giovedì 1 ottobre 2015

In cammino da Verderio ad Aicurzio: la Commenda, Castelnegrino, la Madonna della Neve e Campegorino

Percorro spesso la strada che da Verderio conduce all’abitato di Aicurzio. Sempre a piedi o in bicicletta. Quando porto a passeggio il mio cane, lasciata alle spalle “l’isola ecologica” di Verderio, ex-Inferiore, imbocco la stradina campestre sterrata che fiancheggia gli impianti del depuratore e percorro più o meno un chilometro, in un’oasi di pace e tranquillità, con piacevoli scorci panoramici, finché, sulla sinistra si apre alla vista la torretta della Commenda mentre sulla destra si inizia a scorgere Castelnegrino, avvolto da una vegetazione che riconcilia il viandante e richiama ad una breve sosta.
 
La Commenda
 
Castelnegrino

Proseguendo la camminata sulla strada asfaltata che porta ad Aicurzio, avanti qualche centinaio di metri, in corrispondenza di una curva sulla destra, si scorge una colonna in granito, in cattivo stato di conservazione e manutenzione, sulla cui sommità è posta una croce di ferro. Da questo punto inizia una dolce discesa, ombreggiata, nei mesi estivi, da un doppio filare di robinie, che conduce alla chiesina di Campegorino ed al cimitero del paese.


La chiesa di Campegorino oggi

Sono luoghi incantevoli, densi di storia e significato, che compongono un quadretto suggestivo, tipicamente brianteo.

In più d’un occasione mi ero riproposto l’obiettivo di svolgere qualche ricerca sulle origini e sulla storia di questi luoghi. Il desiderio è rimasto per lungo tempo inevaso, finché, durante una chiacchierata con il signor Abele Biffi, già sindaco di Aicurzio e profondo conoscitore della storia locale, ad una mia richiesta specifica, sono “saltate fuori” due paginette dattiloscritte, datate 5 giugno 2003, recanti cenni storici sui Cavalieri del Tempio di Salomone, sulla Commenda e su Castelnegrino. Su consiglio dello stesso signor Biffi, al fine di avere notizie ancor più dettagliate ed il più possibile esaustive, mi sono recato presso la Biblioteca civica di Aicurzio, ospitata nella settecentesca villa Paravicini, ora di proprietà comunale, la quale accoglie anche un piccolo museo degli usi e costumi dei contadini e delle genti locali. La villa, inoltre, conserva l’archivio cartaceo e fotografico della famiglia Paravicini.
In biblioteca cercavo il classico libro, corredato di fotografie e documenti storici, promosso ed edito dal Comune, nel quale fossero raccolte notizie sulle origini, sulla storia, sulla vita di Aicurzio e sugli usi e costumi della sua gente. “Non c’è, non è mai stato scritto un libro su Aicurzio”, mi dice con tono amareggiato la bibliotecaria. Di fronte al mio palese stupore, la signora, quasi a volersi riscattare da un torto inferto a qualcuno, aggiunge che “abbiamo un vecchio libricino di poche pagine che contiene notizie storiche sul crocifisso di Campegorino”. Lo prende da un piccolo scaffale e me lo porge. Lo sfoglio, leggo il nome dell’autore e l’anno di edizione, scorro velocemente l’indice dei capitoli. Lo prendo, dico. “Ha un mese di tempo per consultarlo”. Trenta paginette di trenta righe cadauna, escluse vecchie fotografie della chiesina e del crocifisso e alcune pagine riservate alle preghiere indulgenziate e alle orazioni. Ne hai voglia! Un mese? Durante il ritorno a casa lo avevo già letto.   

Il libretto è intitolato La Parrocchia di Aicurzio ed il S. Crocifisso di Campegorino. Memorie storiche e preghiere. L’autore è padre Giustino Borgonovo (1), Oblato missionario di Rho, nativo di Aicurzio. La prefazione del libretto, dello stesso autore, è datata 10 marzo 1931. “XXII anniversario della morte di mia Madre”, annoterà il religioso. Le notizie riguardanti le memorie e le origini di Aicurzio sono interessanti e, integrate dalle note del signor Biffi, soddisfano pienamente le esigenze di poter svolgere una ricerca storica rigorosa e adeguata.
Padre Borgonovo, nella prima parte delle memorie, inquadra il territorio di Aicurzio all’interno di un contesto più esteso e ne richiama le origini: “Poeticamente suggestiva è la regione Briantea che dalle alture dell’Orobia degrada alla grande pianura lombarda. È un succedersi di ripiani e di valloncelli, di morene fertilizzate e di campi ubertosi, che appaga l’occhio e ricrea lo spirito. Montevecchia e Vimercate, l’Orobia e Trezzo sono i quattro angoli di un quadrilatero o trapezio in mezzo al quale sta Aicurzio. A ridosso di una valle che anticamente doveva essere fiume, scaglionato sulla riva, colla sua bella chiesa che domina l’abitato, è adagiato il paese. A Nord, sul bellissimo altipiano che prospetta Merate, Montevecchia ed i Colli di Brianza, stanno Castelnegrino, e più in alto, a destra la Commenda colla sua torretta caratteristica, due frazioni antiche, che erano due baluardi, due avamposti di difesa naturale. Sulla strada, a un terzo di distanza dal paese, è Campegorino, colla sua Chiesetta, col suo Cimitero, solingo e devoto. Il paesaggio ha tutti i pregi caratteristici della Brianza autentica; aria salubre, campagna fertilissima, dolci declivi e placida pianura, abitanti intelligenti e laboriosi, di indole tranquilla, viventi di fede e praticanti la Religione. Aicurzio ha pure una storia interessante che lo rende doppiamente caro”.

