La Boemia attende il Generale Inverno
La Storia attraverso personaggi, luoghi ed eventi, nonchè storie di donne e uomini, non sempre potenti e famosi, spesso semplici e umili persone che, grazie al loro lascito di memorie e testimonianze quotidiane, ci consentono di conoscere meglio il loro tempo ed approfondire il nostro passato. Blog senza fini di lucro, che tratta argomenti storici, culturali e di costume.
domenica 9 novembre 2014
lunedì 20 ottobre 2014
Storie della Brianza di una volta: la pergola dei Proserpio
L’estate del 1947 fu torrida; in quei mesi si registrarono temperature tra le più alte del secolo.
L’estate del 1947 fu torrida; in quei mesi si registrarono temperature tra le più alte del secolo.
Nel mese di luglio
di quell’anno uno stuolo di ragazzini, incuranti del solleone, giocava a nascondino
scorazzando tra la grande corte e gli orti esterni della cascina. Per non
essere scoperti, si appiattivano dietro i pilastri dei portici o si
accucciavano sotto i carri agricoli. Le galline, impaurite dalle urla e dalle
corse dei ragazzini, fuggivano sbattendo le ali in ogni dove, mentre le oche
starnazzavano stupidamente. Qualche vecchia usciva dalle porte protette dal caldo
da ruvide tende a righe verticali, redarguendo qualche giovincello troppo
esuberante. Le donne anziane alzavano le braccia e scuotevano la testa,
scambiando pochi commenti con le vicine e sparendo quasi subito dietro le tende
abbassate. I pargoli dormivano beatamente dentro le semibuie e fresche stanze e
per nessuna ragione al mondo dovevano essere svegliati.
L’aia della cascina
Addolorata era molto grande, la più ampia di tutte. Su di essa si affacciava un
lungo porticato, sotto il quale si aprivano sedici abitazioni, tutte
rigorosamente esposte verso sud. Ai lati del corpo centrale avevano sede le
stalle ed i fienili e alcuni portici aperti, sotto i quali i contadini
depositavano i carri e gli attrezzi agricoli.
Sotto il grande
porticato, gli uomini anziani, per combattere le ore più calde della giornata,
se ne stavano appisolati sulle panche di legno, appena fuori dalle loro
abitazioni. Sui tavolini di rovere massello erano posate alcune brocche di
acqua fresca, “pescata” dal pozzo per dissetare i ragazzini che stavano
giocando, mentre i vecchi, tra uno sbadiglio e una sventagliata del cappello a
larghe falde sul viso per rinfrescarsi, si facevano versare dalle premurose
massaie di casa un buon calice di vino rosso, il pincianel, un vinello decantato dal poeta
milanese Carlo Porta nell’Ottocento e nel secolo scorso anche dagli scrittori
Gianni Brera e Mario Soldati.
Una cascina lombarda con il tradizionale pergolato d'uva (cliccare sulle immagini per ingrandirle)
La pergola della
famiglia Proserpio era la più grande e la più ricca di uva. Anselmo, il padre dell’attuale
capofamiglia, venne ad abitare in cascina nell’ultima decade dell’Ottocento, a
servizio del padrone, il conte Malinverni. Anselmo era un giovane di alta
statura, biondo con gli occhi chiari, come certi montanari che provengono dalle
valli alpine dell’estremo nord. Ma lui era nato in un piccolo paese del Triangolo
Lariano, che si estende come una penisola incuneata tra i due rami del Lario:
quello di Como e quello di Lecco.
