mercoledì 25 gennaio 2017

27 gennaio, “Giorno della Memoria”
Irena Sendler, la donna polacca che salvò 2.500 bambini del ghetto di Varsavia
«Avrei potuto fare di più.
Questo rimpianto non mi lascia mai».
Irena
 
Irena Sendler, da nubile faceva Krzyżanowska, nacque nel 1910 nella periferia operaia di Varsavia, in una famiglia cattolica polacca di orientamento socialista. Il padre, Stanisław Krzyżanowsky, era un medico che purtroppo morì abbastanza giovane di tifo, contratto dai suoi stessi pazienti.
 
 
I genitori di Irena
 
Irena iniziò la sua attività di opposizione alle persecuzioni antisemite già dall’università dalla quale, per questo motivo, venne espulsa per tre anni. Quando la Germania nazista invase la Polonia nel settembre del 1939 Irena svolgeva la professione di infermiera presso il Dipartimento del benessere sociale di Varsavia, che gestiva le mense comunitarie della città. Lì lavorò instancabilmente per alleviare le sofferenze di migliaia di persone, sia ebree che cattoliche. Grazie a lei, le mense non solo fornivano cibo a orfani, anziani e poveri, ma consegnavano anche vestiario, medicine e denaro.

Irena Sendler

Nel 1940 i nazisti crearono il ghetto a Varsavia, che divenne il più grande ghetto in Europa, una zona chiusa dove rinchiudere gli ebrei, affinché gli stessi fossero maggiormente controllati e all’occorrenza prelevati senza troppe difficoltà.
Irena, donna forte e coraggiosa, libera e emancipata, nome in codice Jolanta, si unì al Consiglio per l'Aiuto degli Ebrei, Zegota, organizzato dalla resistenza polacca. Riuscì a ottenere un pass del Dipartimento del controllo epidemiologico di Varsavia per poter entrare legalmente nel ghetto. Per Irena, l’operazione più difficile per cercare di salvare i bambini ebrei rinchiusi nel ghetto era quella di persuadere i genitori affinché si separassero da loro. L’unico motivo che spingeva i genitori a separarsi dai propri figli era dato dalla certezza che sarebbero sicuramente morti se fossero rimasti nel ghetto.
“Nella mia mente posso ancora vederli piangere quando lasciavano i genitori”, disse in seguito.
Non era nemmeno facile trovare famiglie che volessero accogliere bambini ebrei.
Diversi furono i sistemi adottati per la fuga; i bambini venivano sedati e rinchiusi in un sacco per farli sembrare morti di tifo; nascosti tra stracci sporchi di sangue all’interno di ambulanze o, ancora, nascosti dentro casse di attrezzi trasportate nel furgone di un tecnico del comune che teneva sul sedile anteriore il suo cane addestrato ad abbaiare in presenza di soldati nazisti, così da coprire il pianto dei piccoli.
Il riscatto di un bambino richiedeva l'aiuto di più persone. Fuori dal ghetto i bambini erano prima trasportati presso una struttura di servizio umanitario e poi si cercava loro un alloggio in case, orfanotrofi e conventi. Fuori dal ghetto la Sendler forniva ai bambini dei falsi documenti con nomi cristiani, li portava nella campagna polacca, dove li affidava a famiglie cattoliche, a preti e suore.  “Ho mandato la maggior parte dei bambini in strutture religiose, sapendo di poter contare sulle suore”.
 

Irena, per far sì che dopo la guerra i bambini potessero essere identificati con le loro vere identità, compilò in maniera molto dettagliata gli elenchi contenenti i nomi e gli indirizzi dei bambini fatti uscire dal ghetto. Conservò i registri con i nomi di 2.500 bambine e bambini ebrei polacchi in fiaschi di vetro sotterrati sotto un albero di mele nel giardino di un vicino, di fronte alle abitazioni dei nazisti.
Il 20 ottobre 1943 venne arrestata dalla Gestapo. Era l'unica a sapere i nomi e gli indirizzi delle famiglie che alloggiavano i bambini ebrei e sopportò la tortura pur di non tradirli. Le vennero fratturate le gambe, tanto che rimase inferma a vita, ma non rivelò il proprio segreto. Condannata a morte, venne salvata dalla rete della resistenza polacca attraverso l'organizzazione clandestina Żegota, che riuscì a corrompere con denaro i soldati tedeschi che avrebbero dovuto condurla all'esecuzione. Il suo nome venne così registrato insieme a quelli delle persone già giustiziate, e per i mesi rimanenti della guerra visse nell'anonimato, continuando però a organizzare i tentativi di salvataggio dei bambini ebrei.
«Dopo la fine del conflitto, scriveva Irena, ho affidato gli elenchi a Adolf Berman, tesoriere di Żegota, che a guerra conclusa divenne presidente del Comitato ebraico di aiuto sociale.
Egli, con l’aiuto degli attivisti a lui subordinati, prelevò i bambini dagli istituti polacchi gestiti da ordini cattolici o dalle famiglie private che li nascondevano. Il mio ruolo si esaurì sostanzialmente qui; non ricordo i loro nomi e loro non seppero mai il mio, dopo tutto, ciò fu indispensabile per la sicurezza di tutti. Per loro io ero solo “Auntic Jolanta”».
I bambini, in effetti, la conoscevano solo con il nome di Jolanta.
Molte famiglie adottive si erano affezionate a quei piccoli bambini ebrei e non vollero restituirli; in molti casi fu necessario l’intervento del giudice. Le istituzioni ebraiche si trovarono a dover gestire l’adattamento dei bambini alle nuove e completamente diverse condizioni. Fu necessario un lungo lavoro per rintracciare i parenti più o meno lontani così da ricreare un legame con le famiglie d’origine, nella maggior parte dei casi sterminate nel ghetto.
Dopo la fine della guerra Irena, ottenuto il divorzio dal suo primo marito Mieczyslaw Sendler, si risposò con Stefan Zgrzembski
ed ebbe tre figli, Janina, Andrzej e Adam. Morto il secondo marito, nel 1961 si unì nuovamente a Mieczyslaw.

