Enrico Berlinguer a 37 anni dalla morte
Moderno Innovatore Rivoluzionario
La Storia attraverso personaggi, luoghi ed eventi, nonchè storie di donne e uomini, non sempre potenti e famosi, spesso semplici e umili persone che, grazie al loro lascito di memorie e testimonianze quotidiane, ci consentono di conoscere meglio il loro tempo ed approfondire il nostro passato. Blog senza fini di lucro, che tratta argomenti storici, culturali e di costume.
Saruggia, i buoi del paisan Franco Ronchetti
Saruggia (Como), antica frazione sulla collina di Albavilla, che degrada dolce fino alla sponda del lago di Alserio, un tempo era un borgo di contadini che abitavano vecchie case e piccole cascine. Poi sono arrivati gli “spensierati” anni 80, e tutto è cambiato, tutto è stato banalmente “ammodernato”, con criteri per nulla fedeli alla storia del luogo. Tutto tranne una cascina, che ha mantenuto i caratteri originali, principalmente perché è abitata da un paisan, che di nome fa Franco Ronchetti, detto “Franco di bò”. Perché questo soprannome? Perché Franco possiede, e sicuramente ama, come nei versi del Carducci “t’amo pio bove; e mite un sentimento…”, due splendidi bovi, bianchi, possenti, che guardandoli non puoi fare a meno di dire: “Vi amo, pii bovi; e mite un sentimento di vigore e di pace al cor m’infondete”, storpiando un po’ i versi del grande Giosuè.
Beniamino Colnaghi
ll Museo Etnografico dell’Alta Brianza
Garlate (Lecco)
dal 16 maggio 2021 è aperta la mostra
Il cibo di tutti
Etnografie del pane
Tre documentari e un’esposizione
a cura di Rosalba Negri e Massimo Pirovano
Il museo si può visitare solo su prenotazione scrivendo a: meab@parcobarro.it
sabato e domenica, dalle 9 alle 12.30 e dalle 14 alle 18
Info: MEAB tel. 0341.240193 Parco Monte Barro tel. 0341.542266 http://meab.parcobarro.it/
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Il Ghisallo, dal santuario della Madonna, patrona dei ciclisti, al museo del ciclismo
Beniamino Colnaghi
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Prima
guerra mondiale I profughi
veneti e friulani dopo Caporetto Il 23 maggio 1915,
il Regno
d’Italia, sotto il governo del primo ministro Antonio Salandra,
dichiara
guerra all’Impero austro-ungarico, entrando
così nella Prima
guerra mondiale a fianco dell’Intesa, composta da
Repubblica
Francese, Impero Britannico e Impero Russo.
La
dichiarazione di guerra italiana contro Austria e Ungheria costrinse gli
abitanti delle aree in prossimità della linea del fronte, che si estendeva
dall’alta Val Camonica, al Cadore, alla Carnia, sino alla valle dell’Isonzo,
ad abbandonare le loro case. Centinaia di migliaia di persone si trovarono ad
essere evacuate e trasferite in ogni parte del Paese. Un allontanamento
affrettato e sofferto che si sarebbe
protratto per quattro interminabili anni, a cui sarebbe seguito il
rimpatrio in luoghi che non erano più gli stessi, completamente distrutti
dalla guerra, impoveriti nella terra e negli uomini. Proprio il tragico e
diretto coinvolgimento della popolazione civile fece della Grande Guerra un
conflitto totale, condizione che avrebbe raggiunto il suo apice nell’autunno
del 1917 quando, in seguito alla disfatta di Caporetto, l’invasione da parte
dei nostri nemici del Friuli e dell’alto Veneto spinse oltre il Piave
centinaia di migliaia di civili. Un esodo del tutto imprevisto e dai risvolti
drammatici, parallelo alla ritirata dell’esercito italiano. L’Isonzo è oggi il fiume condiviso fra
Italia e Slovenia. La sua posizione l’ha portato ad essere teatro
naturale dello scontro fra italiani e austro-tedeschi, con le famose
battaglie che dal giugno 2015 al novembre del 2017 hanno infiammato il
fronte. Parliamo appunto delle battaglie dell’Isonzo di cui l’ultima, la
dodicesima, è quella di Caporetto. Dopo le
sconfitte delle precedenti battaglie, nell’autunno del 1917
l’Austria-Ungheria cerca un colpo forte per ribaltare l’inerzia della guerra.
