giovedì 24 febbraio 2022

A 100 anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini
Un intellettuale attraversato dalla contraddizione, controverso e scomodo, inquieto 
e illuminato, profeta inascoltato, per certi versi unico, con una visione profonda dell'uomo e della società del tempo


Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 - Ostia, Roma, 2 novembre 1975)



Questo volume riunisce per la prima volta in forma completa l'epistolario di Pasolini. I curatori, Antonella Giordano e Nico Naldini hanno interpellato per anni archivi di fondazioni, biblioteche e istituti culturali, contattato i destinatari dello scrittore o i loro eredi, consultato giornali e riviste, riuscendo così a integrare con oltre trecento lettere il corpus finora conosciuto, arricchendo una raccolta già tra le più ampie e significative della letteratura italiana. Il risultato è un carteggio unico per qualità degli interlocutori e ampiezza dei registri, l'equivalente di una vera e propria autobiografia.

lunedì 21 febbraio 2022

Praga la magica, tra leggende e stregonerie


Praga dai cento volti, patrimonio Unesco. Una città da visitare con gli occhi incantati. Parliamo della magia delle leggende, che nella capitale ceca si inseguono di via in via, di monumento in monumento, addirittura di casa in casa. Esploriamo dunque la Città Vecchia, in lingua ceca Staré Město, seguendo alcuni dei tanti racconti che si snodano tra rotonde romaniche e cattedrali gotiche, tra palazzi rinascimentali e sinagoghe, tra monasteri barocchi e monumenti cubisti e liberty. Storie che hanno attraversato i secoli per arrivare misteriosamente a noi.
Cominciamo dall'ingresso nella città vecchia: il ponte Carlo IV (link http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2017/06/il-ponte-carlo-di-praga-ovvero-il-ponte.html) in ceco Karlův most, meta di migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo, puntellato di banchi di ritrattisti e di artigiani, location amata dagli artisti di strada. Secondo la leggenda, la prima pietra del ponte fu posta in un momento deciso dagli astronomi di corte che, con misteriosi calcoli, riuscirono ad individuare una particolare combinazione di numeri. Iniziò così la costruzione il 9 luglio del 1357, alle ore 5 e 31. Il re Carlo IV scelse l'architetto tedesco Petr Parler, lo stesso al quale aveva affidato la progettazione della cattedrale di San Vito. La leggenda narra che Parler decise di aggiungere alla malta del vino e delle uova ma che, in tutta Praga, non ve ne erano a sufficienza. Così, per ordine del re, furono trasportate, su centinaia di carri, da ogni angolo della Boemia. Accadde però che dal paese di Velvary, invece di portare uova fresche portarono uova sode (con l'intento che non si rompessero durante il tragitto). E che dal paese di Unhost arrivarono anche ricotta e formaggi. Cosi il ponte Carlo fu costruito non solo con la pietra ma anche con uova sode di Velvary, vino, formaggi e ricotta di Unhost.
Il ponte Carlo, nel XVII secolo, fu abbellito su entrambi i lati con statue barocche. Quelle che si vedono oggi sono delle copie, mentre gli originali sono conservati nel Lapidarium. Tra queste statue la più famosa rappresenta il sacerdote Giovanni Nepomuceno (link www.colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2013/09/il-complesso-storico-monumentale-di_4.html), poi diventato santo, che fu gettato dal ponte durante il regno di Venceslao IV.  Diventata lucida a furia di esser toccata, la statua ricorda un'altra leggenda: nel punto da cui fu gettato Nepomuceno l'intera arcata crollò e per tanti anni nessuno riuscì a ripararla in quanto ogni volta che veniva ricostruita, crollava nella notte successiva. Accadde dunque che un costruttore, per riuscire nell'impresa, fece un patto con il diavolo, in cambio della prima anima che sarebbe passata sul ponte. L'arcata fu costruita e resistette ma l'uomo cercò di inventarsi qualcosa per non far cadere nessuna anima nelle mani del diavolo: nascose un gallo nella torre del ponte della Città Vecchia, con l'intento di liberarlo prima dell'inaugurazione. In questo modo, il gallo sarebbe stato il primo a passare sul ponte. Ma il diavolo, furbo, con un inganno fece in modo che la prima a passare fosse proprio l'amata moglie del costruttore. La notte seguente la donna morì, con il figlio che portava in grembo. La leggenda racconta che da allora l'anima del bambino volteggia sopra il ponte e che, ogni tanto, i pedoni sentano i suoi starnuti. Secondo un'altra versione, l'anima sarebbe stata liberata da un turista che, sentendo lo starnuto, pur non vedendo nessuno, disse "salute".

