lunedì 6 ottobre 2014

Leggende dal ghetto di Praga: il Vicolo Belele

Quinto post sulle leggende che riguardano personaggi e fatti avvenuti, molti e molti anni fa, nel vecchio ghetto ebraico di Praga.

Durante il periodo in cui a Praga governò Rodolfo II (1583 – 1610 circa), scoppiò una terribile epidemia fra gli ebrei della città, la quale fece vittime soltanto fra i bambini.
L’Angelo della Morte infieriva impietoso nelle case di Israele. Centinaia di cadaveri venivano portati ogni giorno al Bethchajim, l’antico cimitero ebraico di Praga e, molto spesso, rimanevano lì molte ore prima di poter essere sepolti. A causa di ciò ed anche per colpa delle esalazioni venefiche emanate dai cadaveri, la peste si diffuse ancor più rapidamente. 

L'arrivo dell'Angelo della Morte (Praga, museo del ghetto)
Lo strazio e la disperazione avvolsero la comunità ebraica e dal momento che l’epidemia si era manifestata esclusivamente nel quartiere ebraico, venne interpretata come una punizione scagliatasi sull’intera comunità. La maggior parte degli ebrei pensò che la causa potesse essere dovuta a qualche crimine commesso da elementi della comunità. Vennero intonate preghiere speciali, furono organizzate giornate di digiuno per espiare il peccato e implorare il Cielo di allontanare l’epidemia. Purtroppo, l’epidemia continuò a mietere vittime. I becchini continuavano a lavorare e seppellire senza sosta. Un ulteriore tentativo consistette nel radunare tutti i rabbini e le persone erudite di Praga per consultarsi sui rimedi da porre affinché si potesse fermare la furia dell’Angelo della Morte.

I rabbini indagarono dapprima su quale fosse la causa dell’epidemia, su quale fosse il crimine per il quale era stata inflitta alla comunità una posizione così severa. Nessuno, purtroppo, riuscì a trovare la vera ragione. Nella notte seguente, Rabbi Löw, che aveva preso parte alla riunione dei rabbini, cominciò a pensare profondamente alle cause ed alla possibile via d’uscita. Dopo alcune ore, stanco e sconsolato, andò a letto. Sognò che il profeta Elia veniva da lui e lo conduceva al Bethchajim, dove i cadaveri dei bambini uscivano dalle loro tombe. Quando il rabbino si svegliò, sudato e tremante, meditò a lungo sul sogno. Gli sembrò, da subito, un messaggio di Dio per aiutarlo a scoprire la vera causa della peste. Fece chiamare uno dei suoi allievi più preparati, al quale disse: “Senti, il Signore nostro Dio ci ha coperti di miseria e infelicità perché abbiamo peccato gravemente. Per scoprire di quale crimine ci siamo macchiati, ti chiedo di andare a mezzanotte nel cimitero e, quando vedrai i bambini uscire dalle loro tombe vestiti con le vesti bianche, strappa ad uno di loro il Tachrichim, la veste funebre, e portamelo.

La tomba di Rabbi Löw nel vecchio cimitero ebraico di Praga (1609)
Il ragazzo fece come gli era stato ordinato. Verso mezzanotte si recò al cimitero e attese con ansia, mista di paura, che i bambini uscissero dalle tombe. Quando l’orologio del municipio ebraico batté la mezzanotte, da sotto le pietre tombali cominciarono a venir fuori molti bambini piccoli vestiti di bianco, ondeggiando sopra le tombe e dando vita ad una bizzarra danza di spiriti. Un tremendo brivido si impossessò dell’allievo del rabbino il quale, con la poca forza rimastale, strappò ad un bambino la veste funebre e si affrettò a guadagnare il cancello d’uscita.


Arrivò a casa di Rabbi Löw senza fiato, raccontò ciò che vide e diede al rabbino la veste funebre strappata al bambino. 
Nel frattempo, al primo rintocco dopo mezzanotte, nel cimitero tutti i bambini cominciavano a scivolare nelle loro tombe. Tranne uno, il quale, accortosi che gli mancava la veste, si diresse a casa del rabbino. Si fermò davanti alla finestra illuminata e, implorando, tese le braccia nell’atto di riavere il suo vestitino, senza il quale non avrebbe potuto rientrare nella sua tomba. “Rabbi, restituiscimi il mio Tachrichim!” “Se vuoi riavere il tuo Tachrichim devi dirmi qual è la causa di questa epidemia.” Il bambino, dopo aver smesso di piangere e implorare, svelò il motivo per il quale la peste colpì così duramente la comunità ebraica praghese: in un vicolo non lontano dalla casa del Rabbi vivevano due coppie di sposi che conducevano una vita immorale, per questo l’epidemia era stata scagliata sulla comunità e non si sarebbe arrestata fino a quando le due coppie non fossero state punite. “E ora che io ti ho svelato la causa della peste, restituiscimi il mio Tachrichim.” Rabbi Löw mandò a chiamare le due coppie e inflisse loro una severa punizione perché avevano portato tanta morte, infelicità e miseria alla comunità ebraica. L’epidemia ebbe così fine.