La Russia, che si è sfilata intanto dal conflitto, scoprendo il proprio
fronte di guerra più a est, ha consentito all’Impero di godere di un
sostanzioso appoggio tedesco. Sul confine italiano vengono ammassati così
uomini e mezzi, al comando del generale tedesco Otto Von Below. Il 22 ottobre il generale firma l’ordine di
attacco e la mattina del 24 inizia l’offensiva contro l’Italia, in particolare
contro la II Armata. Il fronte italiano si snocciola come un rosario lungo
l’Isonzo, dalla conca di Plezzo fino al mare. Si distacca dal tracciato solo
per seguire i fianchi del monte Tolmino. Il fronte è difeso da diverse
armate, ma dove si scatena principalmente il fuoco austro-tedesco è sulla
testa di ponte del Tolmino, dove si trova la II Armata. L’attacco prevede il
lancio di gas e granate, ad accompagnare le incursioni delle truppe d’assalto
nemiche. Sono queste truppe la variabile impazzita che spezza la difesa
italiana, disposta sul campo con una formazione troppo offensiva. L’eccessivo,
e classico, sbilanciamento in avanti della difesa italiana, unito al diffuso
scoramento morale dei nostri soldati ed al malcontento degli ufficiali, giocherà
a favore delle truppe d’assalto avversarie, che, in poco tempo spezzano la
linea italiana. La II Armata si trova presa a tenaglia da nord e da sud,
sfasciandosi. Come detto la maggior parte delle truppe italiane
erano ammassate in prima linea, così che una volta superata questa, agli
invasori si apre la discesa in direzione di Cividale e di Udine.
La ritirata dell'esercito italiano dopo Caporetto La prima
conseguenza di Caporetto è il senso di sconfitta che assurgerà poi a simbolo.
A differenza di altre sconfitte, non troppo diverse nell’entità ma che sono
state assorbite nel grande gioco della guerra, Caporetto diventa un trauma
con cui fare i conti. A differenza di altri eserciti che in quella stessa
guerra avevano subito sconfitte più cocenti, concedendo all’avversario molti
più chilometri di suolo patrio, quello italiano viene messo sotto accusa.
Le
ripercussioni sono anche di carattere politico: cambiano il governo e i
vertici militari. Il comandante supremo del Regio Esercito italiano, Luigi
Cadorna, viene sostituito dal generale Armando Diaz. Cadorna paga anche per gli errori di alcuni suoi
generali ed anche per il famoso bollettino
del 28 ottobre, uscito dopo Caporetto, in cui accusa di vigliaccheria
alcuni reparti.
Eppure fra
le conseguenze di Caporetto si può annoverare, non troppo forzatamente, la
vittoria della guerra. Non solo per la svolta psicologica che fa nascere la voglia
di riscatto, la mistica del Piave e poi di Vittorio Veneto. Ma anche proprio
da un punto di vista pratico. L’avanzata austro-tedesca si spinge infatti in
profondità nel territorio italiano, ma paradossalmente troppo. Questo
avanzamento non previsto ha comportato problemi logistici per le truppe
straniere. Questo mentre gli italiani vedono arrivare i treni a poche decine
di chilometri dal nuovo fronte, che rispetto al precedente è molto più corto
e quindi più facilmente difendibile. Le truppe d’invasione si trovano quindi
come propaggini che, invece di radicarsi, diventano rami secchi per la
mancanza di approvvigionamenti. Rami secchi che vengono risaliti
dall’esercito italiano e favoriscono l’attacco a tutta la pianta avversaria.