Irena Sendler in una foto scattata pochi mesi prima di morire

Ma la restaurata pace mondiale che la restituì al suo lavoro presso i Servizi sociali di Varsavia non significò per lei un reale ritorno alla normalità. Considerata una “sovversiva” dal regime comunista polacco, venne costantemente tenuta sotto osservazione e le sue azioni durante gli anni della guerra costarono ai suoi figli, seppur nati a conflitto concluso, la possibilità di iscriversi e frequentare l’università di Varsavia.
Nel 1965 Irena Sendler venne riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme come una dei “Giusti tra le nazioni” e venne invitata in Israele a ritirare l’alta onorificenza.
Proposta dal governo polacco come premio Nobel per la Pace nel 2007, le venne preferito il politico statunitense Al Gore.
Morì il 12 maggio del 2008 a Varsavia e fu sepolta nel cimitero della capitale.

Beniamino Colnaghi

Su Irena Krzyżanowska Sendlerowa, e sulle sue gesta, sono stati scritti numerosi libri. Ne cito alcuni:
Tilar J. Mazzeo, La ragazza dei fiori di vetro, Piemme, 2017.
Anna Mieszkowska, Nome in codice Jolanta. L’incredibile storia di Irena Sendler, la donna che salvò 2.500 bambini dall’Olocausto, San Paolo Edizioni, 2009.
Sara Cerri, Irena Sendler, la vita dentro un barattolo, David and Matthaus, 2014.
Daniela Palumbo, Il cuore coraggioso di Irena, Mondadori Electa.

La storia della vita della Sendler è stata riscoperta nel 1999 da alcuni studenti di una scuola superiore del Kansas (cfr. [www.irenasendler.org Life in a jar]), che hanno lanciato un progetto per fare conoscere la sua vita e il suo operato a livello internazionale.

giovedì 19 gennaio 2017

Verderio. Un biglietto di don Luigi Galbiati scovato in una bancarella della fiera degli Oh bej! Oh bej! di Milano

La fiera degli Oh bej! Oh bej! di Milano si svolge a partire dal 7 dicembre, in occasione della ricorrenza di Sant’Ambrogio, patrono della città.   Le origini del nome Oh bej! Oh bej! risalgono ai primi anni del Cinquecento, quando un rappresentante del Papa, per ingraziarsi la benevolenza dei milanesi, entrò in città distribuendo giocattoli e leccornie ai bambini, i quali esclamarono con voce piena di gioia "Oh bej! Oh bej!", tradotto "Oh belli! Oh belli!".
Negli anni la fiera di Milano si è trasformata in un grande mercato all’aperto, con centinaia di bancarelle che vendono ogni tipo di mercanzia, dall’abbigliamento ai dolciumi, dai rigattieri di roba usata ai manufatti artigianali agli addobbi per le vicine feste natalizie. Si distinguono, per quanto riguarda i miei interessi, non più di tre o quattro bancarelle che propongono libri usati, vecchie enciclopedie e  almanacchi, dischi in vinile, materiali e strumenti musicali di altre epoche. A queste tipologie di merci dedico buona parte del tempo che trascorro in fiera.
Serve pazienza per far scorrere vecchi 33 giri in vinile impilati, uno dietro l’altro, in contenitori di cartone e di legno oppure far scorrere lo sguardo sui titoli di vecchi libri, accatastati non sempre in modo ordinato. Normalmente un paio di bancarelle espongono anche monete e francobolli d’epoca e raccoglitori di vecchi biglietti da visita tra i più disparati. Lo scorso dicembre, vicino a me, un distinto signore, che indossava un cappello a larghe tese nero su una folta capigliatura bianca ed una sciarpa rossa al collo, dopo aver pagato il corrispettivo per l’acquisto di una decina di vecchi libri, ha lasciato aperto un raccoglitore di biglietti da visita. Un mio gesto del braccio, del tutto automatico e spontaneo, ha fatto sì che me lo accaparrassi e cominciassi a sfogliarlo. A dire il vero con una certa distrazione. Finché non mi sono imbattuto in un biglietto sul quale era riprodotto in un elegante corsivo un nome che ricordavo bene, familiare, che ho ritrovato decine di volte durante le mie ricerche storiche su personaggi e fatti di Verderio Superiore: Luigi Galbiati. Don Luigi Galbiati è stato parroco di Verderio Superiore dal 1897 fino all’11 agosto 1923, giorno della sua morte.
 Don Luigi Galbiati