Praga, il fiume Moldava e i suoi ponti. Il Ponte Carlo è il secondo

Subito dopo il ponte, all'incrocio tra via Karlova e via Seminářská, c'è la casa del pozzo d'oro. Secondo un'altra leggenda, una domestica, incuriosita dal bagliore che proveniva dal pozzo, si sporse troppo e vi cadde dentro. Quando lo svuotarono per recuperare il corpo, si scoprì che nel pozzo c'era un tesoro. Ma non ci fu pace per i proprietari: ogni notte lo spirito della domestica annegata si aggirava per la casa piangendo. Altri due spiriti abitavano nella casa -  un cavaliere e la sua dama - ma nessuno conosceva la loro storia e dunque nessuno riusciva a liberarli. Finché un pasticciere vi andò ad abitare. Sperimentando nuovi dolci, fece le forme della dama e del cavaliere, ma di notte trovava i dolci decapitati. Decise quindi di dormire in cucina per capire come fosse possibile. Ed ecco apparire il cavaliere e la sua dama. Volevano che il pasticcere ritraesse il loro volti con la pasta da dolci. C'era poco tempo: alle prime luci dell'alba le loro teste sarebbero dovute ritornare nella Vltava (Moldava), dove le aveva gettate il loro assassino. I due sfortunati erano infatti stati decapitati: raccontarono che quella casa una volta era una locanda e che durante un loro soggiorno furono uccisi dal proprietario intenzionato ad impossessarsi delle loro ricchezze. Il pasticcere andò quindi in cantina a cercare i corpi dei due amanti e li seppellì al cimitero, liberando le loro anime. Come ricompensa, il cavaliere e la sua dama fecero trovare al pasticciere il tesoro della casa.
Sempre in via Karlova, la leggenda racconta che si aggiri il fantasma di un vecchio strozzino che abitava in quella strada. Un giorno la casa del suo vicino andò a fuoco ma invece di offrire aiuto, lo strozzino pensò solo a salvare le sue monete. Si dice che il suo spirito ricompaia a mezzanotte. Solo qualche pietoso passante che lo aiuterà a portare il suo pesante sacco da via Karlova fino alla piazza della città vecchia  potrà liberarlo.
Nel convento di Sant'Agnese, oggi diventato galleria, una ragazza fu rinchiusa, per punizione, dal suo ricco padre: si era innamorata di un giovane popolano. I due giovani si diedero appuntamento per una fuga ma il padre di lei li scoprì ed uccise entrambi, maledicendo la ragazza. Tanti anni dopo, il convento fu abbandonato dalle suore. Secoli dopo accadde che una fanciulla, innamorata di un giovane ma osteggiata dal padre di lui, decise di suicidarsi proprio vicino al giardino del convento. La leggenda narra che, mentre la giovane stava per bere il veleno che aveva preparato, una figura grigia le strappò il bicchiere di mano e lo gettò via. La giovane continuò a vivere, ma senza riuscire ad accumulare i soldi chiesti dal padre del suo amato per acconsentire alle nozze. La figura grigia ritornò da lei e le donò un sacchetto con le monete necessarie: era lo spirito della monaca uccisa dal padre. Sempre il convento è al centro di un'altra leggenda: le suore accolsero una anziana nobildonna rimasta sola. Per ricompensarle, prima di morire, la donna lasciò loro una pozione segreta, capace di guarire tutte le malattie: l'acqua della rondine. Quando le suore furono costrette a lasciare il convento, rimasero solo alcune bottigliette a casa di una vedova. Un giorno, un giovane polacco prese in affitto una stanza a casa della vedova: voleva scoprire il segreto della pozione. Tentativo dopo tentativo, morì in seguito ad un'esplosione. E cosi si perse con lui il segreto della medicina magica. 
In via Plàtnérska c'è invece una casa dove una fanciulla fu uccisa per gelosia dal suo uomo. Lei lo maledì trasformandolo in un pezzo di ferro. Solo la pietà di una vergine, una notte ogni cento anni, può liberarlo. Dopo vari secoli, una signora andò ad abitare nella casa insieme alla sua bella figlia. Il cavaliere le apparve di notte raccontandole la sua storia. Le diede appuntamento all'indomani: se la ragazza avesse mantenuto il segreto dell'incontro, finalmente sarebbe stato liberato. Invece la giovane, spaventata, raccontò tutto a sua madre. L'anziana decise quindi di presentarsi all'appuntamento al posto della figlia. E cosi il cavaliere perse per altri cento anni la possibilità di essere liberato. La sua immagine e quella della sua dama sono ritratte all'angolo tra la piazza Mariànské nàmésti e la via Plàtnérskà.
Infine, la piazza della Città Vecchia, la Staroměstské náměstí, la più antica ed importante della Praga storica. Ventisette croci bianche ricordano la decapitazione dei nobili che si opponevano al regno. Accadde il 21 giugno 1621. Le loro teste furono messe in cesti ed esposte per avvertimento. Secondo la leggenda, nella mezzanotte del 21 giugno i 27 spiriti ritornano nella piazza per vedere il funzionamento dell'orologio. Se va, vuol dire prosperità per il Paese.

