venerdì 12 febbraio 2021

Il firunatt, il venditore di castagne al forno nelle sagre e nei mercati brianzoli

Cominciamo intanto col precisare il significato del termine firunatt. Il firon era una collana fatta con le castagne cotte al forno, normalmente non quelle di prima scelta, infilate con uno spago sottile. Una specie di grande collana oppure, come possibile configurazione, piuttosto simile alla colonna vertebrale, con le vertebre sovrapposte, che in dialetto brianzolo si dice firon, schiena. 
Negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, quando il popolo italiano cominciò faticosamente a riprendersi la propria libertà e la vita della gente, seppur con mille difficoltà e ristrettezze, iniziava ad intravvedere timidi miglioramenti la società era ancora di stampo contadino e patriarcale, la mezzadria regolava i rapporti economici tra i coloni e le grandi famiglie borghesi e aristocratiche proprietarie di immensi patrimoni in Brianza, la scolarizzazione di massa stava iniziando ad alfabetizzare i figli delle classi sociali più umili e  svantaggiate.
In questo contesto ripresero ad affacciarsi nelle sagre paesane, nelle fiere e nei mercati del territorio alcune figure che cercavano, oltre che di portarsi a casa qualche soldo per mantenere la famiglia, di riproporre antichi mestieri legati alla tradizione del posto: l’arrotino, lo spazzacamino, ul cadregatt (l’impagliatore di sedie), il sensale per la vendita di animali… Tra questi personaggi tipici di quel tempo c’era anche il firunatt, colui che vendeva le castagne al forno infilate con lo spago.
In merito a quest’ultima figura vorrei raccontare la storia di un tale che chiamavano Busen, letta sulle pagine strappate da un libro appartenuto a qualcuno della mia famiglia, che, presumo, raccontasse diverse storie delle genti di Brianza di un tempo.
Busen, in realtà, si chiamava Pio, ed era nato in un piccolo borgo brianzolo nei primi anni del Novecento. Nacque il 7 di dicembre, festa di sant’Ambrogio, ed in omaggio al Santo, molto venerato a Milano ed in Lombardia, la gente del suo paese lo soprannominò Busen, da Ambrös, Bös, Busen, piccolo Ambrogio. Piccolo era rimasto piccolo, di statura, ma aveva una caratteristica talmente evidente che veniva riconosciuto da tutti: le orecchie a sventola. Rossastre, larghissime e pendenti. La gente che frequentava le sagre ed i mercati lo aveva soprannominato uregiatt, orecchiuto, appunto.
Tuttavia, secondo una vecchia superstizione popolare, le orecchie a sventola, se riferite ad un uomo, indicavano un individuo quasi sempre soddisfatto della propria esistenza, anche se nella realtà era un povero diavolo, e, inoltre, additato dalle donne come sessualmente dotato ed inappagabile. In questo senso un bel uregiatt era un po’ il sogno proibito delle ragazze più esuberanti, che mal si adattavano ai rigidi costumi del tempo.
Nei giorni festivi, dalla Madona del Rusari (7 di ottobre) a San Giusepp (19 di marzo), sostava sul sagrato delle chiese brianzole con il suo banchetto stracolmo di firon di castagne cotte, in attesa che uscissero i fedeli dalle messe. Era anche usanza durante le fiere di fine inverno che si tentasse la fortuna con la balutera, un gioco condotto normalmente da un venditore che teneva in mano un sacchetto di panno grigioverde contenente palline numerate. Il tipo richiamava l’attenzione dei passanti infreddoliti e incuriositi gridando alcuni frasi per invitarli a giocare: Forza, o gent! Cinqu ghei tre ball! Dai, giuvinott, tira a la balutera! Per vincere un firon de castegn de metech al coll a la murusa, si doveva estrarre dal sacchetto tre palline numerate la cui somma non doveva superare 90 punti.
Certificato che non era dunque quello che si suol dire un bell omm, tuttavia al Busen non gli mancava niente di quanto allora era ritenuto essenziale per essere considerato un uomo da maritare, da mettere su famiglia. Soprattutto aveva una gran voglia di lavorare, era leale ed onesto con il prossimo, era molto religioso e devoto alla Madonna del Bosco, il santuario dedicato alla Vergine a Imbersago, dove non aveva mai perso una fiera. A quei tempi le ragazze da marito erano più interessate alle qualità morali ed ai principi dell’onestà dell’uomo che alla cosiddetta prestanza fisica.

Venditori di firon di castagne negli anni Cinquanta

Subito dopo la fine della guerra Busen, ormai quarantenne, aveva messo gli occhi addosso ad una donna del suo paese, non propriamente bella, ma tutta  casa e lavoro. Si chiamava Maria Teresa. Aveva un viso tondo, un nasino che terminava a punta e due grandi occhi color castano. Era rimasta vedova e senza figli dopo una decina d’anni di matrimonio, a causa di una bruta malatia del marito, che lo portò via a 35 anni. Ritornò a vivere in cascina a casa dei genitori, svolgendo il lavoro di sarta in casa, come molte ragazze del tempo, ed occupandosi della gestione domestica e degli animali della stalla, che permettevano alla sua famiglia di vivere dignitosamente.      

Pio e Maria Teresa si sposarono il 26 maggio del 1948, festa di san Filippo Neri, un mese dopo le prime elezioni politiche libere, svoltesi dopo la sconfitta del fascismo e la fine della guerra. Durante il tragitto dalla Cascina Immacolata alla chiesa parrocchiale, un paio di chilometri su stradine campestri polverose e malandate, il piccolo corteo della sposa venne sorpreso da un improvviso quanto violento acquazzone. Arrivarono in chiesa bagnati fradici. Il vestito bianco della sposa a storcel ghe vegneva foera una segia d’aqua. Il prete officiante, vedendo il viso triste e contrariato della Maria Teresa, che continuava a gocciolare da ogni parte, le disse ridendo: “Stà alegra tusa! Spusa bagnada, spusa furtunada!”
Ma purtroppo, il tempo non le aveva portato fortuna. La gioia per il matrimonio durò fino alla nascita del primo figlio, un anno dopo, quando la donna morì per gravi complicazioni durante il parto. Il bambino, gravemente asfittico, seguì la madre due giorni dopo.
Il Busen, distrutto da dolore, vendette una vacca ed un maiale che aveva in stalla per ricavare la cifra necessaria per erigere al cimitero del paese un monumento funebre degno della giovane moglie e del figlio. Un bel gruppo in pietra viva raffigurante una giovane donna con il capo reclinato su una colonnina spezzata in marmo bianco. Ai lati del monumento aveva piantato due piccoli cipressi.
Con l’avvento dell’autunno e dell’inverno riprese l’attività di firunatt nelle sagre e nei mercati della zona. Girava, quasi come un automa, di fiera in fiera, da un sagrato all’altro, instancabile. Aveva bisogno di stare in mezzo alla gente, di distrarsi, per cercare di lenire il suo grande dolore per la perdita della sua amata Maria Teresa e del piccolo figlio. Il pover uomo, dopo il lavoro, faceva vita ritirata, come un eremita. Non andava più in osteria a chiacchierare con i vecchi amici ed a bersi un calicino di rosso pugliese.  
In cuor suo e nella sua mente aveva deciso di mettere da parte più soldi che poteva per fare, prima di morire, una cospicua donazione al santuario della Madonna del Bosco di Imbersago, in memoria della sua sposa ed a favore delle persone più sfortunate e bisognose. A quel santuario era andato insieme alla Maria Teresa ed ai rispettivi genitori il giorno che ritirarono il consenso alle nozze, sul careten del Peder dei Galbusera, un amico di famiglia. Il ricordo di quel giorno felice non lo abbandonava mai.
Purtroppo la Provvidenza sulla sua sorte aveva deciso diversamente. I guai per Busen non ebbero mai fine, come Giobbe. Anzi, peggio di Giobbe. Almeno il santo della Bibbia aveva ricevuto tanto da Dio, che poi gli aveva tolto, ma il nostro, oltre a non ricevere niente, si era visto togliere anche la sua amatissima moglie e il figlioletto.
Trascorse diversi anni di esistenza grama e di incomprensioni con i suoi pochi parenti, i quali erano più interessati al suo “bottino” che stava mettendo da parte, giorno dopo giorno, per la Madonna del Bosco, piuttosto che alle sue condizioni di salute. Che peggiorarono drasticamente verso la metà degli anni Sessanta. Un pomeriggio nebbioso di novembre lo trovarono esanime che era ormai quasi buio lungo una stradina campestre, riverso nel fossato. La sua bicicletta, poco distante. Probabilmente ebbe un infarto o un malore improvviso, che non gli diede scampo. I contadini che lo rinvennero chiamarono immediatamente il parroco, don Paolo, che si adoperò per portarlo nella chiesina adiacente all’oratorio del paese, dove venne allestita la camera ardente. Due giorni dopo venne officiato il funerale nella chiesa parrocchiale, la stessa dove Busen e sua moglie si sposarono, e la salma venne poi accompagnata da un lungo corteo verso il cimitero e sepolta accanto alla sua amata Maria Teresa ed al figlio.     
La domenica successiva, durante la messa cantata, quella più frequentata dai fedeli, don Paolo annunciò dal pulpito che ul Busen, circa tre anni prima di morire, gli fece avere, durante la confessione, una busta ben sigillata, nella quale era contenuta una lettera con le sue volontà testamentarie, che, secondo le sue stesse disposizioni, avrebbe dovuto essere letta in chiesa davanti a tutti i fedeli del paese. E così don Paolo, scrupolosamente, fece. Di fronte a diversi bisbigli e mormorii, il prete prese la busta, la aprì e cominciò a leggerne il contenuto. Poche righe, ma le volontà del “de cuius”  non potevano essere più chiare: lasciò il piccolo castagneto, la sua casa e la stalla con gli animali all’unico amico che gli era rimasto, un certo Tugnen, un firunatt che abitava in una cascina nelle valli di Muntavegia, Montevecchia, e che metteva il banchetto con i firon di castagne accanto al suo nei mercati e nelle fiere di paese. Un poveraccio, ma animato da sani principi religiosi e cristiani, che doveva mantenere sulle proprie spalle la moglie, cinque figli e il vecchio padre invalido. Don Paolo proseguì la lettura del breve testamento annunciando che tutti i soldi che il Busen aveva messo da parte nei suoi lunghi anni di lavoro erano destinati al santuario della Madonna del Bosco. Indicò, in una chiesa ammutolita, nella quale non si sentiva volare una mosca, che i sudati risparmi erano nascosti in una nicchia ricavata nella parete, chiusa da un mattone, dietro il quadro della Sacra Famiglia, a capo del suo letto.    
La messa domenicale terminò poco dopo, ma contrariamente al solito, la maggior parte dei fedeli sostò a lungo sul sagrato, quasi non volesse tornare a casa per il pranzo. Si formarono diversi capannelli di persone che discutevano di quanto accaduto poco prima in chiesa. Ci pensò il vecchio parroco a richiamare gli astanti a ritornare presso le loro abitazioni, invitandoli a meditare e riflettere sulle scelte sagge, di buon cristiano, operate dal Busen, un uomo umile e sfortunato nella vita, che però diede buon esempio a tutti, per le sue azioni a favore della Chiesa e dei più bisognosi.