Il vicolo nel quale abitavano le due coppie di peccatori ricevette dal popolo il nome di Vicolo Belele, composto dai nomi delle due donne vissute nella lussuria: Bella e Ella.
                                                                        
Beniamino Colnaghi

venerdì 19 settembre 2014

Lago di Pusiano

Il lago di Pusiano visto dal santuario di Nostra Signora di Lourdes di Monguzzo (Co)


sabato 13 settembre 2014

Verderio, la raccolta delle uova per finanziare la Chiesa

La raccolta di offerte per le più svariate necessità parrocchiali, dalle nuove opere da realizzare alle manutenzioni ordinarie e straordinarie, dall'abbellimento del patrimonio parrocchiale al mantenimento dei parroci ha assunto modi diversi in funzione delle epoche. Nelle società contadine, alle quali apparteneva Verderio fin dopo la seconda guerra mondiale, la raccolta di fondi era, in stragrande maggioranza, basata sulle offerte e sui prodotti dell'agricoltura e del piccolo allevamento di animali domestici. Terminata la stagione della mietitura e trebbiatura del frumento e della raccolta del mais, ad esempio, i coloni offrivano alcuni chilogrammi dei preziosi cereali, che variavano di anno in anno a seconda della generosità del raccolto. 
Per comprendere meglio come fosse strutturato il sistema di raccolta fondi, di seguito riporto le decisioni adottate a Montevecchia, Muntavégia in dialetto brianzolo, un comune collinare che dista una decina di chilometri da Verderio.
Per finanziare la nuova chiesa parrocchiale di Montevecchia, dedicata a San Giovanni Battista, la cui costruzione venne sollecitata dal cardinale Andrea Ferrari durante la visita pastorale del 1906, si previde un piano finanziario volto alla raccolta dei fondi necessari alla sua edificazione. Dopo quasi vent'anni di progetti e discussioni, nel 1925 si iniziò finalmente la costruzione della nuova chiesa, secondo il progetto Cabiati, da parte delle ditte Cogliati e Sironi. Per affrontare la spesa, già dal 1920 era stata aperta una sottoscrizione. Nel giugno del 1921 il parroco di Montevecchia, chiedendo alla Curia il nulla osta per la costruzione, poteva garantire il problema economico in questi termini: "I cespiti che provvederebbero i mezzi per affrontare la gravosa soluzione della nuova costruzione, sarebbero: sottoscrizione popolare, che ha già raggiunto le 80.000 lire circa; offerte domenicali delle uova (lo scorso anno diede più di 7.000 lire); offerta della giornata delle operaie; ricavi dei lavori festivi di pizzo e ricami (con permesso gentilmente concesso da codesta ven. Curia); ricavo trebbiatura frumento (L. 2.000 all'anno); offerte in grano, bozzoli, uva, prestazione gratuita di mano d'opera e di trasporto materiali...". 

Chiesa di Montevecchia





A costruzione avanzata si escogitò, come detto, il piano finanziario decennale dettagliato: i proprietari di fondi dovevano versare L. 1,50 ogni anno per ogni pertica; i coloni L. 1 all'anno per ogni pertica; gli esercenti L. 2.000 all'anno. Per raccolta uova, latte e diversi L. 10. 000 all'anno circa. Alcuni benefattori si erano impegnati con una libera sottoscrizione. In sostanza il piano decennale prevedeva (tra contributo proprietari, coloni, esercenti, raccolta latte e uova, offerte benefattori, fondo cassa) la cifra di lire 449.810.
L’impegno e gli sforzi dei residenti di Montevecchia permisero di veder coronato il loro sogno: la nuova chiesa parrocchiale venne completata nel 1930 e consacrata dal cardinale Alfredo Ildefonso Schuster nel 1933(1).

A parte il finanziamento delle opere di natura straordinaria, come la costruzione di chiese, oratori, edifici sacri, il sistema più praticato e capillare che le gerarchie ecclesiastiche usavano per reperire fondi, al fine di finanziare le attività ordinarie delle curie e delle parrocchie, erano i proventi incassati dagli  affitti di terreni e immobili, dalle offerte dei fedeli e da una sorta di “decima” composta di  generi alimentari, derivanti dalla coltivazione della terra, nonché di animali domestici, che le classi subalterne offrivano alla Chiesa. La “decima” era un vero e proprio tributo, già menzionato nella Bibbia, che nelle società contadine ha prolungato i propri effetti fin oltre la metà del XX secolo.


