domenica 15 aprile 2018

Aprile 1918: il Patto di Roma e la nascita degli "Stati della Nuova Europa"

Mentre la Grande Guerra si stava concludendo, l'Italia organizzò nella capitale il "Congresso delle Nazionalità oppresse dall'Impero austro-ungarico". I lavori si svolsero a Roma nei giorni 8, 9 e 10 aprile 1918 e nella sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio venne formulato il "Patto di Roma", con il quale il nostro Paese elaborò un disegno di politica estera di ampio respiro, delineando quale assetto avrebbe potuto avere il continente europeo dopo la fine del conflitto.
Il Patto di Roma è poco conosciuto in Europa, e, purtroppo, lo è ancor di meno nel nostro Paese. Eppure, quel momento storico vide l’Italia abbandonare qualsiasi velleità imperialistica e diventare protagonista in Europa nella ricerca di una elaborazione politica e strategica che superasse i contenuti del Patto di Londra, in base al quale l’Italia entrò in guerra. Gli accordi scritti a Roma furono veramente momenti “alti” della storia italiana, assieme al Risorgimento e alla fondazione, nel secondo dopoguerra, della Comunità Europea, con Francia, Germania occidentale e Benelux. Con il Patto, l’Italia si pose al centro di un grande processo storico e di cambiamento radicale in Europa. Decidendo di mettersi alla testa di tutti quei comitati delle nazionalità soggette all’Impero austro-ungarico, sorti all’estero dopo l’inizio del conflitto e che ne volevano la dissoluzione, il nostro Paese cambiò la sua strategia politica, non più rivolta solo all’annessione di alcune regioni, ma diretta ormai all’abbattimento della Monarchia. Di qui il Congresso di Roma dell’8-10 aprile, che vide uniti assieme agli italiani i cechi, gli slovacchi, i polacchi, gli jugoslavi, i romeni, ma anche esponenti inglesi, francesi, americani, e la successiva Dichiarazione o “Patto”, con il quale si riconosceva l’aspirazione all’indipendenza dei popoli dell’area danubiano-balcanica, quale era stata prefigurata nel corso del Risorgimento da Giuseppe Mazzini.


Ma questa aspirazione all’indipendenza non fu poi così scontata se, fino al 1914 i responsabili delle varie componenti nazionali della Monarchia erano disponibili al suo mantenimento in vita, anche perchè non avevano molte alternative praticabili. Da una parte c’era la Germania, che emergeva potente, dall’altra c’era la Russia zarista. Essi volevano una ristrutturazione dell’Impero in senso federalistico, in modo tale da avere voce in capitolo nel governo. Si era coniata da tempo l’espressione “austroslavismo” per indicare la disponibilità degli slavi a collaborare. Gli stessi socialisti erano d’accordo, vedevano nell’area asburgica la prima possibilità di realizzare l’internazionalismo proletario. Ma le classi dominanti austro-tedesche e magiare non intendevano perdere la loro supremazia, lo Stato non riusciva a trasformarsi da apparato repressivo, di polizia, a Confederazione di popoli. A poco a poco però emerse un’autocoscienza nazionale in tutti i popoli, un processo unitario.
L'Italia, in questo contesto, diventò capofila del riscatto nazionale di queste popolazioni. Certo, vi furono motivi ideali ma anche contingenti e di opportunità. C’era una situazione estremamente difficile al fronte. La disfatta di Caporetto aveva spostato la guerra a ridosso di Venezia. La Russia nel marzo si era ritirata negoziando la pace di Brest Litovsk e quindi tutta la potenza di fuoco dell’esercito austro-ungarico poteva venire concentrata sull’area italiana, uno sfondamento in questo settore sarebbe stato decisivo per le sorti del conflitto. Ma tutto questo ha oscurato la presenza e l’attivissimo lavorio della componente politica dell’interventismo democratico che intendeva portare avanti una strategia alternativa a quella del ministro degli Esteri Sonnino e riprendere la tradizione mazziniana di un’alleanza organica con i movimenti di rinascita nazionale delle popolazioni slave (e anche non slave, pensiamo agli albanesi ed ai romeni) dell’Europa centrale.
Oltre agli uomini di governo italiani ed ai politici di diversi schieramenti, i principali promotori dell’assise romana, appoggiati da numerose associazioni, furono alcuni uomini di cultura italiani, intellettuali, scrittori quali Giani Stuparich, Umberto Zanotti-Bianco, Leonida Bissolati, Francesco Ruffini, Andrea Torre, Giovanni Amendola, Gaetano Salvemini, Giuseppe Prezzolini.
Per comprendere un po’ meglio i motivi che indussero l’Italia a promuovere e organizzare l’assise romana occorrerebbe anche aggiungere che, prima dello scoppio della guerra, il quadro geopolitico europeo cambiò radicalmente nel giro di pochi anni. Nel ’15 l’Italia entrò in guerra per acquisire certe regioni con le quali avrebbe completato il suo processo unitario, ma non per abbattere la Monarchia, perchè si temeva che si creasse un vuoto nell’area danubiano-balcanica. Il corso della guerra dimostrò comunque che non si potevano scindere i destini dell’Austria-Ungheria da quelli della Germania, e quindi non si poteva battere questa e salvare l’altra. La strategia di politica internazionale andava quindi completamente rimodulata, e ciò doveva avvenire, e di fatto avvenne a Roma nell’aprile del 1918, appoggiando i comitati che agivano per la creazione di nuovi stati. Questi comitati portavano avanti una prospettiva di integrazione tra le diverse etnie presenti nelle nuove entità statali. Si parlò di integrazione e convivenza, quindi, non di separazioni e intenti nazionalistici.
Roma, 24.05.1918. Lo slovacco Štefánik, al centro, durante la cerimonia di consegna della bandiera