La tomba di don Galbiati nel cimitero di Verderio ex Superiore
L’ho acquistato, ovviamente, senza nemmeno pensarci due volte. Il cartoncino è datato 8 dicembre 1909 e il destinatario è un “Caro Curato”, un collega del parroco di Verderio Superiore, del quale non è citato il nome. Sul retro è scritta, in inchiostro nero e con calligrafia nitida e leggibile, la richiesta di “N° 25 di abiti di S. Francesco”, con preghiera di consegnarli al latore del biglietto. Non ho trovato nel raccoglitore altre tracce che in qualche modo dessero seguito alla richiesta del parroco di Verderio.  Non sappiamo dunque chi fosse il “Caro Curato” a cui era destinata la richiesta degli abiti e se gli stessi abiti siano stati consegnati a don Galbiati. Potrebbe essere fatta un’ulteriore ricerca sul “Liber chronicus”, redatto dallo stesso parroco e depositato nell’archivio storico della parrocchia. Qualche sviluppo potrebbe saltar fuori. Oppure no. Se non si dovessero trovare altri documenti, il breve racconto su un particolare dell'azione pastorale di don Luigi Galbiati a Verderio Superiore finisce qui.  
Beniamino Colnaghi

Note
Per saperne di più su don Luigi Galbiati, sulla sua attività pastorale a Verderio Superiore e sulla Chiesa locale che lo vide protagonista per un quarto di secolo, consiglio la lettura del seguente libro: Verderio. La chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Floriano. 1902-2002: un secolo di storia, arte e vita religiosa, a cura della parrocchia di Verderio Superiore
Su questo blog sono presenti alcuni articoli che citano don Galbiati, in particolare:
La storia dei coscritti di Verderio Superiore: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2016/04/quei-quattordici-mesi-che-cambiarono-il.html
Religiosità a Verderio: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2013/06/la-domenica-andando-alla-messa.html

lunedì 9 gennaio 2017

Il flauto di Pan: mitologia e tradizioni in Brianza

Sono numerose le leggende che si narrano attorno alla figura del dio Pan. Una leggenda narra che fosse figlio di Zeus e della ninfa Callisto, secondo un’altra, la più accreditata, pare fosse il figlio del dio Ermes e della dea Persefone, che subito dopo averlo messo al mondo lo abbandonò tanto era rimasta inorridita dalla sua bruttezza. Infatti, Pan era più simile a un animale che a un uomo, in quanto il corpo era coperto da ispido pelo, dalla bocca spuntavano delle zanne ingiallite, il mento era ricoperto da una folta barba, in fronte aveva due corna e al posto dei piedi aveva due zoccoli caprini.
Ermes, impietositosi da questo bambino, al quale la natura non aveva certo fatto dono di alcuna grazia, decise di portarlo nell'Olimpo al cospetto degli altri dei, dove, nonostante il suo aspetto, fu accolto con benevolenza. Pan infatti aveva un carattere gioviale e cortese e tutti gli dei si rallegravano alla sua presenza.
Pan era fondamentalmente un dio silvestre che amava la natura, amava ridere e giocare. Amò e sedusse molte donne tra le quali la ninfa Eco e Piti, la dea Artemide e Siringa, figlia della divinità fluviale Ladone, della quale si innamorò perdutamente. La fanciulla però non solo non condivideva il suo amore ma quando lo vide fuggì inorridita, terrorizzata dal suo aspetto caprino. Siringa iniziò a pregare il proprio padre affinché le mutasse l'aspetto in modo che Pan non potesse riconoscerla. Ladone, straziato dalle preghiere della figlia, la trasformò in una canna nei pressi di una grande palude. Pan, afflitto, abbracciò le canne ma più nulla poté fare per avere Siringa. A quel punto recise la canna, la tagliò in tanti pezzetti di lunghezza diversa e li legò assieme. Fabbricò così uno strumento musicale al quale diede il nome di "siringa", che ai posteri è anche noto come il "flauto di Pan".