Praga, Piazza Vecchia

Ed è proprio con una leggenda sul mitico orologio astronomico della Città Vecchia che si può concludere questo giro, seguendo le tappe scandite dalle leggende. L'orologio, capolavoro della scienza e dell'arte gotica fu costruito nel 1410 dal maestro d'orologeria Mikuláš z Kadaň e da Jan Šindel, quest'ultimo professore di matematica ed astronomia dell'Università Carlo di Praga. Nel 1552 il meccanismo fu riparato da Jan Taborský, il quale scrisse un rapporto nel quale menzionava il mastro orologiaio Hanuš z Růže come realizzatore dell'orologio. Per alcuni secoli questa fu la versione ufficiale, poi rivelatasi falsa da studi seguenti.
Si trova sulla facciata del Municipio ed è formato da un quadrante astronomico a forma di astrolabio (strumento medioevale per la determinazione delle posizioni delle stelle) che ha, sullo sfondo, la Terra fissa nel cielo. Attorno ad essa si muovono quattro meccanismi: un anello zodiacale, un anello esterno rotante, una lancetta con il simbolo del Sole e una con il simbolo della Luna.
Durante la giornata l'orologio sposta il simbolo del Sole nella zona blu (giorno), nella zona nera (notte) o in quelle rosse (fasi di alba e tramonto). A sinistra si leggono le scritte latine Aurora (aurora) e Ortus (alba), a destra Occasus (tramonto) e Crepusculum (crepuscolo). I numeri romani dorati indicano l'ora di Praga mentre le linee curve dorate dividono il quadrante blu in dodici parti numerate che segnano le ore planetarie che variano a seconda delle stagioni. Un anello mobile indica i dodici simboli dello zodiaco e la posizione del sole sull'eclittica. L'orologio è fiancheggiato da quattro figure: la morte (lo scheletro), la lussuria (il turco), la vanità (il personaggio con lo specchio) e l'avarizia (il viandante con la borsa). Allo scoccare di ogni ora  lo scheletro suona una campana tirando la fune con la mano destra e capovolge la clessidra che ha nella sinistra, mentre il turco gira la testa in direzione della morte; a questo punto dalle due finestrelle esce il corteo con i dodici apostoli che, a coppie di due a due, si inchinano alla folla.


