi pensano sia una storia per giustificare i ripetuti periodi di non funzionamento.

Beniamino Colnaghi