La Commenda

Padre Borgonovo, oltre ad essere nato ad Aicurzio, dedicò gran parte della sua vita allo studio, elemento centrale, insieme alla preghiera, della vita comunitaria dei padri oblati missionari. Da ciò si può supporre che il religioso aicurziese dedicò molto tempo allo studio, grazie al quale ebbe modo di approfondire le conoscenze sulla storia e le origini del suo paese e sui luoghi di cui si sta occupando questa ricerca.  
“Il nome Aicurzio – prosegue il religioso – è romano autentico. Qui doveva esserci evidentemente una colonia o una famiglia romana, e forse anche una piccola guarnigione militare. Curtius è nome famigliare nella storia romana; mio padre, persona intelligentissima, a me giovane chierico diceva di aver raccolto dai Parroci e dai più antichi del paese che qui un Curtius, nobile romano, avesse la sua villa sul tipo di quella descritta da S. Agostino nelle Confessioni. Che poi fosse posto militare ben lo si capisce dalla sua ubicazione. Presso i contrafforti delle Alpi, rappresentava a quei tempi un magnifico punto strategico di difesa. Difatti sono nomi guerreschi, sia quello Castelnegrino, che quello di Bernareggio (Hibernia regia) ossia accampamento invernale. Nelle memorie più antiche esistenti in Parrocchia e all’Archivio di Stato, viene nominata: terra Curciorum o Curtiorum, ossia “terra dei Curzii”; donde la frase: “ire ad Curcios” “andare ai Curcii”. Spiegabilissimo quindi la successiva contrazione “Ai Curzii, alli Curti” e la formazione del nome attuale di Aicurzio. Il nome attuale comincia a comparire negli atti pubblici nel 1784”.
Dopo essersi soffermato su alcune vicende storiche legate al territorio lombardo ed alla guerra tra Spagnoli e Austriaci dei primi anni del Settecento, combattuta sulle rive dell’Adda, padre Borgonovo apre un capitolo su Castelnegrino e la Commenda.
“Castelnegrino è un gruppo di case che col palazzo padronale, forse antico castello, sorge sulla riva del vallone che scende dall’Orobia. La Commenda sorge alta e forte sull’adiacente promontorio ed è sorella maggiore di Castelnegrino nel nome e nella posizione strategica. Castelnegrino, colle terre circonvicine (e quindi colla Commenda) apparteneva ai Cavalieri Templari ed era aggregato ai beni della lor Casa di S. Maria del Tempio in Milano, che si congettura fosse nel distretto di Porta Romana nel luogo detto appunto la Commenda dei Cavalieri di Malta. Apparteneva alla Pieve di Brivio, ed aveva un Oratorio dedicato a S. Giacomo, rovinato e cadente, per la trascuratezza dei Cavalieri di Malta. Vi fu poi eretto l’Oratorio attuale, dedicato a S. Maria della Neve, benedetto nel 1623 al 30 Ottobre dal Parroco di Aicurzio Galeazzo Castiglioni”.
 Castelnegrino


 Madonna della Neve

A questo punto riterrei utile fornire qualche informazione sui templari, visto che sono stati chiamati in causa, e approfondire i motivi che hanno indotto il loro ordine a insediarsi tra Verderio e Aicurzio. La nascita dell'ordine si colloca in Terrasanta al centro delle guerre tra forze cristiane e islamiche, scoppiate dopo la prima crociata indetta nel 1096. In quell'epoca le strade della Terrasanta erano percorse da numerosi pellegrini provenienti da tutta Europa, che venivano spesso assaliti e depredati. Per difendere i luoghi santi e i pellegrini nacquero diversi ordini religiosi. Intorno al 1118-1119 un pugno di cavalieri decise di fondare il nucleo originario dell'ordine templare, dandosi il compito di assicurare l'incolumità dei pellegrini europei che continuavano a visitare Gerusalemme. L'ordine venne ufficializzato nel 1129. 

