giovedì 23 aprile 2015


Il coraggio e l’intelligenza delle donne nella Resistenza italiana

«... A voi converrà il dovere di addolcire il dolore di mia madre; ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme accettare una morte necessaria».
Lettera di una donna partigiana condannata a morte

La sera del 7 novembre 1944 a Bologna si combattè contro i tedeschi la battaglia di Porta Lame, decisiva per le formazioni partigiane. Fu una ragazza di 17 anni, Germana Boldrini, a dare il segnale dell'attacco partigiano.
Nel film-documentario di Liliana Cavani sul ruolo delle donne nella Resistenza italiana, girato nel 1965, la regista chiese a Germana Boldrini da dove le fosse venuto quel grande coraggio. La Boldrini così rispose: «Forse perché in casa mia si è sempre vissuti in quella atmosfera, date le circostanze del mio povero babbo che aveva vissuto dodici anni di confino e quando era a casa era molestato quasi tutti i giorni dai fascisti; e ne ha subito di tutti i colori ed io essendo la più grande, si vede che mi son messa nel sangue quel certo spirito di coraggio per difendere mio padre fino alla morte, perché aveva passato una gioventù tanto crudele, tanto brutta, che mi rimpiangeva il cuore solo a sentirlo parlare, tante volte. Mio padre è stato fucilato. Prima hanno minato la casa e poi l'hanno fucilato sulle macerie della casa».

Il richiamo alle storie familiari. Non riguarda tutte le donne che hanno deciso di partecipare alla Resistenza, ma certo il ruolo della famiglia ha influito in maniera decisiva nella scesa in campo delle donne. Sono state le figure maschili della famiglia, il padre, il nonno, i fratelli, a “spingere” le donne a schierarsi decisamente contro la tirannia e la dittatura. Soprattutto il padre. Nella società contadina e operaia di metà Novecento, i ruoli erano ancora nettamente divisi e le distinzioni all’interno della famiglia erano molto chiare. Il padre e la madre avevano ruoli e compiti diversi. Per le donne che hanno partecipato attivamente alla Resistenza, il padre viene riconosciuto come colui che rifiuta la sottomissione, che non prende la tessera del fascio, non fa partecipare i propri figli alle sfilate organizzate dal Partito fascista. Questo comportamento, per il quale si rischiava il posto di lavoro e la vita stessa, ebbe una presa fortissima dentro le ragazze della famiglia, le quali assunsero a modello le scelte del padre o del fratello maggiore. La madre, normalmente, o non partecipava alla discussione, ma raccomandava di stare attenta, o non condivideva le scelte della figlia, ma non apriva un conflitto in famiglia. Quindi, oltre al luogo di lavoro, alla fabbrica e all’ambiente sociale, la famiglia fu lo strumento attraverso cui la società fece sentire se stessa e dalla famiglia uscirono quei valori che le erano propri, che fecero propendere alcuni suoi appartenenti al coinvolgimento diretto in guerra.

Staffette partigiane

Quante furono le donne impegnate a vario titolo nella Resistenza italiana? Secondo stime dell’Anpi e testimonianze accreditate, le donne organizzate nei Gruppi di difesa della donna furono 70.000, 35.000 furono le partigiane che operarono come combattenti riconosciute, 20.000 le donne con funzioni di supporto, 4.563 vennero arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, 2.900 giustiziate o uccise in combattimento e 2.750 furono le donne deportate nei campi di sterminio nazisti[1]. Accanto a queste ci sono state centinaia di migliaia di donne che hanno compiuto piccoli gesti e svolto umili compiti grazie ai quali i partigiani ed i combattenti poterono essere nascosti, sfuggire ai rastrellamenti, ricevere viveri, medicinali, generi di conforto, informazioni.

La partigiana Onorina Brambilla Pesce, classe 1923, milanese, nome di battaglia Sandra, fu un fulgido esempio del percorso condiviso da tante donne italiane che non esitarono ad abbandonare la casa, il lavoro e gli affetti per dare il loro contributo decisivo affinché l’Italia si liberasse dalla dittatura e dall’occupazione nazista. Nella testimonianza contenuta nell’opuscolo La donna protagonista, riferendosi alle donne impegnate nella Resistenza disse: “… molte, pur non avendo una precisa idea politica, si schierarono a fianco di chi combatteva per la libertà, per sconfiggere i nazifascismi. Tutte corremmo gli stessi pericoli, rischiammo la vita non per meschini interessi personali, ma per tutti, per la pace, per un avvenire migliore nel quale speravamo con tanta forza”.