Beniamino Colnaghi

martedì 26 gennaio 2021

27 gennaio: “Giorno della Memoria”

La storia di Fabrizio Collini

L’articolo 1 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definisce così le finalità del Giorno della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

27 maggio 2001. Berlino, lussuoso hotel adiacente alla Porta di Brandeburgo. Sul pavimento della “Brandenburg suite” viene trovato riverso a terra il corpo di un ultraottantenne. L’aspetto distinto, se non fosse per quei proiettili che gli sono penetrati nell’occipite, uno fuoriuscito dall’altra parte portandogli via metà faccia, facendo schizzare ovunque sangue e massa grigia. La cameriera ai piani ed alcuni clienti dell’hotel hanno visto un uomo dall’aspetto corpulento aggirarsi intorno alla quella suite. In poche ore quell’uomo viene identificato. Il suo nome è Fabrizio Collini. Un pensionato di origini italiane che ha passato oltre metà della sua vita in Germania. Tutto sembra portare proprio a lui. Le prove del delitto ancora sul suo corpo e sui suoi abiti. Ma c’è molto di più: Collini è reo confesso. Manca solo il movente. A Collini, che si chiude nel silenzio rifiutando ogni difesa e tacendo le ragioni del suo gesto, viene assegnato d’ufficio un giovane e brillante avvocato, Caspar Leinen, alla sua prima causa. Una causa apparentemente semplice, ma che ben presto non si dimostrerà tale, tanto più che la vittima è un potente industriale tedesco, noto in tutto il Paese, e suo avvocato di parte civile un brillante patrocinatore del foro di Berlino. Una causa ancor più complessa, perché Leinen  viene a scoprire che la vittima, Jean-Baptiste Meyer all’anagrafe, è in realtà quello stesso Hans Meyer che egli conosce dall’infanzia, il nonno del suo migliore amico, un uomo di cui ricorda i modi gentili e affettuosi. Benché combattuto, Caspar Leinen decide di non rinunciare all’incarico e di cercare in tutti i modi di far luce sul movente del delitto, alla ricerca della verità. Un’indagine in cui nulla è come sembra all’inizio. La sua caparbietà lo porterà a scavare nel passato di Meyer e di Collini,  seguendo il filo di un labile indizio, grazie al quale indagherà su un episodio accaduto in Italia molti, molti anni prima. Il presunto omicida e la vittima sono legati a doppio filo da una storia che ha radici lontane, sepolte nella Seconda guerra mondiale durante il regime nazista, nei crimini e nelle stragi compiute in Italia dai nazi-fascisti in quegli anni. Consapevoli o inconsapevoli, volenti o desiderosi di seppellire il passato sotto una coltre di oblio, devono confrontarsi con ciò che fu quella tragedia storica, con la responsabilità delle loro azioni e con le conseguenze di ciò che vissero.

Nelle fasi processuali, entra prepotentemente una quarta figura, l’avvocato Eduard Dreher. A quanto pare, in Germania, ogni bravo studente di legge prima o poi deve studiare il suo commento al diritto penale. Eppure, sotto il Terzo Reich, Dreher era pubblico ministero presso il tribunale speciale di Innsbruck. Un duro che chiedeva la pena di morte anche per i reati più lievi. Un uomo abile che, dopo la guerra, fece una sorprendente carriera all' interno del Ministero della Giustizia, fino a diventare Segretario di Stato. E che nel 1968, nella distrazione generale, mentre fuori imperversavano la manifestazioni studentesche, all'ultimo piano del suo ministero, concepì, scrisse e fece passare una legge che, sotto il nome innocente di "legge programmatica alla legge sull'illecito amministrativo", con venti parole cambiò la storia. Una legge che ha vanificato in un sol colpo un lavoro di un ventennio in Germania. Una legge che faceva cadere in prescrizione la maggior parte dei processi in corso contro i passati protagonisti e complici del nazismo. Alcuni giornali si accorsero, qualche settimana più tardi, che la legge era praticamente un'amnistia generale per la maggior parte dei crimini perpetrati durante il regime nazista. Ma fu troppo tardi. 

Il processo prosegue con colpi di scena e testimonianze molto toccanti, che costringono l’opinione pubblica tedesca a confrontarsi con un passato tragico e carico di orrore, ad interrogarsi sulle responsabilità individuali e collettive, sulle dimenticanze e sui conti con il passato spesso mai interamente pagati.
Tutto ciò grazie alla tenacia ed alla bravura del giovane avvocato di Collini, Leinen, che indaga senza sosta, anche attraverso un viaggio in Italia, nei luoghi dove visse la famiglia di Collini, e scopre qualcosa di inaspettato, di tragico, sulla fine del padre del piccolo Fabrizio.
Il processo si chiude con il disvelamento del vero movente che indusse l’omicida ad uccidere Meyer a Berlino, ovvero si saprà che Meyer, membro delle SS, prese parte all'esecuzione del padre di Collini, un partigiano, nonché alla violenza e all'uccisione della sorella. La vicenda giuridica termina col suicidio di Collini, che lascerà nella sua cella una foto proprio della sorella.


Il libro ed il film

Il caso Collini (Longanesi, pagg. 176) è stato in Germania un autentico caso letterario, balzato in vetta alle classifiche di vendita nell’arco di poche settimane. E se ne capisce la ragione. Un ritmo narrativo incalzante, serrato, avvincente, in cui la verità viene fatta affiorare un po’ per volta - indizio dopo indizio - ma con inattese virate. Traspare, nella scrupolosa e serrata dialettica in cui si svolge il dibattimento in tribunale la formazione stessa dell’autore, Ferdinand von Schirach, brillante avvocato penalista di Monaco, “prestato” alla letteratura. E ora autore di un romanzo che si sviluppa in forma di noir processuale, proprio attorno agli effetti della legge Dreher. Un noir che comincia con una scena di violenza in una stanza dell'elegante Hotel Adlon di Berlino, oggi. Ma che tocca la storia personale di von Schirach. Perché Ferdinand von Schirach è, nella realtà, nipote di quel Baldur von Schirach che fu il capo della Hitlerjugend, poi governatore di Vienna e organizzatore della deportazione degli ebrei viennesi, condannato a Norimberga a venti anni di prigione e uscito giusto in tempo perché Ferdinand bambino ne registrasse qualche ricordo. E qualche tratto di questo nonno tragico c'è nel personaggio di Hans Meyer, il grande vecchio industriale, al tempo stesso dolcissimo e durissimo, massacrato nel corso del brutale omicidio perpetrato da Fabrizio Collini, l'assassino confesso, che non vuole né parlare e spiegarsi, né aiutare il suo giovane avvocato d'ufficio a difenderlo.

