Il Ghisallo, dal santuario della Madonna, patrona dei ciclisti, al museo del ciclismo
Beniamino Colnaghi
La Storia attraverso personaggi, luoghi ed eventi, nonchè storie di donne e uomini, non sempre potenti e famosi, spesso semplici e umili persone che, grazie al loro lascito di memorie e testimonianze quotidiane, ci consentono di conoscere meglio il loro tempo ed approfondire il nostro passato. Blog senza fini di lucro, che tratta argomenti storici, culturali e di costume.
Il Ghisallo, dal santuario della Madonna, patrona dei ciclisti, al museo del ciclismo
Beniamino Colnaghi
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Prima
guerra mondiale I profughi
veneti e friulani dopo Caporetto Il 23 maggio 1915,
il Regno
d’Italia, sotto il governo del primo ministro Antonio Salandra,
dichiara
guerra all’Impero austro-ungarico, entrando
così nella Prima
guerra mondiale a fianco dell’Intesa, composta da
Repubblica
Francese, Impero Britannico e Impero Russo.
La
dichiarazione di guerra italiana contro Austria e Ungheria costrinse gli
abitanti delle aree in prossimità della linea del fronte, che si estendeva
dall’alta Val Camonica, al Cadore, alla Carnia, sino alla valle dell’Isonzo,
ad abbandonare le loro case. Centinaia di migliaia di persone si trovarono ad
essere evacuate e trasferite in ogni parte del Paese. Un allontanamento
affrettato e sofferto che si sarebbe
protratto per quattro interminabili anni, a cui sarebbe seguito il
rimpatrio in luoghi che non erano più gli stessi, completamente distrutti
dalla guerra, impoveriti nella terra e negli uomini. Proprio il tragico e
diretto coinvolgimento della popolazione civile fece della Grande Guerra un
conflitto totale, condizione che avrebbe raggiunto il suo apice nell’autunno
del 1917 quando, in seguito alla disfatta di Caporetto, l’invasione da parte
dei nostri nemici del Friuli e dell’alto Veneto spinse oltre il Piave
centinaia di migliaia di civili. Un esodo del tutto imprevisto e dai risvolti
drammatici, parallelo alla ritirata dell’esercito italiano. L’Isonzo è oggi il fiume condiviso fra
Italia e Slovenia. La sua posizione l’ha portato ad essere teatro
naturale dello scontro fra italiani e austro-tedeschi, con le famose
battaglie che dal giugno 2015 al novembre del 2017 hanno infiammato il
fronte. Parliamo appunto delle battaglie dell’Isonzo di cui l’ultima, la
dodicesima, è quella di Caporetto. Dopo le
sconfitte delle precedenti battaglie, nell’autunno del 1917
l’Austria-Ungheria cerca un colpo forte per ribaltare l’inerzia della guerra.
La Russia, che si è sfilata intanto dal conflitto, scoprendo il proprio
fronte di guerra più a est, ha consentito all’Impero di godere di un
sostanzioso appoggio tedesco. Sul confine italiano vengono ammassati così
uomini e mezzi, al comando del generale tedesco Otto Von Below. Il 22 ottobre il generale firma l’ordine di
attacco e la mattina del 24 inizia l’offensiva contro l’Italia, in particolare
contro la II Armata. Il fronte italiano si snocciola come un rosario lungo
l’Isonzo, dalla conca di Plezzo fino al mare. Si distacca dal tracciato solo
per seguire i fianchi del monte Tolmino. Il fronte è difeso da diverse
armate, ma dove si scatena principalmente il fuoco austro-tedesco è sulla
testa di ponte del Tolmino, dove si trova la II Armata. L’attacco prevede il
lancio di gas e granate, ad accompagnare le incursioni delle truppe d’assalto
nemiche. Sono queste truppe la variabile impazzita che spezza la difesa
italiana, disposta sul campo con una formazione troppo offensiva. L’eccessivo,
e classico, sbilanciamento in avanti della difesa italiana, unito al diffuso
scoramento morale dei nostri soldati ed al malcontento degli ufficiali, giocherà
a favore delle truppe d’assalto avversarie, che, in poco tempo spezzano la
linea italiana. La II Armata si trova presa a tenaglia da nord e da sud,
sfasciandosi. Come detto la maggior parte delle truppe italiane
erano ammassate in prima linea, così che una volta superata questa, agli
invasori si apre la discesa in direzione di Cividale e di Udine.