Un affresco di Pan alla Reggia di Caserta
 
Il flauto di Pan è uno strumento musicale molto antico. Ci sono prove della sua esistenza intorno al 2500 a.C. nel Mar Egeo e nelle Cicladi. È composto da cinque o più tubi di lunghezza progressivamente crescente e legate tra loro come una zattera. I tubi di Pan sono strumenti realizzati a mano con cura ed esperienza, sono solitamente costruiti in canne comuni o di bambù, disposte in linea o riunite in fascio, con un unico foro su cui vengono appoggiate le labbra per l’insufflazione. Lo si può considerare come l'antenato dell'armonica a bocca e dell'organo a canne.  
Questo strumento viene utilizzato nella musica popolare ed è suonato ancora oggi in paesi come il Perù, la Colombia e l’Ecuador. Il paese europeo dove lo strumento conosce il maggior successo è probabilmente la Romania, affiancato dalla Germania, dall’Austria e dalla Svizzera tedesca. Ma è proprio in quest'ultima che viene utilizzato di più dai cantanti, tanto da renderlo uno degli strumenti tipici della cultura svizzera.

La sala dei flauti di Pan presso il Meab(1) di Camporeso di Galbiate (Lecco)

Sulla presenza del flauto di Pan in area lombarda, segnatamente in un’area compresa tra la Brianza comasca, lecchese e milanese e la provincia bergamasca, si hanno poche documentazioni sia iconografiche sia scritte. In Brianza(2) e nel bergamasco una variante tradizionalmente usata del flauto viene chiamata, a seconda delle zone, firlinfeu, firlinfö, fregamüsùn, orghenì, sìfol.
Alcune persone residenti in Lombardia hanno lasciato testimonianze circa l’uso del flauto di Pan da parte di alcuni ragazzi, che formavano vere e proprie bande musicali, durante varie occasioni di vita comunitaria e feste locali, quali, per esempio, matrimoni, cerimonie pubbliche, coscritti o solo musiche da suonare sotto le finestre delle future spose.
Che il flauto di Pan potesse essere già presente in Lombardia dalla seconda metà del XVIII secolo è confermato da una serie di documenti iconografici, quali dipinti di pittori lombardi e stampe di sapore romantico conservate presso alcuni musei o raccolte private. Il flauto è raffigurato su dipinti di Giacomo Francesco Cipper, detto il Todeschini, nel Settecento e, successivamente, di Giovanni Segantini. In quegli anni lo strumento ebbe un fine quasi esclusivamente pastorale o contadino che serviva ad allietare le povere serate della gente di campagna e i giorni di festa nelle cascine e nelle osterie dei paesi.  
Verso la metà dell’Ottocento, durante la dominazione austriaca, i primi costruttori di firlinfö cominciarono a fornirli ai nascenti gruppi di appassionati che formarono così le prime bande musicali. In Brianza e in area bergamasca nacquero così intere famiglie appassionate allo strumento. La diffusione di queste bande musicali preoccupò non poco le autorità politiche e il clero locale che temettero attività illecite, disattenzione verso le pratiche religiose e possibili focolai di rivolta.
La formazione dei gruppi musicali di firlinfö anticipò di poco l’esordio delle prime bande di ottoni. Da questi primi nuclei contadini e popolari, nati come detto dalla necessità di aggregazione e divertimento, si sono diramate poi le varie correnti musicali in ossequio allo spirito ed alle “mode” del tempo.
Nei primi decenni del Novecento il fenomeno assunse caratteri più associativi e di massa che generarono tracce di spettacoli in grande stile. All’interno di queste esibizioni musicali fecero il loro ingresso altri strumenti, quali la fisarmonica, il tamburello e la chitarra, oppure si vide la presenza di balletti femminili e l’uso di costumi tradizionali che ricordano gli abiti e le figure di Renzo e Lucia. Nell’intera Brianza sorsero e si svilupparono decine e decine di bande di canne, confermando che il flauto di Pan era talmente radicato nella tradizione brianzola da essere considerato una delle più autentiche espressioni di cultura popolare. Con l’avvento del fascismo e con la nascita dell’Opera Nazionale Dopolavoro(3), a partire dalla metà degli anni Venti del secolo scorso, le bande strumentali e musicali, tra le quali le bande di can vennero istituzionalizzate e catalogate come gruppi folkloristici.