Nel libro, Fabrizio Collini è un operaio di Genova, mentre nel film l’azione avviene a Montecatini, la cui liberazione dall’occupazione tedesca è avvenuta il 2 luglio 1944. Le stragi nazi-fasciste hanno insanguinato molti paesi della zona (vedasi la strage di Vinca) e, a Montecatini, vi furono due omicidi brutali: l’uccisione in Piazza del Popolo dei ventenni Bruno Baronti e Foscarino Spinelli, avvenuta il 24 luglio 1944. L’arresto dei due giovani avvenne in circostanze misteriose: non si sa se i ragazzi erano partigiani, se cercavano un rifugio per sfuggire ai rastrellamenti o se stavano raggiungendo i loro parenti. Arrestati e seviziati dal tenente Wickmann, Bruno e Foscarino vennero torturati dai tenenti Hrause, Wick e Pohl ed impiccati ai lampioni di Piazza del Popolo.
Il Caso Collini (Der Fall Collini) è anche un film tedesco del 2019, trasmesso lo scorso anno in prima tv su RaiTre. Fabrizio Collini è interpretato dal nostro bravissimo Franco Nero.

Beniamino Colnaghi

La strage di Vinca: si veda il post pubblicato il 25 gennaio 2018.


                                                                                                                    

sabato 9 gennaio 2021

Quando in Brianza c’era il contadino…

di Giulio Oggioni (storico verderiese)

Mese per mese, tutti i lavori dei campi: la vangatura e l’erpicatura, la semina e la raccolta del granoturco, la trebbiatura del grano e la festa dell’uccisione del maiale in inverno

Raccontare la vita contadina della nostra Brianza vuol dire parlare di moltissimi decenni fa, quando tutte le famiglie “vivevano sulla terra”. Infatti, l’agricoltura era l’unica fonte di guadagno della famiglia e determinava pure il regime alimentare ed economico della gente. 

Nei nostri paesi, sia le terre che le abitazioni erano di proprietà di poche famiglie facoltose, per le quali si pagava, fino al 1924, una forma di mezzadria. Il contadino doveva dividere il suo raccolto con il proprietario per pagare l’occupazione dell’abitazione e la lavorazione delle terre.
Ma quali erano i lavori del contadino? Eccoli in breve.
I lavori dei campi seguivano un andamento preciso per tutto l’anno ed i primi lavori iniziavano quasi sempre nel mese di febbraio, quando il gelo e la neve allentavano la presa e il tempo solare si allungava di un’oretta circa.
In febbraio, dopo la concimazione del terreno con il letame delle stalle, si iniziava la vangatura, un lavoro duro e cerimonioso da farsi sempre con gli stessi tempi e movimenti della vanga. Si vangava due volte all’anno: in primavera per preparare la semina del granoturco e in autunno per quella del frumento. Dopo l’aratura si provvedeva all’erpicatura, per spaccare le dure zolle e rendere la terra più friabile e pronta ad accogliere la semina.
Poi, tra marzo ed aprile, si piantavano le patate, dividendo in tre o quattro parti un tubero in germoglio e posti in buche profonde una quindicina di centimetri e distanziate una trentina una dall’altra. Le patate erano il “secondo piatto” di tutta la famiglia contadina e la crescita delle piante era seguita dalle donne di casa che provvedevano alla disinfestazione degli animaletti che mangiavano le foglie. Questi animaletti, gialli e neri, erano brutti da vedersi e, pare, fossero stati portati dagli americani durante la Seconda guerra mondiale.
In primavera si iniziava anche la coltivazione del baco da seta che nasceva da una falena, una grossa farfalla che depositava centinaia di uova. Appena nati, i bachi, affamati, iniziavano a mangiare le foglie di gelso, giorno e notte, e nel giro di sei settimane salivano sui rametti che il contadino preparava per prepararsi una casa, ovvero il bozzolo. Per costruirlo usava la sua stessa saliva che, a contatto con l’aria, si solidificava formando un filo leggerissimo di seta. A metà giugno, il contadino raccoglieva i bozzoli maturi e li vendeva per la successiva lavorazione della seta. Il filo del bozzolo poteva raggiungere anche i 900 o 1.000 metri.    
Se la raccolta era ottima, il guadagno per la famiglia era certo, se era scarsa significava la fame e la rinuncia a qualche necessità per la casa.
In aprile iniziava la semina del granturco, un lavoro di grande fatica per il continuo ripiegamento della schiena del contadino, che da eretto si abbassava per deporre i grani nella terra che teneva nella bisaccia, appena attorno alla vita. Nello stesso mese il contadino si occupava della preparazione dell’orto, con la semina che andava fatta durante la luna calante e mai crescente.
A maggio c’era la prima falciatura dell’erba che, dopo l’essicazione di un paio di giorni, diventava fieno e serviva in inverno per l’alimentazione degli animali della stalla.
Intanto il frumento cresceva a vista d’occhio e le spighe si indoravano. Allora il lavoro del contadino di faceva particolarmente intenso con l’inizio della mietitura che avveniva quasi sempre a metà mese e terminava alla fine. Per la mietitura occorreva l’aiuto di tutti i componenti della famiglia, donne e bambini compresi che, alla sera, raccoglievano i covoni che venivano portati sull’aia per formare enormi cataste a piramide.

Mietitura manuale del frumento

Trebbiatrice dei fratelli Sala di Verderio Inferiore

Nel mese di luglio arrivava la trebbiatrice, la “machina de batt” che portava grande allegria in tutta la corte, ma anche giorni di grande fatica e polveroni. Il grano venduto era uno delle poche risorse della famiglia contadina sulle quali poteva fare affidamento per programmare le spese dell’intero anno.
Anche per questo lavoro occorreva l’aiuto di tutta la famiglia. parenti e vicini compresi. Ai ragazzi veniva affidato il compito di salire sulle cataste per gettare i covoni alla persona che doveva infilarli nella bocca che dava inizio al processo di separazione dei chicchi dalla paglia. Altri contadini erano addetti al trasporto delle balle di paglia, mentre altri a raccogliere il grano nei sacchi e portarli al riparo sotto i porticati. Alle donne, il compito di provvedere alle necessità dei lavoratori, in particolare portare qualche bicchiere di acqua fresca per soffocare l’arsura della gola.
Poi seguiva qualche giorno di riposo, ma pochi, perché a fine mese o ai primi di settembre iniziava la raccolta delle patate. Prima di portarle a casa, venivano lasciate un giorno al sole affinché la terra umida che le ricopriva seccasse e le patate fossero ben pulite. Bisognava però curarle perché i furti erano all’ordine del giorno.
A settembre iniziavano anche i lavori della raccolta del granoturco. Le pannocchie, ad una ad una, venivano staccate dal fusto e ammonticchiate nel campo, in attesa di essere portate sotto i porticati della corte e della cascina. Alle pannocchie venivano poi tolte le foglie, tranne due o tre che servivano per essere legate tra loro per formare dei mazzi che venivano appesi ai soffitti fino all’inverno.
E l’inverno iniziava con i primi giorni di novembre, con l’arrivo delle fitte nebbie e dei primi freddi e, quasi sempre, fitte e abbondanti nevicate nel mese di dicembre. Le famiglie contadine allora si ritiravano nel caldo delle stalle. Gli uomini provvedevano alla fabbricazione o alla riparazione degli zoccoli e degli arnesi per i lavori dei campi, mentre le donne si dedicavano ai rammendi della biancheria, specialmente le calze e le maglie di lana che servivano per il lungo inverno.
Ma prima della fine dell’inverno avveniva un grande avvenimento sul quale si concentrava l’attenzione dell’intera famiglia contadina: l’uccisione del maiale.
I ragazzi e le donne avevano il compito di sorvegliare l’acqua messa a bollire nel grande calderone, mentre gli uomini si occupavano di trascinare il maiale al “patibolo”. Allora era una grande festa, oggi, con grande sincerità, una barbarie per il povero maiale che strillava a più non posso, consapevole della sua fine. Il tutto era giustificato dal fatto che la sua immolazione consentiva la sopravvivenza decente di tutta la famiglia contadina per l’intero anno. Dalle sue carni si ricavavano i vari tipi di salame e mortadelle; dalla cotenna il lardo, l’unico condimento di allora e dai resti delle vertebre, le costine, che servivano per preparare il piatto tipico della Brianza, la “casoeula” con la polenta, ancora oggi molto apprezzata.
Subito dopo questo grande avvenimento, riprendeva il ciclo dei lavori dei campi come è già stato descritto e le giornate dei contadini procedevano lineari, fino alla monotonia, per tutti i giorni dell’anno.
Questi erano i principali lavori del contadini di una volta che, nelle scuole dei nostri paesi, vengono riproposti con grande interesse ai ragazzi, affinché comprendano che il grande benessere di oggi è anche frutto delle grandi fatiche di una volta.
 