La ritirata dell'esercito italiano dopo Caporetto La prima
conseguenza di Caporetto è il senso di sconfitta che assurgerà poi a simbolo.
A differenza di altre sconfitte, non troppo diverse nell’entità ma che sono
state assorbite nel grande gioco della guerra, Caporetto diventa un trauma
con cui fare i conti. A differenza di altri eserciti che in quella stessa
guerra avevano subito sconfitte più cocenti, concedendo all’avversario molti
più chilometri di suolo patrio, quello italiano viene messo sotto accusa.
Le
ripercussioni sono anche di carattere politico: cambiano il governo e i
vertici militari. Il comandante supremo del Regio Esercito italiano, Luigi
Cadorna, viene sostituito dal generale Armando Diaz. Cadorna paga anche per gli errori di alcuni suoi
generali ed anche per il famoso bollettino
del 28 ottobre, uscito dopo Caporetto, in cui accusa di vigliaccheria
alcuni reparti.
Eppure fra
le conseguenze di Caporetto si può annoverare, non troppo forzatamente, la
vittoria della guerra. Non solo per la svolta psicologica che fa nascere la voglia
di riscatto, la mistica del Piave e poi di Vittorio Veneto. Ma anche proprio
da un punto di vista pratico. L’avanzata austro-tedesca si spinge infatti in
profondità nel territorio italiano, ma paradossalmente troppo. Questo
avanzamento non previsto ha comportato problemi logistici per le truppe
straniere. Questo mentre gli italiani vedono arrivare i treni a poche decine
di chilometri dal nuovo fronte, che rispetto al precedente è molto più corto
e quindi più facilmente difendibile. Le truppe d’invasione si trovano quindi
come propaggini che, invece di radicarsi, diventano rami secchi per la
mancanza di approvvigionamenti. Rami secchi che vengono risaliti
dall’esercito italiano e favoriscono l’attacco a tutta la pianta avversaria.
Capace di
scrivere l’epitaffio del nostro esercito, o di produrre la prova del
riscatto, in questo Caporetto getta le basi per la vittoria della guerra. Per
usare la retorica dannunziana, la morte di Caporetto precede la resurrezione
dell’esercito italiano, che troverà il proprio simbolo nella battaglia di
Vittorio Veneto.
Sono due i
luoghi simbolo della Grande Guerra italiana, così come sono due i fiumi
legati a questi eventi. Se l’Isonzo
vedrà passare lo straniero dopo Caporetto, il Piave sarà lo scoglio dove l’ondata austro-tedesca si
schianterà. La battaglia di arresto avviene a poche settimane da Caporetto:
trentacinque divisioni italiane respingono cinquantacinque divisioni
avversarie lanciate sulle ali dell’entusiasmo.
Con la
seconda battaglia del Piave nel giugno 1918 viene spenta l’ultima grande
offensiva austro-tedesca e si apre la strada per la vittoria finale,
annunciata dallo stesso D’Annunzio con il volo su Vienna. L’impero sta
collassando, mentre l’esercito italiano ha fatto diventare l’onta di
Caporetto un vessillo di riscatto da piantare in campo avversario.
Quattro mesi
più tardi si gioca la battaglia decisiva. Il monte Grappa e il Piave
diventano i punti di scontro che porteranno l’esercito italiano a sfondare le
linee nemiche e inseguire l’esercito avversario fino alla firma
dell’armistizio. Riprendendo
ora il racconto circa l’esodo biblico che coinvolse, loro malgrado, intere
comunità di friulani, giuliani, trentini e veneti, che scapparono
dall’invasore austro-tedesco, occorre ricordare che furono soprattutto donne,
vecchi e bambini ad abbandonare repentinamente la propria terra, la propria
casa, gli affetti, in quella che fu la più grande tragedia collettiva della
Grande Guerra. In pochissimi giorni si moltiplicò il numero dei profughi,
dilaniati dal dilemma se fuggire di fronte al nemico o subirne l’occupazione.