Come e perché arrivarono a Castelnegrino? Per dare una risposta, mi sono avvalso della ricerca condotta dal signor Abele Biffi, che reputo interessante e storicamente affidabile. 
“Si ritiene che la Commenda di Santa Croce e Santa Maria del Tempio di Milano sia stata una delle più antiche precettorie italiane. Forse i cavalieri templari furono invitati a stabilirsi a Milano da San Bernardo di Chiaravalle, loro patrono, verso l’anno 1134, anno in cui il monaco cistercense soggiornava nel capoluogo lombardo. Questa precettoria era situata “in capite Brolii Sancti Ambrosii”, un vasto spiazzo fuori l’antica Porta Romana, compreso fra la Via Romea, la Via Larga e la Via della Commenda. La precettoria di Santa Croce e Santa Maria del Tempio di Milano possedeva numerosi beni immobili (fabbricati e terreni) situati in Città, nei Corpi Santi di Milano, a Zunico, Rovagnasco, Castel Negrino, Montesordo, Cermenate e Pusnago. Non si conosce se CASTEL NEGRINO venne costruito dai templari, quando entrarono in possesso del luogo, o se era un manufatto preesistente, ristrutturato e fortificato per renderlo adatto ad ospitare i pellegrini di passaggio diretti in Terra Santa. Da documenti antichi, si rileva che un certo Dalmazio di Verderio, che è da ritenere di famiglia nobile, era ascritto ai templari. Morto innanzi all’anno 1149, aveva lasciato alla Commenda del suo Ordine di Milano dei terreni e delle vigne posti a Paderno ed a Castel Negrino, località, queste, allora entrambe appartenenti alla Pieve di Brivio. Il 22 marzo 1312, il Papa Clemente V° con la bolla “Vox in excelso” soppresse l’Ordine del Tempio. Parte dei suoi beni immobili furono trasferiti all’Ordine Ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme, poi detto di Rodi ed, infine, di Malta”.
La ricerca del signor Biffi prosegue fino ai giorni nostri, citando date, fatti e personaggi che hanno contribuito a scrivere la storia della Commenda e di Castelnegrino.
Campegorino è rimasto fino ad ora un po’ ai margini della ricerca. Non mi rimane quindi che riprendere il libricino di padre Borgonovo e occuparmene.
Nella parte centrale del libretto, il religioso si sofferma sulla parrocchia di Aicurzio ed elenca tutti i parroci (li chiama “Santi Pastori”) succedutisi alla guida della Chiesa locale, dal 1571 al 1931. Ne traccia le biografie e le azioni più significative.
Su Campegorino così esordisce: “È il nome della località dove sorge il piccolo Santuario nel quale è venerato il taumaturgo Crocifisso, e dove è anche il Cimitero, dove convergono i pensieri e gli affetti del popolo di Aicurzio. Anticamente si diceva Campo pecorino; poi Campo pegorino, e finalmente, per maggior brevità, Campegorino”.
Con prosa bucolica e raffinata l’autore descrive il paesaggio circostante “... posto solingo… meta di pellegrini, specialmente nelle ore vespertine, quando il sole scompare dietro i colli di Montevecchia…” e inizia a tracciare le origini di Campegorino. “La Chiesetta ha una storia antica; il Cimitero è di data recente, perché cominciò a funzionare quando la legge Imperiale austriaca proibì di seppellire i morti nei sagrati presso le Chiese. Le memorie di Archivio ricordano che l’ultimo cadavere sepolto nel sagrato della Chiesa fu di Colnago Angiola Maria il 27 Novembre 1787, e che il Cimitero fu benedetto il 29 Agosto 1787. Il primo cadavere sepolto a Campegorino fu del bambino Stucchi Primo di Paolo, il 25 Dicembre 1787”.
“La storia dell’Oratorio, come la divozione al Santo Crocifisso, è molto antica; ma più si risale negli anni, più si fa incerta finché si perde in una nebulosa di luce sopranaturale eterea…”.
“A Campegorino, fin da antico tempo, dovette esistere una cappelletta campestre, di quelle che si trovano specialmente nella nostra Brianza ed in montagna, ai crocevia o in certi luoghi di passaggio. Era semplicissima, aperta pel davanti, ed il popolo ne aveva devozione. In occasione della peste del 1576 e del 1630, qui furono sepolti i morti dal contagio, e d’allora in poi la divozione del popolo andò crescendo. Nel 1705 si verificò il miracolo della comparsa di un’armata prodigiosa, che arrestò e volse in fuga la truppa dei soldati invasori che si precipitavano sopra di Aicurzio per saccheggiarlo. Il prodigio è ricordato in un quadro di squisita fattura”.


Padre Borgonovo, deluso dal fatto che “… non si trova memoria dell’autore del disegno della Chiesetta”, prosegue così il racconto: “Dopo tal miracolo, fu sentito il bisogno fabbricare una Chiesetta che fosse come un Santuario di divozione. Le memorie più antiche dell’Archivio Parrocchiale risalgono al 1725 circa; e dal libro dei conti, sotto l’anno 1731, ne risulta la breve storia della costruzione. Essa è denominata la “Chiesa dei Morti”. La Confraternita, o Commissione speciale, presieduta da un Priore raccoglieva le offerte per la fabbrica, sotto la direzione ed alla dipendenza del Parroco Giulio Pietro Sampietro. La Chiesa sebbene non ultimata fu benedetta il 26 Giugno 1731. Risulta che subito fu provvista di sacri arredi per celebrarvi la Santa Messa e che il Parroco od altri Sacerdoti venivano a tal Oratorio e celebravano la S. Messa “per i Morti”. Risulta pure che nel 1731 fu celebrata la festa di San Rocco al 16 Agosto, e che pochi anni dopo (1748) si faceva anche la festa ad onore di S. Sebastiano. La “Chiesa dei Morti” dopo il 1731 assume il nome di Oratorio di S. Rocco e così è chiamata nella visita del Vicario Foraneo di Vimercate Alessandro Banfi il 3 Aprile 1742. In questo anno (1742) si fece festa solenne ad onore di S. Rocco e si ottenne persino una speciale Indulgenza”.
Durante la visita pastorale del cardinale Pozzobonelli, svoltasi nel 1756, risulta agli atti che quest’ultimo ordinò al parroco ed alla confraternita di terminare i lavori di costruzione della chiesetta e di individuare una posizione più consona al crocifisso. La disposizione del cardinale venne resa esecutiva entro poco tempo, tanto che “… non solo la Chiesa fu condotta a termine ma nacque l’idea di costruirvi una Cappella speciale ad onore del SS. Crocifisso”.