Prima esce San Paolo, con in mano un libro e una spada, poi Tommaso, con una lancia, Giuda che porta un libro, Simone con una sega e Bartolomeo con un libro. Dalla seconda finestra, escono Pietro con una chiave, Matteo con un'ascia, Giovanni con un serpente, Andrea e Filippo con una croce e Giacomo con una mazza. Rientrato il corteo, il gallo che si trova sopra le finestre dell'orologio canta l'ora suonata.
Secondo appunto la leggenda, dopo aver realizzato l'orologio di Praga, molte commissioni arrivarono al maestro Hanuš. Temendo che potesse progettare un orologio ancora più bello per  qualche altra città, facendo cosi perdere un prezioso simbolo di Praga,  alcuni consiglieri ordirono un piano terribile: invece di premiarlo, lo accecarono con un ferro rovente, in modo che non potesse progettare più nulla. Quando riuscì a riprendersi, il maestro si fece portare all'orologio: non potendo più vedere la sua meravigliosa creazione, desiderava almeno toccarla. Solo lui sapeva come funzionava. Avendo scoperto la motivazione dell'orribile atto che lo aveva reso cieco, Hanuš danneggiò l'orologio. Per tanti anni nessuno fu in grado di ripararlo. Il suo silenzio ricordò a tutta la  città l'ingratitudine di cui fu vittima il povero maestro... ma i più maliziosi pensano sia una storia per giustificare i ripetuti periodi di non funzionamento.

Beniamino Colnaghi

sabato 22 gennaio 2022

 


27 gennaio: “Giorno della Memoria”

La strage nazifascista di Fragheto, compiuta il 7 aprile 1944

L’articolo 1 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definisce così le finalità del Giorno della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

Nei primi mesi del ’44, quando furono avviati i lavori della Linea Gotica, la Germania nazista stava già riscontrando delle difficoltà nella conduzione del conflitto,  e cominciava a scarseggiare in uomini, armi e mezzi. Così, le fortificazioni vennero costruite soprattutto sfruttando le risorse naturali presenti in loco, rinunciando quasi ovunque alle grandi opere in cemento armato. Stesso discorso per la manodopera: gli operai tedeschi dovettero essere integrati con quasi 50mila lavoratori italiani; reperiti spesso in modo coatto. Si trattò, insomma, di un apprestamento difensivo costruito “alla meno peggio”, ma alla prova dei fatti comunque efficace: strutturato come un sistema di posizioni su allineamenti progressivi,  bloccò gli Alleati per ben otto mesi. Nel complesso, la costruzione della Linea Gotica e le battaglie che vi si combatterono, determinarono un lungo periodo – circa un anno e mezzo – durante il quale l’Italia centrale fu scenario di primo piano degli eventi bellici.  La cosa non fu senza conseguenze, specie per i civili. A cominciare dal fatto che per rendere sicure le aree interessate dai lavori, i nazifascisti misero in atto contro partigiani e popolazione locale una vera e propria strategia del terrore: reparti addestrati compirono eccidi e stragi in molte località di Toscana, Marche ed Emilia-Romagna.

La Linea Gotica è di colore rosso

Tra l’8 settembre del ’43 e l’aprile del 1945 la violenza dei tedeschi contro i civili italiani fece registrare oltre 400 stragi, 280 nella sola Toscana. Alla fine, il bilancio fu di circa 15.000 vittime. Una lunga scia di sangue che accompagnò le truppe tedesche nella lentissima ritirata da Sud a Nord. A commettere tali esecuzioni collettive non furono soltanto i nazisti delle SS, ma anche i soldati della Wermacht e della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca. L’opera di questi reparti si dispiegò, principalmente, in prossimità di posizioni che lo stato maggiore tedesco in Italia aveva scelto come linee di arresto della avanzata alleata. E’ accertata anche la partecipazione attiva dei fascisti della Repubblica Sociale, dei “ragazzi di Salò”, la cui complicità alimenta un ricordo lacerante che resiste a ogni tentativo di “pacificazione”. Vennero poi i bombardamenti degli Alleati e, per finire, le distruzioni operate dai tedeschi al momento della ritirata.  Al termine, tra macerie e desolazione, restò solo una lunga scia di sangue. E a farne le spese furono quasi sempre le popolazioni dei piccoli paesi dell’Appennino, adiacenti a questa Linea difensiva nazista. 