Come le evacuazioni di inizio conflitto avevano dimostrato (vedasi, a tale
proposito, i due post a margine, sui deportati della Valle di Ledro) anche
nel ’17 la maggior parte delle famiglie era costituita da una ragguardevole
componente femminile, alla quale, in assenza dei mariti, toccò il compito di
scegliere se abbandonare le proprie case, le bestie, i campi. Per le donne
l’ultimo anno di guerra fu un periodo terribile a causa delle divisioni
familiari, con gli uomini al fronte, o comunque lontani per lavoro, e una
parte dei propri cari nel Friuli e nel Veneto occupati.
La fuga dei
profughi italiani in quell’autunno è difficile sia per le condizioni delle
strade di allora, sia per l’ostilità che incontrano: alcuni, cercando di
evitare i ponti e le vie principali, muoiono annegati nei fiumi in piena. Si
accampano dove possono, finché il governo del Regno d’Italia non decide di
farsene carico, promuovendo un piano di ricollocamento in varie regioni. Non
senza difficoltà, sia perché questi profughi sono il simbolo della sconfitta,
sia soprattutto per la diffidenza delle popolazioni che dovrebbero ospitarli,
tanto che alcuni arrivi vengono organizzati di notte per evitare proteste. E’
fondamentale, scriveva il ministro Orlando ai prefetti del Paese, rendersi
conto “… delle necessità del momento che costringono il Ministero ad inviare
in tutte le Province migliaia di profughi di guerra… che senza indugio devono
essere alloggiate, nutrite, vestite e in ogni altra guisa materialmente e
moralmente soccorse” Nei primi giorni di
novembre del 1917 decine e decine di treni, o per meglio dire carri bestiame,
furono riempiti di profughi sotto una pioggia torrenziale.
Molti treni s’avviarono verso destinazioni ignote, almeno per gli stessi
profughi, comunque verso il Centro e Sud Italia. Il primo approdo fu
l’estremo lembo meridionale dell’Italia: la Sicilia. Gli altri furono sparsi
tra Campania, Calabria e Puglia. Nei piccoli paesi meridionali donne, vecchi
e bambini veneti e friulani vennero accolti negli edifici scolastici e in
strutture comunali o religiose. Ovunque vennero organizzate manifestazioni di
accoglienza, politicamente trasversali perché promosse con pari passione da
liberali e repubblicani, socialisti e cattolici, da comitati parrocchiali e
sindacali. A Bologna trovarono alloggio 8mila profughi, a Firenze 20mila
si sistemarono presso privati e 9mila trovarono alloggio in alberghi e pensioni. A Napoli vennero smistati 70mila profughi.
Milano, per
la sua posizione geografica, fu naturalmente snodo di passaggio dei profughi
verso altre regioni, ma anche centro di raccolta e accoglienza di una gran
numero di persone. Si calcola che in città furono accolti almeno 30.000
profughi, oltre a quelli in transito che vennero rifocillati e confortati.
L'organizzazione della assistenza si appoggiò alla ben collaudata struttura
del Comitato centrale di assistenza per la guerra che funzionava già dai
primi giorni del conflitto. Una Commissione di Assistenza ai profughi fu
creata appositamente dal Comitato per coordinare tutte le operazioni, con
sede nell'ex Teatro San Martino, in piazza Beccaria. Umanitaria e Bonomelli
misero a disposizione le loro strutture di piazza Miani (Casa Emigranti e
Ospizio) e altre allestite temporaneamente per fornire un ricovero
provvisorio, pasti, indumenti, cure mediche a chi giungeva a Milano, in
attesa di proseguire il viaggio verso un'altra città. Lungo la strada vennero
assistiti dal Comitato tra profughi udinesi e friulani, che provvedeva anche
a consegnare le tessere per le distribuzioni nei punti di ristoro
Tra ottobre
e novembre l'Umanitaria assistette circa 50.000 profughi, la Bonomelli altri
15.000. Tra gli accolti numerosi furono i bambini smarritisi dalle proprie
famiglie; ricoverati temporaneamente negli istituti cittadini, in seguito
furono ricongiunti con i genitori o con i parenti. A novembre solo
l'Umanitaria ne raccolse 95 affidandoli all'Asilo Mariuccia, all'Istituto
Derelitti, all'Unione Femminile, ecc. Nei primi giorni dell'esodo,
l'eccezionale afflusso di persone a Milano, divenuto centro di smistamento
dei profughi che soggiornarono più a lungo del previsto per la saturazione
degli altri luoghi di accoglienza, fece sì che le strutture dell'Umanitaria e
della Bonomelli, preparate per ricevere 2.000 persone di passaggio, ne
alloggiassero oltre 6.000.