Capace di
scrivere l’epitaffio del nostro esercito, o di produrre la prova del
riscatto, in questo Caporetto getta le basi per la vittoria della guerra. Per
usare la retorica dannunziana, la morte di Caporetto precede la resurrezione
dell’esercito italiano, che troverà il proprio simbolo nella battaglia di
Vittorio Veneto.
Sono due i
luoghi simbolo della Grande Guerra italiana, così come sono due i fiumi
legati a questi eventi. Se l’Isonzo
vedrà passare lo straniero dopo Caporetto, il Piave sarà lo scoglio dove l’ondata austro-tedesca si
schianterà. La battaglia di arresto avviene a poche settimane da Caporetto:
trentacinque divisioni italiane respingono cinquantacinque divisioni
avversarie lanciate sulle ali dell’entusiasmo.
Con la
seconda battaglia del Piave nel giugno 1918 viene spenta l’ultima grande
offensiva austro-tedesca e si apre la strada per la vittoria finale,
annunciata dallo stesso D’Annunzio con il volo su Vienna. L’impero sta
collassando, mentre l’esercito italiano ha fatto diventare l’onta di
Caporetto un vessillo di riscatto da piantare in campo avversario.
Quattro mesi
più tardi si gioca la battaglia decisiva. Il monte Grappa e il Piave
diventano i punti di scontro che porteranno l’esercito italiano a sfondare le
linee nemiche e inseguire l’esercito avversario fino alla firma
dell’armistizio. Riprendendo
ora il racconto circa l’esodo biblico che coinvolse, loro malgrado, intere
comunità di friulani, giuliani, trentini e veneti, che scapparono
dall’invasore austro-tedesco, occorre ricordare che furono soprattutto donne,
vecchi e bambini ad abbandonare repentinamente la propria terra, la propria
casa, gli affetti, in quella che fu la più grande tragedia collettiva della
Grande Guerra. In pochissimi giorni si moltiplicò il numero dei profughi,
dilaniati dal dilemma se fuggire di fronte al nemico o subirne l’occupazione.
Come le evacuazioni di inizio conflitto avevano dimostrato (vedasi, a tale
proposito, i due post a margine, sui deportati della Valle di Ledro) anche
nel ’17 la maggior parte delle famiglie era costituita da una ragguardevole
componente femminile, alla quale, in assenza dei mariti, toccò il compito di
scegliere se abbandonare le proprie case, le bestie, i campi. Per le donne
l’ultimo anno di guerra fu un periodo terribile a causa delle divisioni
familiari, con gli uomini al fronte, o comunque lontani per lavoro, e una
parte dei propri cari nel Friuli e nel Veneto occupati.
La fuga dei
profughi italiani in quell’autunno è difficile sia per le condizioni delle
strade di allora, sia per l’ostilità che incontrano: alcuni, cercando di
evitare i ponti e le vie principali, muoiono annegati nei fiumi in piena. Si
accampano dove possono, finché il governo del Regno d’Italia non decide di
farsene carico, promuovendo un piano di ricollocamento in varie regioni. Non
senza difficoltà, sia perché questi profughi sono il simbolo della sconfitta,
sia soprattutto per la diffidenza delle popolazioni che dovrebbero ospitarli,
tanto che alcuni arrivi vengono organizzati di notte per evitare proteste. E’
fondamentale, scriveva il ministro Orlando ai prefetti del Paese, rendersi
conto “… delle necessità del momento che costringono il Ministero ad inviare
in tutte le Province migliaia di profughi di guerra… che senza indugio devono
essere alloggiate, nutrite, vestite e in ogni altra guisa materialmente e
moralmente soccorse” Nei primi giorni di
novembre del 1917 decine e decine di treni, o per meglio dire carri bestiame,
furono riempiti di profughi sotto una pioggia torrenziale.