Ma chi furono i maggiori esponenti delle popolazioni coinvolte ed i rappresentanti degli Stati successori all’Impero che sottoscrissero il Patto di Roma? Due su tutti. Tomáš G. Masaryk, primo presidente e fondatore della nuova Cecoslovacchia, che scrisse La Nuova Europa. Il punto di vista slavo, proprio nel corso del conflitto, che costituisce una delle analisi più lucide delle cause dello scontro in atto e mostra quali alternative positive si potessero aprire dalla dissoluzione della Monarchia asburgica. Lui vide in prospettiva la creazione di nuove aggregazioni di popoli su base democratica e nuove forme di integrazione in Europa centrale, non più legate all’aspetto dinastico, ma espressione di libere scelte. Divenne già negli ultimi anni dell’Ottocento un punto di riferimento culturale e politico non solo per cechi e slovacchi, ma anche per gli slavi del sud e tutta l’intellighenzia dell’Europa centrale, profondo conoscitore della Russia e legato al liberalismo progressista occidentale. E poi Milan Rastislav Štefánik. esponente slovacco, astronomo, aviatore, naturalizzato francese e diventato generale dell’Armée, ma che operò intensamente anche in Italia. Fu lui a organizzare la Legione ceco-slovacca e avrebbe voluto che l’Italia giocasse un ruolo decisivo nello scacchiere danubiano-balcanico anche dopo il conflitto. Morì prematuramente proprio mentre stava ritornando in patria con un aereo Caproni, in vista di Bratislava, il 4 maggio 1919.
Il monumento di T. G. Masaryk al "Castello" di Praga

Dopo la conclusione del primo conflitto mondiale, da parte di alcuni politici e storici italiani si parlò di “vittoria mutilata” dell’Italia. Ma molti non furono d’accordo con questo “luogo comune”, con questa pretestuosa invenzione. Una falsità storica. L’Italia ottenne tutto, sul confine settentrionale, con l’acquisizione del Trentino e del Sud Tirolo, e su quello orientale dell’intera Istria, di Fiume (non compresa nel Patto di Londra) e di Zara. Si tentò di censurare il Congresso di Roma e la pacificazione, ossia l’intesa che in quell’occasione vi fu con gli slavi, perchè si voleva indebolire fin dall’inizio il nascente Stato dei serbi, croati e sloveni, che si chiamerà Jugoslavia dopo il 1929.

Beniamino Colnaghi
Note e bibliografia
L’Europa orientale e la nascita degli stati: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2015/02/leuropa-orientale-radici-storia-e.html
Francesco Leoncini, Il Patto di Roma e la legione Ceco-Slovacca. Tra Grande Guerra e Nuova Europa, Kellermann Editore, 2014. 

mercoledì 4 aprile 2018

Verderio Superiore: dopo 61 anni l’alpino Andrea Colombo è ”tornato a casa”

Il 15 febbraio 2003 fu una giornata molto fredda. Il cielo era limpido e terso ma la temperatura segnava punte quasi polari. Era sabato. L’urna, contenente le spoglie mortali dell’artigliere alpino Andrea Colombo, esumate dal cimitero militare italiano di Griscino, Ucraina, aveva portato con sé il freddo gelido e pungente, tipico degli inverni di quell’area geografica.
Andrea era finalmente tornato a casa, tra la sua gente, dopo oltre sessanta anni.
Andrea Colombo
 
L’urna era giunta a Verderio Superiore accompagnata da alcuni famigliari, dai rappresentanti della sezione locale degli alpini e dell’Unirr, l’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia. Ad accoglierla, oltre alle autorità civili, militari e religiose, c’era il fratello Lino, di 92 anni, i nipoti, le associazioni e tanti cittadini verderiesi.
Dopo una breve ma sentita e commovente cerimonia, l’urna è stata deposta nella sala civica comunale, per l’occasione addobbata con paramenti civili e religiosi, con una grande bandiera tricolore che copriva un’intera parete, da una corona d’alloro e dal labaro della sezione degli alpini di Lecco. Durante la stessa giornata moltissimi cittadini verderiesi e rappresentanti degli alpini delle varie sezioni della zona hanno fatto visita alle spoglie di Andrea. 
 
 

 
Il capitano maggiore Andrea Colombo, di Giuseppe, nacque l’8 agosto 1916 alla cascina Alba, oggi tristemente disabitata e in stato di forte degrado. Il giovane Andrea visse in paese fino all’età di 20 anni, fino a quando, nel 1936, fu chiamato a svolgere il servizio di leva. Chi lo conobbe lo ricorda come un ragazzotto robusto, di statura media ma forte come un toro, dal carattere buono e cordiale, sempre pronto e disponibile a dare una mano a chi ne avesse bisogno.
Dal foglio matricolare del Regio Esercito Italiano si rileva che Andrea fu chiamato alle armi il 10 maggio 1938. Una giovinezza sfortunata, la sua. Come quella di numerosi suoi coetanei, tormentata da chiamate alle armi, congedi provvisori e richiami, raggiunta dal turbine di una guerra che, prima di togliere la vita a molti giovani, tolse loro certezza nel futuro. Partì per la guerra di Russia il 26 luglio 1942 con il 2° Reggimento artiglieria alpina.   

Nel 1940 il 2° Reggimento partecipò alla campagna sul fronte occidentale; venne poi inviato in Albania, alle dipendenze della Divisione Alpina Cuneense, e successivamente in Grecia e Jogoslavia. Il 26 luglio 1942 iniziarono le partenze dei convogli ferroviari destinati a trasportare la Divisione Cuneense sul fronte russo; in totale si conteranno 52 convogli per un viaggio della durata di 13 giorni.
Il 2° Reggimento venne impiegato per essere dislocato nel Caucaso ma fu invece rischierato sulle rive del fiume Don. Combatté nelle battaglie cruente di Novo Kalitwa, Rossosch, Annowka, Popowka e Novo Postojalowka. In Patria rientrarono soltanto 3 ufficiali, 10 sottufficiali e 195 tra graduati e alpini. Per il suo eroico sacrificio di vite, al Reggimento fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare[1].

Appena arrivato al fronte russo, fu colto da forti dolori addominali. Fu ricoverato all’ospedale da campo italiano 827 di Losowaia e lì morì di peritonite all’età di 26 anni, il 31 agosto 1942. Venne sepolto nel cimitero di Griscino, un piccolo paese appena dentro l’Ucraina.
Il 16 settembre arrivò in municipio un telegramma delle autorità militari che annunciava la morte di Andrea, il quinto soldato di Verderio Superiore morto in guerra.
Due giorni dopo l’arrivo del telegramma, il 18 settembre, anche la madre dell’alpino morì. Gravemente malata e da tempo ricoverata in ospedale non fu messa al corrente della sorte del figlio.