A più di 75 anni di distanza, i resti della Linea Gotica e i luoghi della lotta partigiana sono ancora riconoscibili.
Nella zona dell’Alta Valmarecchia era intensa l’attività partigiana, sia dell’8ª Brigata Garibaldi Romagna sia della 5ª Brigata Garibaldi Pesaro, con interventi sempre più audaci ed efficaci. Su tutti l’occupazione di Sant’Agata Feltria del 3 aprile 1944, azione che vede la cattura dei gerarchi del paese, il sequestro di denaro e la distribuzione di viveri alla popolazione. I comandi fascisti sopravalutarono le forze partigiane. Questa situazione portò le forze nazifasciste ad organizzare un imponente rastrellamento il 6 aprile, mettendo in campo circa 600 soldati tedeschi e 150 militi fascisti. Le forze partigiane, subito avvertite di questa azione  repressiva, decisero di ripiegare.
Durante l'operazione di sganciamento, la 1ª Compagnia, comandata da Alberto Bardi (Falco), la meglio armata e la più agguerrita dell'intera Brigata, si fermò a riposare la notte del 6 aprile a Fragheto, frazione del comune di Casteldelci. La mattina successiva le vedette partigiane avvisarono che truppe tedesche si stavano avvicinando al paese; i partigiani decisero di affrontare il nemico, risalirono le alture circostanti in località Calanco e, giunti in posizione favorevole, attaccarono di sorpresa i reparti tedeschi. Nello scontro a fuoco morirono numerosi tedeschi e tre partigiani.
Subito dopo l’assalto i partigiani continuarono la loro azione di ripiegamento, lasciando però uno di loro gravemente ferito nella casa di un contadino locale. Nelle ore successive del 7 aprile, quattordici soldati tedeschi dello Sturmbattaillon OB Südwest, coinvolto nello scontro precedente con i partigiani, giunti a  Fragheto, entrano in molte case della frazione ed uccidono, in rapida sequenza, 30 persone, sterminando intere famiglie, soprattutto donne, bambini e vecchi. I giovani e gli uomini del borgo si erano in precedenza nascosti nelle vicinanze, perché avvisati dai partigiani di un'imminente incursione nazista e, forse sottovalutando la possibile vendetta dei tedeschi, avevano pensato che nulla sarebbe stato fatto a donne, bambini e vecchi e che solo gli uomini sarebbero potuti diventare oggetto di rappresaglia, in quanto possibili fiancheggiatori dei partigiani. Durante l’eccidio venne trovato e ucciso il partigiano ferito e tutti i membri della famiglia che lo ospitava. Successivamente bruciarono le case e la canonica della chiesa.
Sempre a Fragheto, durante la medesima operazione militare, vennero uccisi dai tedeschi cinque partigiani catturati nei giorni precedenti. La tragedia di quel rastrellamento termina il giorno seguente con l’assassinio di altri sette partigiani e un renitente alla leva nei pressi di Senatello, un piccolo borgo medioevale sito sul confine tra Emilia-Romagna e Toscana, nel comune romagnolo di Casteldelci, da parte dei militi fascisti  della Guardia Nazionale Repubblicana, nel luogo ora denominato “Ponte degli 8 Martiri”.

La lapide commemorativa eretta in ricordo dell'efferato eccidio


Nel dopoguerra fu avviato un processo a carico degli autori dell'eccidio, ma venne interrotto nella fase istruttoria e i relativi incartamenti confluirono nel gruppo di fascicoli conservati per decenni nel famoso “Armadio della vergogna”. Nel 2006 è stato riaperto il caso da parte della Procura Militare di La Spezia. Nel 2008 il fascicolo è passato alla Procura Militare di Verona a seguito della soppressione della Procura spezzina. Nell'anno 2011 è iniziato il processo in contumacia a carico dei tre unici ufficiali tedeschi appartenenti al battaglione ancora viventi (Karl Schäfer, Karl Weis e Ernst Plege), rinviati a giudizio con l'imputazione di omicidio plurimo aggravato: in esso si sono costituiti parte civile la Provincia di Pesaro e Urbino, il Consiglio dei ministri, la Regione Emilia-Romagna, la Provincia di Rimini, l'Anpi nazionale e nove parenti delle vittime. Il 7 febbraio 2013 il Tribunale Militare di Verona in assenza di prove certe ha assolto due imputati; nessun verdetto è stato possibile emettere sul terzo imputato, Schäfer, in quanto deceduto durante il corso del processo.

Breve considerazione finale.

