Ul Cagiada, personaggio tipico della Brianza di un tempo
“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda
e come
la si ricorda per raccontarla.”
Gabriel Garcia Marquez
Non
esiste una regola generale, che io sappia, ma quando si raccontano delle storie,
a volte è utile iniziare con un aneddoto, un ricordo personale. Ed io comincerò così a raccontare questa storia.
Quasi
certamente era il 1962, un giorno lavorativo. Mia nonna Clelia mi portò con sé
nella Cùrt di Giòn, una trentina di passi dalla corte dei Barbìs, dove
abitava la mia famiglia. Oggi corrisponde al civico numero 3 di via Angolare,
Comune di Verderio ex Superiore. Lei era nata lì, in quella porzione stretta e
angusta del centro storico, e lì abitò fino al 30 gennaio 1926, quando si sposò
con mio nonno Beniamino. In quel cortile viveva suo fratello Alessandro, Sonder, con la moglie ed una figlia non
maritata. Nel 1962 frequentavo le scuole elementari e ricordo limpidamente che indossavo
il grembiulino nero, ornato dal colletto bianco e dal fiocco dello stesso
colore. Mia nonna, alla quale i miei genitori diedero il compito di accudirmi
dopo l’uscita da scuola, aveva fretta. Era una donna spiccia e pratica, diretta,
alle volte un po’ brusca nei modi, ma generosa e di buon cuore. “La mamma ed il
papà sono al lavoro, vieni con me, dobbiamo andare a casa dello zio Alessandro”
mi disse quasi trafelata. Evidentemente doveva dire qualcosa a suo fratello,
pensai, e non voleva lasciarmi solo in casa.
Non
saprei dire perché quel preciso fatto mi sia rimasto impresso nella mente per così
lungo tempo. Piccoli particolari come ne avvengono milioni nella nostra vita, per
nulla significativi, privi di qualsiasi rilevanza e motivo di interesse. Il
cervello umano si comporta così ed a volte facciamo fatica a comprenderne i
meccanismi. Alcuni fatti ci rimangono impressi tutta la vita, di altri il
cervello se ne libera apparentemente in fretta, salvo poi estrarli da qualche “cassettino”
al momento opportuno.
Oltrepassato
il portone d’ingresso del cortile vedemmo il fratello di mia nonna seduto su
una vecchia sedia di legno, di quelle con la seduta impagliata, con un braccio
legato al collo. Alessandro si lamentava per la contusione alla spalla ed al
braccio, procuratagli da una disattenzione che lo mandò a sbattere contro un
carro agricolo in movimento.
Sonder, classe 1902,
mi ispirava simpatia; era un tipo espansivo e
chiacchierone, con il timbro di voce inconfondibile ed un’andatura leggermente
dinoccolata. Sua moglie Giuseppina stava attendendo l’arrivo di mia nonna
affinché l’aiutasse a sbendarlo ed a praticare un massaggio sulla parte
dolorante, a base di sungia, in italiano strutto o sugna, una
pasta bianca ricavata dalla fusione a vapore dei tessuti adiposi interni del
maiale. In quegli anni nei quali il boom economico stava timidamente entrando anche
nelle case delle classi sociali meno abbienti, la fame consigliava di non
buttare via niente e la sungia, oltre che
in cucina, veniva usata anche come unguento e medicamento. Ricordo che capitò
anche a me, da ragazzino, “subire” un massaggio a base di sungia
quando slogai una caviglia giocando a pallone nel campetto dell’oratorio. La sungia
e alcuni giorni di riposo avrebbero fatto ritornare l’arto come nuovo.
Il
capannello di persone che nel frattempo si era formato, intento a raccontarsi spassosi
e imperdibili pettegolezzi di paese, spostò la mia attenzione su una grande
marmitta colma di cagiada, ottenuta
dal latte cagliato, adagiata sul davanzale della finestra di Antonia Cassago,
che in paese era conosciuta col soprannome di Balùna. In dialetto brianzolo il termine balòn indica il pallone da calcio, oppure una persona che racconta
dei fatti ingigantendoli oltremisura, che “le spara sempre grosse”: un casciaball, un balòn, appunto. Antonia aveva
sposato Giovanni Riva, detto Gion,
classe 1902, di cui ho avuto modo di parlare nel post Ambrogio Colnaghi,
“Ul Campée” di Casa Gnecchi, pubblicato il 3 marzo 2012.
Ad una mia domanda sulla cagiada, mia nonna rispose dicendo che i contadini la mangiavano
spesso, perché fresca e salutare, oppure la utilizzavano per fare il formaggio.
Aggiunse, inoltre, che il termine veniva spesso usato come soprannome per individuare
una persona, secondo alcune caratteristiche fisiche o caratteriali,
oppure per prenderlo in giro. In ogni paese,
anche in quello più piccolo, c’era qualcuno a cui veniva affibbiato tale soprannome. A Verderio Superiore il termine cagiada venne dato all’Alfredo, un uomo dai
modi cortesi, distinto e sempre molto elegante, per via del fatto che fece per gran
parte della sua vita il commesso in alcuni negozi di abbigliamento a Milano.