Il conte aveva
necessità di assumere un bravo bergamino per migliorare le tecniche di allevamento
dei suoi bovini da latte. Il buon Anselmo si inserì così bene in cascina che,
di lì a pochi anni, sposò l’unica figlia del conte, Maria Vittoria Malinverni,
dalla quale ebbe un figlio maschio, Pietro Maria. Pochi giorni dopo il parto la
mamma cominciò a deperire a vista d’occhio. A nulla valsero i consulti dei più
rinomati medici cittadini, chiamati dal conte al capezzale della figlia: Maria
Vittoria morì di una malattia allora sconosciuta. Era trascorso meno di un mese
dal parto. Il dolore che afflisse il conte fu così forte che lo portò ad
assumere la decisione di vendere la cascina Addolorata e tutti i terreni di sua
proprietà. Si ritirò nella sua bella casa di Milano, ove, solo e depresso, morì
pochi anni dopo, lasciando tutti i suoi soldi e le proprietà ad un noto
orfanotrofio della città. Tranne un piccolo appezzamento di terra, circa quindici
pertiche lombarde, che nel suo testamento lasciò al nipote Pietro Maria. La
decisione del defunto di non lasciare tutti i suoi averi al nipote, il
discendente a lui più prossimo, suscitò mormorii e pettegolezzi in cascina ed
in paese, tanto da confermare le dicerie che circolarono in occasione del
matrimonio di sua figlia col bergamino, secondo le quali il conte non benedisse
mai quell’unione, anche se, per amore verso la figlia, mantenne un
atteggiamento defilato.
Verderio, curt del Legnamée (falegname) e del Murnée (mugnaio): la pergola ricca di uva americana di proprietà della famiglia Besana.
Sotto la pergola il vecchio Anselmo chiacchierava
amabilmente con Gusten, Agostino
Galbusera, l’uomo più vecchio della cascina, classe 1865, il quale raccontava
quasi ogni giorno delle vicissitudini trascorse durante la Guerra di Abissinia, il conflitto al quale partecipò tra il
dicembre del 1895 e l'ottobre del 1896. La guerra si concluse con una dura
sconfitta per le forze armate del Regno d'Italia e con la perdita di diverse
migliaia di soldati. Agostino ritornò a casa qualche mese dopo, nella primavera
del 1897, e da allora non smise mai di raccontare ciò che vide in quel
terribile periodo. I due vecchi avevano ormai troppi anni per lavorare nei
campi e anche l’ortaglia era diventata troppo grande per le loro deboli
braccia. Anselmo sapeva che la pergola lo avrebbe protetto ancora per poco
tempo. Fumava il toscano, accarezzando, ti tanto in tanto con la mano destra, i
capelli biondi del bambino.
“Nonno,
perché non sei nel campo ad aiutare il papà?”
“Non
posso, Vittorio, sono troppo vecchio per tagliare il grano”.
Il
vecchio sventolò il suo cappello contro le mosche, attirate dal sudore che gli
rigava le guance.
Il
piccolo Vittorio, che ereditò il nome della nonna paterna, era il secondogenito
di Pietro Maria, il figlio di Anselmo.
“Posso
assaggiare l’uva, nonno?”
“E’
ancora un po’ indietro nella maturazione, mancano ancora dieci giorni a
Sant’Anna”.
Verderio, la pergola della cascina Isabella.
Anna
era la madre di Maria e la sua festa cade il 26 luglio. Molti riconoscono in
Sant’Anna la propria patrona: i commercianti, le ricamatrici e le sarte, i
naviganti e i minatori, le vedove. Ma la santa è invocata soprattutto dalle
gestanti, alle quali in cambio di devozione garantisce il buon esito della
gravidanza ed un parto agevole. Nelle camere dei contadini non mancava, oltre
all’immagine della Sacra Famiglia appesa al muro, un’effigie di Sant’Anna:
allora nel grande letto nascevano tutti i figli che la bontà di Dio voleva
donare.:In alcune parti d’Italia
la festa di Sant’Anna interrompeva i lavori di mietitura e trebbiatura. Narra
la leggenda che un tempo, quando per separare i chicchi delle spighe dorate si
usava il correggiato, oppure si facevano calpestare da una coppia di buoi, un
contadino decise di rompere il tabù di lavorare nel giorno dedicato alla santa.