 Il gruppo folkloristico e musicale "La Brianzola" di Olgiate Molgora (Lecco)

Nel canturino nacque, pare nel 1895, un gruppo stabile di suonatori che diede poi origine al gruppo folcloristico “Città di Cantù”, denominato in dialetto fregamüsun, che significa sfregare il muso sullo strumento, gruppo tuttora in attività malgrado il lento declino. All’epoca era attivo presso alcune cascine della zona e in una chiesa di Cantù. Caratteristiche peculiari del gruppo musicale furono la presenza di un numero considerevole di suonatori e il vasto repertorio di brani musicali.
Un altro gruppo di suonatori di flauto di Cantù, sorto nella frazione di Vighizzolo, nacque nel 1928 grazie alla passione ed alla capacità di Natale Brambilla, un commerciante canturino, il quale diventò direttore musicale e diede il proprio nome al gruppo.     
Nell’area lecchese alcuni membri di antiche famiglie locali diedero origine, già nei primi anni dell’Ottocento, a quelli che in seguito divennero il “Gruppo folkloristico Promessi Sposi” di Oggiono e un gruppo di suonatori di firlinfö di Valgreghentino.
A Lecco città nacque nel 1904 il gruppo “Renzo e Lucia” mentre altri sorsero nel territorio provinciale, tra i quali “La Brianzola” di Olgiate Molgora,  “L’Allegra Brigata” di Mandello del Lario”, “Firlinfö” di Pusiano, “Fit-Fucc” di Canzo.
Accanto a questi gruppi organizzati e censiti ve ne furono moltissimi altri non ufficiali e nati spontaneamente, che l’avvento delle due guerre mondiali del Novecento e la nascente “modernizzazione” dei costumi e dei gusti degli italiani decimarono.

Beniamino Colnaghi

Note

2. Sulla diffusione e la costruzione del flauto di Pan in Lombardia, si evidenzia l'opera monografica di Giorgio Foti, Il Flauto di Pan in Brianza e nel Lecchese, Oggiono – Lecco, 1993, e i saggi etnomusicali di Paolo Mercurio, Flauto di Pan: Vittorio Pozzi (Bottanuco, BG), Maestro di Urghenì, per passione e per amore verso la tradizione, BF Magazine, maggio 2014; Flauto di Pan: Camillo Brambilla (Bernareggio, MB) , tre generazioni al servizio della musica popolare lombarda, BF magazine, giugno 2014.
3. Il Dopolavoro di Paderno d’Adda: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/02/il-dopolavoro-di-paderno-dadda-gestito_22.html

mercoledì 14 dicembre 2016

L'utopia di vendere libri e diffondere cultura
La nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a Milano
 
Il libro è uno strumento fantastico di conoscenza dotato di 
 una sua fisicità. Leggere un libro è diventato un gesto
rivoluzionario. Significa rimanere soli con se stessi, fare
 fatica. Ma è anche un investimento per stare meglio al mondo.
Carlo Feltrinelli
 
Feltrinelli ha aperto a Milano, proprio a ridosso di Porta Volta, lungo il tracciato delle antiche Mura Spagnole(1), la nuova sede della Fondazione che porta il nome di Giangiacomo Feltrinelli, il fondatore della casa editrice, morto sotto un traliccio dell'alta tensione a Segrate il 14 marzo 1972.
 
Giangiacomo Feltrinelli e Fidel Castro
 
La nuova sede, progettata da due architetti svizzeri, potrebbe essere assimilata alla struttura di una cascina lombarda, lunga e stretta, di vetro e cemento, che con la sua figura orizzontale sembra sfidare l'altezza e la maestosità dei grattacieli di Porta Garibaldi.
Nei sotterranei della nuova sede si snodano 12 chilometri di archivi, un milione e mezzo di carteggi, 260 mila libri, 16 mila riviste e molto altro ancora. E poi su, dal piano terreno, che ospita la libreria, fino ad arrivare al quinto piano, dove è stata realizzata la grande sala lettura, dominata dal sole e dal drappo rosso della Comune di Parigi, datato 2 gennaio 1871, acquistato da Giangiacomo Feltrinelli in persona.
 
La nuova sede Feltrinelli
 
Nelle intenzioni degli amministratori della Fondazione, la nuova sede di viale Pasubio dovrà diventare un centro di aggregazione culturale della comunità urbana milanese, vivace e collaborativo nei confronti delle istituzioni culturali pubbliche e private che operano sul territorio lombardo e nazionale. Grazie alle soluzioni architettoniche adottate, gli spazi della Fondazione si presteranno a essere utilizzati per realizzare convegni, incontri, corsi, rassegne cinematografiche, letture, mostre, ascolto di musica dal vivo, installazioni  artistiche,  forme  di  arte  partecipata,  laboratori  didattici. Inoltre, in viale Pasubio la presenza del punto vendita libreria consentirà l’organizzazione di iniziative congiunte.