La pratica che più di ogni altra ha contribuito a raccogliere fondi per le parrocchie italiane è stata la raccolta delle uova di gallina, in dialetto öf de gaina.
La raccolta era in fase con il periodo di maggior abbondanza delle uova, ossia durante i mesi primaverili ed estivi. Essendo un prodotto delicato e fragile da trattare, i responsabili delle parrocchie dividevano il territorio comunale in zone e per ogni zona incaricavano alcuni giovani di recarsi presso ogni famiglia. Normalmente se ne occupavano le bambine e le ragazzine dai sei ai dodici anni.

Brianza, raccolta delle uova verso la metà degli anni Venti

Anche a Verderio Superiore le uova venivano raccolte “porta a porta”. Al fine di poter avere informazioni attendibili ho ritenuto indispensabile raccogliere dati pertinenti e oggettivi attraverso il metodo dell’inchiesta, con interviste ad alcune donne di Verderio. Le interviste dirette sono una delle tecniche più diffuse, non solo per raccogliere dati ed informazioni, ma anche per conoscere opinioni e motivazioni e sono il metodo di raccolta dati che preferisco, perché, oltre al piacere del dialogare con gli altri, si prefigge lo scopo di alimentare lo scambio di opinioni e di idee tra i due attori dell’interazione.

Il periodo storico analizzato abbraccia un ventennio ed è compreso tra la metà degli anni Quaranta, in sostanza subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, e la metà degli anni Sessanta. La raccolta avveniva normalmente il giovedì, giorno di chiusura della scuola elementare e si svolgeva secondo un programma messo a punto dalle suore dell’Immacolata dell’asilo Giuseppina Gnecchi (vedasi il post del 4 settembre 2012)(2), che assegnavano alle ragazzine raccoglitrici i percorsi e le zone del paese da seguire. Le incaricate si spostavano in coppia raggiungendo tutte le abitazioni dei residenti del paese, i quali, per libera volontà e secondo le loro disponibilità, deponevano le uova nelle ceste di vimini che le bambine portavano con cura sottobraccio. 

Verderio, asilo Giuseppina Gnecchi

La signora Agnese, allora bambina, che abitava con la sua numerosa famiglia alla fattoria ai Boschi, mi ha confidato che in paese si aprirono due scenari: da un lato le famiglie verderiesi che, per i più disparati motivi, non offrivano le uova alla Chiesa, dall’altro, invece, quei nuclei che aprirono una vera e propria gara a chi offrisse più uova. La mamma di Agnese era una donna generosa e offriva ogni settimana parecchie uova alla Chiesa locale. Nel depositare le uova nel paniere di vimini diceva, con la proverbiale saggezza contadina, che “la carità onesta esce dalla porta e rientra dalla finestra”. La signora Letizia, che avrà avuto sì e no dieci/undici anni, ricorda, in particolare, che partecipava alla raccolta delle uova durante la Quaresima. La signora Bruna è stata una delle ultime ragazzine a svolgere quel compito affidatole dalle suore. Mi ha raccontato che nei primi anni Sessanta, ogni giovedì, insieme ad un’altra giovane incaricata andava a piedi fino alla cascina La Salette, depositava le uova offerte in un cestino di vimini che poi consegnava alle reverende dell’Immacolata.
Il ruolo delle suore consisteva nell’organizzare e gestire le ragazzine che svolgevano le attività e annotare su un registro il numero delle uova raccolte. Le religiose consegnavano la merce in canonica ad un incaricato del parroco, che provvedeva ad avvisare il commerciante con il quale si era sottoscritto il migliore contratto di vendita. A cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta le uova venivano vendute al pollivendolo di Merate, ul pulireù Natale Cereda, che aveva un piccolo negozio vicino al bar La Pianta di piazza Italia.     

La bicicletta di un pollivendolo esposta in un museo contadino

Terminato il periodo stagionale di raccolta “porta a porta” delle uova, sul bollettino parrocchiale il parroco di Verderio Superiore si dava cura di informare con diligenza i parrocchiani dei proventi ricavati dalla vendita.
A partire dai primissimi anni Sessanta, il boom economico e i profondi cambiamenti intervenuti nella struttura sociale della società contadina hanno mutato antiche e consolidate tradizioni secolari.  
Dalle informazioni assunte durante le interviste, pare che la raccolta delle uova per finanziare le attività parrocchiali abbia cessato di essere svolta verso la fine degli anni Sessanta.