I cerchi concentrici tracciati dai buoi che calpestavano le spighe divennero un
vortice che sprofondò inghiottendo l’aia e tutto quel che conteneva. Infine la
buca si riempì d’acqua. Il mito della nascita delle stagioni, dell’alternanza
del periodo secco e di quello piovoso, è riprodotto dai contadini anche
attraverso l’usanza di recarsi, durante la festa di Sant’Anna, in un luogo di
balneazione. Che si trattasse di un corso d’acqua o di un laghetto, o ancora
della riva del mare, lunghe teorie di carri agricoli trainati dai buoi
trasportavano le famiglie. La pratica di gettarsi in acqua sembrava avere una
valenza purificatrice, ma anche un auspicio di fecondità.
La festa di Sant’Anna, per il modo in cui veniva celebrata dai contadini, e per gli elementi che presenta la leggenda ad essa legata, con l’astensione dalle attività lavorative, il mito della voragine, la presenza dell’acqua, sembra ricollegarsi alle antiche celebrazioni di un culto agrario dedicato a Demetra la cui ricostruzione è più ipotetica che reale, ma di cui attraverso la pratiche tradizionali si riescono ad intravedere alcuni brevi tratti.
La festa di Sant’Anna, per il modo in cui veniva celebrata dai contadini, e per gli elementi che presenta la leggenda ad essa legata, con l’astensione dalle attività lavorative, il mito della voragine, la presenza dell’acqua, sembra ricollegarsi alle antiche celebrazioni di un culto agrario dedicato a Demetra la cui ricostruzione è più ipotetica che reale, ma di cui attraverso la pratiche tradizionali si riescono ad intravedere alcuni brevi tratti.
Il vecchio Anselmo, per
accontentare il nipotino, si alzò lentamente dalla panca di legno, accostò uno
sgabello al muro e salì tanto quanto bastò per prendere un piccolo grappolo,
uno dei più maturi.
“Vai in casa e chiedi alla mamma di lavarlo perché c’è su un po’ di
verderame”.
Di ritorno, il piccolo iniziò a mangiare alcuni acini, ma il suo viso
cominciò ben presto ad esprimere un certo disgusto. Anselmo sorrise. “Te
l’avevo detto che non era ancora matura”.
Il bambino era una buona compagnia in queste giornate di luglio. Altri
vecchi erano seduti sotto altre pergole. Lui li conosceva tutti. Erano in
cascina perché l’osteria più vicina stava in paese ed era troppo rischioso,
alla loro età, andare a giocare a carte con quel solleone. Le loro gambe non
avrebbero retto la fatica ed il cuore avrebbe sofferto eccessivamente. No, la
cosa più saggia era starsene sotto la pergola a riposare e chiacchierare con
gli altri vecchi della cascina.
Verderio, la "ridimensionata" pergola della cascina San Carlo, casina del Cürat.
“Non vuoi assaggiare l’uva, nonno?”
“No, caro Vittorio, mai prima di Sant’Anna. E’ sempre stata una tradizione
e io ho imparato, fin dalla tua età, che le tradizioni bisogna rispettarle”.
“Nonno, raccontami del signor conte. E’ vero che non voleva bene alla
nonna?”
“Eh, tu sei piccolo, certe cose non le puoi capire. Quando andrai a scuola
e sarai più grande, capirai che nel mondo ci sono i ricchi e i poveri, ci sono
sempre stati, e non sempre vanno d’accordo. Il tuo bisnonno era una brava
persona, ha dato da mangiare a tante famiglie qui in paese, ma aveva le sue
idee. Secondo lui, e quelli della sua stirpe, una persona ricca non doveva
sposarsi con uno che apparteneva ad una famiglia di contadini. C’erano di mezzo
le proprietà e il buon nome del casato”.
“Allora io, quando sarò grande, non potrò sposare Rosangela, la figlia del
macellaio?”
“Certo che potrai sposarla. Tu
diventerai un bel giovane, studierai, perché l’intelligenza non ti manca, e
prenderai un pezzo di carta. Vedrai, i tempi cambieranno anche per noi povera
gente e un giorno tu vivrai meglio di tuo nonno e di tuo padre”.