Il Comune
aprì un rifugio per 400 profughi, prevalentemente inabili al lavoro, nella
Villa Reale di Monza e la Croce Rossa Americana approntò un ospizio in via
Giusti. Generose offerte di privati misero a disposizione anche altri locali
in abitazioni civili. Gli uffici comunali stimarono circa 12.000 sfollati
dimoranti stabilmente a Milano.
Nei mesi
successivi si provvide al collocamento al lavoro di chi si era stabilito in
città, come personale di servizio, operai, negli uffici pubblici o come
rimpiazzi di coloro che si trovavano al fronte. Vennero elargiti sussidi,
anche da parte del Comitato tra profughi udinesi e friulani, da quello
Veneto, e dalla Commissione per l'Emigrazione Trentina già presenti a Milano,
per il pagamento degli affitti e l'acquisto di masserizie. Questi aiuti si
aggiungevano al sussidio erogato dallo Stato. Secondo il censimento fatto dal
Ministero delle Terre Liberate, nel novembre 1918 a Milano i nuclei
famigliari dei profughi residenti in città erano 17.058, i profughi irredenti
8.944, per un totale di 47.614 persone.
La resa
degli imperi centrali e la fine della guerra non risolsero immediatamente le
cose. Il rientro dei civili era impedito dalla distruzione di molti luoghi
d’origine dei profughi e dalla necessità di bonificare le aree e iniziare a
ricostruire. Tra la tarda primavera e l’estate del 1919 il rimpatrio delle
famiglie venete e friulane ebbe un’accelerazione, per protrarsi anche nei
mesi successivi.
Ma molte
famiglie di profughi decisero di rimanere nelle città e nei luoghi che le
avevano benevolmente ospitate durante quei terribili mesi.
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Beniamino Colnaghi
Deportati Valle di Ledro: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2017/11/la-valle-di-ledro-e-la-boemia-storie-di.html
Integrazione: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2018/10/i-profughi-della-valle-di-ledro.html
Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto: I profughi in Italia durante la Grande Guerra, Edizione Laterza.
Chi è Antonio Ghislanzoni (Barco di Maggianico, Lecco, 25 novembre 1824 – Caprino Bergamasco, 16 luglio 1893)?
Intanto fu compagno di Antonio Stoppani alla scuola elementare poi, per volontà del padre direttore dell’ospedale cittadino, entrò in seminario dal quale venne espulso a causa del suo carattere insofferente e di rifiuto verso l’autorità e l’educazione religiosa. Si iscrisse a medicina ma restò affascinato dal mondo della musica, tanto da non concludere gli studi per dedicarsi al canto, firmando un contratto come primo baritono assoluto per il teatro Carcano di Milano. La sua versatilità si manifestò anche grazie a innumerevoli collaborazioni con quotidiani e periodici, che pubblicavano spesso suoi romanzi e racconti. Unitamente alla prosa si dilettò anche con la poesia.
Musica e scrittura si intrecciano facendolo emergere come uno delle figure di rilievo nel campo dei librettisti d’opera, tratto per il quale è maggiormente conosciuto.
Portò il nome di Lecco nel mondo grazie all’opera più celeberrima di Giuseppe Verdi, per il quale scrisse il libretto dell’Aida. Per lo stesso compositore realizzò anche la nuova stesura della Forza del destino e tradusse la versione italiana del Don Carlos.
Fu autore di oltre 60 libretti, fra i quali, oltre all'Aida, I Lituani e Il parlatore eterno per Amilcare Ponchielli, Salvator Rosa e Fosca per Antonio Carlos Gomes, Papà Martin e Francesca da Rimini per Antonio Cagnoni, I promessi sposi per Errico Petrella. Scrisse inoltre i versi della cantata A Gaetano Donizetti, di Ponchielli.