Molti treni s’avviarono verso destinazioni ignote, almeno per gli stessi
profughi, comunque verso il Centro e Sud Italia. Il primo approdo fu
l’estremo lembo meridionale dell’Italia: la Sicilia. Gli altri furono sparsi
tra Campania, Calabria e Puglia. Nei piccoli paesi meridionali donne, vecchi
e bambini veneti e friulani vennero accolti negli edifici scolastici e in
strutture comunali o religiose. Ovunque vennero organizzate manifestazioni di
accoglienza, politicamente trasversali perché promosse con pari passione da
liberali e repubblicani, socialisti e cattolici, da comitati parrocchiali e
sindacali. A Bologna trovarono alloggio 8mila profughi, a Firenze 20mila
si sistemarono presso privati e 9mila trovarono alloggio in alberghi e pensioni. A Napoli vennero smistati 70mila profughi.
Milano, per
la sua posizione geografica, fu naturalmente snodo di passaggio dei profughi
verso altre regioni, ma anche centro di raccolta e accoglienza di una gran
numero di persone. Si calcola che in città furono accolti almeno 30.000
profughi, oltre a quelli in transito che vennero rifocillati e confortati.
L'organizzazione della assistenza si appoggiò alla ben collaudata struttura
del Comitato centrale di assistenza per la guerra che funzionava già dai
primi giorni del conflitto. Una Commissione di Assistenza ai profughi fu
creata appositamente dal Comitato per coordinare tutte le operazioni, con
sede nell'ex Teatro San Martino, in piazza Beccaria. Umanitaria e Bonomelli
misero a disposizione le loro strutture di piazza Miani (Casa Emigranti e
Ospizio) e altre allestite temporaneamente per fornire un ricovero
provvisorio, pasti, indumenti, cure mediche a chi giungeva a Milano, in
attesa di proseguire il viaggio verso un'altra città. Lungo la strada vennero
assistiti dal Comitato tra profughi udinesi e friulani, che provvedeva anche
a consegnare le tessere per le distribuzioni nei punti di ristoro
Tra ottobre
e novembre l'Umanitaria assistette circa 50.000 profughi, la Bonomelli altri
15.000. Tra gli accolti numerosi furono i bambini smarritisi dalle proprie
famiglie; ricoverati temporaneamente negli istituti cittadini, in seguito
furono ricongiunti con i genitori o con i parenti. A novembre solo
l'Umanitaria ne raccolse 95 affidandoli all'Asilo Mariuccia, all'Istituto
Derelitti, all'Unione Femminile, ecc. Nei primi giorni dell'esodo,
l'eccezionale afflusso di persone a Milano, divenuto centro di smistamento
dei profughi che soggiornarono più a lungo del previsto per la saturazione
degli altri luoghi di accoglienza, fece sì che le strutture dell'Umanitaria e
della Bonomelli, preparate per ricevere 2.000 persone di passaggio, ne
alloggiassero oltre 6.000.
Il Comune
aprì un rifugio per 400 profughi, prevalentemente inabili al lavoro, nella
Villa Reale di Monza e la Croce Rossa Americana approntò un ospizio in via
Giusti. Generose offerte di privati misero a disposizione anche altri locali
in abitazioni civili. Gli uffici comunali stimarono circa 12.000 sfollati
dimoranti stabilmente a Milano.
Nei mesi
successivi si provvide al collocamento al lavoro di chi si era stabilito in
città, come personale di servizio, operai, negli uffici pubblici o come
rimpiazzi di coloro che si trovavano al fronte. Vennero elargiti sussidi,
anche da parte del Comitato tra profughi udinesi e friulani, da quello
Veneto, e dalla Commissione per l'Emigrazione Trentina già presenti a Milano,
per il pagamento degli affitti e l'acquisto di masserizie. Questi aiuti si
aggiungevano al sussidio erogato dallo Stato. Secondo il censimento fatto dal
Ministero delle Terre Liberate, nel novembre 1918 a Milano i nuclei
famigliari dei profughi residenti in città erano 17.058, i profughi irredenti
8.944, per un totale di 47.614 persone.