Beniamino Colnaghi


martedì 9 settembre 2014

Lev Tolstoj

Lev Nikolaevič Tolstoj (Jàsnaja Poljana, 9 settembre 1828 – Astàpovo, novembre 1910)

Chi fosse interessato ad approfondire la biografia del grande romanziere russo, può farlo consultando i due articoli postati il 14 ottobre 2012 e il 19 novembre 2013. 

lunedì 25 agosto 2014

   Hin staa i sciouri?

Sono stati i ricchi? Chi promosse e organizzò l’insurrezione armata di Milano del marzo 1848, passata poi alla storia come le “Cinque Giornate di Milano”? É stato veramente il ceto colto e borghese, come si è affrettato a dire il popolo, quando Radetsky rientrò in città, oppure l’insurrezione è partita “dal basso”?
Il brano, che tende a rivisitare dal punto di vista popolare l’insurrezione di Milano, mi è stato gentilmente trasmesso da Pietro Marchisio, che collabora da un paio d’anni col blog Storia e storie di donne e uomini. Scritto da Giuseppe Colombo ha vinto il primo premio al “Concorso Letterario Milanosud” nel 2011. (bc)

L’osteria del Gallo era una tana nascosta tra la porta Ticinese e la porta Lodovica. L’androne 4966 si affacciava su un viottolo che sapeva di cattivo cibo oltre a ciò che ogni tanto esalava da un rigagnolo di liquami di provenienza certa. Un portone di legno, che da com’era sgangherato sembrava non fosse mai stato chiuso, dava su un primo cortile sul quale si affacciavano tre piani di ringhiere i cui parapetti erano ormai inestricabilmente intrecciati ai tentacoli di un glicine antico. Attraversando dritti quel primo spazio si entrava in un secondo cortile, più piccolo, dove il sole faticava a spingersi fino a terra e macchie di umidità verdognola sbriciolavano la parte bassa dei muri. All’ingresso del Gallo c’era un’insegna sulla quale un baldanzoso bipede crestuto guardava dritto in faccia agli avventori, ma con l’aria un po’ stupita.

Milano, casello del dazio di Porta Lodovica (1897)

Nel locale della Giuditta Pirovano e del marito, il Felice Anselmi, c’erano una manciata di tavolini, ma i soldi che a fine giornata restavano nel cassetto potevano bastare. Per la verità un po’ di guadagno veniva anche da una stanza di proprietà, soprastante l’osteria, dove due signorine, di nome Bice e Elvira, tenevano a turno compagnia a una discreta porzione della guarnigione austriaca. Don Luigi non vedeva di buon occhio quegli introiti indebiti, e una volta, da un confessionale di S. Celso, aveva messo alle corde la Giuditta. “Lei sa come l’è el me Felice … el cumanda lù…” si era giustificata, “… e, insomma si sa che la donna deve stare sottomessa al marito, giusto?” aveva concluso girando a suo favore il noto passo delle Sacre Scritture interpretato alla lettera.
Dal canto suo il Felice era stato un giovanissimo soldato napoleonico. Si era arruolato, senza pensarci troppo, il 26 maggio del 1805, folgorato dalla vista di Napoleone cinto dalla Corona Ferrea dei Longobardi.
L’anno dopo tornò senza tre dita della mano destra e non confessò mai che la causa era stata l’umiliante caduta accidentale del coperchio di un baule in ferro sotto il quale le aveva dimenticate. Giunto a casa, senza più voglia di ideali, tentò di vivere stando ben alla larga dal lavoro, ma la sua mutilazione non lo rendeva adatto per certi ambienti e alla fine decise che, tutto sommato, la Giuditta, orfana e con l’osteria da mandare avanti, sarebbe stato il minore dei mali.
Il vino, si sa, scioglie anche le lingue più timide, e chi ti riempie il bicchiere assume la dignità ieratica del confessore. E fu così che qualche tempo prima del 18 marzo del 1848, il Felice venne a sapere da un cocchiere dei conti Litta che la nobiltà milanese avrebbe disertato le feste galanti e i teatri, per dimostrare ostilità verso i governanti austriaci. In più l’uomo aveva giurato di aver visto con i propri occhi scaricare fucili e pistole dal doppio fondo di una carrozza arrivata dalla Svizzera. Una sera, un po’ per scherzo e un po’ per capire cosa si sapeva in giro di quella storia, l’oste provò a buttarla lì.
Te racumandi Tunin, smettila di frequentare i balli e di andare alla Scala; ci devi dare anche tu un dispiacere agli austriaci, comportati da vero nobile, te capii?”, disse rivolgendosi all’Antonio, detto Tunin, di mestiere carbonaio. Il quale, come del resto i pochi presenti, non palesò la minima curiosità e a testa bassa continuò nel risucchiare le cucchiaiate di zuppa e pane nero. Solo Mario, il suo robusto garzone, seduto a fianco, spalancò gli occhi dimostrando un certo interesse.
Il ragazzo aveva 17 anni e un passato che al tempo era piuttosto comune a molti individui. Lasciato in un cesto sul torno di S. Caterina alla Ruota, l’orfanotrofio, era stato dapprima svezzato come esposto da latte e poi dato a una famiglia di contadini senza figli che viveva in una cascina oltre la porta Ticinese. Tutto sommato il ragazzo fu cresciuto decentemente, del resto la Pia Casa sborsava regolarmente il contributo previsto per gli esposti da pane solo se il parroco di Chiaravalle, al quale competeva il controllo due volte l’anno, lo avesse ogni volta certificato come “in vita e ben allevato”. Il fatto è che al compimento dei 15 anni i versamenti finivano e così, una volta introitata l’ultima rata e il premio finale di buon allevamento, i genitori adottivi cambiarono atteggiamento e per lui le cose peggiorano parecchio. In previsione del suo impiego infatti, il padre aveva chiesto al padrone di poter lavorare le terre più lontane, oltre l’Abbazia, incolte da mezzo secolo, da quando i frati erano stati cacciati da Napoleone. Quando il permesso arrivò, toccò a Mario il privilegio di partire ben prima dell’alba e tornare quando quasi non si vedeva la strada.