La chiesina di Campegorino denominata Oratorio di San Rocco
 
Il crocifisso
 
Dalle informazioni riportate dal religioso aicurziese, estrapolate dagli archivi parrocchiali, risulta del tutto evidente che il crocifisso esisteva da tempo nell’oratorio di Campegorino e che era oggetto di devozione e culto da parte del popolo, il quale si rivolgeva a Cristo per ottenere la grazia o per invocare protezione e misericordia. Nel luglio del 1775 si svolsero “… due Tridui di pubblica preghiera per ottenere la pioggia, con processione dalla Parrocchia al Campegorino e Benedizione colla Reliquia della S. Croce, per implorare la serenità”.
Nell’aprile del 1764 il parroco di Aicurzio, don Giuseppe Bernè, espose il progetto di costruire una cappella laterale sulla sinistra nella chiesina: “In essa si vorrebbe collocare la Sacra Immagine del Crocifisso, a cui e questo ed altri popoli vicini hanno speciale divozione”. Il progetto passò l’esame della Curia di Milano e per l’autunno dello stesso anno la cappella fu pronta. Il 4 novembre 1764 venne solennemente inaugurata mediante una processione dalla parrocchiale all’oratorio. “La festa dovette essere solenne – scrive don Borgonovo – perché io ne raccolsi eco lontana dal labbro di mia madre, che veniva dalla famiglia Ronchi, Sagrestani, e aveva raccolto tradizioni preziose”.
Pochi anni dopo venne costruita anche la cappella laterale destra, dedicata alla Vergine Addolorata.
“Nell’Agosto del 1848, al ritorno dei Tedeschi a Milano, si fece un Triduo di penitenza a Campegorino. Il S. Crocifisso era invocato come Protettore e Salvatore”.
Analogamente, nel 1866, i fedeli di Aicurzio si raccomandarono al S. Crocifisso, il quale “… salvò il paese dalle funeste conseguenze della guerra e dal colera… e specialmente perché nessuno dei 41 soldati del paese era stato ucciso o ferito o lesionato”.
Nel 1905, in occasione del secondo centenario del miracolo, il parroco, don Viganò fece erigere “in meno di 4 mesi” il nuovo campanile della chiesina con tre campane, in sostituzione dell’antica campanella collocata sulla piccola torretta sopra la sacrestia. 

La chiesa di Campegorino col nuovo campanile

Padre Borgonovo conclude così il libretto di memorie sul suo paese e sul crocifisso di Campegorino: “Non v’è famiglia, non vi è persona, si può dire, che al S. Crocifisso di Campegorino non sia debitrice di qualche insigne favore, non abbia deposto ai piedi di quella taumaturga immagine la sua offerta, simbolo di una riconoscenza tutta sopranaturale e di un’offerta tutta spirituale”.
 
Beniamino Colnaghi

(1)  Padre Giustino Borgonovo (1877-1960). Nato ad Aicurzio (bassa Brianza), da famiglia di agricoltori di solida fede cristiana, p. Borgonovo fu alunno dei seminari diocesani e nel 1899, appena ricevuta la sacra ordinazione, entrò nel Collegio degli Oblati missionari di Rho, impegnandosi con straordinario fervore nella predicazione delle missioni e nella cura delle anime attraverso il sacramento della penitenza. La sodezza teologica, che sottendeva la sua esuberante oratoria e la semplicità che gli consentiva sante audacie nel dirigere gli spiriti, gli meritarono presto fama di buon predicatore ed ottimo direttore spirituale.
Richiesto da Pio XI, che lo aveva avuto confidente ed amico, nel 1929 predicò il ritiro quaresimale alla Cappella Pontificia ed ancora nel 1939, per desiderio di Pio XII, suo ammiratore. Apostolo instancabile, p. Borgonovo affidò pure i tesori della propria esperienza e dei tenaci studi a numerose pubblicazioni. Tra le prime la Vita di p. Giorgio M. Martinelli, fondatore degli Oblati di Rho (1912), di cui p. Borgonovo promosse la causa di beatificazione. Di «santità» egli si intendeva, tanto che alla sua morte si poté dire che il suo fu «il messaggio della santità».
F. Mandelli, Profili cit., I, pp. 149-162; cf. pure M. Busti, Maestro della Parola, Padre Giustino Borgonovo degli Oblati missionari di Rho, Milano 1970, p. 267.
Su Aicurzio in questo blog sono contenuti altri due post:
Giovanni Bersan: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/09/la-tragica-fine-di-giovanni-bersan-18.html
Il maglificio Giuseppe Baraggia: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/12/il-maglificio-g.html

Altre notizie su Aicurzio, i Templari, Castelnegrino:
Comune di Aicurzio: http://www.comune.aicurzio.mi.it/
Comune di Aicurzio: http://comune.aicurzio.mb.it/Articoli/Conoscere-Aicurzio/84-Storia.asp
Antropologia: http://www.antropologiaartesacra.it/ALESSIO_VARISCO_AnticoInsediamentoGiovannitaInBrianza.html
I templari: http://www.templaricavalieri.it/storia.htm

 

giovedì 17 settembre 2015


 Ville Aperte in Brianza
 
Edizione speciale Expo 2015
 
dal 20 settembre al 25 ottobre 2015
 
L'iniziativa, promossa e coordinata dalla Provincia di Monza e della Brianza, è un'edizione speciale di "Ville Aperte in Brianza", patrocinata da Expo Milano 2015 e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo. La manifestazione si conferma come un momento di particolare rilievo per la promozione, anche a fini turistici, del ricco patrimonio culturale della Brianza.
Il territorio brianteo ha saputo cogliere la straordinaria occasione di visibilità internazionale offerta da Expo Milano 2015 aprendo e mettendo in mostra la propria parte migliore per offrire a turisti e cittadini un catalogo di beni visitabili e un calendario denso di eventi.
Sono 130 le ville, le dimore, le chiese, i musei ed i palazzi che potranno essere visitati.
La maggior parte sono compresi nel territorio della Provincia di Monza Brianza ma un buon numero di questi beni insistono in comuni che appartengono alle provincie di Milano e Lecco.
Per quanto riguarda la Provincia di Lecco sono ben 20 i comuni sul cui territorio sono presenti monumenti storici e culturali che sono entrati a far parte dell'edizione 2015 di "Ville Aperte in Brianza". Tra questi comuni sono presenti Verderio, con l'Aia, Robbiate, con Palazzo Bassi Brugnatelli, Montevecchia, Monticello Brianza con Villa Greppi, Merate, Casatenovo, Calco ed altri.
 