La resa
degli imperi centrali e la fine della guerra non risolsero immediatamente le
cose. Il rientro dei civili era impedito dalla distruzione di molti luoghi
d’origine dei profughi e dalla necessità di bonificare le aree e iniziare a
ricostruire. Tra la tarda primavera e l’estate del 1919 il rimpatrio delle
famiglie venete e friulane ebbe un’accelerazione, per protrarsi anche nei
mesi successivi.
Ma molte
famiglie di profughi decisero di rimanere nelle città e nei luoghi che le
avevano benevolmente ospitate durante quei terribili mesi.
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Beniamino Colnaghi
Deportati Valle di Ledro: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2017/11/la-valle-di-ledro-e-la-boemia-storie-di.html
Integrazione: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.com/2018/10/i-profughi-della-valle-di-ledro.html
Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto: I profughi in Italia durante la Grande Guerra, Edizione Laterza.
Chi è Antonio Ghislanzoni (Barco di Maggianico, Lecco, 25 novembre 1824 – Caprino Bergamasco, 16 luglio 1893)?
Intanto fu compagno di Antonio Stoppani alla scuola elementare poi, per volontà del padre direttore dell’ospedale cittadino, entrò in seminario dal quale venne espulso a causa del suo carattere insofferente e di rifiuto verso l’autorità e l’educazione religiosa. Si iscrisse a medicina ma restò affascinato dal mondo della musica, tanto da non concludere gli studi per dedicarsi al canto, firmando un contratto come primo baritono assoluto per il teatro Carcano di Milano. La sua versatilità si manifestò anche grazie a innumerevoli collaborazioni con quotidiani e periodici, che pubblicavano spesso suoi romanzi e racconti. Unitamente alla prosa si dilettò anche con la poesia.
Musica e scrittura si intrecciano facendolo emergere come uno delle figure di rilievo nel campo dei librettisti d’opera, tratto per il quale è maggiormente conosciuto.
Portò il nome di Lecco nel mondo grazie all’opera più celeberrima di Giuseppe Verdi, per il quale scrisse il libretto dell’Aida. Per lo stesso compositore realizzò anche la nuova stesura della Forza del destino e tradusse la versione italiana del Don Carlos.
Fu autore di oltre 60 libretti, fra i quali, oltre all'Aida, I Lituani e Il parlatore eterno per Amilcare Ponchielli, Salvator Rosa e Fosca per Antonio Carlos Gomes, Papà Martin e Francesca da Rimini per Antonio Cagnoni, I promessi sposi per Errico Petrella. Scrisse inoltre i versi della cantata A Gaetano Donizetti, di Ponchielli.
Pubblicò il volume Reminiscenze artistiche, che contiene notizie sul pianista Adolfo Fumagalli e un episodio intitolato La Casa di Verdi a Sant'Agata, nonché il romanzo apocalittico Abrakadabra - storia dell'avvenire (1864-65). Questo e altri racconti di fantascienza umoristica ne fanno uno dei primi autori italiani di tale genere.
Antonio Ghislanzoni fu vicino alle idee politiche di Mazzini, la sua collaborazione con giornali repubblicani lo costrinse a rifugiarsi in Svizzera. Fu ugualmente arrestato dai francesi e deportato in Corsica. Dopo la Seconda guerra di Indipendenza (1859) a Milano si lega al gruppo degli Scapigliati(1), ma appartiene alla generazione “di frontiera”, ossia “di periferia” di quel movimento.
Da Milano il movimento della Scapigliatura si sposta “in periferia” e si estende fino al Lecchese e Ghislanzoni ne rappresenta l’essenza, nel senso che la sua vita e la sua opera è come se del movimento correggessero gli eccessi, tramite il sano respiro della provincia lecchese, moderata, pettegola, modesta.
Nella sua personalità esuberante si assommano sia le componenti ribellistiche ed eversive sia i fascinosi e suggestivi influssi del territorio di Lecco da lui descritto con dovizia di particolari nelle sue numerosissime opere.