Il ritorno delle spoglie mortali di Andrea a Verderio Superiore ha fatto rivivere ai più anziani ed a chi lo ha conosciuto tanti ricordi di gioventù, fatti e avvenimenti vissuti nei primi trent’anni del Novecento, quando il paese contava poco più di 1.200 abitanti ed era un piccolo borgo di contadini, formato da donne e uomini poveri ma dignitosi, spesso affamati e denutriti ma tesi, caparbiamente, a battersi contro soprusi e ingiustizie, contro la dittatura fascista e la negazione dei diritti e della libertà.
Tutta Verderio si è stretta intorno alle spoglie di Andrea. È stato un paese intero, quindi, che ha voluto custodire intatta la sua memoria per guardare con sicurezza e fiducia al suo futuro, che oggi si basa sulla speranza di una vita civile e sociale costruita sulla scelta consapevole dei valori della democrazia, della convivenza pacifica, della tolleranza, della libertà e della pace.
L’Amministrazione comunale di Verderio ex Superiore, con quella cerimonia, ha inteso lasciare un segno tangibile a ricordo dei numerosi suoi figli morti sui vari fronti di guerra ed a cui va il rispetto ed il ricordo di tutti. Le pagine di eroismo dei nostri concittadini, anche di quelli che hanno partecipato alla Resistenza ed alla lotta al nazifascismo, sono supremi valori ai quali si unisce idealmente l’opera di quanti, oggi, lavorano per l’affermazione nel mondo della democrazia, della pace, della solidarietà, dell’impegno per la convivenza pacifica dei popoli.

Domenica 16 febbraio 2003 si è svolta la cerimonia con la solennità e l’ufficialità dovute.
Le celebrazioni sono iniziate con le note del “Silenzio” a cui hanno fatto seguito i discorsi dell’avvocato Edoardo Vertua, in rappresentanza degli alpini, della signora Zappa, presidente dell’Unirr e del sindaco di Verderio ex Superiore. Si è quindi formato il corteo verso la chiesa parrocchiale, nella quale monsignor Merisi ha officiato la funzione religiosa. L’urna, successivamente accompagnata verso il cimitero locale da un lungo corteo e dalle note della banda degli alpini, è stata accolta con gli onori tra due ali di bandiere e labari abbassati e dalle note del Silenzio fuori ordinanza, scandito dal suono della tromba.  

 
 
Il capitano maggiore artigliere alpino Andrea Colombo, esumato nel cimitero ucraino di Griscino, riposa ora, a perpetua memoria, all’ombra dei cipressi centenari che ornano il cimitero di Verderio ex Superiore. Finalmente riposa in pace nella sua terra, poco lontano dalla cascina ove, giovane e forte, partì per combattere una guerra terribile che non gli diede scampo.

Beniamino Colnaghi

Note e bibliografia
Giulio Oggioni, Verderio, 1940-1945 Ricordi, immagini e testimonianze nel diario di cinque anni di guerra, A. Scotti Editore, Cornate d’Adda, 2008, p.33.

giovedì 15 marzo 2018

L’anima in fabbrica: storie e lotte dei preti operai

di Marta Margotti

Le vicende dei preti operai italiani sono legate con un tratto indelebile alla fase di intensa contestazione emersa nella società e nel cattolicesimo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Nella Chiesa italiana, l’intreccio tra rinnovamento suscitato dal Concilio vaticano II e spinte provocate dai rivolgimenti studenteschi e operai del Sessantotto contribuì a orientare le scelte di alcuni preti verso il lavoro in fabbrica, portandoli a vivere il proprio sacerdozio in forme molto diverse da quelle tradizionali: mantenersi con il proprio lavoro manuale, abitare in case popolari e abbandonare i segni dell’appartenenza clericale furono le tracce più evidenti di una volontà di rottura che era insieme politica e religiosa. L’intenzione largamente condivisa dai preti operai, per quanto diverse fossero le motivazioni individuali, puntava infatti a rovesciare il modello sacerdotale appreso durante il periodo della formazione sacerdotale e, insieme a questo, a mettere in discussione quella che era ritenuta una Chiesa dai forti connotati gerarchici e autoritari, come pure un’organizzazione sociale basata sulla diseguaglianza funzionale al mantenimento del sistema di potere del capitalismo industriale.
 
 
Se l’utopia di un mondo nuovo, con l’avvento di una società fondata sulla giustizia e di una comunità cristiana ispirata alla radicalità evangelica, trainò l’impegno di questi sacerdoti nel “lungo Sessantotto”, sarebbe fuorviante ridurre la loro esperienza collettiva a questo intenzionale progetto di riforma e alle turbolenze della stagione della contestazione. Uno sguardo più largo e più in profondità permette di considerare le dinamiche di lungo periodo nelle quali si inserirono i preti operai e le influenze portate dal loro radicamento in un particolare territorio, ma anche il ruolo delle reti di contatti in Italia e internazionali, le trasformazioni nelle forme della loro spiritualità e i cambiamenti nell’autocoscienza avvenuti a livello sia individuale che collettivo. Proprio l’analisi delle linee di confine lungo cui si mossero – tra cattolicesimo e movimento operaio, tra riforma religiosa e rivoluzione sociale, tra militanza politica e riflessione teologica – mostra l’originalità delle storie degli oltre trecento preti operai italiani e l’esigenza di proporre ricostruzioni storiche attente non soltanto alle uniformità, ma ancor più alle innegabili differenze rilevabili nel movimento dei sacerdoti al lavoro.