Il vecchio cominciò a guardare oltre il muro di cinta della cascina, verso
le colline dell’alto Lario, dove si intravedevano le cime dei pioppi e dei
grandi platani. In fondo, il campanile del paese rintoccava le quattro del
pomeriggio. Poco prima del campanile c’era il campo che il conte lasciò in
eredità a suo figlio, quello che mai aveva tradito un raccolto. Quando lavorava
in quel campo sentiva la presenza discreta di sua moglie Maria Vittoria.
Malgrado fossero trascorsi tanti anni dalla sua morte, la ricordava sempre con
emozione. Una lacrima gli scivolò sul viso, fino ad inumidirgli i baffi ormai
bianchi.
“Che cosa pensi, nonno?”
“La terra, rispose Anselmo, ti dà
molta soddisfazione, ma ti cava il sangue. Se ti va bene, dai da mangiare a
tutta la famiglia, ma se un anno il tempo fa il matto, non ti restano neanche i
soldi per pagare l’affitto al padrone”.
Il bambino sentì la mano di suo nonno stringergli forte la testa. Non si
voltò verso di lui. Sapeva che stava lottando per non piangere. Lo faceva
sempre più spesso, ultimamente. Nessuno però se n’era accorto, fuorché il
piccolo Vittorio.
Beniamino
Colnaghi
I personaggi ed i luoghi del racconto sono puramente immaginari.
lunedì 6 ottobre 2014
Leggende dal ghetto di Praga: il Vicolo Belele
Quinto post sulle leggende che riguardano personaggi e fatti avvenuti, molti e molti anni fa, nel vecchio ghetto ebraico di Praga.
Quinto post sulle leggende che riguardano personaggi e fatti avvenuti, molti e molti anni fa, nel vecchio ghetto ebraico di Praga.
Durante il periodo in cui a Praga
governò Rodolfo II (1583 – 1610 circa), scoppiò una terribile epidemia fra gli
ebrei della città, la quale fece vittime soltanto fra i bambini.
L’Angelo della Morte infieriva
impietoso nelle case di Israele. Centinaia di cadaveri venivano portati ogni
giorno al Bethchajim, l’antico cimitero ebraico di Praga e, molto spesso,
rimanevano lì molte ore prima di poter essere sepolti. A causa di ciò ed anche
per colpa delle esalazioni venefiche emanate dai cadaveri, la peste si diffuse ancor
più rapidamente.
![]() |
| L'arrivo dell'Angelo della Morte (Praga, museo del ghetto) |
Lo strazio e la disperazione
avvolsero la comunità ebraica e dal momento che l’epidemia si era manifestata
esclusivamente nel quartiere ebraico, venne interpretata come una punizione
scagliatasi sull’intera comunità. La maggior parte degli ebrei pensò che la
causa potesse essere dovuta a qualche crimine commesso da elementi della
comunità. Vennero intonate preghiere speciali, furono organizzate giornate di
digiuno per espiare il peccato e implorare il Cielo di allontanare l’epidemia.
Purtroppo, l’epidemia continuò a mietere vittime. I becchini continuavano a
lavorare e seppellire senza sosta. Un ulteriore tentativo consistette nel
radunare tutti i rabbini e le persone erudite di Praga per consultarsi sui
rimedi da porre affinché si potesse fermare la furia dell’Angelo della Morte.