Ghislanzoni, quindi, può essere considerato uno degli intellettuali più vivaci, interessanti e ricchi produttivamente della cultura lombarda, non solo scapigliata, che va da Bonvesin de la Riva e giunge fino a noi tramite il Verri, il Beccaria, il Parini, il Manzoni, il Testori, il Gadda, il Pontiggia... Fu uno spirito singolarmente autocritico fino al sarcasmo di se stesso, come emerge da una sua nota autobiografica, riportata in Pagine di vita lecchese 1963-1964, pubblicazione della città di Lecco in occasione delle celebrazioni nel settantesimo della sua scomparsa.
Nel 1857 contribuì a fondare il giornale umoristico L'Uomo di Pietra. Diresse L'Italia musicale; fu redattore della Gazzetta musicale di Milano; diresse e collaborò a La rivista minima e più tardi, ritiratosi a Lecco, pubblicò il Giornale-Capriccio.
Tante furono le collaborazioni alle numerose testate che ospitano suoi romanzi a puntate, racconti, recensioni, interventi di varia natura. Ma non manca l'attività creativa vera e propria: narrativa e poesia. Per la poesia ricordiamo Libro proibito, un grande successo, tanto che nel 1890 giungerà alla settima edizione. «I versi del Libro proibito», scrive Gilberto Finzi, «riprendono un'atmosfera polemica d'epoca che non tocca, forse nemmeno sfiora, la poesia, ma che bene riconducono a momenti collaterali tipici della Scapigliatura».
Morì all'età di 69 anni e ricevette sepoltura nel Cimitero monumentale di Lecco.
(1)
Scapigliatura (dal sito dell’enciclopedia
Treccani)
Va sotto questo nome un movimento letterario al quale diede vita in Milano, tra il 1860 e il 1870, un gruppo di scrittori e di artisti, diversi per temperamento, ma concordi nell'avversione al gusto dominante e alla tradizione, unanimi nella volontà di difendere l'autonomia dell'arte, di richiamarla a un più intimo contatto con la vita, a una più essenziale sincerità d'ispirazione, a una più spontanea immediatezza d'espressione. Sotto un certo aspetto la scapigliatura può essere considerata anche come un fenomeno politico e morale. Fu un tentativo d'agitare le acque della vita italiana stagnanti in un facile e ozioso quietismo, una reazione contro lo spirito borghese, pratico, utilitario, contro la povertà e la grettezza spirituale in cui si spegnevano gli eroici bagliori del Risorgimento. Al decadere degl'ideali artistici, all'orgogliosa retorica appresasi alla coscienza nazionale nel primo decennio che seguì alla formazione del regno d'Italia, il Carducci oppose la virile disciplina del suo rinnovato classicismo; gli scapigliati cercarono di evaderne attraverso una più decisa e integrale esperienza romantica. Alla radice della loro ribellione è l'oscura intuizione di una lacuna congenita all'origine del romanticismo italiano, di una deviazione implicita nel suo svolgimento. Per circostanze strettamente aderenti alla vita italiana nella prima metà del secolo scorso, gli scrittori romantici italiani, sottraendosi alla suggestione di molteplici e complesse esperienze europee, avevano risolto il fermento delle dottrine novatrici nel concetto di un'arte nazionale, popolare, espressione di comuni esigenze, di comuni passioni, di comuni ideali. Più che ascoltare sé stessi avevano mirato a riconoscersi negli altri, avevano chiesto al sentimento concorde e al generale consenso la consacrazione della loro originalità costruttiva. Così il romanticismo italiano s'era configurato con una sua fisionomia ben distinta nel quadro più vasto del romanticismo europeo; ma col venir meno delle ragioni che ne avevano assicurato la vitalità, quel suo particolare carattere era degenerato in un convenzionalismo fiacco, impersonale, incolore. Gli scapigliati si atteggiarono a novatori: erano in realtà spiriti malati di stanchezza e di decadentismo, figli di un'epoca di dissoluzione, prigionieri d'un passato che pesava sulla loro illusione di riconquistare una perduta giovinezza. Proclamarono i diritti dell'Io onnipotente, si sforzarono di costringere il mondo nella sfera della loro inquieta individualità perseguirono il miraggio ingannatore e fuggevole dell'originalità a ogni costo: ma da una parte ripresero e rielaborarono con più o meno inconscio eclettismo spunti e motivi che già avevano avuto il loro svolgimento attraverso un cinquantennio di vita intellettuale europea, dall'altra lasciarono in eredità all'avvenire poco più che un quadro di presagi e una cronistoria di tentativi falliti. Per alcuni aspetti esteriori e per certe singolarità in che amarono atteggiarsi, gli scapigliati ricordano la bohème letteraria francese ch'ebbe in Murger un cronista indulgente e suggestivo, ma l'ostentazione è soltanto alla superficie della loro ribellione, che nasce da esigenze profonde e sincere e per molti si risolve in un vero e proprio distacco dalla vita e dalla realtà, in un dramma psicologico conclusosi nel suicidio o nella disfatta morale.