Giovanni Pesce e Onorina Brambilla

Le scelte delle donne furono condizionate, come abbiamo visto poco sopra, dalla situazione familiare e dallo stato in cui si trovavano i “loro” uomini da un lato, e da un profondo senso di giustizia, dal bisogno di cambiare il mondo dall’altro. Il coraggio e l’abnegazione di queste donne sostennero gli uomini costretti a compiere scelte drammatiche e impegnative, quali la clandestinità, la fuga sulle montagne, l’espatrio. Attraverso la consapevolezza, l’impegno, il coraggio di queste donne passa la Storia, quella con la S maiuscola, che è stata raccontata su moltissimi libri, saggi, testi scolastici e fissata da alcune date significative della nostra storia recente: 25 luglio e 8 settembre 1943, gli scioperi del ’43-44, 25 aprile 1945. A via Tasso a Roma, tra il settembre del ‘43 e il giugno del ‘44 finirono rinchiuse e torturate 122 donne ma nessuna di loro parlò o tradì i compagni. Il silenzio di quelle donne fu una delle armi più efficaci contro la macchina di morte nazifascista. Quello delle donne era un esercito solidale, silenzioso, senza divisa e senza gradi, un esercito di volontarie della libertà che restituirono senso e valore al ruolo della donna nella società dopo anni di dittatura fascista che le aveva relegate a ruoli secondari in ogni ambito della vita sociale. E' indubitabile che le donne abbiano vissuto la consapevolezza di combattere per una causa giusta e che in numero considerevole abbiano partecipato alla formazione dell'opposizione antifascista, fulcro della guerra di liberazione. Nell'immediato dopo-guerra, infatti, le donne italiane hanno conseguito il diritto di cittadinanza, attraverso il voto, quale pieno riconoscimento della loro ormai matura coscienza politica.

Vediamo ora alcune brevi biografie delle donne impegnate, a vario titolo e con diversi ruoli nella Resistenza italiana.
Di Onorina Brambilla Pesce abbiamo già accennato. Di Nilde Iotti ho avuto modo di parlare su questo blog in occasione del 15° anniversario della morte[2].
Teresa Mattei è morta invece solo due anni fa, il 12 marzo 2013 all’età di 92 anni. Partecipò attivamente alla lotta di Liberazione con il nome di battaglia di Chicchi. A lei ed al suo gruppo combattente si ispirò Roberto Rossellini per l'episodio di Firenze del film Paisà. Nel 1946 fu la più giovane deputata eletta al Parlamento della Repubblica. Fu sua l’idea della mimosa per la festa dell’8 marzo. Tra gli ultimi testimoni della Resistenza e della Costituzione, Teresa Mattei portò dentro le istituzioni il punto di vista delle donne, che difese fino alla fine del suo mandato.
Carla Capponi
 
Carla Capponi nasce a Roma nel 1918 da una famiglia colta e antifascista. Diplomata al liceo Visconti, studentessa in giurisprudenza, dopo l’8 settembre 1943 non ha un attimo di esitazione. Già durante la difesa di Roma prima si prodiga ad aiutare i combattenti, poi svolge il lavoro con le organizzazioni femminili della Resistenza. La sua casa signorile al Foro Traiano diviene un punto di riferimento per l’attività clandestina. Ma tutto questo, che pure non è poco, a Carla non basta. Sente che per abbattere definitivamente il nazifascismo c’è bisogno di un impegno totale. Decide così di abbandonare famiglia, affetti, sicurezze per entrare in clandestinità. Consapevole di rischiare ogni giorno la propria vita in una guerra impari nei mezzi militari ma forte negli obiettivi. Il 9 marzo, in via Claudia, incendia da sola un camion tedesco carico di fusti di benzina. Poi, per non essere riconosciuta, decide di tingersi i capelli di nero. Il 23 marzo 1944, con il nome di battaglia di Elena, è in via Rasella insieme a un gruppo di gappisti. Rosario Bentivegna, suo compagno di lotta e di vita, travestito da spazzino ha portato in un carretto la bomba, confezionata per attaccare la colonna di polizia tedesca che ogni giorno passa di lì. L’esplosione è terrificante. Molti militari cadono a terra dilaniati, altri sono assaltati dai partigiani con bombe a mano. Rimangono uccisi trentadue appartenenti all’11° Polizei Regiment Bozen. Per rappresaglia, il giorno dopo, sotto il controllo del generale Kappler, vengono fucilate alle Fosse Ardeatine 335 persone, prelevate in buona parte dalle prigioni romane. Per la sua partecipazione in prima persona, armi in pugno, a numerose azioni contro fascisti e tedeschi, la coraggiosa giovane romana avrà la medaglia d’oro al valor militare.