I rabbini indagarono dapprima su
quale fosse la causa dell’epidemia, su quale fosse il crimine per il quale era
stata inflitta alla comunità una posizione così severa. Nessuno, purtroppo,
riuscì a trovare la vera ragione. Nella notte seguente, Rabbi Löw, che aveva preso parte alla riunione dei
rabbini, cominciò a pensare profondamente alle cause ed alla possibile via
d’uscita. Dopo alcune ore, stanco e sconsolato, andò a letto. Sognò che il
profeta Elia veniva da lui e lo conduceva al Bethchajim, dove i cadaveri dei
bambini uscivano dalle loro tombe. Quando il rabbino si svegliò, sudato e
tremante, meditò a lungo sul sogno. Gli sembrò, da subito, un messaggio di Dio
per aiutarlo a scoprire la vera causa della peste. Fece chiamare uno dei suoi
allievi più preparati, al quale disse: “Senti, il Signore nostro Dio ci ha
coperti di miseria e infelicità perché abbiamo peccato gravemente. Per scoprire
di quale crimine ci siamo macchiati, ti chiedo di andare a mezzanotte nel
cimitero e, quando vedrai i bambini uscire dalle loro tombe vestiti con le
vesti bianche, strappa ad uno di loro il Tachrichim, la veste funebre, e
portamelo.
![]() |
| La tomba di Rabbi Löw nel vecchio cimitero ebraico di Praga (1609) |
Il ragazzo fece come gli era
stato ordinato. Verso mezzanotte si recò al cimitero e attese con ansia, mista
di paura, che i bambini uscissero dalle tombe. Quando l’orologio del municipio
ebraico batté la mezzanotte, da sotto le pietre tombali cominciarono a venir
fuori molti bambini piccoli vestiti di bianco, ondeggiando sopra le tombe e
dando vita ad una bizzarra danza di spiriti. Un tremendo brivido si impossessò
dell’allievo del rabbino il quale, con la poca forza rimastale, strappò ad un
bambino la veste funebre e si affrettò a guadagnare il cancello d’uscita.
Arrivò a casa di Rabbi Löw senza fiato, raccontò ciò che vide e
diede al rabbino la veste funebre strappata al bambino.
Nel frattempo, al primo rintocco dopo mezzanotte, nel cimitero tutti i
bambini cominciavano a scivolare nelle loro tombe. Tranne uno, il quale,
accortosi che gli mancava la veste, si diresse a casa del rabbino. Si fermò
davanti alla finestra illuminata e, implorando, tese le braccia nell’atto di
riavere il suo vestitino, senza il quale non avrebbe potuto rientrare nella sua
tomba. “Rabbi, restituiscimi il mio Tachrichim!” “Se vuoi riavere il tuo
Tachrichim devi dirmi qual è la causa di questa epidemia.” Il bambino, dopo
aver smesso di piangere e implorare, svelò il motivo per il quale la peste
colpì così duramente la comunità ebraica praghese: in un vicolo non lontano
dalla casa del Rabbi vivevano due coppie di sposi che conducevano una vita
immorale, per questo l’epidemia era stata scagliata sulla comunità e non si
sarebbe arrestata fino a quando le due coppie non fossero state punite. “E ora
che io ti ho svelato la causa della peste, restituiscimi il mio Tachrichim.” Rabbi Löw mandò a chiamare le due coppie e inflisse loro una severa punizione
perché avevano portato tanta morte, infelicità e miseria alla comunità ebraica.
L’epidemia ebbe così fine.
Il vicolo nel quale abitavano le due coppie di peccatori ricevette dal
popolo il nome di Vicolo Belele, composto dai nomi delle due donne vissute
nella lussuria: Bella e Ella.
Beniamino Colnaghi
venerdì 19 settembre 2014
sabato 13 settembre 2014
Verderio, la raccolta delle uova per finanziare la Chiesa
La raccolta di offerte per le più svariate necessità parrocchiali, dalle nuove opere da realizzare alle manutenzioni ordinarie e straordinarie, dall'abbellimento del patrimonio parrocchiale al mantenimento dei parroci ha assunto modi diversi in funzione delle epoche. Nelle società contadine, alle quali apparteneva Verderio fin dopo la seconda guerra mondiale, la raccolta di fondi era, in stragrande maggioranza, basata sulle offerte e sui prodotti dell'agricoltura e del piccolo allevamento di animali domestici. Terminata la stagione della mietitura e trebbiatura del frumento e della raccolta del mais, ad esempio, i coloni offrivano alcuni chilogrammi dei preziosi cereali, che variavano di anno in anno a seconda della generosità del raccolto.
Per comprendere meglio come fosse
strutturato il sistema di raccolta fondi, di seguito riporto le decisioni
adottate a Montevecchia, Muntavégia in dialetto brianzolo, un comune collinare
che dista una decina di chilometri da Verderio.
Per finanziare la nuova chiesa
parrocchiale di Montevecchia, dedicata a San Giovanni Battista, la cui costruzione venne sollecitata dal
cardinale Andrea Ferrari durante la visita pastorale del 1906, si previde un piano
finanziario volto alla raccolta dei fondi necessari alla sua edificazione. Dopo
quasi vent'anni di progetti e discussioni, nel 1925 si iniziò finalmente la
costruzione della nuova chiesa, secondo il progetto Cabiati, da parte delle ditte
Cogliati e Sironi. Per affrontare la spesa, già dal 1920 era stata aperta una
sottoscrizione. Nel giugno del 1921 il parroco di Montevecchia, chiedendo alla
Curia il nulla osta per la costruzione, poteva garantire il problema economico
in questi termini: "I cespiti che provvederebbero i mezzi per affrontare
la gravosa soluzione della nuova costruzione, sarebbero: sottoscrizione
popolare, che ha già raggiunto le 80.000 lire circa; offerte domenicali delle
uova (lo scorso anno diede più di 7.000 lire); offerta della giornata delle
operaie; ricavi dei lavori festivi di pizzo e ricami (con permesso gentilmente
concesso da codesta ven. Curia); ricavo trebbiatura frumento (L. 2.000
all'anno); offerte in grano, bozzoli, uva, prestazione gratuita di mano d'opera
e di trasporto materiali...".
![]() | |||||
| Chiesa di Montevecchia |
A costruzione avanzata si escogitò,
come detto, il piano finanziario decennale dettagliato: i proprietari di fondi
dovevano versare L. 1,50 ogni anno per ogni pertica; i coloni L. 1 all'anno per
ogni pertica; gli esercenti L. 2.000 all'anno. Per raccolta uova, latte e
diversi L. 10. 000 all'anno circa. Alcuni benefattori si erano impegnati con
una libera sottoscrizione. In sostanza il piano decennale prevedeva (tra
contributo proprietari, coloni, esercenti, raccolta latte e uova, offerte
benefattori, fondo cassa) la cifra di lire 449.810.
L’impegno e gli sforzi dei residenti
di Montevecchia permisero di veder coronato il loro sogno: la nuova chiesa
parrocchiale venne completata nel 1930 e consacrata dal cardinale Alfredo
Ildefonso Schuster nel 1933(1).
A parte il finanziamento delle
opere di natura straordinaria, come la costruzione di chiese, oratori, edifici
sacri, il sistema più praticato e capillare che le gerarchie ecclesiastiche usavano
per reperire fondi, al fine di finanziare le attività ordinarie delle curie e
delle parrocchie, erano i proventi incassati dagli affitti di terreni e immobili, dalle offerte
dei fedeli e da una sorta di “decima” composta di generi alimentari, derivanti dalla
coltivazione della terra, nonché di animali domestici, che le classi subalterne
offrivano alla Chiesa. La “decima” era un vero e proprio tributo, già menzionato
nella Bibbia, che nelle società contadine ha prolungato i propri effetti fin
oltre la metà del XX secolo.
La pratica che più di ogni altra
ha contribuito a raccogliere fondi per le parrocchie italiane è stata la
raccolta delle uova di gallina, in dialetto öf de gaina.
La raccolta era in fase con il
periodo di maggior abbondanza delle uova, ossia durante i mesi primaverili ed estivi.
Essendo un prodotto delicato e fragile da trattare, i responsabili delle
parrocchie dividevano il territorio comunale in zone e per ogni zona incaricavano
alcuni giovani di recarsi presso ogni famiglia. Normalmente se ne occupavano le
bambine e le ragazzine dai sei ai dodici anni.
![]() |
| Brianza, raccolta delle uova verso la metà degli anni Venti |
Anche a Verderio Superiore le
uova venivano raccolte “porta a porta”. Al fine di poter avere informazioni
attendibili ho ritenuto indispensabile raccogliere dati pertinenti e oggettivi
attraverso il metodo dell’inchiesta, con interviste ad alcune donne di
Verderio. Le interviste dirette sono una delle tecniche più diffuse, non solo per
raccogliere dati ed informazioni, ma anche per conoscere opinioni e motivazioni
e sono il metodo di raccolta dati che preferisco, perché, oltre al piacere del
dialogare con gli altri, si prefigge lo scopo di alimentare lo scambio di opinioni
e di idee tra i due attori dell’interazione.
Il periodo storico analizzato
abbraccia un ventennio ed è compreso tra la metà degli anni Quaranta, in
sostanza subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, e la metà degli
anni Sessanta. La raccolta avveniva normalmente il giovedì, giorno di chiusura
della scuola elementare e si svolgeva secondo un programma messo a punto dalle
suore dell’Immacolata dell’asilo Giuseppina Gnecchi (vedasi il post del 4
settembre 2012)(2), che assegnavano alle
ragazzine raccoglitrici i percorsi e le zone del paese da seguire. Le
incaricate si spostavano in coppia raggiungendo tutte le abitazioni dei
residenti del paese, i quali, per libera volontà e secondo le loro disponibilità,
deponevano le uova nelle ceste di vimini che le bambine portavano con cura sottobraccio.
![]() |
| Verderio, asilo Giuseppina Gnecchi |
La signora Agnese, allora
bambina, che abitava con la sua numerosa famiglia alla fattoria ai Boschi, mi
ha confidato che in paese si aprirono due scenari: da un lato le famiglie
verderiesi che, per i più disparati motivi, non offrivano le uova alla Chiesa,
dall’altro, invece, quei nuclei che aprirono una vera e propria gara a chi
offrisse più uova. La mamma di Agnese era una donna generosa e offriva ogni
settimana parecchie uova alla Chiesa locale. Nel depositare le uova nel paniere
di vimini diceva, con la proverbiale saggezza contadina, che “la carità onesta
esce dalla porta e rientra dalla finestra”. La signora Letizia, che avrà avuto
sì e no dieci/undici anni, ricorda, in particolare, che partecipava alla
raccolta delle uova durante la
Quaresima. La signora Bruna è stata una delle ultime
ragazzine a svolgere quel compito affidatole dalle suore. Mi ha raccontato che
nei primi anni Sessanta, ogni giovedì, insieme ad un’altra giovane incaricata
andava a piedi fino alla cascina La
Salette, depositava le uova offerte in un cestino di vimini che
poi consegnava alle reverende dell’Immacolata.
Il ruolo delle suore consisteva
nell’organizzare e gestire le ragazzine che svolgevano le attività e annotare
su un registro il numero delle uova raccolte. Le religiose consegnavano la
merce in canonica ad un incaricato del parroco, che provvedeva ad avvisare il
commerciante con il quale si era sottoscritto il migliore contratto di vendita.
A cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta le uova venivano vendute al
pollivendolo di Merate, ul pulireù Natale
Cereda, che aveva un piccolo negozio vicino al bar La Pianta di piazza Italia.
![]() |
| La bicicletta di un pollivendolo esposta in un museo contadino |
Terminato il periodo stagionale
di raccolta “porta a porta” delle uova, sul bollettino parrocchiale il parroco
di Verderio Superiore si dava cura di informare con diligenza i parrocchiani
dei proventi ricavati dalla vendita.
A partire dai primissimi anni
Sessanta, il boom economico e i profondi cambiamenti intervenuti nella
struttura sociale della società contadina hanno mutato antiche e consolidate
tradizioni secolari.
Dalle informazioni assunte
durante le interviste, pare che la raccolta delle uova per finanziare le
attività parrocchiali abbia cessato di essere svolta verso la fine degli anni
Sessanta.
Beniamino Colnaghi
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