Lo studio di Giuseppina Vitale conferma ora quanto sia fruttuosa la ricerca condotta tenendo conto della molteplicità di attori, di luoghi e di motivazioni, ma anche quanto sia necessario concentrarsi su uno spazio e un tempo ben definiti per individuare le ragioni della forte carica conflittuale presente nell’esperienza dei preti operai e le ricadute di lungo periodo che la loro azione ha avuto sia nelle singole realtà locali, sia nel cattolicesimo italiano. L’analisi di una generazione di preti operai attivi negli anni del post-Concilio in zone sottoposte già in precedenza a consistenti fenomeni di industrializzazione, come la Lombardia e l’Emilia Romagna, ha permesso così di restituire in tutto il loro spessore vicende che sono indicative delle tensioni che hanno attraversato la Chiesa in epoca contemporanea, sia al suo interno, sia nel suo rapporto con la società. Proprio per restituire la complessità di quelle vicende, Vitale ha seguito all’indietro i fili di quelle storie, riannodandole alle prime esperienze condotte da don Bruno Borghi a Firenze e da don Sirio Politi nella darsena di Viareggio e, soprattutto, in Francia e in Belgio, dove all’inizio degli anni Cinquanta un centinaio preti lavorava manualmente. Nonostante quei precedenti (duramente condannati dalla Santa Sede in due riprese, nel 1954 e poi, in maniera all’apparenza definitiva, nel 1959) siano rimasti riferimenti molto vaghi e inconsapevoli sullo sfondo delle scelte quotidiane dei preti operai italiani nel post-Concilio, è esistito uno stretto legame tra le diverse generazioni di sacerdoti che lavorarono manualmente: inconsapevole, infatti, non significa irrilevante. La possibilità di svolgere un’occupazione manuale era stata infatti concessa nuovamente al clero nell’ottobre 1965 proprio a seguito dell’inesausta attività di convincimento condotta verso i padri partecipanti al Concilio da alcuni dei protagonisti di quella prima stagione che avevano continuato a lottare per la ripresa del lavoro operaio dei preti.

Preti operai in Italia, dal sito di don Giorgio De Capitani http://www.dongiorgio.it/

Ad accomunare le diverse generazioni di preti operai, vi era anche la percezione dell’inadeguatezza delle istituzioni ecclesiastiche di fronte ai cambiamenti innescati dalla modernizzazione sociale e culturale. La risposta doveva essere il rinnovamento della Chiesa o, meglio, il ritorno alle radici dell’esperienza cristiana per una missione che poteva essere una “partenza senza ritorno”, come scrivevano Henri Godin e Yvan Daniel in La France pays de mission?, il libro pubblicato nel 1943, testo di riferimento di tutti i preti operai, in Francia, in Italia e altrove. In questa ottica, la secolarizzazione era considerata una sfida per la Chiesa, non la premessa dell’annichilimento del cristianesimo nelle società moderne. Se condivisa era una simile lettura della crisi del cristianesimo, diverse furono le spinte che portarono i preti a lavorare manualmente e le forme assunte dalla loro militanza, prima e dopo il Concilio. In linea generale, tra i preti al lavoro tra gli anni Quaranta e Cinquanta fu più frequente l’iniziale motivazione religiosa (conoscere il proletariato per annunciarvi il Vangelo), seguita da una rapida presa di coscienza della strutturale situazione di ingiustizia della vita in fabbrica e poi l’approdo all’impegno sindacale. In coloro che invece – di qua e di là delle Alpi – cercarono un’occupazione manuale dopo il Vaticano II prevalsero ragioni che erano certamente spirituali e pastorali, ma anche immediatamente politiche. Anzi, proprio la scelta di caricare le richieste di aggiornamento della riflessione teologica e di rinnovamento delle strutture ecclesiastiche di una forte valenza politica, orientata alla realizzazione della giustizia economica e alla liberazione sociale dei lavoratori, caratterizzò l’impegno dei preti operai che svolsero anche per questa loro forte proiezione politica un ruolo trainante nella contestazione cattolica progressista postconciliare.
L’identificazione con la classe operaia non significava soltanto la volontà di inserirsi nel movimento dei lavoratori, al quale era riconosciuto il ruolo di “motore della storia”, ma voleva provocare la Chiesa sulla necessità di un cristianesimo vissuto “fuori del tempio”. Come mostrato dalle scelte compiute dai preti operai emiliani e lombardi, la rottura con quegli aspetti del cattolicesimo considerati frutto delle incrostazioni del passato era il primo passo per raggiungere coloro che erano lontani dai più consueti luoghi della presenza ecclesiastica (a iniziare dalle parrocchie), ma ancor prima richiamava la necessità di coerenza tra Vangelo annunciato e impegno cristiano. Le accuse al conservatorismo dei fedeli, le denunce contro le relazioni intessute dalle istituzioni ecclesiastiche con i centri di potere economico, l’adesione ai movimenti contro la guerra in Vietnam o per il mantenimento della legge sul divorzio erano scelte che collocavano nettamente nell’area politica di sinistra i preti operai che, da parte loro, avevano risolto il dilemma intorno al dovere dell’unità politica dei cattolici, ancora continuamente richiamato in quegli anni dall’episcopato italiano: costeggiare le posizioni del Partito comunista e anche dei gruppi della sinistra extraparlamentare era parte dell’identità operaia che i preti al lavoro avevano costruito attraverso successivi strappi, e non senza contraddizioni, per rompere con la più consolidata identità sacerdotale cattolica. L’intenzione era superare la concezione largamente diffusa che vedeva il presbitero come “alter Christus” e, per questo, uomo separato dagli altri. Il muro da abbattere tra Chiesa e proletariato (già evocato dal cardinal Suhard nei primi anni Quaranta, all’inizio dell’esperienza della missione operaia a Parigi) passava attraverso la rinuncia a quelli che erano considerati i privilegi sociali e religiosi della condizione sacerdotale e, ancor più, ribaltava la coscienza del prete che, scegliendo di lavorare a fianco degli operai, non soltanto si schierava “con loro”, ma più radicalmente diventava “come loro”.
Cambiare il sacerdozio diventava la pietra di paragone della volontà della Chiesa di riformare sé stessa: il prete non doveva più essere considerato il rappresentante del sacro in un mondo profano da cristianizzare, ma il testimone del gesto di donazione incondizionato di Dio all’umanità realizzato attraverso l’incarnazione in Gesù, il carpentiere di Nazareth disposto a morire per gli altri. Il prete non era colui che esercitava un magistero e aveva una funzione socialmente riconosciuta, si limitava ad amministrare i sacramenti o, secondo il Concordato, svolgeva compiti di ufficiale di stato civile, ma colui che con la sua vita mostrava un’altra immagine di sacerdote e di Chiesa. Un prete senza potere presumeva una Chiesa ugualmente povera, dove avrebbe dovuto prevalere la dimensione comunitaria su quella gerarchica, come pure l’impegno con gli “ultimi” sulle relazioni di vertice. La lotta per una Chiesa “popolo di Dio” era la stessa condotta dai preti operai per una società fondata sulla giustizia sociale e sulla partecipazione politica di tutti i cittadini, da realizzare “qui e ora”, con uno scivolamento continuo tra discorso religioso e discorso politico. Gli avversari da combattere erano allo stesso tempo i difensori dei tradizionali assetti di potere ecclesiastico e i sostenitori del sistema borghese capitalistico, gli uni e gli altri ritenuti colpevoli della subalternità nella quale era costretta in Italia, come a livello mondiale, la classe operaia.