L'abbazia di Chiaravalle

Finché una mattina di fine maggio piena di profumi, di stelle e del canto di un’allodola, il ragazzo fu consapevole che non c’era differenza tra lui e la bestia che tirava il carro, anzi, era certo che quella era più nutrita, e siccome era un asino di buona razza al quale erano stati salvati gli attributi, ogni tanto gli veniva concesso pure qualche svago.
E così si decise.
Uscendo dal cortile svoltò verso la città spronando il somaro per arrivarvi prima che la strada si animasse. Giunto alla porta Ticinese abbandonò il carro, l’animale sarebbe tornato alla cascina da solo, conosceva la strada.
Proseguì di corsa un po’ impaurito tra le case silenziose fino a incrociare il Naviglio e lì, sul ponte, si fermò per tirare il fiato. L’acqua rifletteva il cielo ancora scuro e dovendo scegliere da che parte andare decise di seguirne lo scorrere che appena s’intuiva. Camminò cercando di non pentirsi di quello che stava facendo, mentre l’orizzonte colorava di rosso. Arrivato dalle parti dell’Ospedale vide il Tunin che attraccava un barcone colmo di carbone assicurando la cima a un anello di ferro. Forse aveva bisogno di un aiuto e lui da qualche parte doveva pur cominciare, mica poteva chiedere la carità per strada. Si offrì dunque al carbonaio cercando di spiegargli la sua situazione, ma questi lo interruppe quasi subito e senza una parola gli fece cenno di riempire una gerla. “Non ho neanche da dormire”, si affrettò ad aggiungere, ma l’uomo non fece una piega limitandosi a porgergli il forcone e un sacco di iuta per proteggere la testa e le spalle.
Con la zuppa della Giuditta, qualche ala di pollo alla domenica e la branda in una sciostra di via Molino delle Armi non poteva certo considerarsi soddisfatto, ma intanto andava bene così e prima o poi in quella grande città qualcosa sarebbe capitato.

Milano, una sciostra sul naviglio (1910 circa)

La battuta del Felice era stata per Mario una conferma. Orecchiando qua e là per strada aveva più volte colto la parola libertà pronunciata a labbra strette, gli austriaci poi si vedeva che erano nervosi e più all’erta del solito. A lui era capitato di prendersi un cazzotto sullo zigomo destro per aver sporcato accidentalmente Jan, un gigante croato di guardia al ponte di San Damiano. Il militare era piuttosto noto dalle parti del Gallo: una sera le urla della Bice avevano scosso l’aria immota mentre il bestione ubriaco correva via imprecando nella sua lingua. Non fu mai accertato l’accaduto, ma la Bice dovette stare a riposto per un paio di settimane.

