venerdì 15 maggio 2015

Il medio corso del fiume Adda, da Lecco a Imbersago, da Paderno a Trezzo: storia, monumenti e paesaggio

Il nome Adda, Ada in lingua lombarda, deriva dal celtico Abdua e significa "acqua corrente". I vari rami sorgentizi dell'Adda nascono sulle Alpi Retiche dal giogo dello Stelvio e dal Gruppo dell'Ortles, più precisamente a 2.237m s.l.m., sul versante meridionale del Monte del Ferro, nella Val Alpisella (Parco Nazionale dello Stelvio). Con un percorso che si sviluppa per 313 km è il quarto fiume italiano per lunghezza. Il corso principale dell'Adda ricade interamente in Lombardia e tocca diverse provincie.
Nei secoli scorsi il fiume ha rappresentato la via preferenziale per gli scambi commerciali, soprattutto tra il lago di Como e Milano. Non a caso risalgono a quei tempi la costruzione delle alzaie, che rendevano più veloci i trasporti fluviali, la realizzazione del Naviglio della Martesana nella seconda metà del XV secolo, e quello di Paderno, un canale artificiale costruito per oltrepassare le rapide presenti in quel tratto di fiume.

Il sistema dei navigli nel XVIII secolo (cliccare sulle foto per ingrandirle)

Il fiume, oltre a svolgere un ruolo di primo piano a livello economico, favorendo l’industrializzazione dell’intera Lombardia, ebbe il ruolo di creare una vera e propria frontiera e barriera, attraverso il suo corso naturale e la costruzione, a opera dell’uomo, di fortificazioni e punti di passaggio e attraversamento controllati. Le dispute e le rivalità sono sempre state all’ordine del giorno. Storicamente famosa divenne la disputa sulla pesca quando il fiume divenne confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. I ducali ritenevano il fiume interamente milanese, mentre la Serenissima giudicava le popolazioni rivierasche libere di pescare. La controversia indusse il governo milanese a legittimare “l’offesa senza pena alcuna” contro i bergamaschi, scoperti a pescare nell’Adda. A causa dei frequenti “litigi”, gli abitanti dei piccoli borghi che punteggiavano le rive del fiume non vivevano certamente tranquilli, perché erano spesso coinvolti nelle guerre e nelle dispute in armi tra i due potenti Stati.
Durante il Rinascimento, e ancor fino alla loro dissoluzione, il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia furono due tra gli stati tecnologicamente e culturalmente più avanzati nell'Italia delle Signorie: questo era dovuto a diversi aspetti, tra i quali, come abbiamo appena visto, al complesso sistema di canali artificiali che fin dall'epoca romana irrigava la pianura milanese, rendendola uno dei territori più fertili d'Europa. Su questo fitto reticolo di navigli, canali e rogge si svilupparono l'industria e i commerci: l'acqua forniva energia per mulini, filande e filatoi, folle da carta, fucine ed era via di comunicazione per il trasporto di merci e persone dalla Valtellina e dalla Svizzera verso Milano. A presidio furono costruiti i caselli daziari. Le acque dell'Adda e del Ticino entravano in Milano attraverso la fossa interna dei navigli, il Tombone di San Marco e la Darsena di Porta Ticinese: sulle loro sponde sorgevano molteplici attività industriali.

Il fiume Adda è uno dei luoghi dove la presenza di Leonardo da Vinci ha lasciato maggiori tracce.
Leonardo soggiornò a Milano per due lunghi periodi e in quegli anni ebbe modo di spostarsi e conoscere i territori bagnati dal fiume. Leonardo condusse studi ed esperimenti per il suo trattato "Delle Acque" e ritrasse i paesaggi del medio corso dell'Adda: il fiume tra Monasterolo e Trezzo, la Martesana e il promontorio di Concesa, il traghetto "porto" tra Vaprio e Canonica, praticamente identico a quello tutt'oggi funzionante a Imbersago, il castello di Trezzo. Interessante fu la sua visita alla forra d'Adda, con il famoso scorcio dei Tre corni, che, secondo molti esperti, li dipinse nello sfondo della Vergine delle Rocce. Concepì e progettò migliorie e aggiornamenti tecnologici per le chiuse idrauliche, che furono dette da allora "conche vinciane", progettò il Naviglio di Paderno per collegare il lago di Como con la città di Milano, progetti contenuti nel Codice Atlantico, la più vasta raccolta al mondo di disegni e scritti autografi di Leonardo da Vinci, conservato sin dal 1637 presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano.

Anche Alessandro Manzoni, nel suo apprendistato poetico giovanile, ebbe modo di scrivere un idillio intitolato Adda. Era contenuto in una lettera che il giovane Manzoni indirizzò a Vincenzo Monti, esponente di spicco del neoclassicismo italiano. Nell’idillio il poeta dà voce all’Adda, che diventa quindi protagonista, la quale invita il Monti a trascorrere un po’ di tempo nella quiete della sua valle e a trarne ispirazione poetica, ricordando che già il lago di Pusiano[1] ispirò la vena poetica di Giuseppe Parini. In età adulta, all’interno del suo capolavoro storico, I promessi sposi, Manzoni cita spesso il fiume e i luoghi più caratteristici che si affacciano su di esso.   

 
Il medio corso dell’Adda, ossia il tratto pedemontano del fiume, quello centrale, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per tutta l’area che si estende a sud di Lecco, dividendo, per un lungo tratto, le provincie di Lecco e Monza-Brianza, da una parte, e Bergamo, dall’altra. Da Lecco a Trezzo sull’Adda il fiume scorre veloce tra depositi alluvionali e glaciali, con un andamento abbastanza rettilineo nel primo tratto, per poi, tra Paderno d’Adda e Porto d’Adda, percorrere la forra d’Adda, una specie di canyon scavato nel corso di migliaia di anni; un tratto di una bellezza paesaggistica con pochi pari.

Pescarenico
 
Sempre nel romanzo I promessi sposi, il Manzoni ambienta parecchi capitoli nel territorio lecchese, li cita e li descrive in modo molto realistico, tanto da permettere che quelle storie costituiscano la più significativa eredità culturale lecchese. Nel capitolo IV del romanzo, Manzoni così descrive Pescarenico, un piccolo quartiere di Lecco: “… è Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del Lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare…”. Fu dalle sponde del lago in questo punto che Lucia si allontanò in barca per sottrarsi alle mire di Don Rodrigo.

 
Seguendo la corrente del fiume, poco a sud di Lecco, l’Adda tende ad allargarsi, formando il lago di Garlate, sulla riva sinistra del quale, in zona panoramica, sorge il santuario di San Girolamo Emiliani, ove sono conservate le ossa del santo. Poco sopra il santuario si raggiunge la Rocca dell’Innominato, resa celebre dal Manzoni. Originariamente chiamata Rocca di Tremasasso, probabilmente di età tardo-romanica, era stata costruita sul confine del contado di Lecco affinché, da quell’altura, si controllasse la strada per Bergamo e parte del lago. La rocca fu teatro di aspre battaglie e contese che videro contrapposti, tra gli altri, il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Venne distrutta dai francesi nei primi anni del XVI secolo.

Il santuario del Lavello

Sempre sulla sponda bergamasca, a Calolziocorte, si può visitare il santuario di Santa Maria del Lavello, inserito nel progetto europeo “Strada dei Chiostri, che ne ha pure consentito il restauro. Nel santuario si possono ammirare affreschi rinascimentali e barocchi e dipinti di Domenico Scaretti di Pontida.

Il santuario della Beata Vergine Addolorata di Airuno

Proseguendo il percorso verso sud, nel territorio di Airuno, provincia di Lecco, si può salire su una collina di pietra calcare, sulla quale, a poco meno di 400 m. di altezza, si incontra il santuario della Beata Vergine Addolorata, o della Rocca, dal quale si gode una splendida visuale sulla valle dell'Adda e sul paesaggio che la circonda, in un luogo suggestivo per la straordinaria bellezza. Il nucleo originario del santuario era costituito da una chiesetta posta entro le mura di una rocca fortificata. Di questa si ha notizia in un documento testamentario del 960 redatto da Alcherio, nobile di origine longobarda capostipite della famiglia dei Capitani di Airuno, detentori del controllo del fiume Adda tra Calolziocorte e Arlate. Fu questa famiglia che probabilmente nel Trecento costruì la chiesa che fu ampliata in forme tardo gotiche in epoca sforzesca. Bisogna comunque risalire al 1558 per avere la prima notizia documentata dell'esistenza della chiesetta. Nella relazione della visita di san Carlo Borromeo nel 1571 viene annotato che la Chiesa di S. Maria della Pace o della Rocca era posta dentro le mura di un castello e che fu restaurata e forse ampliata in seguito all'abbattimento di un'altra chiesetta dedicata a san Michele. Si deduce che il culto mariano fosse già radicato in queste terre e che, nel corso dei secoli XVI e XVII, per il particolare contesto storico-sociale in cui la Brianza e l'intero Milanese vennero a trovarsi, segnato da guerre, carestie e pestilenze, tale culto si sia rafforzato e qui, in particolare, abbia promosso il restauro e l'abbellimento della chiesa.

Il castello di Brivio

Poco dopo Airuno, l’Adda entra nel territorio del Comune di Brivio, luogo di nascita di Cesare Cantù. Secondo alcuni storici, Brivio deriva da briva, che in celtico significa “passaggio”, “ponte”. Brivio è conosciuto prevalentemente per il suo castello, che conserva ancora un suo magico imponente aspetto con il baluardo costruito alla fine del XV secolo a rinforzo e protezione del maschio a nord-est, verso il fiume e, quindi, verso il confine con la Serenissima. Il baluardo presenta pianta triangolare, con «i lati sfuggenti all’impeto della corrente del fiume» e, come suggerisce Galileo Galilei nel Trattato di Fortificazione, «due cannoniere orientate in maniera diversa», una verso nord e l’altra verso sud, per controllare il fiume a monte e a valle; la seconda appare trasformata in porta d’accesso fin da epoca sconosciuta. Presenta inoltre il pozzo, ancora da ispezionare, «necessario per soddisfare le necessità dei soldati e raffreddare i cannoni dopo l’uso», che avrebbe potuto pescare l’acqua da una cisterna o direttamente dal fiume. Alla stessa epoca devono risalire le modifiche alle murature, con inserimento di feritoie. Dalla parte del paese invece il castello si presenta come una vasta corte circondata da edifici di civile abitazione e da fabbricati già a destinazione commerciale, affiancata da una signorile palazzina degli anni Venti del Novecento.

Il monastero di Arlate, dedicato a san Colombano, è esplicitamente citato per la prima volta nel 1162. Venne costruito sull'apice di una collina che domina la valle dell'Adda, secondo lo stile romanico e con l’utilizzo di materiali del posto: la pietra "molera" della Brianza. Secondo alcuni storici, la fondazione, probabilmente posteriore al 1125, potrebbe esser connessa ai signori de Calcho feudatari del luogo. La prima menzione di una badessa, e quindi la certezza di un monastero femminile, è del 1311. Anche le fonti cluniacensi ricordano questo priorato nel XIV secolo, quando fu unito a Pontida. Non è dunque dato sapere se sia stato cluniacense fin dall'origine, ma l'impianto della chiesa del XII secolo può attestarlo con una certa plausibilità, per l'analogia con altri impianti dei priorati lombardi. L'edificio, pur passato attraverso cospicui interventi di restauro, soprattutto quelli del XVI e XVII secolo, conserva sostanzialmente l'impianto primitivo.

A poche centinaia di metri dalla chiesina di Arlate sorge il santuario della Madonna del Bosco di Imbersago, del quale, sempre su questo blog, si è già avuto modo di parlare.[2]

 

Val la pena rimanere su Imbersago per dire qualcosa sul “Traghetto di Leonardo”, che collega questo comune all’abitato di Villa D’Adda, sponda bergamasca. Il traghetto non è altro che un barcone di legno di 60 metri quadri circa, sul quale è posto un albero munito di un rullo rotante e di un perno fisso entro i quali scorre una fune d’acciaio, tesa tra le due sponde del fiume. Il traghetto, governato da un solo manovratore, sfrutta la corrente naturale del fiume e si sposta azionando uno speciale timone posto sotto la chiglia. Leonardo non progettò questa imbarcazione, ma disegnò un traghetto durante la sua permanenza a Vaprio d’Adda, chiamandolo “porto” di Canonica. Quando Leonardo arrivò a Milano, esistevano già alcuni esemplari di traghetto che collegavano le due sponde dell’Adda: quello che collega Imbersago a Villa d’Adda è l’unico sopravvissuto.

La diga di Robbiate e, sulla destra, l'inizio del Naviglio di Paderno

Per poter ammirare la bellezza paesaggistica e monumentale del tratto di fiume che collega Imbersago a Trezzo sull’Adda è consigliato percorrere l’alzaia destra con una bicicletta, il mezzo ecologico per eccellenza.[3] Prima che inizi la forra dell’Adda si incrociano due grandi opere di ingegneria idraulica: la centrale Semenza, sulla sponda bergamasca, a Calusco d’Adda, inaugurata nel 1920, e la diga di Robbiate, in territorio lecchese, che forma un piccolo bacino, dal quale ha inizio il Naviglio di Paderno, un canale artificiale costruito per oltrepassare le rapide dell’Adda, al fine di consentire la navigazione continua e sicura tra il lago di Como e Milano. Agli inizi del Cinquecento la realizzazione del Naviglio fu affidata a Leonardo da Vinci. Alla sua morte, il progetto si interruppe per alcuni anni per poi riprendere e fermarsi più volte nel corso dello stesso secolo. I lavori ripresero solo nel 1773, sotto l'egida di Maria Teresa d'Asburgo e dopo innumerevoli progetti con nuove disposizioni per mediare tra gli interessi contrastanti della popolazione di Milano e quella di Como, si conclusero nel 1777. Il Naviglio permise l’incremento dei commerci, ma alla fine dell’Ottocento cadde in rovina. La società Edison, nel 1898, modificò il primo tratto del corso del canale per poter sfruttare le caratteristiche a vantaggio della centrale idroelettrica Bertini di Cornate d’Adda.

Il ponte San Michele

Ma la grande attrazione della zona è rappresentata dalla maestosa presenza del ponte San Michele, che collega le province di Lecco e Bergamo. Il ponte fu costruito tra il 1887 ed il 1889 dalle Officine Savigliano su progetto dell’ingegnere svizzero Jules Röthlisberger, sopra una gola che il fiume Adda forma in località Paderno d’Adda. Inaugurato contemporaneamente alla Tour Eiffel, è unanimemente considerato come un vero e proprio simbolo dell’archeologia industriale in Italia e una delle più interessanti realizzazioni dell’ingegneria italiana nell’Ottocento. Il ponte è lungo 266 metri e si eleva a 85 metri al di sopra del livello del fiume ed è formato da un'unica campata in travi di ferro che sostiene, tramite 7 piloni sempre in ferro, un'impalcatura a due livelli di percorribilità, il primo ferroviario e il secondo stradale.



La forra d'Adda

Durante l’ultima glaciazione i ghiacciai, oggi limitati a pochi lembi residui in zone di alta montagna, coprivano un’estensione ben maggiore, arrivando quasi alle porte di Milano. Le grosse “lingue” glaciali che, scendendo dalle Alpi, invadevano la pianura, lasciarono come traccia del loro passaggio, oltre alle valli che si sarebbero trasformate nei grandi laghi prealpini (Maggiore, Como, Iseo e Garda), enormi ammassi di detriti: le colline chiamate “morene”. Una delle testimonianze più evidenti di questo processo è il “ceppo dell’Adda”, la roccia di origine glaciale che caratterizza il paesaggio del fiume fino all’altezza di Trezzo. All’altezza di Paderno, l’Adda si insinua in uno spettacolare canyon di ceppo, la forra d'Adda, monumento naturale del Parco Adda Nord: perfino Leonardo ne fu affascinato al punto da studiarlo, misurarlo, disegnarlo nei codici e ritrarlo sullo sfondo del famoso dipinto La Vergine delle Rocce.


Il santuario della Madonna della Rocchetta

All’interno di questo spettacolo naturale, e nel contesto ecomuseale dell’Adda di Leonardo, fra la Conca delle Fontane e la Conca Grande, nel tratto in cui il percorso perde di vista il fiume per costeggiare il canale un tempo utilizzato per la navigazione, si giunge al santuario della Madonna della Rocchetta, in territorio di Porto d’Adda, che già nel XII - XIII secolo si chiamava Portus de Coronatae. Sullo stesso sito pare sorgesse un castello di origini longobarde, con le macerie del quale venne costruito il santuario. La chiesa fu eretta al tempo della costruzione del Duomo di Milano, anno 1386, dal fisico Beltrando Cornatese, che vi chiamò i frati eremiti dell'ordine religioso di Sant'Agostino, i quali occuparono la località per pochi decenni, poiché all'inizio del XVI secolo Filippo Maria Sforza trasformò l'altura rocciosa in un fortilizio, pur lasciando intatta la chiesa. Oggi il santuario è stato restaurato ed è utilizzato per funzioni religiose, nonché per visite culturali e turistiche.    
 
 


 Alcune conche e sbarramenti
 
 La centrale idroelettrica Bertini

 La centrale idroelettrica Esterle

Poco più a valle della centrale idroelettrica Bertini, di cui si è brevemente accennato poco sopra, ormai fuori dal canyon in cui si era infilato il fiume a Paderno, sorge la centrale Esterle, sempre alimentata dall’acqua del canale artificiale. La centrale è nota anche per l’architettura rinascimentale dalle imponenti vetrate, abbellita di mattoni rossi e decorata da colonnine con ornamenti geometrici e floreali.


La centrale idroelettrica Taccani e il castello visti dall'Adda

L’Adda ora tende ad allargarsi, scorrendo lenta e paciosa verso Trezzo. Qui l’attende il castello[4], posto in posizione dominante sopra le spettacolari anse, che venne costruito, distrutto, ampliato, modificato più volte nel corso dei secoli. Fu prima longobardo, poi residenza imperiale di Federico Barbarossa, quindi venne conquistato dai Visconti di Milano nel 1324 per poi essere trasformato dagli Spagnoli in carcere. Abbandonato all’incuria, venne acquistato nel 1891 da Cristoforo Benigno Crespi, che fece costruire la centrale idroelettrica Taccani, oggi dell’Enel, ai piedi del castello. Nel 1982 il Comune di Trezzo ne divenne proprietario, aprendolo al pubblico.   

Beniamino Colnaghi


Note
(1) Il lago di Pusiano: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2014/09/blog-post.html
(2) Madonna del Bosco: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2014/05/la-storiella-di-bertoldo-raffigurata-al.html
(4) http://www.comune.trezzosulladda.mi.it/interne.aspx?ID=555

domenica 3 maggio 2015

Lo scrittore brianzolo Eugenio Corti: dalla vita idilliaca della Brianza al fronte sul Don allo scontro ideologico del dopoguerra

Solo qualche anno fa, interpellati su quale fosse il maggiore scrittore vivente, i lettori del quotidiano cattolico Avvenire risposero: Eugenio Corti (Besana Brianza, 1921 – 2014). Corti è il caso letterario che meglio fotografa il depresso stato della cultura italiana. Il suo capolavoro, Il cavallo rosso, è stato pubblicato nel 1983 dalla Ares, «perché le altre case editrici erano in mano ai comunisti», diventando in pochi anni un’opera che vanta venticinque edizioni. Tradotto in diverse lingue, Il cavallo rosso è da anni considerato, soprattutto nella laica Francia, un’opera che non teme il confronto con Guerra e Pace di Lev Tolstoj e Il Signore degli Anelli di John R. R. Tolkien. Sebbene qui in Italia non sia diventato famoso al grande pubblico, in Francia il nome di Corti è accostato a quelli di Hemingway, Mann, Camus, Kafka e Musil. Il romanzo "Il cavallo rosso" affonda e nutre le sue radici nella vita del proprio autore, perché nel 1940, il 10 giugno, l’Italia entrò in guerra e il Corti interruppe gli studi e si arruolò. Nel 1941, diventato sottotenente d'artiglieria alla scuola allievi ufficiali di Moncalieri, decise di inoltrare la richiesta di essere destinato al fronte russo, che raggiunse nel mese di giugno 1942. Dopo aver stabilito il fronte sul Don, alla fine di dicembre l'esercito italiano ricevette l'ordine di abbandonare le postazioni e di ritirarsi. Senza mezzi e senza alimenti sufficienti, i battaglioni italiani si ritrovarono decimati. Quello di Corti, costituito da oltre 17.000 soldati, ne perse 13.000. Rientrato in Italia, Corti, dopo l'8 settembre 1943, si diresse verso il sud per riunirsi all'esercito regolare italiano. Dopo la laurea in Giurisprudenza, cominciò a scrivere e pubblicare i suoi libri. Il primo fu I più non ritornano, sull'esperienza autobiografica della ritirata di Russia, con lo sfondamento del fronte italiano a opera delle divisioni sovietiche e la conseguente distruzione di gran parte dell’esercito italiano.

Eugenio Corti (fonte Associazione Storico - Culturale S. Agostino - http://www.cassiciaco.it/navigazione/news/2015/corti_monza.html)
Il forte anticomunismo di Corti, nutrito dalla sua esperienza personale nella campagna di Russia, riemerge nei suoi due successivi libri: I poveri cristi che tratta la guerra di liberazione dell'Italia, una sorta di continuazione del primo libro, e Processo e morte di Stalin, scritto tra il 1960 e il 1961, che mette in scena direttamente la destalinizzazione in corso in Unione Sovietica, da lui vista come la prova definitiva del fallimento del Marxismo.
Nel 1972 Eugenio Corti iniziò a scrivere quello che sarebbe diventato il suo capolavoro, Il cavallo rosso, un poderoso romanzo di più di mille pagine, diviso in tre sezioni, nel quale lo scrittore brianzolo, attraverso le vicende di alcuni giovani appartenenti a famiglie della Brianza più devota e manzonianamente timorata di Dio, trasporta il lettore dagli anni che precedono l’entrata in guerra dell’Italia fascista a fianco di Hitler a quelli del dopoguerra. Dentro il libro c’è il dibattito politico e lo scontro ideologico di quegli anni, la Guerra fredda, il destino dell’uomo. Il dualismo tra la vita semplice e umile dei giovani brianzoli e l’esperienza della guerra viene raccontato con dovizia di particolari e con grande pathos emotivo. Corti, attraverso i suoi personaggi, allarga lo sguardo dal fronte russo a quello balcanico, fino ai movimenti resistenziali dell’Italia del Centro-Nord, ricostruendo eventi, personaggi, fatti, ambienti, sacrifici inauditi dei suoi eroi. Eroi, così li vuole l’autore, sempre impregnati da un profondo senso del dovere e da una fede cristallina.  Per il Corti, infatti, gli uomini o scelgono la via cristiana del Bene o quella materialistica del Male. L’opera è caratterizzata da un substrato ideologico profondo nel quale l’autore decide tenacemente di schierarsi su posizioni di sincero integralismo cattolico e di pesante critica antimarxista che, alla fine, sul piano letterario, lo portano ad appesantire troppo la narrazione. Gli elementi che maggiormente interessano questa terra, la sua terra natia, consistono nelle doti descrittive del Corti circa quel clima particolare di una Brianza, oltre che “timorata di Dio”, fedele anche in guerra ai valori evangelici costruiti nella famiglia e nella frequentazione di un mondo ecclesiastico autenticamente religioso.
Dopo la pubblicazione de Il cavallo rosso Corti scrisse vari saggi in cui, da posizioni conservatrici, criticò il Concilio Vaticano II, Il fumo nel tempio, e la Democrazia Cristiana, Breve storia della Democrazia Cristiana, con particolare riguardo ai suoi errori. In altri scritti ripercorse con pessimismo la storia della civiltà occidentale dal protestantesimo al secondo dopoguerra (Le responsabilità della cultura occidentale nelle grandi stragi del nostro secolo, 1998).
Dopo aver attraversato la letteratura italiana del secondo Novecento senza porsi preoccupazioni formali, Corti avvertì la necessità di abbandonare il modello del romanzo ottocentesco, verso il quale Il cavallo rosso aveva debiti, per rinnovare la sua scrittura. Si dedicò quindi al ciclo dei "racconti per immagini", composizione in forma di sceneggiatura, con notazioni espositive e con la storia affidata principalmente ai dialoghi. Con questa tecnica Eugenio Corti ha pubblicato La terra dell'indio, L'isola del paradiso, Catone l'antico e alcune parti dell'ultimo libro Il Medioevo e altri racconti.
Il 6 marzo 2010, in occasione del Convegno "Eugenio Corti, la Brianza, il mondo: la riscoperta del modello brianzolo per la società globale del Terzo millennio", tenutosi presso l'Associazione Industriali di Monza, tramite la lettura di un Documento Programmatico, venne presentata ufficialmente la proposta di candidare Eugenio Corti al Premio Nobel per la Letteratura, per la quale si costituì un comitato. Il 31 gennaio 2011 vennero inviate agli Accademici di Svezia le oltre 8.000 firme raccolte e una lettera d’accompagnamento contenente le motivazioni della candidatura. Quell’anno, però, il Nobel venne assegnato ad uno scrittore svedese.
Eugenio Corti, scrittore, romanziere, uomo di fede, si è spento all’età di 93 anni il 4 febbraio 2014 nella sua casa di Besana Brianza.
 
Beniamino Colnaghi

giovedì 23 aprile 2015


Il coraggio e l’intelligenza delle donne nella Resistenza italiana

«... A voi converrà il dovere di addolcire il dolore di mia madre; ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme accettare una morte necessaria».
Lettera di una donna partigiana condannata a morte

La sera del 7 novembre 1944 a Bologna si combattè contro i tedeschi la battaglia di Porta Lame, decisiva per le formazioni partigiane. Fu una ragazza di 17 anni, Germana Boldrini, a dare il segnale dell'attacco partigiano.
Nel film-documentario di Liliana Cavani sul ruolo delle donne nella Resistenza italiana, girato nel 1965, la regista chiese a Germana Boldrini da dove le fosse venuto quel grande coraggio. La Boldrini così rispose: «Forse perché in casa mia si è sempre vissuti in quella atmosfera, date le circostanze del mio povero babbo che aveva vissuto dodici anni di confino e quando era a casa era molestato quasi tutti i giorni dai fascisti; e ne ha subito di tutti i colori ed io essendo la più grande, si vede che mi son messa nel sangue quel certo spirito di coraggio per difendere mio padre fino alla morte, perché aveva passato una gioventù tanto crudele, tanto brutta, che mi rimpiangeva il cuore solo a sentirlo parlare, tante volte. Mio padre è stato fucilato. Prima hanno minato la casa e poi l'hanno fucilato sulle macerie della casa».

Il richiamo alle storie familiari. Non riguarda tutte le donne che hanno deciso di partecipare alla Resistenza, ma certo il ruolo della famiglia ha influito in maniera decisiva nella scesa in campo delle donne. Sono state le figure maschili della famiglia, il padre, il nonno, i fratelli, a “spingere” le donne a schierarsi decisamente contro la tirannia e la dittatura. Soprattutto il padre. Nella società contadina e operaia di metà Novecento, i ruoli erano ancora nettamente divisi e le distinzioni all’interno della famiglia erano molto chiare. Il padre e la madre avevano ruoli e compiti diversi. Per le donne che hanno partecipato attivamente alla Resistenza, il padre viene riconosciuto come colui che rifiuta la sottomissione, che non prende la tessera del fascio, non fa partecipare i propri figli alle sfilate organizzate dal Partito fascista. Questo comportamento, per il quale si rischiava il posto di lavoro e la vita stessa, ebbe una presa fortissima dentro le ragazze della famiglia, le quali assunsero a modello le scelte del padre o del fratello maggiore. La madre, normalmente, o non partecipava alla discussione, ma raccomandava di stare attenta, o non condivideva le scelte della figlia, ma non apriva un conflitto in famiglia. Quindi, oltre al luogo di lavoro, alla fabbrica e all’ambiente sociale, la famiglia fu lo strumento attraverso cui la società fece sentire se stessa e dalla famiglia uscirono quei valori che le erano propri, che fecero propendere alcuni suoi appartenenti al coinvolgimento diretto in guerra.

Staffette partigiane

Quante furono le donne impegnate a vario titolo nella Resistenza italiana? Secondo stime dell’Anpi e testimonianze accreditate, le donne organizzate nei Gruppi di difesa della donna furono 70.000, 35.000 furono le partigiane che operarono come combattenti riconosciute, 20.000 le donne con funzioni di supporto, 4.563 vennero arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, 2.900 giustiziate o uccise in combattimento e 2.750 furono le donne deportate nei campi di sterminio nazisti[1]. Accanto a queste ci sono state centinaia di migliaia di donne che hanno compiuto piccoli gesti e svolto umili compiti grazie ai quali i partigiani ed i combattenti poterono essere nascosti, sfuggire ai rastrellamenti, ricevere viveri, medicinali, generi di conforto, informazioni.

La partigiana Onorina Brambilla Pesce, classe 1923, milanese, nome di battaglia Sandra, fu un fulgido esempio del percorso condiviso da tante donne italiane che non esitarono ad abbandonare la casa, il lavoro e gli affetti per dare il loro contributo decisivo affinché l’Italia si liberasse dalla dittatura e dall’occupazione nazista. Nella testimonianza contenuta nell’opuscolo La donna protagonista, riferendosi alle donne impegnate nella Resistenza disse: “… molte, pur non avendo una precisa idea politica, si schierarono a fianco di chi combatteva per la libertà, per sconfiggere i nazifascismi. Tutte corremmo gli stessi pericoli, rischiammo la vita non per meschini interessi personali, ma per tutti, per la pace, per un avvenire migliore nel quale speravamo con tanta forza”.