Quanto la lettura delle dinamiche di sviluppo delle società industrializzate nel secondo dopoguerra proposta dai preti operai fosse debitrice di un operaismo fortemente segnato dalle categorie marxiste era evidente, oggetto per questo dei ripetuti richiami dei vescovi italiani e della curia vaticana. Meno evidenti furono invece le divisioni che attraversarono il collettivo italiano dei sacerdoti al lavoro (formatosi nel 1969), differenze emerse sia nelle periodiche riunioni nazionali, sia a livello locale. La puntuale ricostruzione che Giuseppina Vitale propone, sulla base di originali ricerche d’archivio e di interviste con alcuni dei protagonisti di quelle vicende, permette di seguire il frastagliato profilo di alcuni gruppi di preti operai e di superare letture univoche di un fenomeno numericamente limitato, ma molto articolato al suo interno. Dalla ricerca emergono la generale autoconsapevolezza dei preti operai, il ruolo di netta frattura politico-religiosa che questi “spezzoni di Chiesa nella classe operaia” intendevano svolgere e l’assunzione di modalità linguistiche e argomentative direttamente influenzate dalla comune militanza sindacale. Affiorano però anche i caratteri specifici coltivati da ogni gruppo locale e il diverso grado di coinvolgimento nelle organizzazioni dei lavoratori, come pure il differente atteggiamento che ogni prete operaio tenne di fronte ai vescovi e le divergenti scelte in occasione dei più acuti momenti di conflittualità sociale e di scontro con la gerarchia cattolica.
Come molti altri protagonisti della stagione della contestazione cattolica progressista negli anni del post-Concilio, i preti operai intesero cambiare la Chiesa per trasformare la società e rivoluzionare i rapporti di produzione capitalistici per riformare il cattolicesimo. Seguendo i percorsi individuali dei sacerdoti al lavoro in Italia negli anni Sessanta e Settanta, è però possibile considerare anche quanto la loro vicenda non possa essere esaurita nel dissenso postconciliare, pur essendo influenzata in maniera strettissima da questo movimento ed essendone parte non marginale. La contemporanea appartenenza alla classe operaia e alla comunità cristiana, al ruolo di lavoratori e, insieme, alla condizione di preti della Chiesa cattolica, lasciò continuamente questi sacerdoti in un equilibrio incerto e non risolto, a tratti ambivalente. La loro ostinata rivendicazione della “doppia fedeltà” si tradusse non tanto nei sospetti di inaffidabilità nei loro confronti circolanti tra i fedeli e, per motivi opposti, tra i compagni di lavoro, quanto in una “doppia debolezza” di fronte all’incrinarsi di alcuni dei riferimenti fondanti la loro identità.
La crisi del lavoro operaio e la crisi del sacerdozio, sempre più evidenti dagli anni Settanta, attraversarono e scossero il collettivo dei preti operai, con esiti individuali anche molto differenti. Sia per coloro che lasciarono il sacerdozio, sia per chi rimase nel ministero sacerdotale, l’impressione fu di aver vissuto una battaglia “contro” e alla fine di essere stati messi “fuori”: ai margini del mondo cattolico e anche – ormai cassaintegrati, licenziati o pensionati – fuori del mondo operaio. Dagli anni Ottanta, il faticoso ripensamento della propria identità da parte di molti preti operai ha rappresentato il punto di condensazione visibile della parallela crisi del lavoro operaio e del ministero sacerdotale. Il prete operaio può essere allora considerato il “prete della crisi”: crisi del sacerdozio, crisi del cristianesimo, ma anche crisi del lavoro operaio e dell’industrialismo, segnali della fine o, meglio, della trasformazione della società industriale di massa del Novecento. I sacerdoti che avevano scelto di lavorare manualmente avevano tentato una risposta al conflitto tra Chiesa e modernità, con esiti molto ridotti rispetto alle aspettative, e non soltanto per la limitata adesione del clero a questa forma particolare di ministero. Come per molti altri “uomini di frontiera” della stagione postconciliare, la fuoriuscita dai luoghi più consueti del cattolicesimo ha rappresentato per i preti operai più un’occasione di personale maturazione spirituale e politica che un contributo alla strutturale trasformazione dei rapporti di forza all’interno della Chiesa, all’orientamento in senso progressista della politica vaticana oppure al definitivo superamento nel cattolicesimo di modelli ecclesiologici basati sulla prevalenza degli elementi gerarchico-clericali.

«Ho mescolato come ho potuto l’aroma dell’incenso e la puzza della fabbrica», scriveva un prete operaio ripensando alla sua esperienza di lavoro in officina. Il lavoro manuale non era stato un espediente per dare un’“anima alla fabbrica”, come i cappellani del lavoro prima di loro avevano tentato. In modo spesso inaspettato, era stata l’occasione per molti preti operai per ritrovare l’“anima in fabbrica”, tanto da ridare un senso alla personale esperienza di fede e indicare una via.

giovedì 1 marzo 2018

In ricordo di due illustri italiani del Novecento
L'anniversario della nascita di Anna Magnani e Pier Paolo Pasolini

Anna Magnani (Roma, 7 marzo 1908 - Roma, 26 settembre 1973)
 
 
Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 - Lido di Ostia, 2 novembre 1975)
 
 
Pasolini e la Magnani in una foto del 1962
 
 
Dal web
Centro studi Pasolini di Casarsa: http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/

lunedì 12 febbraio 2018

Pillole di saggezza e buon senso 2

Sapete cosa vuol dire indifferenza? Sì, la parola che oggi è scolpita al binario 21 della Stazione Centrale di Milano, quello da cui partimmo per Auschwitz. L'indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l'apatia morale di chi si volta dall'altra parte: succede oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l'indifferenza.
Liliana Segre, deportata ad Auschwitz, senatrice a vita
 
Quei 418 messaggi che non ho letto. Sono arrivati in tre giorni sul mio telefono. Anzi, messaggini, secondo il lessico lezioso e vezzoso che adorna di fiori di carta le gabbie d’acciaio della tecnologia. Se rispondessi a tutti, mi resterebbe tempo? La tecnologia sottrae spazio per vivere, amare, leggere: siamo servi della gleba digitale. 
Claudio Magris, scrittore 