 
Verderio: il complesso denominato Aia, un tempo adibito ad essicatoio
 
Spettacolo culturale all'Aia (fonte http://www.merateonline.it/articolo.php?idd=54988)
 
Per informazioni e prenotazioni:
 
 
Infoline tel. 039.9752251
 
Tutti gli eventi sono inseriti nel sito internet
 
 
 
 
 


martedì 8 settembre 2015

Per la rassegna  Voci, gesti, culture dell’alimentazione
 
il Museo Etnografico dell’Alta Brianza di Galbiate 
 
presenta la mostra  

Uomini invisibili.  Vivere da pescatori oggi, sul lago di Como
 
Una mostra, con tre documentari, a cura di Massimo Pirovano 

Nell’anno di Expo 2015, sono ancora poche le persone che, persino in una regione ricca di laghi e di fiumi come la Lombardia, conoscono il pesce di lago nelle sue varietà e nelle loro potenzialità alimentari.      Il Museo Etnografico dell’Alta Brianza, aperto al pubblico nel 2003 per iniziativa del Parco Monte Barro che lo finanzia, ha pensato di contribuire a quest’opera di divulgazione, a favore dei prodotti alimentari derivati dalle catture dei pesci di acqua dolce. Ma un museo antropologico non poteva non partire dagli uomini e dalle donne che, con il loro lavoro, le loro competenze tecniche, le tradizioni che hanno conservato e saputo adeguare alla società contemporanea, catturano e lavorano il pesce. Da qui le ricerche, la raccolta e la produzione della documentazione che ora il visitatore del museo può trovare nella mostra Uomini invisibili.  Vivere da pescatori oggi, sul lago di Como, un titolo che Massimo Pirovano, il curatore della mostra, spiega così. “I pescatori di mestiere praticano un lavoro antico, rispetto al quale l’agricoltura rappresenta una novità recentissima nella storia. Da sempre, chi usa le reti nei laghi e nei fiumi costituisce una parte di umanità quasi invisibile, con una vita alla rovescia, che ha nelle ore serali e notturne i momenti cruciali. Una vita di sacrifici, con poche ore di sonno, che continua ancora oggi nonostante le facilitazioni venute dai motori applicati alle barche e dai materiali delle reti.” Nella mostra che parla del passato e del presente della professione, si possono vedere strumenti e attrezzature che hanno avuto un uso secolare e strumenti che si adoperano oggi, sia sulle acque dei bassi fondali sia nelle profondità del Lario, dove vivono o vivevano specie ittiche differenti che richiedono l’impiego di tecniche diverse per la cattura del pesce. Il Museo Etnografico dell’Alta Brianza, che ha avviato le sue ricerche in questo ambito già dagli anni ’90, è ora in grado di proporre – dentro la mostra – la visione di tre documentari, realizzati in diverse epoche, grazie all’incontro e alle lunghe frequentazioni dei pescatori da parte dell’antropologo e del videoperatore.  Infatti, nel 1998, Massimo Pirovano e Giosuè Bolis hanno pubblicato il documentario Il lavoro dei pescatori. Adda, Brianza e lago di Como, cui era stato attribuito un importante  riconoscimento internazionale con il Premio Internazionale “Pitrè – Salomone Marino – Città di Palermo”, ben prima che il museo aprisse al pubblico, nel 2003.  Le riprese e le interviste per il film premiato, facevano seguito alle ricerche storiche ed etnografiche condotte da Angelo De Battista e Massimo Pirovano, per l’Atlante Linguistico dei Laghi Italiani (ALLI) dell’Università di Perugia, con l’ausilio di Lele Piazza, come fotografo, e di Giosuè Bolis, come operatore video.  Gli autori del primo film, collaborando al progetto di una sede staccata del MEAB, da aprire sulle rive dell’Adda nel Comune di Brivio, hanno poi realizzato con Aldo Mandelli, ultimo professionista in attività sul lago e sul fiume antistanti il paese, il documentario Il racconto del pescatore: testimonianze per un museo sulla pesca, nel 2011. Oggi, Bolis e Pirovano aggiungono un nuovo film di un’ora – di cui è possibile vedere qui il trailer  https://www.youtube.com/watch?v=ptVeOYL9arM  con una ricerca di etnografia del contemporaneo, che si aggiunge ai precedente: il documentario Uomini invisibili.  Vivere da pescatori oggi, sul lago di Como, che porta lo stesso titolo della mostra, che il 17 maggio 2015 è stata aperta da due conferenze e da un buffet per molti sorprendente. L’antropologa francese Sarah Laborde e Alessandro Sala, pescatore, hanno  discusso di Cose dell’altro mondo. Il Lario degli scienziati e  quello dei pescatori, tra modelli matematici e reti volanti, mentre Carlo Romanò, idrobiologo e Francesco Ghislanzoni hanno dialogato con Massimo Pirovano sulla pesca di mestiere e i suoi problemi, oggi. Tutto il programma della iniziativa permette di cogliere la complessità della vita dei pescatori, portatori di una cultura esclusiva che anche la loro lingua testimonia con il suo lessico.  Il visitatore della mostra ha inoltre a disposizione un’agile guida in cui si parla di quanto hanno inciso sul mestiere del pescatore il passaggio “dalla fame alla dieta” e i mutamenti di mentalità e di gusti , le storie di commerci, diritti e regole, i cambiamenti nelle tecniche di pesca – tutti fattori che hanno prodotto nuove forme di organizzazione del lavoro, dei pescatori e delle loro famiglie. Oltre alla cattura del pesce, infatti, oggi si deve pensare alla lavorazione, ma anche alla trasformazione del pescato in prodotti gastronomici appetibili, come hanno saputo fare, con notevoli investimenti, i professionisti che praticano anche il commercio, l’ittiturismo che propone la ristorazione con i propri prodotti e il pescaturismo, in cui il pescatore accompagna in barca i suoi ospiti illustrando le particolarità del suo lavoro e della sua vita.  