Pubblicò il volume Reminiscenze artistiche, che contiene notizie sul pianista Adolfo Fumagalli e un episodio intitolato La Casa di Verdi a Sant'Agata, nonché il romanzo apocalittico Abrakadabra - storia dell'avvenire (1864-65). Questo e altri racconti di fantascienza umoristica ne fanno uno dei primi autori italiani di tale genere.
Antonio Ghislanzoni fu vicino alle idee politiche di Mazzini, la sua collaborazione con giornali repubblicani lo costrinse a rifugiarsi in Svizzera. Fu ugualmente arrestato dai francesi e deportato in Corsica. Dopo la Seconda guerra di Indipendenza (1859) a Milano si lega al gruppo degli Scapigliati(1), ma appartiene alla generazione “di frontiera”, ossia “di periferia” di quel movimento.
Da Milano il movimento della Scapigliatura si sposta “in periferia” e si estende fino al Lecchese e Ghislanzoni ne rappresenta l’essenza, nel senso che la sua vita e la sua opera è come se del movimento correggessero gli eccessi, tramite il sano respiro della provincia lecchese, moderata, pettegola, modesta.
Nella sua personalità esuberante si assommano sia le componenti ribellistiche ed eversive sia i fascinosi e suggestivi influssi del territorio di Lecco da lui descritto con dovizia di particolari nelle sue numerosissime opere.
Ghislanzoni, quindi, può essere considerato uno degli intellettuali più vivaci, interessanti e ricchi produttivamente della cultura lombarda, non solo scapigliata, che va da Bonvesin de la Riva e giunge fino a noi tramite il Verri, il Beccaria, il Parini, il Manzoni, il Testori, il Gadda, il Pontiggia... Fu uno spirito singolarmente autocritico fino al sarcasmo di se stesso, come emerge da una sua nota autobiografica, riportata in Pagine di vita lecchese 1963-1964, pubblicazione della città di Lecco in occasione delle celebrazioni nel settantesimo della sua scomparsa.
Nel 1857 contribuì a fondare il giornale umoristico L'Uomo di Pietra. Diresse L'Italia musicale; fu redattore della Gazzetta musicale di Milano; diresse e collaborò a La rivista minima e più tardi, ritiratosi a Lecco, pubblicò il Giornale-Capriccio.
Tante furono le collaborazioni alle numerose testate che ospitano suoi romanzi a puntate, racconti, recensioni, interventi di varia natura. Ma non manca l'attività creativa vera e propria: narrativa e poesia. Per la poesia ricordiamo Libro proibito, un grande successo, tanto che nel 1890 giungerà alla settima edizione. «I versi del Libro proibito», scrive Gilberto Finzi, «riprendono un'atmosfera polemica d'epoca che non tocca, forse nemmeno sfiora, la poesia, ma che bene riconducono a momenti collaterali tipici della Scapigliatura».
Morì all'età di 69 anni e ricevette sepoltura nel Cimitero monumentale di Lecco.