Il grado di civiltà del nostro paese dipenderà anche, e in larga misura, da cosa, anche nel campo della letteratura di consumo, gli italiani avranno letto.
Giangiacomo Feltrinelli, editore

lunedì 5 febbraio 2018

Quando è il suo turno, puntuale, l’8 si rifà vivo

Siamo nel 2018 e l’8 finale è ritornato. Ogni dieci anni si accoda al numero che indica il nuovo anno e ci costringe a ricordare che “lui” è un numero importante, perché alcuni anni contraddistinti dall’8 finale hanno segnato la storia, con eventi e fatti che, nel bene o nel male, hanno contribuito a scrivere pagine significative del nostro passato. 
Intendiamo ricordare alcuni di questi avvenimenti, tra i più significativi, che per brevità e memoria sono accaduti nell’ultimo secolo, il Novecento, accompagnati da doverosi commenti.
 
1918 
Il 4 novembre alle ore 15, cessate tutte le operazioni di guerra, fu proclamata la fine della prima guerra mondiale. Armando Diaz emanò un bollettino che celebrava, non senza retorica, la vittoria su "uno dei più potenti eserciti del mondo".
Prima dell'entrata in vigore dell'armistizio, firmato a Padova il giorno prima, l'esercito proseguì la sua rincorsa ai territori italiani che erano stati persi l'anno precedente. Non vennero raggiunte le località sulla riva sinistra dell'Isonzo, mentre in Alto Adige mancavano ancora diversi chilometri prima di giungere sul Passo del Brennero, considerato come il confine naturale dell'Italia. La pace però non presupponeva l'impossibilità di continuare l'avanzata, ma solo quella di cessare qualsiasi combattimento. E così nei giorni seguenti furono raggiunte anche altre località abbandonate dalle autorità austro-ungariche.
II 4 novembre 1918, dunque, finiva il primo conflitto mondiale. Un evento che segnò in modo profondo e indelebile l'inizio del '900 e che determinò radicali mutamenti politici e sociali. Oggi il 4 novembre si celebra la Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate.  
Due mesi dopo, il 18 gennaio 1919, iniziarono a Versailles i trattati di pace.
 
L'edizione del Corriere della Sera dell'11 novembre 1938

1938
Le leggi razziali fasciste in Italia furono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi (leggi, ordinanze, circolari, ecc.) applicati fra il 1938 e i primissimi anni Quaranta, inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica Sociale Italiana. Esse furono rivolte prevalentemente, ma non solo, contro le persone di religione ebraica. Il loro contenuto fu annunciato per la prima volta il 18 settembre 1938 a Trieste da Benito Mussolini, l’approvazione avvenne meno di un mese dopo, il 6 ottobre, quando il Gran Consiglio del Fascismo sottoscrisse la “Dichiarazione sulla razza”. Per la legislazione fascista era ebreo chi era nato da: genitori entrambi ebrei, da un ebreo e da una straniera, da una madre ebrea in condizioni di paternità ignota oppure chi, pur avendo un genitore ariano, professasse la religione ebraica. Sugli ebrei venne emanata una serie di leggi discriminatorie.
Il fascismo, attraverso l'emanazione di leggi e norme sulla difesa della razza italiana, ammise tuttavia la figura del cosiddetto ebreo arianizzato, dando “facoltà al Ministro per l'interno di dichiarare, su conforme parere della Commissione, la non appartenenza alla razza ebraica anche in difformità delle risultanze degli atti dello stato civile”. Si trattò in sostanza del conferimento di un potere molto vasto alla Commissione per le discriminazioni: questa infatti poteva formulare un parere motivato, sulla base del quale il Ministero dell'interno avrebbe a sua volta emanato un Decreto di dichiarazione della razza. Nell'autunno 1938, nel quadro di una grande azione razzista già tempo prima, il governo Mussolini varò la "normativa antiebraica sui beni e sul lavoro", ovvero la spoliazione dei beni mobili e immobili degli ebrei residenti in Italia.
La legislazione antisemita comprendeva: il divieto di matrimonio tra italiani ed ebrei, il divieto per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto per tutte le pubbliche amministrazioni e per le società private di carattere pubblicistico, come banche e assicurazioni, di avere alle proprie dipendenze ebrei, il divieto di trasferirsi in Italia di ebrei stranieri, la revoca della cittadinanza italiana concessa a ebrei stranieri in data posteriore al 1919, il divieto di svolgere la professione di notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali, il divieto di iscrizione dei ragazzi ebrei, che non fossero convertiti al cattolicesimo, nelle scuole pubbliche, il divieto per le scuole medie di assumere come libri di testo opere alla cui redazione avesse partecipato in qualche modo un ebreo.
E molto altro ancora, fino alla deportazione, all’internamento e alla morte nei campi di concentramento nazisti.
 
1948
La Costituzione della Repubblica italiana entrò in vigore il 1° gennaio 1948. La Costituzione è la legge fondamentale e fondativa dello Stato italiano. Venne approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata cinque giorni dopo dal capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola. Fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 298, edizione straordinaria, del 27 dicembre 1947. 

Il 30 gennaio, presso la Birla House a Nuova Delhi, in India, mentre si recava nel giardino per la consueta preghiera ecumenica del pomeriggio, Mohandas Karamchand Gandhi venne assassinato con tre colpi di pistola da un fanatico indù radicale che aveva legami anche con gruppi estremisti indiani. 
 
In Italia, il 18 aprile del 1948 si tennero le prime elezioni politiche libere dopo la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale. In una campagna elettorale tesa e molto combattuta si scontrarono la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e il Fronte democratico popolare, l’alleanza di comunisti e socialisti guidata da Togliatti e Nenni. Le sinistre, uscite a testa alta dalla Guerra di Liberazione e dalla Costituente, erano convinte di vincere, ma non colsero fino in fondo la portata di quello scontro, nel quale entrarono pesantemente il Vaticano e la Chiesa Cattolica e forze di levatura internazionale, tra le quali gli Stati Uniti d’America. La Dc prese oltre il 48% dei voti, mentre il Fronte raggiunse il 31%. Quella tornata elettorale segnò per decenni la vita politica e sociale italiana. Inoltre, quel 18 aprile, segnò anche territorialmente gli equilibri politici: le sinistre forti al Centro e nelle grandi aree urbane e industrializzate, la Dc ed i moderati nel resto del Paese, soprattutto al Sud e nel Nord-Est.