Progetto e cura: Massimo Pirovano Filmati: Giosuè Bolis, Massimo Pirovano Consulenza: Francesco Ghislanzoni, Alessandro Sala Assistenza tecnica all’allestimento: Mario Colombo, Marco Longhi, Francesco Ghislanzoni, Angelo Panzeri, Massimo Pirovano, Maria Giovanna Ravasi, Luciana Rota, Bruna Vismara Fotografie: Ugo Pelis, Lele Piazza, Massimo Pirovano, Paola Poletti, Mario Spreafico Il materiale documentario esposto fa parte delle collezioni del MEAB o di alcune raccolte private. Si ringraziano, per le loro donazioni, Loredana Alippi, Giuliano Azzoni, Giuseppe Cavalli, Santino Cossio, Antonio Curti, Mario e Giuliano Fraquelli, Francesco Ghislanzoni, Renato Riva, Alessandro Sala, Piero Taroni. Progetto grafico: Daniela Fioroni 
La mostra è realizzata con  il contributo di: Parco Monte Barro, ACEL Service, Comune di Brivio, 
la collaborazione di: “Da Ceko Il pescatore” di Lecco, Ittiturismo Ristorante “Mella” di Bellagio, Provincia di Como, Provincia di Lecco 
e il patrocinio di: Associazione Pescatori Allevatori Trasformatori di Pesce  Atlante Linguistico dei Laghi Italiani Università degli Studi Milano Bicocca DIPARTIMENTO DI SCIENZE UMANE PER LA FORMAZIONE “RICCARDO MASSA” Rete dei Musei e dei Beni Etnografici Lombardi (REBÈL) Sistema Museale della Provincia di Lecco Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologico (SIMBDEA) 
 
La mostra è visitabile dal 17 maggio al 1° novembre 2015 presso il Museo Etnografico dell’Alta Brianza.
  
Il museo è aperto martedì, mercoledì, venerdì: 9-12, sabato, domenica: 9-12  14-18
Per info: MEAB  0341.240193  -  Parco: 0341.542266:   http://meab.parcobarro.it/
 
Questo blog ha postato un articolo sul Museo Etnografico dell’Alta Brianza di Galbiate - clicca qui http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2013/11/le-tradizioni-popolari-brianzole-nel.html

sabato 5 settembre 2015

Non solo Praga: città d'arte, castelli e storia in Repubblica Ceca. Reportage fotografico
 
Praga, capitale della Repubblica Ceca, meta di alcuni milioni di turisti ogni anno, è una delle città più interessanti al mondo. Forse è per questo motivo, oltre che per questioni di business, che il turismo internazionale si concentra sulla capitale. In Boemia e Moravia, tuttavia, vi sono luoghi storici e naturalistici, piccoli borghi, castelli e città d’arte che meriterebbero comunque una visita.
Questo blog ne propone alcuni attraverso un reportage fotografico svolto nel mese di agosto 2015 (cliccare sulle foto per ingrandirle)
 
Brno
 



 
Kutna Hora



 




Liberec




 
Castello di Frýdlant
 
 
 

Sychrov


 
Trosky


 
Valdštejn




 

sabato 25 luglio 2015

Dalai Lama
 
 
Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.
(Dalai Lama)

giovedì 23 luglio 2015

Le terre orientali dell’Impero austro-ungarico
 
“Al vecchio fu chiesta la storia della sua vita. Era nato, disse, a Czernowitz, era andato a scuola a Cerrnauti, aveva lavorato a Chernovitsy, ed era andato in pensione a Cernivtsy. Avete viaggiato molto, disse il suo interlocutore. Per niente, replicò il vecchio. Ho passato tutta la vita allo stesso posto”.
P. Pulzer, Ritorno alla piccola Vienna, Belfagor, vol. 51, 1996

L'Impero austro-ungarico, o semplicemente Austria-Ungheria, nacque nel 1867 con il cosiddetto Ausgleich, il compromesso tra la dinastia degli Asburgo e la nobiltà liberale ungherese. In virtù di questa riforma costituzionale, l'Impero austriaco divenne «monarchia austro-ungarica» che riconosceva l'esistenza di due regni distinti con pari diritti, uniti dalla figura del sovrano e da tre ministeri comuni: guerra, esteri, finanze. Per cui il Regno d'Ungheria si autogovernava e godeva di una sua politica autonoma in molti campi. Gli Asburgo erano, dunque, sia imperatori d'Austria sia re di Ungheria. Per oltre cinquant’anni il confine tra Austria e Ungheria fu costituito dal fiume Leitha, un affluente del Danubio.
Gli storici individuano questo compromesso col nome di Duplice Monarchia.
 
L'Impero austro-ungarico dopo il compromesso

Al Regno d’Ungheria facevano parte territori dell’attuale Romania (Transilvania, Timisoara), il Regno di Croazia e Slavonia, la Vojvodina, la città di Fiume. La parte occidentale della Monarchia comprendeva l’attuale Austria, la città di Trieste, le contee di Gorizia e Gradisca, l’Istria, il Tirolo, il Regno di Boemia e il margraviato di Moravia, la Slesia, la Galizia e la Lodomiria, il ducato della Bucovina e la Dalmazia. All’insieme di questi variegati territori era stato dato il nome di Cisleithania, terra al di qua del Leitha. Queste terre d’oriente, che ricordavano le gesta e la colonizzazione tedesca di Maria Teresa, ma russe per civiltà e stirpe, e quindi lontanissime dalla cultura tedesca, erano un crogiolo di popoli e un punto d’incontro di stirpi. Era quella parte d’Europa che era stata il teatro della secolare missione dell’Austria, colonizzatrice militare ed economica dei paesi posti fra la Russia e la Germania. Un variopinto mondo slavo popola quelle terre: donne che indossano la leggiadra kasabaika, contadini ruteni e fieri huzuli, montanari dei Carpazi, umili astuti ebrei dai lunghi caffetani, haydamak, briganti con le pistole rabescate e il corno con la polvere.