  

lunedì 21 dicembre 2020

venerdì 18 dicembre 2020

La musica popolare in Brianza: dal canto alle bandelle, dai firlinfö alle bande musicali 


Roberto Leydi fu un etnomusicologo e accademico di fama nazionale che lavorò in maniera costante e diffusa sul territorio brianzolo, per studiarne il canto e la musica tradizionali. Questo lavoro, a dire il vero, fu estratto da un quadro d’insieme sulla situazione del canto popolare in Lombardia, contenuto in un disco che illustrava i principali generi dell’espressività orale e musicale popolare, del tipo le favole e i racconti, i giochi infantili e le ninne nanne, le orazioni religiose cantate, i canti e le ballate, le canzoni dei cantastorie, delle osterie e delle filande e via dicendo. Per quanto riguarda i canti che le donne cantavano nelle filande in Brianza, il Leydi li considera e li inserisce come documento di storia sociale, in quanto sono parte di un territorio segnato dall’integrazione tra economia agricola e industria manifatturiera almeno dall’800. I canti vengono contestualizzati ed integrati con altri tipi di fonti per analizzare condizioni di vita, relazioni familiari e di lavoro, aspetti della mentalità dei vari soggetti sociali che si muovono nella provincia lombarda. La presenza delle filande in Brianza è stata fondamentale per favorire la pratica del canto femminile. Da diverse testimonianze orali, raccolte da studiosi e scrittori nel secolo scorso, alcune operaie delle filande raccontavano che si cantava continuamente, magari intercalando qualche preghiera, per far trascorrere le interminabili giornate di un lavoro spesso duro e noioso. Bisogna anche dire che alcuni padroni favorivano il canto nelle filande e negli stabilimenti della lavorazione della seta, perché, se cantavano, le donne non potevano parlare con le altre lavoratrici vicine, distraendosi quindi dal lavoro e generando possibili interruzioni nella produzione. C’erano dei cartelli che recitavano: “È lecito cantare / è proibito parlare”. Molte canzoni che cantavano le filandiere arrivavano sia da membri della famiglia e da realtà del piccolo borgo di residenza sia dalla produzione dei cantastorie, suonatori e cantori professionisti che, durante le loro esibizioni nei mercati, nelle fiere e sulle piazze dei paesi, distribuivano i fogli con le parole dei pezzi presentati. 
Un altro luogo straordinario di diffusione della cultura popolare era l’osteria, luogo di ritrovo, di pettegolezzi, di allegria e di invettiva, di produzione del canto popolare tradizionale. L’osteria, negli ultimi decenni, anche se nel frattempo stava scomparendo, è stata analizzata e rivalutata da storici, antropologi e folkloristi perché, insieme alla piazza, è stata il luogo dove è stato possibile dare voce al popolo, dargli spazio e libertà per le sue esibizioni spontanee. A partire dal secondo dopoguerra, l’osteria ha rappresentato un estremo momento di resistenza della cultura popolare verso le radicali trasformazioni della società contadina e operaia, nella quale si cantava molto di più rispetto ad oggi, perché il canto svolgeva una funzione sociale dovuta ai vari cicli della vita. 
È nei vari contesti sommariamente sopraccennati che trovano posto in Brianza fenomeni socio-musicali legati ad eventi e momenti della tradizione, come, ad esempio, i coscritti di leva, i musici mendicanti, oppure le cosiddette bandelle ed i  suonatori di firlinfö. Questi fenomeni non erano tuttavia ben visti da tutti, soprattutto dai maestri delle bande musicali, perché distraevano i musicanti dagli impegni delle bande, dal clero locale e dalle autorità politiche, che vedevano in queste allegre compagnie possibili focolai di ribellione e protesta. 

La Brianzola di Olgiate Molgora in una foto recente

Le bandelle erano formate da non più di sette o otto elementi, provenienti dalle più grandi bande musicali, che soddisfacevano le esigenze di svago e di divertimento delle classi popolari brianzole. Facevano ballare la gente nelle osterie e nelle piazze dei piccoli borghi, accompagnavano coloro che si recavano in pellegrinaggio ai santuari o facevano gite e escursioni, suonavano durante le numerose festività religiose, facevano serenate alle ragazze e suonavano ai matrimoni ed alle feste civili. Era pura passione e divertimento, c’era voglia di allegria per combattere la vita dura di quegli anni. In ogni paese della Brianza c’erano i musicisti, tutti di livello dilettantistico, che avevano imparato a suonare uno strumento dal padre, da un amico, da un vicino di casa. Con ogni probabilità le orchestrazioni e gli arrangiamenti erano frutto di improvvisazione, di tecnica e creatività estemporanee ed il direttore musicale, di solito, era il suonatore più anziano, quello che era ritenuto il più bravo. 

Per quanto attiene invece il flauto di Pan, che in Lombardia veniva indicato con termini come firlinfü, fregamüsòn, orghenìi, sìful, si ricorda che  era già presente in Brianza tra il XVIII e il XIX secolo, come strumento di cascina e di osteria, collocato in piccole bande. Il firlinfö si afferma nella sua dimensione orchestrale a partire dalla fine dell’Ottocento, per poi svilupparsi e diffondersi dagli anni Venti e Trenta del Novecento. I pochissimi gruppi folcloristici oggi esistenti sono presenti principalmente nelle province di Bergamo, Como e Lecco. Il flauto di Pan è uno strumento musicale molto antico. Ci sono prove della sua esistenza intorno al 2500 a.C. nel Mar Egeo e nelle Cicladi. È composto da cinque o più tubi di lunghezza progressivamente crescente e legate tra loro come una zattera. I tubi di Pan sono strumenti realizzati a mano con cura ed esperienza, sono solitamente costruiti in canne comuni o di bambù, disposte in linea o riunite in fascio, con un unico foro su cui vengono appoggiate le labbra per l’insufflazione. Lo si può considerare come l'antenato dell'armonica a bocca e dell'organo a canne. Sulla presenza del flauto di Pan in area lombarda, segnatamente in un’area compresa tra la Brianza comasca, lecchese e milanese e la provincia bergamasca, si hanno poche documentazioni sia iconografiche sia scritte. Alcune persone residenti in Lombardia hanno lasciato testimonianze circa l’uso del flauto di Pan da parte di alcuni ragazzi, che formavano vere e proprie bande musicali, durante varie occasioni di vita comunitaria e feste locali, quali, per esempio, matrimoni, cerimonie pubbliche, coscritti o solo musiche da suonare sotto le finestre delle future spose. Che il flauto di Pan potesse essere già presente in Lombardia dalla seconda metà del XVIII secolo è confermato da una serie di documenti iconografici, quali dipinti di pittori lombardi e stampe di sapore romantico conservate presso alcuni musei o raccolte private. In quegli anni lo strumento ebbe un fine quasi esclusivamente pastorale o contadino che serviva ad allietare le povere serate della gente di campagna e i giorni di festa nelle cascine e nelle osterie dei paesi. Verso la metà dell’Ottocento, durante la dominazione austriaca, i primi costruttori di firlinfö cominciarono a fornirli ai nascenti gruppi di appassionati che formarono così le prime bande musicali. In Brianza e in area bergamasca nacquero così intere famiglie appassionate allo strumento. La formazione dei gruppi musicali di firlinfö anticipò di poco l’esordio delle prime bande di ottoni. Da questi primi nuclei contadini e popolari, nati come detto dalla necessità di aggregazione e divertimento, si sono diramate poi le varie correnti musicali in ossequio allo spirito ed alle “mode” del tempo. 
Nei primi decenni del Novecento il fenomeno assunse caratteri più associativi e di massa che generarono tracce di spettacoli in grande stile. All’interno di queste esibizioni musicali fecero il loro ingresso altri strumenti, quali la fisarmonica, il tamburello e la chitarra, oppure si vide la presenza di balletti femminili e l’uso di costumi tradizionali che ricordano gli abiti e le figure di Renzo e Lucia. Nell’intera Brianza sorsero e si svilupparono decine e decine di bande di canne, confermando che il flauto di Pan era talmente radicato nella tradizione brianzola da essere considerato una delle più autentiche espressioni di cultura popolare. 
Accanto ai gruppi organizzati e censiti, ve ne furono moltissimi altri non ufficiali e nati spontaneamente, che l’avvento delle due guerre mondiali del Novecento e la nascente “modernizzazione” dei costumi e dei gusti degli italiani, decimarono. 

Suonatori del flauto di Pan

Le bande musicali, o corpi bandistici, sono state realtà fortemente radicate nel territorio e nella considerazione della gente, proprio perché rappresentazione e fulcro del momento festivo celebrato dalla comunità. La banda si esibiva in occasione di sagre, feste patronali e celebrazioni di carattere civile, accompagnava le processioni nelle solennità religiose e i cortei funebri. Non più quindi rappresentazioni minori e “dilettantistiche” di cultura paesana ma anche mezzi per la diffusione della musica colta e di dignitoso rilievo artistico ed estetico. Come afferma lo stesso Roberto Leydi, le bande sono state quasi ovunque “il veicolo attraverso il quale la musica moderna ha potuto raggiungere vastissimi strati della popolazione. In questo la banda ha operato, dapprima accanto agli strumenti meccanici, ai cantastorie e ai suonatori da ballo, poi, a partire dal periodo fra le due guerre mondiali, al disco e soprattutto alla radio…”. Le bande musicali hanno rappresentato per la popolazione una delle rare occasioni di ascoltare musica di un certo livello, che non fosse quella liturgica. Le prime formazioni nacquero nei primissimi anni dell’Ottocento, ma sarà nel corso della seconda metà del secolo che avrebbe visto la luce la maggior parte delle formazioni musicali. Un buon numero di queste compagini furono l’espressione dei circoli operai, altre, in particolare quelle fondate all’inizio del secolo scorso, delle parrocchie e del mondo cattolico. Le bande musicali hanno rappresentato per la popolazione una delle rare occasioni di ascoltare musica di un certo livello, che non fosse quella liturgica. 
In Lombardia, e particolarmente nelle province pedemontane, le origini dei corpi bandistici vanno ricercate lungo le sponde dei fiumi e nelle valli delle Prealpi.
Anche qui in Brianza c’è stata una forte diffusione delle bande musicali, le quali  hanno allietato la vita delle comunità, prima contadine e poi operaie e artigiane, almeno fino alla fine del secolo scorso. 
Vorrei elencarne solo alcune di esse, di cui ho avuto conoscenza diretta durante gli anni della mia giovinezza oppure delle quali sono riuscito a reperire documentazione attendibile.

Partiamo da Merate (Lecco)

La storia della Banda Sociale Meratese è una storia popolare. Oggi non c'è più nessuno che possa raccontare le origini della banda o rammentare episodi di quell'epoca; dovremo quindi accontentarci delle notizie che ci sono state tramandate per iscritto e ipotizzare l'evoluzione di questo complesso basandoci su riferimenti della vita di Merate. Si sa che la Banda nasce ufficialmente nel 1848 per l'interessamento del conte Rescalli, ma già nei quattro anni precedenti un gruppo di musicanti svolgeva una certa attività in paese. È difficile pensare che allora potesse esistere una scuola di musica per strumenti a fiato come oggi la intendiamo; quel che si può supporre è una sorta di ritrovo periodico tra appassionati autodidatti che, tra una chiacchierata ed un bicchiere di vino, cercassero una certa forma del suonare insieme. Cosa avvenne in quegli anni non lo si sa. Si conosce la situazione storica, il subbuglio generale, le rivoluzioni, ma non è automatico che tutto ciò possa aver inciso sulla vita quotidiana dei Meratesi. Probabilmente la banda, nelle sue prime uscite, si occupava di servizi religiosi e civili, legati alle circostanze del tempo. La metà dell'800 ha rappresentato il momento più alto dello sviluppo dell'opera italiana, che affondava le sue radici nella forma popolare; essa era, per una serie di motivi, estremamente vicina all'idea bandistica che stava via via formandosi. Possiamo allora immaginare che l'interesse dei musicanti si muovesse in tale direzione, che diverrà poi una delle più importanti nella storia del movimento bandistico; in principio si suonavano quasi certamente motivi conosciuti, romanze imparate ad orecchio per passare poi a spartiti appositamente scritti a mano. 
Fino alla fine del secolo poi tutto è assai difficile da ricostruire. Il primo documento fotografico è del 1902 per la presenza della banda all'inaugurazione della nuova chiesa di Verderio Superiore. Una foto ufficiale risale al 1922, con la presenza del Presidente Tettamanti e bisogna giungere all'anniversario del 1948 per avere un'altra fotografia. Sappiamo che fra le due guerre la Banda ha trascorso vicende alterne dividendosi in due gruppi detti "bandin" e "bandun", come è peraltro accertata l'esistenza di una fanfara di ottoni addetta ai servizi imposti dal regime fascista. Ciò che segue la guerra è storia recente, più conosciuta, grazie alle testimonianze dirette. La svolta avviene nella seconda metà degli anni '80. Fino a quel momento continuò ad essere un gruppo amatoriale. Non c'erano persone diplomate. Le nozioni e la pratica venivano tramandate. Chi aveva più esperienza contribuiva a formare le nuove leve. Spesso era un'unica figura ad insegnare più strumenti. 


Nel 1988 Pierantonio Merlini divenne il primo direttore diplomato. È sotto la sua direzione che cominciò una fase nuova. Il repertorio da quel momento ebbe un taglio più moderno. Il prof. Merlini attinse a composizioni di musica contemporanea originale per banda. In quella fase, allo studio più metodico si affiancavano anche momenti aggregativi al di fuori della sede. Erano i tempi delle gite sociali e dei gemellaggi artistico-culturali con bande straniere. È un'occasione per socializzare, ma anche per raccogliere dei fondi per sostenere le proprie attività musicali. La gestione dell'osteria è ormai rodata. I pranzi e le cene presso la sede di via Manzoni sono da tutto esaurito.
Uno dei vanti della banda meratese è la Scuola Allievi. Gli insegnanti sono diversi sulla base dello strumento scelto. Sono tutti diplomati e impartiscono le lezioni singolarmente. L'attuale presidente Andrea Arlati ricorda: «Un tempo per chi voleva suonare c'era solo la banda. Ora ci sono anche le scuole di musica, ma sono due cose diverse. Lì c'è solo lo studio. Da noi entri a far parte di un gruppo». Da qualche anno per i bambini c'è anche la miniband, che prevede anche un piccolo esame. Per attrarre nuovi allievi organizzano un open day di presentazione all'anno. Si recano anche alle scuole medie per farsi conoscere. Alcuni poi si avvicinano alla banda su consiglio di amici o parenti che ne fanno già parte. 
La Banda Sociale di Merate esegue quattro concerti all'anno, uno a stagione. In estate e in autunno si svolgono all'aperto, così come le manifestazioni classiche civili e i servizi religiosi. Un altro appuntamento tradizionale è l'immancabile Piva natalizia. Per tre giorni i musicanti suonano per le vie delle frazioni le melodie del Natale. Concludono il giorno della vigilia in città.

Cernusco Lombardone (Lecco)

Forse era la festa di San Giovanni del 1928. Non c'è alcun documento che lo possa testimoniare, ma in quel giorno debuttava il Corpo Bandistico S. Cecilia: la banda di Cernusco Lombardone. L'occasione della festa religiosa radunava le bande di Bernareggio e Robbiate, già attive da tempo, e la formazione da poco nata di Cernusco. Era dunque il periodo del fascismo, durante la sua fase di transizione verso la dittatura, quando spesso e volentieri il tempo libero degli adulti era mutuato dall'Opera Nazionale Dopolavoro e per i giovani dall'Opera Nazionale Balilla. Gli scioperi erano banditi e proprio in quell'anno l'organo supremo del regime, il Gran Consiglio del Fascismo, assunse competenze e ambiti di intervento maggiori. L'idea di far sorgere una banda a Cernusco era di pochi mesi prima, esattamente dell'aprile del 1928, quando Alessandro Claudio Pirovano si trasferiva da Albiate Brianza a Cernusco. Cominciarono subito le lezioni teoriche di musica, in attesa degli strumenti: per questi non bastavano la passione e la volontà, ma ci volevano i soldi. I benemeriti furono Giuseppe Ancarani, Luigi Villa ed il dott. Severino Ferrario. Gli allievi erano circa 50 e le prove si svolgevano presso un'aula delle scuole elementari, per poi trasferirsi presso l'attuale sede OMNI e quindi presso l'oratorio femminile. La cittadinanza seguiva con interesse sia le prove sia le uscite pubbliche. Non ci sono resoconti o documenti ufficiali ma solo foto e testimonianze orali, dai quali ricostruire la storia. Oggi, il Corpo Musicale Alessandro Pirovano è un'organizzata associazione senza fini di lucro, con un proprio statuto, un proprio consiglio e soprattutto con un ottimo organico di giovani appassionati. È apprezzata nel proprio territorio per la qualità della propria musica e per la serietà dell'organizzazione: offre infatti la possibilità di avvicinarsi al mondo della musica con corsi e lezioni di insieme tenuti da validi professionisti. Svolge un’importante attività di educazione alla cultura musicale presso i piccoli allievi delle scuole del territorio. 