La Dichiarazione universale dei diritti umani fu redatta dai rappresentanti di tutte le aree del mondo ed incluse tutte le usanze legali. Adottata formalmente dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, è il documento sui diritti umani più universale che esista e delinea i diritti fondamentali che formano le basi per una società democratica. A seguito di questo atto storico, l’Assemblea dell’Onu fece appello a tutti gli stati membri di divulgare il testo della Dichiarazione “affinché venga disseminata, esposta, letta e spiegata principalmente nelle scuole ed in altre istituzioni educative, senza distinzione basata sulla posizione politica dei paesi o dei territori”. La Dichiarazione è un documento concreto che è stato accettato come contratto tra un governo e il suo popolo in tutto il mondo, ma purtroppo è largamente disatteso in molte parti del mondo.  

1968
Martin Luther King, leader instancabile della resistenza non violenta e paladino dei diritti dei poveri e degli emarginati, venne ucciso il 4 aprile 1968 a Memphis, Usa, colpito da un colpo di fucile di precisione alla testa, mentre era sul balcone dell’hotel in cui alloggiava.  

Un mese dopo, il 6 giugno, nell'Ambassador Hotel di Los Angeles (Usa) Bob Kennedy, fratello dell’ex presidente John Fitzgerald Kennedy, ucciso a Dallas il 22 novembre 1963, venne ucciso in circostanze poco chiare da un uomo di origini giordane, che gli esplose contro alcuni colpi di pistola.


 Cortei degli studenti in Italia 

Ma il 1968 verrà ricordato in tutto il mondo come l’anno della contestazione giovanile e studentesca.
Il Sessantotto fu quindi un fenomeno prima di tutto giovanile, ed in modo particolare studentesco. Caratteristica peculiare che fa delle rivolte di quegli anni una rarità storica, fu la simultaneità e la vastità geografica delle rivolte: in situazioni socio-economiche e geografiche molto diverse (dai Paesi europei al Giappone, dal Messico agli Stati Uniti) si assistette a forme di ribellione simili e contemporanee, senza che vi fosse stata alcuna forma di preparazione o di coordinamento. Tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, le giovani generazioni dei paesi più diversi si ribellarono ai rispettivi sistemi politici, culturali e sociali.  
E’ sufficiente ricordare alcuni eventi di quegli anni per rendersi conto delle dimensioni del fenomeno: il “Maggio francese”; la “Primavera di Praga”; l’esplodere dei movimenti studenteschi in Italia e Germania; l’opposizione negli Stati Uniti alla guerra in Vietnam; l’assassinio di Martin Luther King e le sanguinose rivolte dei ghetti neri; il famoso gesto di protesta degli atleti afro-americani alla premiazione olimpica dei 200 metri piani, con Tommy Smith e John Carlos sul podio a pugno chiuso, a segnare l’adesione al movimento del Black Power.
La guerra in Vietnam, evento chiave della politica internazionale degli anni Sessanta, fu uno dei motivi più forti di aggregazione dei movimenti di protesta in tutto il mondo. I giovani e gli studenti che scendevano in piazza per il Vietnam vedevano nella crisi dell’egemonia militare americana l’elemento decisivo per una ridefinizione complessiva degli equilibri internazionali.
Un filo conduttore nei movimenti sociali del ’68, un loro carattere storico comune, può essere individuato nell’essere stati i primi movimenti di contestazione radicale del modello sociale ‘neocapitalistico’ e dell’equilibrio mondiale fondato sull’egemonia statunitense, condotta in forme di massa. Una critica “da sinistra”, ma culturalmente non ascrivibile alla tradizione comunista. 
Sotto questo aspetto i movimenti di contestazione, definiti come movimenti della ‘nuova sinistra’, contenevano forti elementi di innovazione nei confronti della tradizione politica e culturale delle sinistre, verso la quale erano fortemente critici. In primo luogo era ritenuto estremamente importante il riferimento alle lotte dei popoli del terzo mondo, alle rivoluzioni del mondo arabo, dell’Asia e di Cuba. L’Unione Sovietica non veniva più assunta come Stato-guida, ma anzi come uno dei garanti, insieme agli Stati Uniti, dell’ordine da abbattere.
Quei gruppi che contestavano il sistema non si battevano più per lo sviluppo e la modernizzazione, ma contro le caratteristiche autoritarie e di classe di quello sviluppo e di quella modernizzazione. La loro era dunque la prima critica della modernità, fatta non in nome delle nostalgie passate della destra, ma in nome di una modernità più libera e più giusta. 
Gli ideali anti-imperialisti, anti-militaristi, anti-autoritaristi e anti-borghesi sono i principali fili conduttori che attraversano tutti i movimenti di protesta sorti nei primi anni Sessanta. Viene contestata ogni istituzione che si fondi sul principio di autorità, come la famiglia e la scuola, che trasmettono modelli di disciplina e che stigmatizzano ogni comportamento deviante, fino a tutte quelle istituzioni per loro natura finalizzate alla repressione o fondate su un forte principio gerarchico: l’esercito, la magistratura, la polizia, la Chiesa, la burocrazia degli stati e dei partiti tradizionali. Nascono tentativi di dar vita a luoghi dove l’autorità sia bandita: la comune al posto della famiglia, l’assemblea e la democrazia diretta in luogo delle deleghe e della democrazia rappresentativa, con lo scopo di voler simboleggiare il rovesciamento del potere costituito e quello di creare un proprio spazio autonomo. Tutte forme che finirono per mettere definitivamente in crisi le figure sociali in cui l’autorità si esprimeva: dal padre al poliziotto, dal giudice al militare.
Oggetto della contestazione non è solo il potere statale, ma anche e soprattutto i singoli poteri quotidiani: dalla famiglia autoritaria al professore in aula al caporeparto nella fabbrica. Questi movimenti combattono qualunque forma di burocrazia, da quella statale a quella delle tradizionali organizzazioni dei partiti. All’apparato organizzativo della politica tradizionale contrappongono le reti informali dei comitati, le assemblee, la democrazia diretta.
La generazione nata tra gli anni ’40 e ’50 si forma nella consapevolezza della minaccia mondiale di una catastrofe nucleare, di un rischio di totale distruzione tecnologica che appariva essere del tutto indipendente dal luogo di nascita e dalla volontà del singolo individuo.
Altri movimenti che si svilupparono in contemporanea a quello degli studenti furono il movimento hippy, nato a metà degli anni Sessanta a New York e S. Francisco, che esprimeva il concetto di amore libero in tutte le sue forme ed una maggiore libertà sessuale e il movimento femminista, come conseguenza dell’insoddisfazione che le donne avevano nei confronti delle società occidentali. L’insoddisfazione femminile inizialmente si concentrò negli stessi gruppi studenteschi e sugli stessi ideali condivisi da questi ultimi: libertà di pensiero e diritti civili. Ben presto le ideologhe del movimento femminista si resero conto che la componente maschile dei movimenti studenteschi tendeva a mettere in minoranza l’altro sesso, cosa che generò rivendicazioni femminili autonome e indirizzate all’ottenimento della piena uguaglianza tra i sessi. Ogni aspetto personale dell’universo femminista costituiva argomento di lotta, non solo il mondo del lavoro, ma anche quello della famiglia e soprattutto della salute.