L’eccidio di Fragheto causa il 7 aprile 1944 la morte di 30 civili, circa la metà della popolazione del piccolo centro, senza che sia riservata alcuna distinzione o pietà per l’età, per il sesso o per le condizioni di salute delle persone trucidate. Il giorno successivo (8 aprile) presso il ponte di Casteldelci, previe sevizie, otto giovani, presunti partigiani, vengono fucilati, senza procedere ad alcuna identificazione e i loro corpi oltraggiati. Ciò che è accaduto in quei giorni rappresenta uno degli episodi più dolorosi e gravi che abbia subito quel territorio durante la seconda guerra mondiale. Quella tragedia costò, quindi, 38 vite umane tra la popolazione civile, 38 omicidi perpetrati su donne, anziani, bambini, senza risparmiare neonati, infermi, ragazze in attesa. La strage di Fragheto è il più rilevante ed emblematico episodio di una serie di crimini perpetrati su cittadini inermi durante il periodo dell’occupazione nazifascista. Uno stillicidio di violenze accompagnato da una scia di sangue che hanno lasciato profonde ferite nelle comunità locali. Poi il dolore, l’inerzia delle istituzioni statali, la frenesia della ricostruzione hanno spesso, negli anni successivi alla guerra, relegato nell’oblio o su una muta lapide il ricordo dell’orrore vissuto.

 

Beniamino Colnaghi

 

giovedì 23 dicembre 2021

Il Blog Storia e storie di donne e uomini 

augura buon Natale e sereno anno nuovo


Verderio

giovedì 18 novembre 2021

 Ul Cagiada, personaggio tipico della Brianza di un tempo

 “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda

 e come la si ricorda per raccontarla.”

Gabriel Garcia Marquez

Non esiste una regola generale, che io sappia, ma quando si raccontano delle storie, a volte è utile iniziare con un aneddoto, un ricordo personale. Ed io comincerò così a raccontare questa storia.
Quasi certamente era il 1962, un giorno lavorativo. Mia nonna Clelia mi portò con sé nella Cùrt di Giòn, una trentina di passi dalla corte dei Barbìs, dove abitava la mia famiglia. Oggi corrisponde al civico numero 3 di via Angolare, Comune di Verderio ex Superiore. Lei era nata lì, in quella porzione stretta e angusta del centro storico, e lì abitò fino al 30 gennaio 1926, quando si sposò con mio nonno Beniamino. In quel cortile viveva suo fratello Alessandro, Sonder, con la moglie ed una figlia non maritata. Nel 1962 frequentavo le scuole elementari e ricordo limpidamente che indossavo il grembiulino nero, ornato dal colletto bianco e dal fiocco dello stesso colore. Mia nonna, alla quale i miei genitori diedero il compito di accudirmi dopo l’uscita da scuola, aveva fretta. Era una donna spiccia e pratica, diretta, alle volte un po’ brusca nei modi, ma generosa e di buon cuore. “La mamma ed il papà sono al lavoro, vieni con me, dobbiamo andare a casa dello zio Alessandro” mi disse quasi trafelata. Evidentemente doveva dire qualcosa a suo fratello, pensai, e non voleva lasciarmi solo in casa.