Finalmente arrivò il fatale 18 di Marzo. Intorno a mezzogiorno il Tunin e il suo garzone erano seduti al solito tavolo in attesa della solita zuppa, ma il ragazzo sembrava impaziente, e non solo per la fame. Il fatto è che fin dal mattino, osservando la gente, si era capito che non sarebbe stato un sabato normale. Anche l’oste era teso, continuava ad asciugare lo stesso bicchiere senza perdere di vista la finestra che dava sul cortile.
Quando la porta dell’osteria si spalancò nessuno si aspettava di vedere il Don Luigi in quella veste, ma tant’è, fu proprio lui a precipitarsi al centro della stanza satura di barbera misto a fumo di toscano.
“Allora uomini, stavolta ghe semm, forza, andiamo al Broletto, c’è tutta Milano, operai, negozianti, contadini, insomma tutto il popolo, forza!”.
Mario era scattato in piedi e persino il Tunin aveva alzato lo sguardo.
Ma anche il Felice era uscito dal bancone, e ignorando la moglie spaventata opponeva al sacerdote la mano destra, o almeno quello che gli restava.
Uhei Don Luis, calma, questa l’è roba vostra, de pret e de sciouri altro che popolo!”.
“Tacete empio che non siete altro, grazie a Dio i milanesi non sono tutti come voi e almen ti vegn cun mi!” urlò il sacerdote rivolgendosi infine a Mario. Ci fu un certo trambusto, con la Giuditta in lacrime e gli avventori incerti sulla posizione da prendere, il Don Luigi però tagliò corto, afferrò Mario per un braccio, e giunto sull’uscio si voltò verso il locandiere: “Viva Pio Nono”, gli urlò, poi lo benedisse con ampi gesti della mano e sparì con il ragazzo.

Appello alla gioventù milanese del Comitato di pubblica difesa (marzo 1848)
 
Sembrava una festa. Uomini in cilindro con le loro donne, preti, seminaristi e persino il Vescovo. Poi bluse e marsine di bottegai e operai mescolati a studenti, a giovani signorine e a brutti ceffi: tutti in marcia verso il Palazzo del Governo. Mario sentì che quella causa doveva per forza essere giusta.
Seguendo il parroco si era ritrovato in testa al corteo. Al suo fianco c’era un giovane chierico con tanto di cappello a tre punte che a un certo punto aveva impugnato uno stiletto.
“Me lo ha dato una nobile dama, una grande patriota”, disse rivolto direttamente al giovane e stupito garzone di carbonaio.
Arrivati a destinazione trovarono all’ingresso alcune guardie e nella calca incontenibile Mario e il chierico furono loro malgrado spinti contro il muro di divise bianche finendo addosso proprio a Jan, il gigante croato, che urlava minacciando di sparare. Il chierico teneva stretto lo stiletto, ma ancora era restio a usarlo per offendere.
Ci pensò Mario.
Strinse deciso il polso del seminarista e lo spinse con forza verso lo sterno del bestione.
Penetrò con tale facilità che i due ragazzi si stupirono, anche Jan sbarrò gli occhi incredulo, ma i due, questa volta unendo le forze, ripeterono il colpo facendolo crollare morto.
Quel primo sangue scatenò la folla e la rivoluzione di Milano incominciò.
Durante la prima giornata Mario corse da una barricata all’altra rendendosi utile, ma senza aver sparato un colpo non essendo riuscito a procurarsi un’arma. Arrivato a sera la sua voglia di combattere non era appagata che in minima parte e una rabbiosa frustrazione cresceva in lui al diminuire della luce del giorno e dei rumori della battaglia. Il caso però lo aveva condotto nel posto giusto.