Note
1. Mura, porte e pusterle di Milano: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2013/01/vecchie-storie-di-milano-la-pusterla.html

mercoledì 7 dicembre 2016

Archivio Storico Ricordi

Dal 5 dicembre l'Archivio Storico Ricordi è entrato in Rete. Da tale data sono online, sulla nuova piattaforma digitale www.archivioricordi.com, visibili a tutti, migliaia di documenti riguardanti ritratti, figurini, bozzetti e scenografie che vennero predisposti per la messa in scena delle opere liriche, da Rossini a Verdi a Puccini. Alla prima immissione in Rete, nel 2017 verranno inserite progressivamente lettere e corrispondenze dell'editore Giulio Ricordi con artisti e personaggi della lirica. L'anno successivo, il 2018, saranno poi inserite fotografie e manifesti  che hanno promosso la divulgazione delle opere.
L'obiettivo è quello di rendere gradualmente disponibile online tutto il patrimonio custodito da Archivio Storico Ricordi e dare la possibilità ai non musicologi, soprattutto ai giovani di tutto il mondo, di avvicinarsi alla lirica ed alla musica classica.
La casa editrice Ricordi, fondata a Milano da Giovanni Ricordi nel 1808, ha influenzato la storia musicale e culturale dell'Italia e dell'Europa. Ha pubblicato le opere dei cinque più grandi compositori lirici in Italia, e tra i primi al mondo: Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti, Vincenzo Bellini, Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini. Nel 1888 prese le redini della casa editrice di famiglia Giulio Ricordi, che le mantenne sino al 1912, anno della sua morte. Con lui Casa Ricordi raggiunse l'apice della fortuna e della fama. Nei primi anni del Novecento aprì diverse succursali della casa editrice, allargando in questo modo il suo raggio di azione nel mondo.
 
Il Teatro alla Scala di Milano e, sulla sinistra della foto, la statua di Giulio Ricordi

sabato 3 dicembre 2016

I proverbi della medicina popolare in Brianza

Come si possono definire i proverbi? Aforismi popolari? Sentire diffuso in forma ermetica? Modi di dire e pensare tramandati oralmente di generazione in generazione? Pillole di saggezza basate sull’esperienza e sulla perspicacia umana? Certamente, per capire il senso e la morale dei proverbi bisognerebbe conoscere e capire la cultura da cui provengono. Un dizionario definisce il proverbio “breve detto, di origine popolare, che esprime una norma, un pensiero, una ammonizione desunta dall’esperienza” (De Mauro). Lo scrittore e filologo Niccolò Tommaseo disse che “se tutti si potessero raccogliere e sotto certi capi ordinare i Proverbi italiani e i Praverbi d'ogni popolo, d'ogni età, colle varianti d' immaginazioni e di concetti, questo, dopo la Bibbia, sarebbe il libro più gravido di pensieri.”
Seppur oggi si è pienamente immersi nella società della comunicazione di massa, non sempre l’individuo sente il bisogno di ascoltare lunghi discorsi o noiosi consigli per convincersi della cosa giusta da fare. Un proverbio appropriato induce a pensare, aiuta a capire e può spingere a fare ciò che è giusto. Nei tempi andati, alcune categorie di persone erano ritenute sagge e colte perché avevano buona dialettica e conoscenza di fatti della vita o citavano proverbi che aiutassero la gente comune a disbrigarsi in faccende piuttosto complicate. E poi: come e quando va usato un proverbio? Dipende sia dall’argomento che dall’uditorio. Un argomento può perdere di efficacia se si fa un uso sbagliato dei proverbi. E dato che in alcune culture l’uso dei proverbi è una parte importante della conversazione, chi li usa a sproposito può dare agli altri una cattiva impressione di sé. Nella Bibbia si legge che il re Salomone, famoso per la sua saggezza, il suo sapere e la sua diplomazia, conosceva 3.000 proverbi. Naturalmente i proverbi biblici erano “divinamente ispirati” e ritenuti sempre veritieri. 


Ognuno di noi, nella propria vita, si è imbattuto in qualche proverbio, citato soprattutto da persone anziane. In alcuni casi ci siamo immedesimati e riconosciuti nel senso stesso del proverbio, apprezzandone l’acuta corrispondenza. Altre volte ne abbiamo rifiutato l’accostamento.
I proverbi sono una miniera di norme e valori sociali. Per esempio, il potere della parola è messo ben in risalto dal proverbio Uno scivolone con la lingua è peggio di uno scivolone con il piede. La lingua, se usata in modo sbagliato, può effettivamente causare gravi danni. Lo notiamo soprattutto in questi tempi, a causa dell’uso sconsiderato e volgare che spesso si fa dei social media. Invece, se è tenuta sotto controllo, la lingua può davvero contribuire alla pace, come è attestato dal detto In presenza della lingua, i denti non litigano. Vale a dire che le questioni si possono risolvere amichevolmente fra i contendenti, parlandone. E anche se questo non funziona, l’abile uso della lingua nel cercare una soluzione può placare un’accesa disputa.