(1)
Scapigliatura (dal sito dell’enciclopedia
Treccani)
Va sotto questo nome un movimento letterario al quale diede vita in Milano, tra il 1860 e il 1870, un gruppo di scrittori e di artisti, diversi per temperamento, ma concordi nell'avversione al gusto dominante e alla tradizione, unanimi nella volontà di difendere l'autonomia dell'arte, di richiamarla a un più intimo contatto con la vita, a una più essenziale sincerità d'ispirazione, a una più spontanea immediatezza d'espressione. Sotto un certo aspetto la scapigliatura può essere considerata anche come un fenomeno politico e morale. Fu un tentativo d'agitare le acque della vita italiana stagnanti in un facile e ozioso quietismo, una reazione contro lo spirito borghese, pratico, utilitario, contro la povertà e la grettezza spirituale in cui si spegnevano gli eroici bagliori del Risorgimento. Al decadere degl'ideali artistici, all'orgogliosa retorica appresasi alla coscienza nazionale nel primo decennio che seguì alla formazione del regno d'Italia, il Carducci oppose la virile disciplina del suo rinnovato classicismo; gli scapigliati cercarono di evaderne attraverso una più decisa e integrale esperienza romantica. Alla radice della loro ribellione è l'oscura intuizione di una lacuna congenita all'origine del romanticismo italiano, di una deviazione implicita nel suo svolgimento. Per circostanze strettamente aderenti alla vita italiana nella prima metà del secolo scorso, gli scrittori romantici italiani, sottraendosi alla suggestione di molteplici e complesse esperienze europee, avevano risolto il fermento delle dottrine novatrici nel concetto di un'arte nazionale, popolare, espressione di comuni esigenze, di comuni passioni, di comuni ideali. Più che ascoltare sé stessi avevano mirato a riconoscersi negli altri, avevano chiesto al sentimento concorde e al generale consenso la consacrazione della loro originalità costruttiva. Così il romanticismo italiano s'era configurato con una sua fisionomia ben distinta nel quadro più vasto del romanticismo europeo; ma col venir meno delle ragioni che ne avevano assicurato la vitalità, quel suo particolare carattere era degenerato in un convenzionalismo fiacco, impersonale, incolore. Gli scapigliati si atteggiarono a novatori: erano in realtà spiriti malati di stanchezza e di decadentismo, figli di un'epoca di dissoluzione, prigionieri d'un passato che pesava sulla loro illusione di riconquistare una perduta giovinezza. Proclamarono i diritti dell'Io onnipotente, si sforzarono di costringere il mondo nella sfera della loro inquieta individualità perseguirono il miraggio ingannatore e fuggevole dell'originalità a ogni costo: ma da una parte ripresero e rielaborarono con più o meno inconscio eclettismo spunti e motivi che già avevano avuto il loro svolgimento attraverso un cinquantennio di vita intellettuale europea, dall'altra lasciarono in eredità all'avvenire poco più che un quadro di presagi e una cronistoria di tentativi falliti. Per alcuni aspetti esteriori e per certe singolarità in che amarono atteggiarsi, gli scapigliati ricordano la bohème letteraria francese ch'ebbe in Murger un cronista indulgente e suggestivo, ma l'ostentazione è soltanto alla superficie della loro ribellione, che nasce da esigenze profonde e sincere e per molti si risolve in un vero e proprio distacco dalla vita e dalla realtà, in un dramma psicologico conclusosi nel suicidio o nella disfatta morale.
Si suole considerare come padre degli scapigliati il milanese Giuseppe Rovani, che ebbe ingegno vigoroso e versatile, incline per natura al paradosso, e certe idee sull'affinità delle arti di facile voga presso un gruppo di scrittori e di artisti a lui legati da affinità spirituali e da libere e spregiudicate consuetudini di vita: orientando da una parte la forma letteraria e poetica verso il plastico, il pittorico e il musicale, e additando dall'altra un più vasto campo di esperienze alle arti sorelle. Continuatore, nelle opere di genere narrativo, della tradizione manzoniana del romanzo storico, ma dominato da esigenze più larghe d'autonomia fantastica, invece di calarsi nel mondo della sua finzione il Rovani lo domina dal di fuori, si contrappone a esso, lo soverchia con la sua individualità prepotente. Su questa strada, mirando alla totale liberazione dell'Io e a un lirismo essenziale, procedono gli scapigliati, seguendo ciascuno la propria indole e il proprio temperamento. Uno spirito inquieto fu Igino Ugo Tarchetti morto di tisi a 28 anni, autore di racconti e di liriche che contengono un tessuto acerbo e poco più che accennato di aspirazioni fugaci e mutevoli, d'impressioni continuamente ripiegate verso la confessione sentimentale e l'introspezione. Più ricca, più varia e promettente l'opera di Emilio Praga, che sarebbe stato il vero poeta della scapigliatura se una dolorosa involuzione non gli avesse isterilito l'ispirazione e distrutto la vita. Al gruppo degli scapigliati appartengono pure Arrigo Boito, musicista e poeta dall'ingegno audace, frenato da un'incontentabile disciplina; Giovanni Camerana che pose fine col suicidio a un'esistenza tormentata e pensosa; Carlo Pisani Dossi, scrittore immaginoso, stilista pittoresco, ragionatore e sottile, ma sopraffatto da un irreducibile egotismo, da un virtuosismo artificioso e sterile, da una perplessità inviluppata e amara; e ancora Salvatore Farina. Cletto Arrighi, Antonio Ghislanzoni, per non parlare dei minori e di quanti ebbero col movimento più incerti e indiretti rapporti. Fra questi Gian Pietro Lucini, nel quale si compie il processo di dissoluzione formale già implicito nell'estetica degli scapigliati.