Milano, chiesa di Sant'Eufemia

Si trovava dalle parti della chiesa di S. Eufemia ed era quasi buio quando un trambusto di voci precedette l’arrivo di un gruppo di armati, alcuni dei quali sorretti dai compagni per via delle ferite. Erano reduci dall’ultimo e inutile assalto a una casa appena oltre Naviglio, che faceva angolo alle vie Vettabbia e Molino delle Armi, dove un gruppo di ungheresi teneva sotto tiro alcune famiglie minacciando di uccidere anche i bambini. Era stato impossibile avvicinarsi senza essere colpiti dai militari appostati alle finestre e a quel punto nessuno sapeva come fare. Mario avrebbe dato un braccio per farsi venire un’idea buona.
E l’idea arrivò, ma non da lui anche se quella voce la conosceva bene.
Era apparso nel riverbero dei fuochi, nessuno si era accorto di lui.
El soo mi comè fa”.
“Tunin!”, gridò Mario ancora incredulo andandogli incontro per abbracciarlo.
Sta quiètt”, si schernì il carbonaio tenendolo alla larga.
L’uomo, subito incalzato, spiegò come attraverso una porticina che si apriva sul fondo di un passaggio direttamente collegato al Naviglio, si poteva scivolare sotto il caseggiato in questione proprio come il carbone quando vi veniva scaricato; in silenzio e al buio era impossibile essere visti. Vennero subito organizzati i volontari tra cui Mario in qualità di assistente del Tunin, autorevole protagonista della vicenda.
Ammassati sul barcone del carbonaio erano arrivati silenziosi fino all’approdo stabilito. Il ragazzo, nel dubbio di essere lasciato fuori dall’azione, fu il più lesto di tutti: afferrato un fucile carico scattò in direzione della porticina nella quale s’infilò alla cieca aprendo la strada agli altri, solo il Tunin rimase di guardia.
L’attacco ebbe successo. I militari sorpresi e assonnati si erano subito arresi dopo che le sentinelle erano state sopraffatte, e Mario dopo quella sera finalmente trovò un po’ di quiete: aveva ucciso il suo secondo uomo.
Seguirono giorni in cui odio e passione diventarono furore che spinse donne a versare olio bollente su soldati che avevano l’età dei loro figli, e macellai sfidare cannoni brandendo coltelli affilati. Mario combatté con la gente di Milano, più volte le palle di piombo gli sibilarono accanto, ma si sentiva immortale, solo la sua vita passata, quella sì che era morta, mentre ogni colpo del suo fucile era come se abbattesse un ostacolo verso quella futura.
Dopo la vittoria partì tra i volontari all’inseguimento del nemico, l’esercito sabaudo sarebbe stato con loro. Ma nelle settimane che seguirono faticò a mantenere lo slancio e la convinzione quando vide i soldati del Re strappati agli aratri e gettati sotto gli zoccoli della cavalleria ussara, quando vide gli ufficiali del Re smontare da cavallo e strapparsi le spalline per non attirare l’attenzione del nemico, quando vide il Re e il suo alto comando cantare litanie mentre il loro esercito era in rotta abbandonato.
Vide anche in uno specchio il suo orecchio destro tranciato da una scheggia di artiglieria.

Rientrò a Milano dopo che sull’alto Garda al suo gruppo fu imposto il ritiro nonostante i successi e l’entusiasmo della gente trentina al loro fianco. Mario rifletté sull’assurdità di quella resa, finché un compagno gli spiegò che la politica l’è quella roba lì e nessuna rivoluzione l’avrebbe cambiata, anzi. Gli toccò pure di sentirsi chiamare traditore dagli abitanti di quelle terre, intenti a bruciare in fretta i tricolori per timore della vendetta austriaca.
Ritrovò una città che non conosceva: incerta, impaurita, lacerata dagli scontri tra repubblicani e monarchici, federalisti e statalisti, liberali e socialisti. Qualcuno lo consigliò di nascondersi, non si poteva mai sapere, allora raggiunse la sciostra del Tunin, ma la trovò abbandonata e una donna gli disse che il vecchio carbonaio era stato trovato tra i prigionieri ammazzati nel Castello Sforzesco.
Confuso e stanco una sera comparve sull’uscio del Gallo e il Felice ci mise un po’ a riconoscerlo. Quella guerra, pur breve, lo aveva segnato anche nell’aspetto e per giunta gli mancava un orecchio.
“Allora? Finito di fare l’eroe?”. Furono le uniche parole che giunsero da dietro il bancone, ma furono anche le sole e non ebbero risposta; poi la Giuditta lo accompagnò nel retro e lo fece sedere.
“Ti piace ancora la mia zuppa?”, le disse con un po’ di groppo in gola nel vedergli la brutta ferita.
“Eccome, se poi ci mettete un po’ di lardo …”
“Hai trovato la morosa?”
“No, non ho avuto tempo”
“Allora dopo vai su a trovare l’Elvira, le farà piacere”
“Anche a me”.

Il 6 agosto Radetsky era di nuovo a Milano.
“Heil Radetsky, semm minga staa nun, hin staa i sciouri”, fu il grido con cui il popolo lo accolse.

Giuseppe Colombo

mercoledì 13 agosto 2014

Woodstock, agosto 1969. Un evento rimasto nella storia 

Il Festival di Woodstock si svolse nei giorni 15, 16, 17 agosto 1969 a Bethel, piccola località dello stato di New York e fu probabilmente il più importante evento collettivo nella storia della musica rock. Organizzato come un semplice rock festival di provincia, accolse inaspettatamente per tre giorni e tre notti oltre mezzo milione di giovani. 

In marcia verso Woodstock
La straordinaria riuscita dell’evento dipese, oltre che dalla presenza di rockers di qualità, anche dal momento politico, sociale e culturale: le date in cui ebbe luogo, infatti, vengono fatte coincidere con la consacrazione mediatica della rivoluzione culturale del '68 e il culmine dell'era hippy. Migliaia di giovani americani, per tre giorni, abbandonarono i propri interessi personali per dedicarsi a qualcosa che, a posteriori, venne visto come un sogno collettivo di cambiamento della società.