Nel campo della salute, la cura degli acciacchi e delle malattie era compito incontrastato della anziane di casa, depositarie di una tradizione secolare, esperte conoscitrici delle virtù terapeutiche delle piante, abili manipolatrici di articolazioni e muscoli, giustaoss. Era il campo d’azione di una medicina del popolo che per secoli era stato l’unico modo di cura delle malattie. Da sempre tra i ceti più umili delle società rurali, che costituivano la gran parte della popolazione del contado e dei centri rurali a nord di Milano, la ricerca di aiuto e di assistenza in caso di malattia s’indirizzava alle tradizioni tramandate di generazione in generazione e ai rimedi conosciuti e usati dalle donne. Questa “medicina del popolo” era una medicina semplice, che rispecchiava le virtù medicinali delle erbe che i contadini trovavano nei campi o coltivavano negli orti; era una medicina povera, come le risorse impiegate e le pratiche utilizzate da un’utenza non dissimile; era una medicina umile.
La salute, quindi, prima di tutto. Cap primm ghe vör la salüt (Per prima cosa ci vuole la salute), dicevano, e aggiungevano La salüt chi ghe l’ha, l’è un tesor che non se sa, oppure anche Un puerett san, l’è sciur a metà (Un povero sano è un ricco a metà). Poi c’erano i detti per conservare la salute e vivere bene: Se te voeret diventà vecc, mongia al colt e dorma al frecc (Se vuoi diventare vecchio, mangia al caldo e dormi al freddo), ed anche Per stà begn, ciapa ul munt traqual ‘al vegn (Per stare bene prendi le cose come vengono). Le donne anziane raccontavano ai giovani nipoti una filastrocca che trasmetteva loro sani principi di vita: A lecc prest la sira / sü dal lecc prest la matina / poch emusiun / e tanti urasiun. / Mai pensach al duman / fa cünt in de la Pruvidensa, / ma pussè de tutt / stà indrèe in del mangià (A letto presto la sera / alzarsi preso il mattino / poche emozioni / e tante preghiere / Mai pensare al domani / confida nella Provvidenza / ma soprattutto / non mangiare troppo).


Nei tempi passati, per la gran parte dei contadini reperire il cibo o mangiare a sufficienza non erano certo operazioni così scontate. Tanto è vero che i nostri vecchi lamentavano il fatto che El sacch voj al stà minga in peè (Il sacco vuoto non sta in piedi) e Dieta e brod lung ménen l’om a l’alter mund, (Dieta e brodo allungato conducono l’uomo all’altro mondo).
Impegnata da sempre nella lotta contro le malattie, la famiglia brianzola era restia a rivolgersi alla medicina scientifica, preferendo ricorrere invece con grande fiducia alla medicina popolare, quella empirica del popolo. La scarsa propensione per la “medicina dei dottori” era dovuta ad alcuni motivi, tra i quali: quello storico, poiché sino ad oltre la metà dell’Ottocento il medico era scarsamente presente nei paesi più piccoli e ancor meno nell’ambiente rurale; quello economico, perché il medico si doveva pagare e ciò era il più delle volte impossibile all’umile gente dei borghi e delle campagne; il terzo motivo era culturale, in quanto del medico ci si fidava poco, mentre al contrario c’era una grande fiducia nei rimedi della tradizione medica popolare, i medegòss, cioè i rimedi empirici realizzati utilizzando le proprietà medicamentose di piante o di altri prodotti la cui efficacia nel determinare la guarigione era indiscussa. La diffidenza nei medici era ben riassunta da un proverbio molto citato: Préet, dutur e aucàt / mèi pèrdi che truài (Preti, medici e avvocati / meglio perderli che trovarli)[1]. Ecco allora spiegato l’uso delle polentine bollenti di linosa nelle affezioni broncopolmonari, gli infusi di camomilla e i fomenti per il raffreddore, le frizioni con l’aglio o la cipolla nei geloni: rimedi riscaldanti in affezioni da freddo. O ancora la fredda lama della falce per le punture d’insetto, le fresche foglie di verza, il miele o l’olio per le scottature e le contusioni, l’infuso di malva o di tiglio per le detossicazioni interne: rimedi rinfrescanti per le calde infiammazioni esterne o interne. 


Si era convinti che Con l’acqua e l’erba di praa, se cura tucc i maa (Con l’acqua e l’erba di prato si curano tutti i mali) oppure che Ghe minga erba che guarda in sù, che la gabia no la sua virtù (Non c’è erba che non abbia le sue proprietà medicinali) e La malva tucc i maa i a calma (La malva calma tutti i mali) oppure Ch’el rimedi lì l’è sta una scua (Quel rimedio è stato una scopa, cioè ha spazzato via tutti i mali).
I vecchi brianzoli conoscevano bene quali erano i nemici della salute, da cui stare alla larga. Vino, fumo e donne hanno generato i seguenti proverbi: Bacch, tabacch e Vener regunden l’om in scénder (Bacco, tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere) e Per vif son, ghe vör tonta papa, pöca pipa e mea pepa (Per vivere sani ci vuole tanto cibo, poco fumo e niente donne) e ancora El vin e i donn trann allari el coo de l’om (Il vino e le donne fan perdere la testa all’uomo). Anche allora c’era la categoria degli scansafatiche, di quelli che avevano la Canèta de vèder, ossia di coloro che non volevano lavorare e piegare la schiena per far fatica perché avrebbe potuto comportare la rottura della "canèta de vèder", ossia della colonna vertebrale. Questa categoria di persone prendeva la vita come veniva, senza patemi d’animo e senza troppi doveri. I loro motti erano: La cüra del Tòt, mangià, bef e fa negòtt (La cura del Tot, mangiare, bere e non far niente), A taula se ven mai vècc (A tavola non si diventa mai vecchi), Crepa la panza ma minga roba che vanza (Scoppi la pancia ma non ci sia roba che avanzi), Ne a l'usteria ne in lecc se diventa vecc (Né in osteria né a letto si diventa vecchi) e anche Mangia bev e caga e lassa che la vaga (Mangia bevi e vai di corpo e lascia che vada). 

Quando i rimedi domestici utilizzati non ottenevano i risultati sperati, oppure ci si trovava di fronte a situazioni più gravi, le cui origini erano attribuite a fattori o entità extra-naturali, il contadino chiedeva l’intervento di guaritori specialisti, segnòn, in grado di “segnare” con appositi rituali magico-religiosi, segn, il malato. Dai semplici orzaioli al mal di fegato, dal catarro intestinale alle vere infestazioni da parassiti, dalla dolorosa sciatica ai lancinanti parossismi del fuoco di sant’Antonio, dalle semplici forme di nervosismo alle manifestazioni psichiatriche più gravi e all’epilessia, il ricorso alle pratiche dei segnòn era indispensabile.    
Quando poi né medegòsssegnòn erano in grado di riportare la salute perduta non restava che un’ultima possibilità: invocare la Madonna o i santi perché concedessero una grazia. Fallito il livello naturale e quello magico, si approdava al divino. Ciò soprattutto se il male era ritenuto d’origine soprannaturale. Gli ex-voto, offerti da devoti e “graziati” alla Madonna o ai santi per grazia ricevuta costituiscono una singolare testimonianza di questo particolare modo di vivere la malattia e la salute. In particolare gli ex-voto dipinti, le tavolette votive, consentono sovente di “osservare” le malattie all’origine delle richieste di grazia attraverso la loro raffigurazione diretta sulla tavoletta.

Beniamino Colnaghi

Note


[1] Nelle terre lombarde durante il XIX secolo le condizioni di vita e di lavoro dei contadini e degli operai delle prime fabbriche erano spesso davvero malsane e l’amministrazione statale, che con i suoi servizi avrebbe dovuto provvedere alla salute dei cittadini, era troppo spesso latitante. Di fronte ai problemi di ordine sanitario, per insufficienza di organizzazione e di mezzi, lo Stato non fu mai all’altezza della situazione: anche agli inizi del secolo, quando l’Austria, da cui dipendeva il Lombardo-Veneto, aveva creato un ordinamento sanitario ritenuto il migliore d’Italia, con una rete di ospedali, con distribuzione gratuita di medicinali ai poveri, con medici, ostetriche, farmacisti e veterinari, i risultati concreti furono assai modesti. Infatti i medici furono nel complesso quantitativamente insufficienti e spesso anche non sufficientemente preparati. Erano malpagati e la loro carica era elettiva: ciò favoriva imbrogli, prepotenze e clientelismi, a discapito dell’effettiva capacità. Si capisce perciò il perché di certi detti e la mentalità, del tutto naturale per le genti di allora, di affidarsi ai medegòss, cioè a quei rimedi che per tradizione erano capaci di guarire ogni tipo di male.
 
Bibliografia
F. Bassani, I medegozz di nost vecc, Bertoni, Merate, 1981.
A. Airoldi, A. Banfi, 500 proverbi ascoltati in Brianza, Licinium, Erba, 1975.
Vittorio Sironi, Medicina popolare in Brianza. Come si curavano un tempo, quando non c’erano le medicine, i nostri nonni, I Quaderni della Brianza, numero 30, 1983.
Vittorio Sironi, Salute e malattia nei proverbi brianzoli e milanesi, I Quaderni della Brianza, numero 38/39, 1985.