Nel 1871 si registrò il doppio tentativo di trasformare in senso trialistico la Duplice Monarchia: verso sud si tentò di costituire lo “Stato dell’Illiria” comprendente Croazia, Slovenia e Dalmazia, tentativo già intrapreso da Napoleone nel 1809, che però durò solo cinque anni; verso nord vi fu il tentativo di resuscitare il Regno di Boemia, che indusse i cechi a richiedere un’autonomia pari a quella concessa agli ungheresi. I due progetti fallirono a causa delle forti opposizioni interne all’Impero e dei veti incrociati delle altre nazionalità. Tuttavia, di fronte alla crescente potenza germanica e all’espansionismo dell’Impero russo, molti politici e intellettuali di quei territori rimasero convinti della bontà del progetto di riforma dell’Impero asburgico, centrato sulla conversione della Duplice Monarchia in uno stato federale che comprendesse i sudditi slavi e nel quale ogni nazionalità avesse una considerevole autonomia. Il progetto fallì. L'Impero austro-ungarico si dissolse tra il 1918 e il 1919, in seguito ad un lento ma inesorabile declino e al tragico epilogo della prima guerra mondiale. 

 
Il dissolvimento dell’Impero provocò smarrimento di un intero popolo, perdita del senso di appartenenza, scomparsa di un sistema politico e sociale che aveva i suoi usi e costumi, le sue ritualità, le buone abitudini, tutto quel complesso di convenzioni e di modi di esistere che formano una comunità. La riduzione dell’Austria a un paese di sei milioni di abitanti, dai 51 milioni che erano, generò una catastrofe e gettò il popolo, soprattutto la classe media e la piccola nobiltà, nello sconforto e nella perdita dell’identità nazionale, sociale e di casta.  

Questo pezzo intende occuparsi, come anticipato nel preludio, dei territori che stavano a est di Vienna e Budapest, le capitali dei due più grandi stati che formavano la Duplice Monarchia. Le regioni e le province dei confini orientali erano certamente meno importanti, e poco note, rispetto all’Austria ed all’Ungheria, ma, nella loro struttura comunitaria erano presenti secoli di storia e di cultura ed una composizione sociale complessa e variegata. Per meglio comprendere il percorso proposto, si consiglia di seguire la mappa dei territori orientali, qui di seguito pubblicata.

 
Partendo da sud, la prima regione che incontriamo è il Banato, oggi diviso tra Romania (Timisoara) e Serbia (Vojvodina), appartenuto all’Impero ottomano fino al 1718 e ceduto agli Asburgo, che vi trasferirono diverse comunità contadine tedesche. Poco a nord c’è la Transilvania, colonizzata dai tedeschi, in particolare dai sassoni, che la chiamarono Siebenbürgen. Durante tutto il periodo delle riforme, si verificò una costante crescita della popolazione romena e una conseguente diminuzione di tedeschi e magiari.

A nord della Transilvania si trova la Bucovina, la quale venne ceduta all’Austria dall’Impero ottomano nel 1775. Per quanto riguarda l’aspetto etnico, la Bucovina comprendeva ben cinque gruppi etnici, nessuno dei quali tendeva a sovrastare gli altri. A questi gruppi etnici si doveva aggiungere la presenza di numerosi ebrei. Pochi anni prima dello scoppio della prima guerra mondiale, le diverse nazionalità sottoscrissero un compromesso teso a garantire un giusto sviluppo culturale e politico della regione. Dopo il 1918 la Bucovina divenne parte integrante della Romania, ma la sua capitale, Czernowitz, venne occupata dall’Armata Rossa nel 1944 e incorporata nell’Ucraina. Ora si chiama Černivtsi. Sono molteplici le testimonianze sulla pluralità culturale e linguistica di questi territori, nei quali sono nati e cresciuti molti poeti e scrittori di fama. Gregor von Rezzori, forse l’ultimo grande poeta delle province orientali dell’Impero asburgico, coglie, nel suo romanzo Un ermellino (Guanda, 2006), segnali che attestano il vuoto lasciato dalla fine dell’Impero, quali “il giallo e il nero, i colori dell’Austria, ormai sbiaditi sulle insegne delle dogane” o la sostituzione degli zelanti e inappuntabili funzionari asburgici con personaggi spesso dispotici e crudeli.

Spostandosi leggermente verso ovest si incontra la Rutenia subcarpatica. Per lunghi secoli la Rutenia subcarpatica appartenne al Regno d'Ungheria, sotto il quale fu una delle regioni europee economicamente più arretrate. Con la caduta dell'Impero austro-ungarico molti ruteni chiesero l'unione con l'Ucraina, altri invece vollero diventare russi, mentre altri ancora preferirono un'autonomia all'interno dello stato ungherese. Le potenze vincitrici della prima guerra mondiale stabilirono tuttavia l'annessione della Rutenia subcarpatica alla Cecoslovacchia, stato di nuova costituzione, nato dalle macerie della Duplice Monarchia. Nel 1939 la Rutenia proclamò la propria indipendenza. Il 19 marzo 1944 passò sotto l’occupazione tedesca e rimase esposta alle più crudeli atrocità: nel giro di un paio di mesi oltre 100.000 ebrei della regione subcarpatica vennero rastrellati e portati ad Auschwitz. Nell'autunno 1944 la Rutenia venne liberata dai sovietici. Il territorio della Rutenia subcarpatica, già integrato nel dopoguerra nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, al momento della dissoluzione dell'Urss passò a far parte dell'Ucraina indipendente.