Non saprei dire perché quel preciso fatto mi sia rimasto impresso nella mente per così lungo tempo. Piccoli particolari come ne avvengono milioni nella nostra vita, per nulla significativi, privi di qualsiasi rilevanza e motivo di interesse. Il cervello umano si comporta così ed a volte facciamo fatica a comprenderne i meccanismi. Alcuni fatti ci rimangono impressi tutta la vita, di altri il cervello se ne libera apparentemente in fretta, salvo poi estrarli da qualche “cassettino” al momento opportuno.
Oltrepassato il portone d’ingresso del cortile vedemmo il fratello di mia nonna seduto su una vecchia sedia di legno, di quelle con la seduta impagliata, con un braccio legato al collo. Alessandro si lamentava per la contusione alla spalla ed al braccio, procuratagli da una disattenzione che lo mandò a sbattere contro un carro agricolo in movimento.
Sonder, classe 1902, mi ispirava simpatia; era un tipo espansivo e chiacchierone, con il timbro di voce inconfondibile ed un’andatura leggermente dinoccolata. Sua moglie Giuseppina stava attendendo l’arrivo di mia nonna affinché l’aiutasse a sbendarlo ed a praticare un massaggio sulla parte dolorante, a base di sungia, in italiano strutto o sugna, una pasta bianca ricavata dalla fusione a vapore dei tessuti adiposi interni del maiale. In quegli anni nei quali il boom economico stava timidamente entrando anche nelle case delle classi sociali meno abbienti, la fame consigliava di non buttare via niente e la sungia, oltre che in cucina, veniva usata anche come unguento e medicamento. Ricordo che capitò anche a me, da ragazzino, “subire” un massaggio a base di sungia quando slogai una caviglia giocando a pallone nel campetto dell’oratorio. La sungia e alcuni giorni di riposo avrebbero fatto ritornare l’arto come nuovo.
Il capannello di persone che nel frattempo si era formato, intento a raccontarsi spassosi e imperdibili pettegolezzi di paese, spostò la mia attenzione su una grande marmitta colma di cagiada, ottenuta dal latte cagliato, adagiata sul davanzale della finestra di Antonia Cassago, che in paese era conosciuta col soprannome di Balùna. In dialetto brianzolo il termine balòn indica il pallone da calcio, oppure una persona che racconta dei fatti ingigantendoli oltremisura, che “le spara sempre grosse”: un casciaball, un balòn, appunto. Antonia aveva sposato Giovanni Riva, detto Gion, classe 1902, di cui ho avuto modo di parlare nel post Ambrogio Colnaghi, “Ul Campée” di Casa Gnecchi, pubblicato il 3 marzo 2012.
Ad una mia domanda sulla cagiada, mia nonna rispose dicendo che i contadini la mangiavano spesso, perché fresca e salutare, oppure la utilizzavano per fare il formaggio. Aggiunse, inoltre, che il termine veniva spesso usato come soprannome per individuare una persona, secondo alcune caratteristiche fisiche o caratteriali, oppure per prenderlo in giro. In ogni paese, anche in quello più piccolo, c’era qualcuno a cui veniva affibbiato tale soprannome. A Verderio Superiore il termine cagiada venne dato all’Alfredo, un uomo dai modi cortesi, distinto e sempre molto elegante, per via del fatto che fece per gran parte della sua vita il commesso in alcuni negozi di abbigliamento a Milano.  