Senza innestarsi profondamente nella storia della cultura e della vita morale italiane, la scapigliatura riflette una transizione caratteristica allo svolgimento del tema romantico nella vita moderna. Più che di un vero e proprio movimento letterario si tratta di una somma di esperienze individuali che offrono materia di studio non tanto per l'intrinseco valore di ciò che produssero nel campo dell'arte, quanto per la verità d'alcune intuizioni e per la vitalità di alcuni spunti destinati a ulteriori sviluppi e a più decisi approfondimenti.
Beniamino Colnaghi ![]()
Il firunatt, il venditore di castagne al forno nelle sagre e nei mercati brianzoli
Venditori di firon di castagne negli anni Cinquanta
Subito dopo la fine della guerra Busen, ormai quarantenne, aveva messo gli occhi addosso ad una donna del suo paese, non propriamente bella, ma tutta casa e lavoro. Si chiamava Maria Teresa. Aveva un viso tondo, un nasino che terminava a punta e due grandi occhi color castano. Era rimasta vedova e senza figli dopo una decina d’anni di matrimonio, a causa di una bruta malatia del marito, che lo portò via a 35 anni. Ritornò a vivere in cascina a casa dei genitori, svolgendo il lavoro di sarta in casa, come molte ragazze del tempo, ed occupandosi della gestione domestica e degli animali della stalla, che permettevano alla sua famiglia di vivere dignitosamente.
Beniamino Colnaghi
27 gennaio: “Giorno della Memoria”
La storia di Fabrizio
Collini
L’articolo 1 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definisce così le finalità del Giorno della Memoria:
«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio,
data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della
Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo
ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli
italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché
coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto
di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e
protetto i perseguitati».
27 maggio 2001. Berlino, lussuoso
hotel adiacente alla Porta di Brandeburgo. Sul pavimento della “Brandenburg
suite” viene trovato riverso a terra il corpo di un ultraottantenne. L’aspetto
distinto, se non fosse per quei proiettili che gli sono penetrati nell’occipite,
uno fuoriuscito dall’altra parte portandogli via metà faccia, facendo schizzare
ovunque sangue e massa grigia. La cameriera ai piani ed alcuni clienti
dell’hotel hanno visto un uomo dall’aspetto corpulento aggirarsi intorno alla quella
suite. In poche ore quell’uomo viene identificato. Il suo nome è Fabrizio
Collini. Un pensionato di origini italiane che ha passato oltre metà della sua
vita in Germania. Tutto sembra portare proprio a lui. Le prove del delitto
ancora sul suo corpo e sui suoi abiti. Ma c’è molto di più: Collini è reo
confesso. Manca solo il movente. A Collini, che si chiude nel silenzio
rifiutando ogni difesa e tacendo le ragioni del suo gesto, viene assegnato
d’ufficio un giovane e brillante avvocato, Caspar Leinen, alla sua prima causa.
Una causa apparentemente semplice, ma che ben presto non si dimostrerà tale,
tanto più che la vittima è un potente industriale tedesco, noto in tutto il
Paese, e suo avvocato di parte civile un brillante patrocinatore del foro di
Berlino. Una causa ancor più complessa, perché Leinen viene a scoprire
che la vittima, Jean-Baptiste Meyer all’anagrafe, è in realtà quello stesso
Hans Meyer che egli conosce dall’infanzia, il nonno del suo migliore amico, un
uomo di cui ricorda i modi gentili e affettuosi. Benché combattuto, Caspar
Leinen decide di non rinunciare all’incarico e di cercare in tutti i modi di
far luce sul movente del delitto, alla ricerca della verità. Un’indagine in cui
nulla è come sembra all’inizio. La sua caparbietà lo porterà a scavare nel
passato di Meyer e di Collini, seguendo il filo di un labile indizio,
grazie al quale indagherà su un episodio accaduto in Italia molti, molti anni
prima. Il presunto omicida e la vittima sono legati a doppio filo da una storia
che ha radici lontane, sepolte nella Seconda guerra mondiale durante il regime
nazista, nei crimini e nelle stragi compiute in Italia dai nazi-fascisti in
quegli anni. Consapevoli o inconsapevoli, volenti o desiderosi di seppellire il
passato sotto una coltre di oblio, devono confrontarsi con ciò che fu quella
tragedia storica, con la responsabilità delle loro azioni e con le conseguenze
di ciò che vissero.