Tina Anselmi

Tina Anselmi nasce a Castelfranco Veneto nel 1927. Cresce in una famiglia cattolica e antifascista, segnata dalle persecuzioni subite dal padre, militante socialista. Iscritta all'Azione cattolica, il 26 settembre 1944 a Bassano del Grappa, dove studia presso il locale istituto magistrale, è costretta ad assistere all'impiccagione di 31 partigiani: è l'avvenimento che la spinge a entrare nella Resistenza. Diviene staffetta, con il nome di battaglia Gabriella, della brigata autonoma Cesare Battisti, al comando di Gino Sartor, e poi del Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà. Aderente alla Democrazia cristiana dal dicembre dello stesso 1944, dopo il conflitto consegue la laurea in lettere presso l'Università cattolica di Milano e diviene insegnante. Nel 1959 entra a far parte del Consiglio nazionale della Dc. Alle consultazioni politiche del maggio 1968 viene eletta alla Camera dei deputati e vede rinnovato il proprio mandato fino all'aprile 1992.

Furono molte altre le donne che ebbero ruoli di rilievo nella Resistenza: dalla milanese Gisella Floreanini a Iris Versari, morta nell’agosto 1944 a soli 22 anni, dalla bolognese Irma Bandiera  a Ines Bedeschi, che i nazifascisti, dopo averla torturata senza ottenere alcuna confessione,  fucilarono a pochi giorni dalla Liberazione e gettarono il suo corpo nel fiume Po,  dalla modenese Gina Borellini alla bellunese Paola Del Din, dalla sestese Isa De Ponti, nome di battaglia Narva, entrata giovanissima nei Gap agli ordini di Giovanni Pesce, alle valtellinesi Adriana Peregalli e Rachele Brenna.   

Anche la Brianza ha dato i natali ad alcune donne impegnate nella Resistenza e nella lotta contro il nazifascismo. Come Vittoria Bottani, che svolse la propria attività tra Missaglia e Lecco. Nell’ inverno del 1944 venne catturata di notte e rinchiusa nel carcere di Como con l’accusa di correità in associazione sovversiva, per aver organizzato a Missaglia un gruppo con il fine di creare bande terroristiche e di favorire l’attività bellica. Il processo venne fissato il 25 aprile 1945 a Milano, ma quel giorno il processo non si tenne perché fu il giorno della Liberazione. Vittoria uscì da San Vittore e trovò suo padre ad attenderla.

Bambina Villa

Nata ad Oreno nel 1916, in una famiglia antifascista, Bambina Villa iniziò a lavorare all'età di 11 anni al "Linificio-Canapificio" di Vimercate. Nel 1943-44 collaborò all'organizzazione degli scioperi generali e alla mobilitazione degli operai nelle fabbriche della zona. Durante la Resistenza, col nome di battaglia Rossana, entrò a far parte, come staffetta, della 103a Brigata Garibaldi di Vimercate. Suo compito fu quello di distribuire materiale di propaganda, cibo, vestiti e medicine ai patrioti in città e in montagna. L'8 marzo del 1945 fu tra le donne che portarono sulle tombe dei compagni, uccisi al campo di aviazione di Arcore, mazzi di mimose e uno striscione recante la scritta "I gruppi di difesa della donna ricordano i loro martiri". Finita la guerra, Bambina Villa continuò a lavorare al Linificio e a organizzare i lavoratori, perché, come diceva lei, "la Costituzione era stata fatta, ma bisognava che i datori di lavoro la mettessero in pratica".

Luisa Denti Sacerdoti nacque a Lecco nel 1929. Il padre fu un perseguitato politico perché non volle mai iscriversi al Partito fascista. Per questo motivo veniva incarcerato due o tre giorni durante cerimonie e visite ufficiali in Lombardia di importanti gerarchi fascisti e nazisti. “Quando Hitler venne in Italia mio padre era a casa ammalato per cui, non potendolo portar via, venivano a controllarlo due volte al giorno. Entravano in camera da letto e vedevano in bella mostra un piccolo quadretto con l'effige di Matteotti e sotto la scritta: "Uccidete me, ma non uccidete le mie idee"[3]. Era il 1944 quando Luisa iniziò la sua attività all’interno della Resistenza. Il suo ruolo fu quello di staffetta, prima tra Lecco e Como poi verso la Valtellina e la Valsassina, oppure in direzione di Milano.

Beniamino Colnaghi

Note


[1] http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenzadonne.htm

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