La banda di Cernusco Lombardone verso la fine degli anni '70

Alessandro Claudio Pirovano, il fondatore, diresse la banda fino al 1977, anno della sua morte. Dalle testimonianze dirette delle sue tre figlie si capisce l'inclinazione naturale che aveva verso la musica. «Ci è stato raccontato - ha rammentato una di loro - che fin da ragazzino andava in giro alla ricerca di strumenti e amici con cui suonarli insieme». È stato uno degli ultimi a prendere parte all'esperienza fiumana. Lì si narra abbia conosciuto Gabriele d'Annunzio. 
Al termine del periodo bellico cominciò a suonare nelle ville e forse ebbe qualche passaggio in conservatorio. Imparò però a suonare tanti strumenti da autodidatta e studiò per conto suo i principî per l'orchestrazione e la composizione. Per questa ragione nel suo paese natale lo chiamavano "testa d'oro". Il suo mestiere era quello di artigiano e tessitore. Era organista in chiesa e col tempo organizzò una nuova cantoria. «Era religiosissimo - hanno ricordato all'unisono le figlie - e per lo più svolgeva le processioni e le altre celebrazioni religiose. Il suo armonium era sempre aperto, ma suonava un po' tutti gli strumenti. Non poteva vivere senza musica». E all'epoca non esistevano - e in seguito non erano ancora diffusi - la radio, i dischi né tantomeno la televisione. Chi voleva ascoltare la musica, doveva produrla da sé. Erano altri tempi. Le donne - comprese le figlie del maestro Pirovano - non si avvicinavano agli strumenti musicali. Non veniva reputato opportuno. L'intero mondo della musica era prerogativa maschile. 
Dopo la Seconda guerra mondiale Alessandro Pirovano avviò un'orchestrina di dieci elementi a Cernusco Lombardone. Fondò la banda di Airuno. Portò la musica anche a Montevecchia e a lui ricorrono le bande di Olgiate, Calco, Missaglia e Ronco Briantino. Diresse le cantorie di Lomagna e Osnago. Oltre alle trascrizioni per coro o per banda, compose di suo pugno alcuni spartiti. Erano per lo più marce, pastorali e brani di ispirazione religiosa.

Robbiate (Lecco)

Il Corpo Musicale Robbiatese fa la sua prima apparizione per la Piva di Natale del 1984. L’atto di fondazione viene fatto risalire al gennaio 1984, quando fu eletto il primo Consiglio Direttivo. Tuttavia, se questa fosse la sceneggiatura di un film, sarebbe opportuno inserire un flashback, un salto all’indietro, per menzionare il passato musicale di questo paese. Bisognerebbe tornare alla metà degli anni Venti del secolo scorso, quando Robbiate si trovò ad avere una sua formazione di strumenti a fiato. Non è rimasto molto di quel periodo. Si sa che venne istituita per volontà del medico Mignoli e che accantonò le proprie pretese musicali con lo scoppio della guerra. Pochi sono i ricordi – oggi rimasti senza testimoni diretti – sufficienti però a far scattare una scintilla di riscossa negli anni Ottanta. Va chiarito che è stato uno spunto iniziale. Quarant’anni di stop sono troppi per parlare di continuità, e del resto nemmeno gli attuali musicanti e dirigenti la avvertono. Alcuni cittadini sentirono l’esigenza di avere una associazione di musica che si unisse alle già presenti attività culturali, sociali e sportive del paese. Furono in particolare Vincenzo d’Angelo e Vincenzo Panettiere, a cui si aggiunsero Carlo Sozzi e Giovanni Riva, a imprimere la prima fiammata. «Ricordo ancora il volantino che mi trovai tra le mani sul banco delle scuole elementari – ha raccontato Riccardo Corno, che ha aderito fin da subito al progetto – nel quale veniva pubblicizzata la nascente scuola di musica a indirizzo bandistico». Era l’ottobre del 1983. Le prime lezioni si svolsero proprio in un’aula delle elementari e nel giro di poco tempo si iscrissero 52 persone. L’amministrazione comunale riconobbe subito l’importanza dell’iniziativa e la sovvenzionò con 15 milioni di lire. Forse anche per questo ancora oggi il labaro riporta lo stemma del Comune. Come primo presidente fu eletto Vincenzo Panettiere. 


La prima uscita pubblica fu in occasione della “Festa dello sport” del giugno 1984. Nel Natale di quell’anno fu portata la Piva in giro per Robbiate. L’8 settembre 1985 si svolsero i primi due servizi ufficiali: l’inaugurazione della biblioteca al mattino e la processione alla festa patronale. Durante il primo concerto del 21 settembre 1985 i musicanti indossarono anche la prima divisa. Giacca azzurra, pantaloni o gonna grigi e camicia bianca. A dirigere c’era il maestro Vincenzo Bardaro, che rimase al timone fino al 1997. Fu dunque il primo direttore stabile. Si era diplomato al Conservatorio di Napoli, sua terra d’origine, ma il legame con il paese brianzolo lo portò a comporre nel 1987 la marcia “La Robbiatese”. Nel libro “Corpo Musicale Robbiatese. 1984-2009, 25 Anni di Musica a Robbiate” a cui abbiamo attinto, viene segnalato come anno particolare il 1986, quando la partecipazione della banda alla vita pubblica divenne più consistente, anche al di fuori del paese. A giugno partecipò per la prima volta al raduno provinciale che si svolse a Osnago, mentre nel mese precedente svolsero la prima gita sociale a Busseto, la città natale di Giuseppe Verdi. Gli anni Novanta sono stati anni di cambiamenti. Il presidente divenne Paolo Bassano nel 1994, figlio di un altro musicante/insegnante e fino ad allora maestro di percussioni a Robbiate. 
La svolta avvenne anche per la conduzione artistica. Il maestro divenne nel 1997 Massimo Mazza, che aveva una profonda conoscenza musicale, della quale vantava numerosi successi. Con l’inizio del nuovo millennio la bacchetta cambiò nuovamente di mano altre due volte. Nel 2003 la banda si  trasferì nella sede dell’ex sala civica (l’auditorium Monteverdi), dove tutt’oggi svolge le prove. Il successivo maestro Alessandro Castelli introdusse i concerti a tema.

Colnago di Cornate D’Adda (Monza e Brianza)

Correva l'anno 1891 quando per la prima volta si riunì la "banda" di Colnago. Era composta principalmente da contadini che imparavano a suonare lo strumento e la propria parte a memoria, poiché non sapevano leggere alcun spartito e non conoscevano le note musicali. Bisogna andare indietro fino all'Ottocento, quando la Chiesa svolgeva una funzione sociale di aggregazione molto più forte di adesso, per narrare gli esordi della prima filarmonica di Colnago. Non sono pervenute ai nostri giorni documentazioni scritte che lo certifichino, ma la tradizione orale fa risalire la sua nascita ,appunto, al 1891. Avvenne per volontà dell'allora ufficiale sanitario Luigi Resnati, originario di Milano, e costituì il primo esempio di passatempo culturale per gli abitanti del posto. Era lo stesso dottore, appassionato di filodrammatica, ad impartire le prime lezioni teoriche e pratiche presso la sua abitazione, nella corte di via Biffi. A sorreggere l'iniziativa fu il parroco don Luigi Martinenghi, grazie al quale il sodalizio di strumentisti assunse la denominazione di Corpo Filarmonico (o Musicale) parrocchiale S. Alessandro. L'appoggio della parrocchia non mancò nemmeno successivamente con l'arrivo di don Antonio Vismara. In quel periodo - dal 1901 al 1909 - la direzione musicale fu dell'organista della chiesa, Luigi Biffi. I musicanti aumentarono così come la qualità delle loro esecuzioni. Da Milano arrivò il francese Luigi Barrochet che, guidando la banda, riuscì a far completare l'organico in ogni sezione. Pare che l'attività non si interruppe neppure durante i due conflitti mondiali. Nel primo dopoguerra venne guidata da Giovanni Carta una fanfara di ottoni che, pur ridimensionando il repertorio e il numero dei musicanti, garantì lo stesso il proprio contributo durante le feste. I direttori venivano tutti da fuori, anche con i maestri Tulli, Conti e Frigerio, che proprio a causa delle distanze tenevano le lezioni di musica ogni quindici giorni. Invece nella prima metà degli anni Quaranta il corpo musicale fu diretto da un membro della banda, Michele Marcandelli. 


La prima divisa risale al periodo tra il 1930 e il 1935. Forse risentendo del clima politico, il colore dell'abito era nero con bottoni dorati. Più tardi si passò a un frak con un cappello dal folto piumaggio. A causa delle difficoltà economiche, dal 1948 don Giuseppe Visconti smise di elargire denaro alla banda. Le andarono incontro le persone che spesso cedevano parte del proprio raccolto di frumento, venduto poi al mugnaio. Negli anni Cinquanta ancora non tutti i musicanti avevano dimestichezza con la lettura dello spartito. L'allora maestro Attilio Nava si premurava facendo imparare la parte su imitazione della sua esecuzione al clarinetto. I tempi di apprendimento erano comprensibilmente piuttosto lunghi. Dal 1965 il maestro fu il figlio di Attilio Nava, Franco. Mantenne l'incarico per quasi quarant'anni, fino al 2002. La scuola Allievi nel frattempo crebbe e nel 1975 furono chiamati per la prima volta due insegnanti separati per le sezioni ance ed ottoni. Erano i fratelli Luigi e Costantino Ponti, musicanti professionisti. 
Quello stesso anno possiede un altro primato. Si iscrissero infatti delle ragazze, che erano ben 7 su 13 allievi totali. L'afflusso maggiore di musicanti lo si registrò nell'anno del centenario, il 1991, con 43 elementi, quando la media storica era di una trentina di componenti. In occasione dei 100 anni di storia, i membri hanno avuto l'onore di essere ricevuti in udienza privata da papa Giovanni Paolo II. Gli ultimi gemellaggi risalgono al 120° anniversario. Nell'ultima quindicina d’anni i maestri che si sono avvicendati alla direzione sono stati il giovane Luca Ponti, Alessandro Vismara e per ultimo  Paolo Luigi Belotti. 