1978
Sul piano politico, nel 1978 in Italia ci fu una situazione instabile, che a meno di due anni dalle elezioni portò alla caduta del governo monocolore della Democrazia Cristiana, guidato da Giulio Andreotti. Di fronte a quest'impasse e per dare una risposta convincente al Paese, attraversato da una profonda crisi sociale ed economica, il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro sostenne l'ipotesi di un governo di solidarietà nazionale, con la partecipazione dei comunisti.
Si trattò di un gesto politico di considerevole portata, i cui echi oltrepassarono i confini nazionali. Il  segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, elaborò la proposta del “Compromesso storico, una strategia che si fondava sulla necessità della collaborazione e dell’accordo fra le forze popolari di ispirazione comunista e socialista con quelle di ispirazione cattolico-democratica, al fine di dar vita a uno schieramento politico capace di realizzare un programma di profondo risanamento e rinnovamento della società e dello Stato italiano, sulla base di un consenso di massa, tanto ampio da poter resistere ai contraccolpi delle forze più conservatrici, anche di natura internazionale. Le resistenze però erano forti, sia all'interno della Dc, sia tra gli alleati internazionali dei due principali partiti italiani. Da un lato gli Usa timorosi che, nell'ottica della “guerra fredda”, un partito filosovietico al governo avrebbe potuto minare i piani militari della Nato e spostare l’asse geopolitico nel Mediterraneo. Dall'altro l'Urss giudicava tale prospettiva una forma di emancipazione dal modello sovietico, e quindi non tollerabile.
La mattina di giovedì 16 marzo Moro era atteso alla Camera dei Deputati, dove Andreotti avrebbe dovuto presentare il nuovo governo con l’astensione dei comunisti di Berlinguer. All'incrocio tra via Fani e via Stresa, a Roma, ad attenderlo un commando composto da numerosi brigatisti, armati di pistole e mitragliette automatiche. Bloccando il corteo con due auto all'inizio e alla fine dello stesso, e ostruendo le vie di fuga laterali con altri veicoli parcheggiati, i terroristi entrarono in azione facendo fuoco sulla scorta di Moro, uccidendo tutti gli uomini della scorta e rapendo il presidente della Dc. Passarono 48 ore prima che le Brigate Rosse rivendicassero l'attentato e il sequestro di Moro, attraverso una foto dello stesso, ritratto con alle spalle la famigerata "stella a cinque punte" e un comunicato in cui si annunciava che il presidente della Dc sarebbe stato processato da «un tribunale del popolo». La reazione dei cittadini si tradusse in cortei e manifestazioni per gridare il proprio dissenso alla violenza brigatista. Le istituzioni reagirono approvando una serie di "leggi speciali" volte a dare più poteri alle forze dell'ordine e agli investigatori nell'attività di contrasto al terrorismo. Sul piano politico emersero forti divisioni tra chi era per trattare con i sequestratori, come il Partito socialista e la maggioranza che era invece per la linea dura. Nei 55 giorni che seguirono ci fu uno stillicidio di comunicati delle Br, ipotesi giornalistiche e polemiche politiche, fantasiose teorie e depistaggi.

Il corpo di Aldo Moro

Il 6 maggio le Brigate Rosse comunicarono l'esecuzione della condanna a morte. Tre giorni dopo il corpo di Moro fu rinvenuto in via Caetani, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, parcheggiata, simbolicamente, tra via delle Botteghe Oscure e Piazza del Gesù (dove avevano sede rispettivamente il Pci e la Dc). Della strage di via Fani e dell'omicidio Moro furono accusati, processati e condannati all’ergastolo e a pene molto pesanti numerosi brigatisti, la maggior parte dei quali oggi è in regime di semilibertà. Altri, nel frattempo, sono deceduti. Ma alcuni aspetti poco chiari persistono ancora oggi. 

L’8 luglio 1978 Alessandro Pertini, detto Sandro, classe 1896, venne eletto settimo presidente della Repubblica italiana, rimanendo in carica dal 1978 al 1985.  

Il 1978 vide l’avvicendamento sul trono di San Pietro di ben tre papi. Paolo VI morì il 6 agosto 1978. Il cardinale Albino Luciani venne eletto papa il 26 agosto scegliendo il nome di Giovanni Paolo I. Il suo pontificato fu però tra i più brevi della storia della Chiesa cattolica, perché il Papa morì dopo soli 33 giorni dalla sua elezione. Papa Giovanni Paolo II, nato Karol Jozef Wojtyla, polacco, venne eletto papa il 16 ottobre dello stesso anno.

2008
Il 4 novembre, il democratico Barack Obama vinse le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America e divenne il 44° presidente americano. Vinse in molti Stati tradizionalmente repubblicani, tra cui la Florida, la Virginia, l'Ohio, l'Indiana, il Colorado e il Nevada. In quelle elezioni Obama ricevette il record di voti, ottenendo circa 69 milioni 500mila voti, il maggior numero di voti ottenuti da un candidato presidenziale.
Attorno alla sua figura si generò da subito speranza e entusiasmo da parte degli americani e di miliardi di persone nel mondo e si auspicò un netto miglioramento nelle relazioni politiche e internazionali tra gli Stati e delle condizioni di vita di milioni di americani.   

Beniamino Colnaghi