Giovanni Pesce e Onorina Brambilla

Le scelte delle donne furono condizionate, come abbiamo visto poco sopra, dalla situazione familiare e dallo stato in cui si trovavano i “loro” uomini da un lato, e da un profondo senso di giustizia, dal bisogno di cambiare il mondo dall’altro. Il coraggio e l’abnegazione di queste donne sostennero gli uomini costretti a compiere scelte drammatiche e impegnative, quali la clandestinità, la fuga sulle montagne, l’espatrio. Attraverso la consapevolezza, l’impegno, il coraggio di queste donne passa la Storia, quella con la S maiuscola, che è stata raccontata su moltissimi libri, saggi, testi scolastici e fissata da alcune date significative della nostra storia recente: 25 luglio e 8 settembre 1943, gli scioperi del ’43-44, 25 aprile 1945. A via Tasso a Roma, tra il settembre del ‘43 e il giugno del ‘44 finirono rinchiuse e torturate 122 donne ma nessuna di loro parlò o tradì i compagni. Il silenzio di quelle donne fu una delle armi più efficaci contro la macchina di morte nazifascista. Quello delle donne era un esercito solidale, silenzioso, senza divisa e senza gradi, un esercito di volontarie della libertà che restituirono senso e valore al ruolo della donna nella società dopo anni di dittatura fascista che le aveva relegate a ruoli secondari in ogni ambito della vita sociale. E' indubitabile che le donne abbiano vissuto la consapevolezza di combattere per una causa giusta e che in numero considerevole abbiano partecipato alla formazione dell'opposizione antifascista, fulcro della guerra di liberazione. Nell'immediato dopo-guerra, infatti, le donne italiane hanno conseguito il diritto di cittadinanza, attraverso il voto, quale pieno riconoscimento della loro ormai matura coscienza politica.

Vediamo ora alcune brevi biografie delle donne impegnate, a vario titolo e con diversi ruoli nella Resistenza italiana.
Di Onorina Brambilla Pesce abbiamo già accennato. Di Nilde Iotti ho avuto modo di parlare su questo blog in occasione del 15° anniversario della morte[2].
Teresa Mattei è morta invece solo due anni fa, il 12 marzo 2013 all’età di 92 anni. Partecipò attivamente alla lotta di Liberazione con il nome di battaglia di Chicchi. A lei ed al suo gruppo combattente si ispirò Roberto Rossellini per l'episodio di Firenze del film Paisà. Nel 1946 fu la più giovane deputata eletta al Parlamento della Repubblica. Fu sua l’idea della mimosa per la festa dell’8 marzo. Tra gli ultimi testimoni della Resistenza e della Costituzione, Teresa Mattei portò dentro le istituzioni il punto di vista delle donne, che difese fino alla fine del suo mandato.
Carla Capponi
 
Carla Capponi nasce a Roma nel 1918 da una famiglia colta e antifascista. Diplomata al liceo Visconti, studentessa in giurisprudenza, dopo l’8 settembre 1943 non ha un attimo di esitazione. Già durante la difesa di Roma prima si prodiga ad aiutare i combattenti, poi svolge il lavoro con le organizzazioni femminili della Resistenza. La sua casa signorile al Foro Traiano diviene un punto di riferimento per l’attività clandestina. Ma tutto questo, che pure non è poco, a Carla non basta. Sente che per abbattere definitivamente il nazifascismo c’è bisogno di un impegno totale. Decide così di abbandonare famiglia, affetti, sicurezze per entrare in clandestinità. Consapevole di rischiare ogni giorno la propria vita in una guerra impari nei mezzi militari ma forte negli obiettivi. Il 9 marzo, in via Claudia, incendia da sola un camion tedesco carico di fusti di benzina. Poi, per non essere riconosciuta, decide di tingersi i capelli di nero. Il 23 marzo 1944, con il nome di battaglia di Elena, è in via Rasella insieme a un gruppo di gappisti. Rosario Bentivegna, suo compagno di lotta e di vita, travestito da spazzino ha portato in un carretto la bomba, confezionata per attaccare la colonna di polizia tedesca che ogni giorno passa di lì. L’esplosione è terrificante. Molti militari cadono a terra dilaniati, altri sono assaltati dai partigiani con bombe a mano. Rimangono uccisi trentadue appartenenti all’11° Polizei Regiment Bozen. Per rappresaglia, il giorno dopo, sotto il controllo del generale Kappler, vengono fucilate alle Fosse Ardeatine 335 persone, prelevate in buona parte dalle prigioni romane. Per la sua partecipazione in prima persona, armi in pugno, a numerose azioni contro fascisti e tedeschi, la coraggiosa giovane romana avrà la medaglia d’oro al valor militare.