Cantù (Como)

Fra le più antiche formazioni del territorio brianteo è da annoverare il corpo musicale La Brianzola di Cantù, la cui costituzione venne approvata dall’Imperial Regio Governo con Dispaccio datato 16 giugno 1843: si autorizzava la costituzione nel borgo di Cantù di “una Società Filarmonica, ossia Banda municipale tra gli individui nominati nell’elenco”, che porta in calce la firma di ventotto giovani che componevano il gruppo originario. Tuttavia l’inizio del sodalizio è fatto tradizionalmente risalire al 1836, anche se non esistono documenti. Nel 1888, il direttore dell’epoca, Angelo Broggi, affermava che la banda denominata La Brianzola fu fondata nell’anno 1840. A complicare ulteriormente la controversia intorno alla data di nascita del corpo musicale è il festeggiamento del primo centenario di fondazione, celebrato presso i giardini pubblici di Cantù il 26 settembre 1937. Promotori della costituzione della banda furono i fratelli Samuele e Giuseppe Salterio. Come attestato dallo Statuto del 1885, “la banda musicale già diretta dal signor Giuseppe Salterio avrebbe assunto il nome di Banda Sociale Musicale La Brianzola”. La nuova compagine si dotò di un’uniforme ed iniziò a riunirsi periodicamente nei locali dell’ex convento di Santa Maria. 
In seguito ai fatti rivoluzionari del 1848 e del 1849, i controlli esercitati dal governo asburgico sui gruppi costituiti si fecero gradatamente più coercitivi. Le autorità politiche intendevano verificare se i membri delle diverse associazioni fossero implicati nei moti patriottici manifestatisi in tutte le città lombarde, e che avevano investito anche Cantù. Samuele Salterio intervenne prontamente a tutela della compagine, difendendola da ogni sospetto di pratica politica. Ma, neppure tre anni più tardi il commissario distrettuale presentava in Comune una nota di rammarico circa il comportamento antipatriottico della banda musicale che, secondo l’uomo politico, non eseguì l’Inno Nazionale. 
Sotto la direzione del maestro Pagani, il corpo canturino ebbe modo di affermarsi in tutta la provincia di Como. Nell’agosto del 1859 la banda venne invitata, in insieme ad altre, a Como in occasione della visita di Vittorio Emanuele II. Si trattò del più alto riconoscimento che la banda di Cantù avesse ricevuto fino a quel momento. All’indomani della unificazione nazionale il Comune di Cantù, come compenso per i buoni servigi che la “Banda Musicale prestava in tutte le feste ed occasioni solenni…”, decideva di stanziare un contributo economici a sostegno delle sue attività. Nel 1866 la popolazione canturina, insieme al corpo musicale, accolse trionfalmente Giuseppe Garibaldi, giunto in Brianza con lo scopo di arruolare volontari per quella che sarebbe stata denominata la III guerra d’Indipendenza.

La banda Ranscett in una storica foto del 1872

Nel 1872, però, all’interno della compagine si aprirono forti dissidi su alcuni aspetti che portarono al distacco dal gruppo originario dei musicisti più giovani ed alla formazione di un nuovo corpo musicale, che assunse la denominazione di Ranscett. I 32 musicanti transfughi sottoscrissero l’atto costitutivo della nuova formazione presso il Municipio di Cantù. Paradossalmente, la rivalità fra i due gruppi fu in qualche modo efficace e contribuì ad accrescere la qualità musicale dei due organici, nonché ad ampliare il rispettivo repertorio. 
Nei primi anni del Novecento altre formazioni si aggiunsero alle due esistenti. Il 1911 segna una svolta decisiva nella storia musicale canturina grazie alla costituzione del corpo musicale La Cattolica, la cui formazione conquisterà ben presto una posizione di preminenza nel panorama locale. Il 15 maggio 1913 si costituì la Fanfara Ciclistica, poi diventata Banda Musicale Sociale di Vighizzolo, che nel 1921 prese definitivamente il nome di Corpo musicale Giuseppe Verdi di Vighizzolo. 

La Cattolica

Corpo musicale Giuseppe Verdi

Una statistica comunale redatta nel 1936 ci fornisce un quadro dettagliato dei gruppi musicali operanti in quel momento a Cantù: la Musica Sociale Ranscett  era composta da 40 musicanti ed era diretta dal maestro Enrico Annoscia. Altrettanti elementi costituivano La Brianzola, diretta dal maestro Achille Lizzi. Il maestro Franco Filippi dirigeva i 35 componenti La Cattolica, mentre la banda di Vighizzolo era diretta dal maestro Antonio Facci. Ai quattro corpi bandistici attivi si affiancava il gruppo dei Frega Muson, il quale, sulla scia di una tradizione ormai consolidatasi in Brianza, si avvaleva unicamente dell’antichissimo flauto di Pan. 
Negli anni fra le due guerre mondiali, l’attività delle quattro formazioni bandistiche canturine conobbe un considerevole fervore di esecuzioni, sia relativamente alle celebrazioni religiose sia per ogni tipo di ricorrenze civili. Malgrado il grande consenso della popolazione, sul finire degli anni Trenta cominciarono ad aggravarsi i conti economici delle bande, in modo particolare quelli della Brianzola e dei Ranscett, che le portarono al mesto scioglimento: quasi 100 anni di gloriosa storia musicale sembravano esaurirsi in una mera questione di bilanci. Molte persone si mobilitarono, su diretta disposizione delle autorità politiche, e, nel 1938, le due disciolte formazioni vennero riunite in un nuovo corpo bandistico che venne denominato Corpo Musicale Cittadino. Tempo un paio di anni, la nuova formazione entrò in crisi per le medesime problematiche, e si sciolse. All’indomani della fine del conflitto La Brianzola e il corpo musicale Ranscett ricostituirono i loro organici.  

La Brianza, nel senso più esteso del termine, ossia quel territorio compreso tra le attuali province di Como, Lecco e Monza Brianza, è quindi stata una terra di grandi tradizioni canore e musicali, un’area nella quale piccole e grandi formazioni, dalle bandelle ai corpi bandistici, hanno interpretato al meglio delle loro possibilità, considerate le difficoltà di quei tempi, ciò che emergeva dalla cultura popolare di genti umili e laboriose, diffondendole e portandole a conoscenza di tutte le realtà presenti sul territorio.

Beniamino Colnaghi     

venerdì 16 ottobre 2020

I capelloni, i primi beat e gli hippies: i simboli della contestazione giovanile negli anni Sessanta 

Negli anni Sessanta, per la prima volta, si prende coscienza di una nuova figura sociale, autonoma, scissa sia dal mondo infantile, sia dal mondo adulto: la figura del giovane. A partire dal 1960, si assiste ad una simultaneità di figure giovanili che si impongono sulla società adulta. Si fa riferimento agli antifascisti di Genova, agli operai meridionali che nel 1962 saranno a capo delle rivolte sindacaliste, ai beat e ai capelloni che anticiperanno di tre o quattro anni la rivolta studentesca. A causa di queste prime contestazioni, i giovani acquisiscono l’appellativo di “ribelli”. I giovani diventano sempre più coscienti delle proprie capacità di formulare una cultura diversa da quella tradizionale. La ragione di ciò risiede nel fatto che, questi, essendo elemento di rottura e al tempo stesso elemento innovatore, diventano il filtro attraverso cui passano le novità, i disagi e le rivolte degli anni Sessanta e attraverso cui si pongono le basi per costruire un obiettivo sociale futuro. Ecco perché questi nuovi soggetti diventano i protagonisti di un’epoca considerata critica, soprattutto per il nostro Paese, che stenta a mettersi in pari con i grandi cambiamenti raggiunti dal resto dell’Europa Occidentale e dagli Stati Uniti d’America. Il divario esistente può essere spiegato attraverso due chiari episodi: 1) la chiusura culturale causata dal ventennio fascista che comporta, con l’avvento degli anni Sessanta, un atteggiamento propenso soprattutto a recuperare tutto ciò che era stato messo al bando dal regime, piuttosto che prestare attenzione a quanto accade in Europa e America; 2) le resistenze conservatrici della Chiesa e di gran parte delle strutture sociali e politiche italiane. Il mancato riformismo, dovuto proprio a queste resistenze conservatrici, frena l’avanzamento della modernizzazione italiana e innesca quello che sarà definito “periodo di instabilità”. Il motivo che porta la società, in particolare quella giovanile, a chiedere prepotentemente una riforma istituzionale e culturale, nasce dal bisogno di rimescolare una situazione stagnante. E ciò spiega il motivo per cui, all’interno di una data situazione storica, si verificano spinte, sociali, economiche o culturali che provocano un “movimento” totale o parziale, capace di generare modifiche più o meno evidenti nel tessuto sociale stesso.