Sopra, la corte dei Barbìs, sotto, il portico di accesso alla corte dei Giòn
Durante la mia infanzia mia nonna mi raccontò
alcune storie, filastrocche popolari e brevi racconti, tramandati dalla
tradizione orale contadina. Avendo perso la madre pochi giorni dopo il parto, mi
confessò che le storie le aveva imparate dalla viva voce di sua nonna Virginia,
da una amorevole zia che la crebbe e da altre donne che popolavano le
stalle in inverno ed i portici dei cortili durante la bella stagione. La
maggior parte dei suoi racconti li ho purtroppo dimenticati. La mia memoria ha
trattenuto dei frammenti di alcune tra le fiabe più raccontate ai bambini in
quegli anni e di una storia “fantastica” che narrava di alcuni ladroni che
rubavano oggetti preziosi e monete d’oro nelle case dei ricchi e andavano poi a
nascondersi in grotte e spelonche, distribuendo poi il bottino ai poveri. Erano
una specie di Robin Hood brianzoli. Quella che, invece, ricordo meglio riguarda
appunto le vicissitudini di un uomo che veniva soprannominato Cagiada. Penso si trattasse di una
storia vera, una di quelle storie che narravano le gesta di uomini e donne
realmente vissuti, sulle quali, però, venivano costruite e modellate variabili
in funzione dei luoghi e delle convenienze del momento.
In ossequio alla citazione di
Gabriel García Márquez, la racconto così come la ricordo, naturalmente
utilizzando termini diversi ma mantenendo la struttura del racconto la più
fedele possibile.
In un paese vicino a Verderio viveva un contadino
di nome Pietro, detto Cagiada perché
era ghiotto di quel fresco alimento. Quando però veniva a lui offerto, molto
spesso lo rifiutava, salvo poi pentirsene. Istu,
accidenti, diceva alla moglie, stamattina sono andato a casa di un mio amico a svolgere
un lavoro e sua moglie mi ha offerto una tazza di cagiada con la polenta, ma io ho rifiutato.
Il Pietro era un brav’uomo, un gran
lavoratore, ma era molto umile e timido. Di mestiere faceva il cavallante (sui cavallanti, post pubblicato nel giugno 2015), oltre a qualche altro lavoretto per tirare a
campare. Possedeva un carro ed un cavallo che utilizzava per il trasporto di
merci, oppure che metteva a disposizione, dietro compenso, a chi avesse avuto necessità
di trasportare qualsiasi cosa. In quegli anni, i contadini, non essendoci molte
disponibilità economiche, venivano spesso pagati con i prodotti della terra o con
il lavoro: farina, uova, latte, uso dei carri o prestazioni di manodopera. Ma
lui, essendo timido, non osava chiedere, preferiva che fossero gli altri ad
offrire. Essendo un fervente credente in Dio, sperava nell’intervento della
Provvidenza e nella benevolenza del prossimo. Per sua fortuna non aveva una
famiglia numerosa da sfamare. Sua moglie gli aveva dato due figli: un maschio
ed una femmina, la quale si era maritata presto, trasferendosi in un piccolo
paese nei pressi di Como. Era stata fortunata, la ragazza. La famiglia di suo
marito possedeva, da almeno un paio di generazioni, un piccolo laboratorio per
la produzione di merletti e pizzi. Anche lei, però, si era data da fare ed
aveva contribuito al benessere della famiglia: con la bicicletta, alla quale
erano state applicate due grosse ceste di vimini, girava in lungo ed in largo i
paesi della zona a vendere le merci che la famiglia di suo marito produceva. Pietro
era orgoglioso di sua figlia, anche se non lo lasciava trasparire alla gente,
tanta era la sua modestia.
Del figlio maschio, invece, era
insoddisfatto. Era un poco di buono, diceva agli amici più intimi. Lo
classificava un lazzarone, uno che a vent’anni non aveva ancora combinato
niente di buono. I suoi sfoghi avvenivano principalmente dentro le mura
domestiche e nell’osteria gestita da uno dei suoi più cari amici.
Un giorno entrò nel cortile dell’osteria,
appoggiò la vecchia bicicletta al muro e si diresse verso la porta d’ingresso.
Entrato, si sedette vicino al camino acceso e l’oste gli portò la solita
ciotola del vino. Pietro teneva gli occhi fissi sul fuoco e scuoteva la testa,
in maniera quasi ossessiva, lamentando il fatto che se non fosse andato lì,
sarebbe diventato matto, tanta era la sua insoddisfazione verso il figlio. L’oste
cercò di consolarlo giustificando il fatto che i giovani erano così e che non
dovesse farsi venire il sangue amaro.
Il Pietro raccontò al suo amico oste che quando
andava al cimitero a far visita ai suoi morti, guardava le loro fotografie e gli
pareva che anche loro fossero preoccupati di quei conflitti generazionali.
Hanno lavorato tanto anche loro, diceva, hanno risparmiato tutta la vita ma non
hanno mai messo il naso fuori dal paese. Il padre di Pietro lavorava sei giorni
la settimana, andava in chiesa la domenica mattina e nei giorni di festa ed il
pomeriggio andava in osteria, sempre seduto allo stesso posto, dov’era lui
adesso.
Il Cagiada
accostò la ciotola alle labbra, sorseggiando piano e asciugandosi poi col dorso
della mano, mentre i baffi luccicavano di rosso. Si alzò lentamente, pagò il
conto e si diresse verso l’uscita. Fu l’ultima volta che il suo amico oste lo
vide nella sua osteria. Una settimana più tardi, Pietro, detto ul Cagiada, morì nel suo letto. Non
aveva ancora compiuto sessant’anni. Di crepacuore, disse maliziosamente la
gente del paese, per via di quel figlio scansafatiche.
Morto il padre, il ragazzo andò a vivere
dalla sorella, vicino a Como. Suo cognato lo ospitò, insieme alla madre, ma parlò
chiaro. Disse che gli avrebbe dato un posto di lavoro ma che avrebbe dovuto piegare
la schiena e rigare diritto, altrimenti gli indicò la porta.
Mise la testa a posto, il figlio del Cagiada. Si sposò con una ragazza
svizzera, ebbe tre figli ed il primogenito lo chiamò Pietro, in ricordo di suo
padre.
Beniamino
Colnaghi