Sopra, la corte dei Barbìs, sotto, il portico di accesso alla corte dei Giòn

 

Durante la mia infanzia mia nonna mi raccontò alcune storie, filastrocche popolari e brevi racconti, tramandati dalla tradizione orale contadina. Avendo perso la madre pochi giorni dopo il parto, mi confessò che le storie le aveva imparate dalla viva voce di sua nonna Virginia, da una amorevole zia che la crebbe e da altre donne che popolavano le stalle in inverno ed i portici dei cortili durante la bella stagione. La maggior parte dei suoi racconti li ho purtroppo dimenticati. La mia memoria ha trattenuto dei frammenti di alcune tra le fiabe più raccontate ai bambini in quegli anni e di una storia “fantastica” che narrava di alcuni ladroni che rubavano oggetti preziosi e monete d’oro nelle case dei ricchi e andavano poi a nascondersi in grotte e spelonche, distribuendo poi il bottino ai poveri. Erano una specie di Robin Hood brianzoli. Quella che, invece, ricordo meglio riguarda appunto le vicissitudini di un uomo che veniva soprannominato Cagiada. Penso si trattasse di una storia vera, una di quelle storie che narravano le gesta di uomini e donne realmente vissuti, sulle quali, però, venivano costruite e modellate variabili in funzione dei luoghi e delle convenienze del momento.
In ossequio alla citazione di Gabriel García Márquez, la racconto così come la ricordo, naturalmente utilizzando termini diversi ma mantenendo la struttura del racconto la più fedele possibile.  
In un paese vicino a Verderio viveva un contadino di nome Pietro, detto Cagiada perché era ghiotto di quel fresco alimento. Quando però veniva a lui offerto, molto spesso lo rifiutava, salvo poi pentirsene. Istu, accidenti, diceva alla moglie, stamattina sono andato a casa di un mio amico a svolgere un lavoro e sua moglie mi ha offerto una tazza di cagiada con la polenta, ma io ho rifiutato. 
Il Pietro era un brav’uomo, un gran lavoratore, ma era molto umile e timido. Di mestiere faceva il cavallante (sui cavallanti, post pubblicato nel giugno 2015), oltre a qualche altro lavoretto per tirare a campare. Possedeva un carro ed un cavallo che utilizzava per il trasporto di merci, oppure che metteva a disposizione, dietro compenso, a chi avesse avuto necessità di trasportare qualsiasi cosa. In quegli anni, i contadini, non essendoci molte disponibilità economiche, venivano spesso pagati con i prodotti della terra o con il lavoro: farina, uova, latte, uso dei carri o prestazioni di manodopera. Ma lui, essendo timido, non osava chiedere, preferiva che fossero gli altri ad offrire. Essendo un fervente credente in Dio, sperava nell’intervento della Provvidenza e nella benevolenza del prossimo. Per sua fortuna non aveva una famiglia numerosa da sfamare. Sua moglie gli aveva dato due figli: un maschio ed una femmina, la quale si era maritata presto, trasferendosi in un piccolo paese nei pressi di Como. Era stata fortunata, la ragazza. La famiglia di suo marito possedeva, da almeno un paio di generazioni, un piccolo laboratorio per la produzione di merletti e pizzi. Anche lei, però, si era data da fare ed aveva contribuito al benessere della famiglia: con la bicicletta, alla quale erano state applicate due grosse ceste di vimini, girava in lungo ed in largo i paesi della zona a vendere le merci che la famiglia di suo marito produceva. Pietro era orgoglioso di sua figlia, anche se non lo lasciava trasparire alla gente, tanta era la sua modestia.  
Del figlio maschio, invece, era insoddisfatto. Era un poco di buono, diceva agli amici più intimi. Lo classificava un lazzarone, uno che a vent’anni non aveva ancora combinato niente di buono. I suoi sfoghi avvenivano principalmente dentro le mura domestiche e nell’osteria gestita da uno dei suoi più cari amici.
Un giorno entrò nel cortile dell’osteria, appoggiò la vecchia bicicletta al muro e si diresse verso la porta d’ingresso. Entrato, si sedette vicino al camino acceso e l’oste gli portò la solita ciotola del vino. Pietro teneva gli occhi fissi sul fuoco e scuoteva la testa, in maniera quasi ossessiva, lamentando il fatto che se non fosse andato lì, sarebbe diventato matto, tanta era la sua insoddisfazione verso il figlio. L’oste cercò di consolarlo giustificando il fatto che i giovani erano così e che non dovesse farsi venire il sangue amaro.
Il Pietro raccontò al suo amico oste che quando andava al cimitero a far visita ai suoi morti, guardava le loro fotografie e gli pareva che anche loro fossero preoccupati di quei conflitti generazionali. Hanno lavorato tanto anche loro, diceva, hanno risparmiato tutta la vita ma non hanno mai messo il naso fuori dal paese. Il padre di Pietro lavorava sei giorni la settimana, andava in chiesa la domenica mattina e nei giorni di festa ed il pomeriggio andava in osteria, sempre seduto allo stesso posto, dov’era lui adesso.
Il Cagiada accostò la ciotola alle labbra, sorseggiando piano e asciugandosi poi col dorso della mano, mentre i baffi luccicavano di rosso. Si alzò lentamente, pagò il conto e si diresse verso l’uscita. Fu l’ultima volta che il suo amico oste lo vide nella sua osteria. Una settimana più tardi, Pietro, detto ul Cagiada, morì nel suo letto. Non aveva ancora compiuto sessant’anni. Di crepacuore, disse maliziosamente la gente del paese, per via di quel figlio scansafatiche.  
Morto il padre, il ragazzo andò a vivere dalla sorella, vicino a Como. Suo cognato lo ospitò, insieme alla madre, ma parlò chiaro. Disse che gli avrebbe dato un posto di lavoro ma che avrebbe dovuto piegare la schiena e rigare diritto, altrimenti gli indicò la porta.
Mise la testa a posto, il figlio del Cagiada. Si sposò con una ragazza svizzera, ebbe tre figli ed il primogenito lo chiamò Pietro, in ricordo di suo padre.

Beniamino Colnaghi