Al festival del 1969 parteciparono trentadue tra musicisti e gruppi, fra i più noti di allora, tra cui: Joan Baez, Joe Cocker, Creedence Clearwater Revival, Crosby, Still, Nash & Young, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jefferson Airplane, Santana, The Who, Grateful Dead. Declinarono l’invito a partecipare, seppur con motivazioni diverse, i Beatles, Bob Dylan, i Doors, i Led Zeppelin, i Procol Harum, i Jethro Tull, Frank Zappa. Anche la leggenda del rock and roll Chuck Berry avrebbe dovuto partecipare al festival ma, all’ultimo momento, non riuscì a trovare l’accordo con gli organizzatori.

La marea di giovani presenti al festival
Jimi Hendrix sul palco
Peace and love
Il festival di Woodstock fu alimentato dal clima favorevole degli anni 1968/1969, per molti versi anni di grandi cambiamenti, nei quali grandi movimenti di massa attraversarono quasi tutti i paesi del mondo con la loro carica contestativa, che fece vacillare governi e sistemi politici in nome di una trasformazione radicale della società. La portata della partecipazione popolare e la sua notorietà, oltre allo svolgersi degli eventi in un tempo relativamente concentrato ed intenso, contribuirono ad identificare col nome dell’anno il movimento: il Sessantotto, appunto.

Negli Stati Uniti le lotte si polarizzarono contro la guerra del Vietnam, assumendo la forma di un conflitto antimperialista. Ad essa si combinarono le battaglie dei neri per il riconoscimento dei loro diritti civili e per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.Proprio la guerra del Vietnam cambiò il modo dei giovani di guardare all'America. In questo contesto negli Usa nacque il movimento dei cosiddetti hippy. Sebbene spesso si parli di "movimento hippy", non si trattò di un movimento culturale vero e proprio e quindi non si dotò di propri leader e di un manifesto. La maggior parte degli hippy ebbero uno stile di vita nomade e libero, rinunciando alla tradizionale e comoda vita borghese, abbracciando aspetti di culture religiose non tradizionali e criticando i valori della classe media occidentale e consumistica.  
Molti hippy mossero critiche alle istituzioni e ai valori del tempo (governi, sistemi industriali e produttivi, morale tradizionale). 


Vennero bollati come immorali e sporchi. Ma l'onda non si fermò.
L’utopia prese forma proprio in quegli anni, quando migliaia di giovani abbandonarono le case dei genitori e le proprie città, rifiutarono il perbenismo e la monotonia della classe media statunitense e si riunirono in società agricole, definite “comuni”, dove il sesso era libero e senza inibizioni e la droga un culto. Nelle “comuni” portarono avanti la propria filosofia di vita improntata al naturalismo e all’insofferenza verso ogni forma di violenza e di ricchezza.
Gli hippy vennero ribattezzati “figli dei fiori” perché indossavano vestiti decorati con fiori o vivacissime stoffe di colori vivaci e il loro ideale di pace e libertà venne sintetizzato nello slogan “fate l'amore, non la guerra". La ricerca sfrenata della totale libertà fu il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l'opinione pubblica, tanto da impressionare le pellicole di molti registi, nonché lasciare una forte impronta nell’arte e nella musica di molti artisti.

La targa ricordo dell'evento
Quindi, quei tre giorni di musica a Bethel furono una specie di isola temporanea in cui certe regole erano abolite, tutto si faceva in funzione della solidarietà, sullo scambio, senza denaro, senza polizia, senza nessun tipo di violenza e repressione. Tutto funzionò miracolosamente bene, considerando l’approssimazione organizzativa e il caos che ci fu, come a dimostrazione che un modo di vivere differente e alternativo fosse effettivamente possibile.
Tuttavia, come si verifica nel caso di qualsiasi movimento e ideologia, vanno distinti aspetti positivi e segnali negativi. Gli hippy furono sostenitori di un’utopia premoderna ed anti-industriale, ma proprio questo, in un’epoca ormai fortemente ancorata allo sviluppo economico e alla tecnologia, fu uno dei limiti del movimento. Il rifiuto della storia, di quella stessa storia di cui gli hippy puntavano a far parte, fece allora sì che la “ventata” di rinnovamento andò ben presto ad assorbirsi, lasciando ad altri interpreti ed altri teorizzatori, ben più forti e potenti, il compito di proseguire in una secolare ed infinita lotta di classe. 

Beniamino Colnaghi