Si suole considerare come padre degli scapigliati il milanese Giuseppe Rovani, che ebbe ingegno vigoroso e versatile, incline per natura al paradosso, e certe idee sull'affinità delle arti di facile voga presso un gruppo di scrittori e di artisti a lui legati da affinità spirituali e da libere e spregiudicate consuetudini di vita: orientando da una parte la forma letteraria e poetica verso il plastico, il pittorico e il musicale, e additando dall'altra un più vasto campo di esperienze alle arti sorelle. Continuatore, nelle opere di genere narrativo, della tradizione manzoniana del romanzo storico, ma dominato da esigenze più larghe d'autonomia fantastica, invece di calarsi nel mondo della sua finzione il Rovani lo domina dal di fuori, si contrappone a esso, lo soverchia con la sua individualità prepotente. Su questa strada, mirando alla totale liberazione dell'Io e a un lirismo essenziale, procedono gli scapigliati, seguendo ciascuno la propria indole e il proprio temperamento. Uno spirito inquieto fu Igino Ugo Tarchetti morto di tisi a 28 anni, autore di racconti e di liriche che contengono un tessuto acerbo e poco più che accennato di aspirazioni fugaci e mutevoli, d'impressioni continuamente ripiegate verso la confessione sentimentale e l'introspezione. Più ricca, più varia e promettente l'opera di Emilio Praga, che sarebbe stato il vero poeta della scapigliatura se una dolorosa involuzione non gli avesse isterilito l'ispirazione e distrutto la vita. Al gruppo degli scapigliati appartengono pure Arrigo Boito, musicista e poeta dall'ingegno audace, frenato da un'incontentabile disciplina; Giovanni Camerana che pose fine col suicidio a un'esistenza tormentata e pensosa; Carlo Pisani Dossi, scrittore immaginoso, stilista pittoresco, ragionatore e sottile, ma sopraffatto da un irreducibile egotismo, da un virtuosismo artificioso e sterile, da una perplessità inviluppata e amara; e ancora Salvatore Farina. Cletto Arrighi, Antonio Ghislanzoni, per non parlare dei minori e di quanti ebbero col movimento più incerti e indiretti rapporti. Fra questi Gian Pietro Lucini, nel quale si compie il processo di dissoluzione formale già implicito nell'estetica degli scapigliati.
Senza innestarsi profondamente nella storia della cultura e della vita morale italiane, la scapigliatura riflette una transizione caratteristica allo svolgimento del tema romantico nella vita moderna. Più che di un vero e proprio movimento letterario si tratta di una somma di esperienze individuali che offrono materia di studio non tanto per l'intrinseco valore di ciò che produssero nel campo dell'arte, quanto per la verità d'alcune intuizioni e per la vitalità di alcuni spunti destinati a ulteriori sviluppi e a più decisi approfondimenti.
Beniamino Colnaghi ![]()