Un movimento di grande portata nel tessuto sociale italiano viene provocato dalla simbologia dei capelloni. I capelli diventano il simbolo anticonformista di rottura con la società adulta, diventando il segno della protesta giovanile e della critica al sistema. Quindi i giovani, per creare una netta differenziazione con gli adulti e trovandosi senza stabili punti di riferimento culturali e normativi, si rifugiano in strutture figurative autoprodotte e autorappresentate esclusivamente dai giovani per i giovani. La moda dei capelli lunghi, chiamati anche capelli alla “Nazarena”, cominciò a manifestarsi a Londra, in una isoletta del Tamigi, dove c’era una balera con pub che si chiamava Eel Pie Island Club. Adottata dagli adolescenti ribelli dei paesi dell’Europa settentrionale, la moda è, dunque, d’origine inglese. Questo non sorprende: in quegli anni, e per lungo tempo, fu infatti la gioventù inglese a dettar legge al resto del mondo in fatto di voghe e di gusto. Quel club era, come certi ritrovi di Liverpool, uno dei locali in cui convergevano più numerosi i “puri” della rivolta minorile: nascevano quasi tutti lì gli orientamenti che venivano quasi immediatamente registrati ed elaborati commercialmente dalle vie delle boutique dell’abbigliamento maschile e dalle case discografiche, dal cinema, dalla televisione. Il concetto del capellone ha un campo d’azione molto ampio: capellone è il beat, capellone è il sessantottino, capellone è colui che vive nelle comuni. Questo grossolano raggruppamento confluisce in un unico simbolo principale: la lunghezza dei capelli. L’insieme così composto costituisce la subcultura italiana, ovvero un insieme di modelli di comportamento come risposta ai problemi sociali preesistenti agli anni Sessanta. La causa che ha favorito la nascita di una controcultura è riscontrabile nelle incertezze generate dalle strutture dominanti, dentro le quali la nuova generazione cerca di sopravvivere mediante strategie di adattamento. Il movimento beat è la prima strategia di sopravvivenza a cui ci stiamo riferendo. Rappresenta la storia di una piccola sottocultura giovanile italiana che, per alcuni anni, prima dell’esplosione del Sessantotto, influenzerà settori marginali del mondo giovanile. Per gli adulti il fenomeno è una conseguenza causata dall’effetto di imitazione imposto dalla moda e da modelli provenienti da altri Paesi. Esiste comunque una distinzione tra i beat, e bisogna precisarla. Pur risultando anticonformisti nella loro totalità, i beat subiscono una scissione interna che li divide nel movimento radicale, legato alla protesta diretta, e nel movimento più moderato, legato alla protesta mediante la musica e la moda. La separazione tra i due mondi avviene quando la musica e la moda vengono commercializzate e istituzionalizzate. Il primo gruppo resterà ancorato alla controcultura e alla rivista Mondo Beat, il secondo incarnerà la produzione musicale successiva ai Beatles. La Beat Generation in Italia muove i primi passi a Milano nel 1965, “come conseguenza degli squilibri e dei difficili momenti di fronte ai quali si trovano, durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale i giovani” che, per protesta, assumono atteggiamenti non conformi alle volontà del Paese, tanto da scatenare la repressione da parte della polizia, e quindi dello Stato, e da parte della gente comune, che li deride e li addita come disadattati. Come è stato appena spiegato, è in questo clima che nasce la rivista simbolo dei capelloni italiani, Mondo Beat. In contrasto con la stampa ufficiale, laica e borghese, è tra le esperienze più significative che si svolgono nel contesto della controcultura italiana. La testata alternativa, oltre a denunciare le calunnie e le ingiurie alle quali sono stati sottoposti i capelloni da parte degli organi di stampa controllati dal potere economico e politico, traccia un esauriente quadro della cultura, della mentalità, delle aspirazioni di questa frangia giovanile. Mondo Beat è la sintesi di quanto accade a Milano in questi anni tra le contestazioni e la nascita dei club culturali di periferia. In questi luoghi si riuniscono i giovani per discutere di politica o di cultura. I nuovi circoli, nati e gestiti autonomamente, rifiutano il coinvolgimento dei partiti che al contrario, vengono disertati. La caratteristica peculiare che attira l’interesse della gioventù italiana consiste sia nell’anticonformismo di cui sono composti i nuovi circoli culturali, sia nella possibilità che questi offrono circa la discussione di quegli argomenti che non vengono affrontati né nelle sezione dei partiti né in fondo da nessuna altra parte: la condizione delle donne in Italia, il problema del divorzio, l’organizzazione della famiglia, la scuola. Dalla necessità di creare una società alternativa vista dalla prospettiva “capellonica”, il primo maggio 1967, nasce New Barbonia, un campeggio beat situato in un’area regolarmente affittata per quattro mesi da Mondo Beat, diventando il simbolo della nuova generazione di “sovversivi”. Il progetto beat entra subito in contrasto con i perbenisti e con un quotidiano milanese che lo identifica come il covo dell’anarchia, dell’immoralità. A Nuova Barbonia viene presto collegato un nuovo fenomeno, quello delle fughe. Si tratta di un fenomeno che non riguarda le bravate di adolescenti disadattati, bensì un problema massificato che non va generalizzato con quanto accadeva nei decenni precedenti, quando le fughe erano programmate per inseguire i sogni di ricchezza. Quelle degli anni Sessanta nascondono ben altri disagi. Alla base di tutto risiede la paura di diventare come i propri genitori. Ad essere coinvolti sono soprattutto minorenni e in particolar modo ragazzine, che scappano di casa rifiutando i due più solidi princípi su cui è imperniata la società italiana, quello che vede i figli sottoposti all’autorità dei genitori, alloggiati in casa fino a quando si formano una loro famiglia, e quello che vuole la donna sottomessa all’uomo, incapace di prendere iniziative autonomamente. Le fughe saranno un fenomeno che durerà per tutto il decennio malgrado la vita precaria a cui saranno destinati i giovani capelloni fuggiaschi. La particolarità che la rende tanto affascinante è l’idea che, la fuga, dia la possibilità di sviluppare la libertà personale e che aiuti il soggetto a svincolarsi dalla morsa di un’educazione che troppo spesso acquista il significato di imposizione di una data esperienza e di un dato modo di vivere. Quest’ultimo è senza dubbio un concetto errato se si pensa che l’azione dell’educare non è sinonimo di obbligare a fare o non fare, ma rappresenta la delimitazione di uno spazio in cui ci si può muovere indipendentemente seguendo delle regole basilari.

Il capellone è per natura apolitico ma, con la svolta del Sessantotto, ripiega su alcune scelte estremiste. L’estremismo giovanile è la manifestazione di una crisi dei modelli organizzativi rappresentati da alcuni partiti, i quali, non coincidendo più con i progetti di rinnovamento sociale e culturale proposti dai giovani, vengono abbandonati dagli stessi per optare verso ideologie più radicali e verso l’azione attiva e rivoluzionaria proposta da altri gruppi. Il movimento studentesco, che sta alla base della contestazione del Sessantotto, è la sintesi di due fenomenologie: la crisi dell’attivismo giovanile istituzionale e lo sviluppo di un associazionismo politico non istituzionalizzato, come ad esempio sono i gruppi della sinistra extraparlamentare e dell’anarchismo, termine che descrive diverse filosofie politiche e movimenti sociali che propongono lo scioglimento di tutte le forme di governo e di gerarchia sociale. Dunque, il Sessantotto italiano, per le ragioni appena espresse, si identifica con la controcultura emergente e con i capelloni, esprimendo però un disagio maggiore che va oltre alla “rivolta contro i padri”, poiché si propone come protesta sociale e fenomeno di mobilitazione collettiva contro l’ordine esistente costituitosi subito dopo la Seconda guerra mondiale che verte sul modello americano e su quello sovietico. Tutto quello che accade negli anni Sessanta e in particolar modo nel Sessantotto è relazionato quindi al fermento sociale promosso dal cambiamento. Infatti, le stesse manifestazioni di dissenso e di contestazione descrivono le tensioni della società che il secondo dopoguerra ha partorito, per poi volgere verso un nuovo carattere sociale, appunto, nato tramite l’azione dei giovani.

Beniamino Colnaghi

Sul “mondo giovanile” di quegli anni, nel blog sono presenti altri post:

Woodstock: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2014/08/woodstock-agosto-1969.html

Rock: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2014/02/il-club-27-del-rock-maledizione.html

Zanzara: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/11/la-zanzara-del-liceo-parini-di-milano.html

Evasi: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/06/vennero-e-poi-i-cleptomani-i-complessi.html

Il fenomeno dei capelloni venne analizzato anche da Pier Paolo Pasolini, il quale scrisse il proprio pensiero sul “Corriere della Sera” del 7 gennaio 1973.