Nelle fasi processuali, entra prepotentemente una quarta figura, l’avvocato Eduard Dreher. A quanto pare, in Germania, ogni bravo studente di legge prima o poi deve studiare il suo commento al diritto penale. Eppure, sotto il Terzo Reich, Dreher era pubblico ministero presso il tribunale speciale di Innsbruck. Un duro che chiedeva la pena di morte anche per i reati più lievi. Un uomo abile che, dopo la guerra, fece una sorprendente carriera all' interno del Ministero della Giustizia, fino a diventare Segretario di Stato. E che nel 1968, nella distrazione generale, mentre fuori imperversavano la manifestazioni studentesche, all'ultimo piano del suo ministero, concepì, scrisse e fece passare una legge che, sotto il nome innocente di "legge programmatica alla legge sull'illecito amministrativo", con venti parole cambiò la storia. Una legge che ha vanificato in un sol colpo un lavoro di un ventennio in Germania. Una legge che faceva cadere in prescrizione la maggior parte dei processi in corso contro i passati protagonisti e complici del nazismo. Alcuni giornali si accorsero, qualche settimana più tardi, che la legge era praticamente un'amnistia generale per la maggior parte dei crimini perpetrati durante il regime nazista. Ma fu troppo tardi.
Il caso
Collini (Longanesi,
pagg. 176) è stato in Germania un autentico caso letterario, balzato in vetta
alle classifiche di vendita nell’arco di poche settimane. E se ne capisce la
ragione. Un ritmo narrativo incalzante, serrato, avvincente, in cui la verità
viene fatta affiorare un po’ per volta - indizio dopo indizio - ma con inattese
virate. Traspare, nella scrupolosa e serrata dialettica in cui si svolge il
dibattimento in tribunale la formazione stessa dell’autore, Ferdinand von
Schirach, brillante avvocato penalista di Monaco, “prestato” alla letteratura. E
ora autore di un romanzo che si sviluppa in forma di noir processuale, proprio
attorno agli effetti della legge Dreher. Un noir che comincia con una scena di
violenza in una stanza dell'elegante Hotel Adlon di Berlino, oggi. Ma che tocca
la storia personale di von Schirach. Perché Ferdinand von Schirach è, nella
realtà, nipote di quel Baldur von Schirach che fu il capo della Hitlerjugend, poi governatore di Vienna
e organizzatore della deportazione degli ebrei viennesi, condannato a
Norimberga a venti anni di prigione e uscito giusto in tempo perché Ferdinand
bambino ne registrasse qualche ricordo. E qualche tratto di questo nonno
tragico c'è nel personaggio di Hans Meyer, il grande vecchio industriale, al
tempo stesso dolcissimo e durissimo, massacrato nel corso del brutale omicidio
perpetrato da Fabrizio Collini, l'assassino confesso, che non vuole né parlare
e spiegarsi, né aiutare il suo giovane avvocato d'ufficio a difenderlo.
Beniamino Colnaghi
La strage di Vinca: si veda il post pubblicato il 25 gennaio 2018.
Quando in Brianza c’era
il contadino…
di Giulio Oggioni (storico verderiese)
Mese per mese, tutti i lavori dei campi: la vangatura e l’erpicatura, la semina e la raccolta del granoturco, la trebbiatura del grano e la festa dell’uccisione del maiale in inverno
Raccontare la vita contadina della nostra Brianza vuol dire parlare di moltissimi decenni fa, quando tutte le famiglie “vivevano sulla terra”. Infatti, l’agricoltura era l’unica fonte di guadagno della famiglia e determinava pure il regime alimentare ed economico della gente.