Tina Anselmi

Tina Anselmi nasce a Castelfranco Veneto nel 1927. Cresce in una famiglia cattolica e antifascista, segnata dalle persecuzioni subite dal padre, militante socialista. Iscritta all'Azione cattolica, il 26 settembre 1944 a Bassano del Grappa, dove studia presso il locale istituto magistrale, è costretta ad assistere all'impiccagione di 31 partigiani: è l'avvenimento che la spinge a entrare nella Resistenza. Diviene staffetta, con il nome di battaglia Gabriella, della brigata autonoma Cesare Battisti, al comando di Gino Sartor, e poi del Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà. Aderente alla Democrazia cristiana dal dicembre dello stesso 1944, dopo il conflitto consegue la laurea in lettere presso l'Università cattolica di Milano e diviene insegnante. Nel 1959 entra a far parte del Consiglio nazionale della Dc. Alle consultazioni politiche del maggio 1968 viene eletta alla Camera dei deputati e vede rinnovato il proprio mandato fino all'aprile 1992.

Furono molte altre le donne che ebbero ruoli di rilievo nella Resistenza: dalla milanese Gisella Floreanini a Iris Versari, morta nell’agosto 1944 a soli 22 anni, dalla bolognese Irma Bandiera  a Ines Bedeschi, che i nazifascisti, dopo averla torturata senza ottenere alcuna confessione,  fucilarono a pochi giorni dalla Liberazione e gettarono il suo corpo nel fiume Po,  dalla modenese Gina Borellini alla bellunese Paola Del Din, dalla sestese Isa De Ponti, nome di battaglia Narva, entrata giovanissima nei Gap agli ordini di Giovanni Pesce, alle valtellinesi Adriana Peregalli e Rachele Brenna.   

Anche la Brianza ha dato i natali ad alcune donne impegnate nella Resistenza e nella lotta contro il nazifascismo. Come Vittoria Bottani, che svolse la propria attività tra Missaglia e Lecco. Nell’ inverno del 1944 venne catturata di notte e rinchiusa nel carcere di Como con l’accusa di correità in associazione sovversiva, per aver organizzato a Missaglia un gruppo con il fine di creare bande terroristiche e di favorire l’attività bellica. Il processo venne fissato il 25 aprile 1945 a Milano, ma quel giorno il processo non si tenne perché fu il giorno della Liberazione. Vittoria uscì da San Vittore e trovò suo padre ad attenderla.

Bambina Villa

Nata ad Oreno nel 1916, in una famiglia antifascista, Bambina Villa iniziò a lavorare all'età di 11 anni al "Linificio-Canapificio" di Vimercate. Nel 1943-44 collaborò all'organizzazione degli scioperi generali e alla mobilitazione degli operai nelle fabbriche della zona. Durante la Resistenza, col nome di battaglia Rossana, entrò a far parte, come staffetta, della 103a Brigata Garibaldi di Vimercate. Suo compito fu quello di distribuire materiale di propaganda, cibo, vestiti e medicine ai patrioti in città e in montagna. L'8 marzo del 1945 fu tra le donne che portarono sulle tombe dei compagni, uccisi al campo di aviazione di Arcore, mazzi di mimose e uno striscione recante la scritta "I gruppi di difesa della donna ricordano i loro martiri". Finita la guerra, Bambina Villa continuò a lavorare al Linificio e a organizzare i lavoratori, perché, come diceva lei, "la Costituzione era stata fatta, ma bisognava che i datori di lavoro la mettessero in pratica".

Luisa Denti Sacerdoti nacque a Lecco nel 1929. Il padre fu un perseguitato politico perché non volle mai iscriversi al Partito fascista. Per questo motivo veniva incarcerato due o tre giorni durante cerimonie e visite ufficiali in Lombardia di importanti gerarchi fascisti e nazisti. “Quando Hitler venne in Italia mio padre era a casa ammalato per cui, non potendolo portar via, venivano a controllarlo due volte al giorno. Entravano in camera da letto e vedevano in bella mostra un piccolo quadretto con l'effige di Matteotti e sotto la scritta: "Uccidete me, ma non uccidete le mie idee"[3]. Era il 1944 quando Luisa iniziò la sua attività all’interno della Resistenza. Il suo ruolo fu quello di staffetta, prima tra Lecco e Como poi verso la Valtellina e la Valsassina, oppure in direzione di Milano.

Beniamino Colnaghi

Note


[1] http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenzadonne.htm

giovedì 16 aprile 2015

Cosa importa se ci chiaman banditi

Il Canzoniere popolare della Brianza ha prodotto un nuovo cd sui canti della Resistenza italiana a 70 anni dalla Liberazione: una proposta rivolta a tutti, ma in particolare agli insegnanti, come spiega il booklet allegato al disco, in cui si parla dell’uso che è possibile fare di questi canti come documento storico su cui lavorare con gli studenti. Se reputate la proposta interessante, andate a vedere il Canzoniere, nelle date programmate, in uno dei concerti organizzati in collaborazione con alcune Amministrazioni comunali locali.  


 

mercoledì 15 aprile 2015

La campagna Ceca nel periodo pasquale
Foto scattate in Repubblica Ceca nella prima quindicina del mese di aprile 2015