Salendo ancora verso nord si entra in Galizia, una terra di foreste e di stagni. La Galizia, con la prima spartizione della Polonia nel 1772, venne annessa al regno degli Asburgo. Negli anni successivi, sotto Giuseppe II, migliaia di persone, provenienti soprattutto dal Palatinato, immigrarono in Galizia dove si insediarono in villaggi di lingua tedesca. Dopo la terza spartizione della Polonia del 1795, vaste zone della Polonia centrale vennero inglobate alla “terra della corona” con il nome di Galizia occidentale, ma queste, già nel 1809, furono cedute al napoleonico Ducato di Varsavia, il quale nel 1831, dopo il Congresso di Vienna, fu annesso all’Impero Russo.
La Galizia austriaca era estesa molto più ad ovest dell’odierna Ucraina e comprendeva, dal 1846, anche le città di Cracovia, Tarnow e Rzeszow. La capitale del Regno di Galizia e di Lodomeria era Leopoli, ora in Ucraina. Il Regno di Galizia e di Lodomiria era situato in una regione abitata da vari popoli in pace tra loro, ognuno dei quali parlava la propria lingua e praticava la propria confessione religiosa. Vivevano gli uni accanto agli altri polacchi, ucraini, ebrei, tedeschi, ungheresi e armeni, con l’abitudine di coltivare la propria cultura e le proprie usanze.

Leopoli in una foto del 1908

Con il Patto Ribbentrop-Molotov del 1939, la Galizia orientale venne aggiudicata alla sfera di interesse sovietica. Nello stesso patto veniva regolato anche il trasferimento ed il reinsediamento in Germania dei tedeschi di Galizia. Quasi 60.000 tedeschi di Galizia furono trasferiti, con un viaggio di circa 1.000 km, sino ai campi temporanei nella Turingia, Sassonia e nei Sudeti, per poi essere reinsediati nel Warthegau, nella zona di Łódź. Durante l’invasione nazista del giugno 1941 l’esercito tedesco venne accolto in Galizia come liberatore dal dominio sovietico ed alcuni tedeschi di Galizia tornarono nel cosiddetto “distretto della Galizia”. La regione fu riconquistata dall’Armata Rossa nel 1944, gli ultimi tedeschi fuggirono. Il mix secolare di popolazioni, composto da polacchi, ebrei, ucraini, tedeschi, armeni ed altri, venne sostituito da una popolazione etnicamente omogenea.  Oggi, la Galizia austriaca non esiste più; la sua parte orientale appartiene all’Ucraina mentre quella occidentale è entrata a far parte della Polonia.

Subito sopra la Galizia si trova la Volinia che comprende le regioni storiche dell’Ucraina occidentale. L'area è uno dei più antichi insediamenti slavi d’Europa. Ancora più a nord si incontrano la Masuria, oggi regione appartenente alla Polonia nord-orientale, e la Prussia orientale. Per quanto riguarda quest’ultima regione, per approfondimenti, vedasi il post pubblicato su questo blog il 5 maggio 2012(1).

 

Spostandosi verso est si arriva a Vilnius, oggi capitale della Lituania, l’avamposto dell’Europa verso l’Oriente. Città cattolica ma anche giudaica, che gli ebrei chiamavano “la Gerusalemme del nord”, un crocevia di lingue e di culture. Nel secolo scorso fece parte, come molte città di queste terre, di  diversi stati e parlò diverse lingue ufficiali. Questa città non esiste più perché oggi “è sepolta nella lava come Pompei. La maggior parte dei suoi abitanti di allora è stata o assassinata dai nazisti o deportata in Siberia dai russi o trasferita con la forza a occidente, in quei territori dai quali erano stati cacciati i tedeschi”(2). Sviluppandosi velocemente, Vilnius accolse immigrati dall'ovest e dall'est. In città si stabilirono, tra le altre, comunità di polacchi, lituani, bielorussi, ebrei, russi, tedeschi, ruteni, le quali diedero il loro prezioso contributo allo sviluppo della vita cittadina.

A seguito del protocollo segreto allegato al Patto Molotov-Ribbentrop, che divideva l'Europa orientale tra una sfera d'influenza sovietica ed una tedesca, l'Armata Rossa invase la Polonia orientale. Vilnius fu conquistata nel mese di settembre del 1939. Nel giugno 1941 la città fu conquistata dall’esercito tedesco. Nella città vecchia vennero creati due ghetti per la numerosa popolazione ebraica. Gli abitanti del più piccolo furono assassinanti o deportati già nell'ottobre del 1941. Il secondo ghetto sopravvisse fino al 1943, anche se la sua popolazione venne regolarmente decimata per mezzo delle cosiddette Aktionen. Nel complesso, oltre il 90% della locale popolazione ebraica fu assassinata.
Nel 1944 i sovietici conquistarono Vilnius, che fu subito annessa e dichiarata capitale della restaurata Repubblica Socialista Sovietica Lituana. Col crollo dell’Urss, nel 1991 la Lituania proclamò la propria indipendenza.

Beniamino Colnaghi

Bibliografia, sitografia e note
-     Wikipedia enciclopedia libera http://it.wikipedia.org/wiki/Regioni_storiche_dell%27Europa_centrale
-     Wikipedia enciclopedia libera http://it.wikipedia.org/wiki/Impero_austro-ungarico
-     Massimo Libardi, Fernando Orlandi, Mitteleuropa, mito, letteratura, filosofia, Silvy Edizioni, 2011.
-     Claudio Magris. Il mito asburgico, Einaudi, 1996.
-     Gregor von Rezzori, Memorie di un antisemita, Milano, Longanesi, 1990.
-     I Germanici http://www.germanici.altervista.org/galizia/02.html
(1) http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/05/la-prussia-orientale-e-il-mese-di.html).
(2) Czeslaw Milosz, La mente prigioniera, Milano, Adelphi, 1981, p. 168
 
Nel blog è presente un altro articolo sull'Europa orientale: