venerdì 16 maggio 2014

Lidice oggi

Nella notte tra il 10 e l'11 giugno 1942 i nazisti saccheggiarono, distrussero e rasarono al suolo il villaggio di Lidice, situato a ventitré chilometri da Praga. Deportarono donne e bambini nei campi di concentramento e uccisero sul posto tutti gli uomini. Tutto avvenne come rappresaglia per l'uccisione di Reinhard Heydrich, uno dei più importanti gerarchi della Germania nazista, nonché stretto collaboratore di Himmler. Heydrich venne ucciso pochi giorni prima a Praga, in un attentato ad opera di partigiani cecoslovacchi. 
Chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza sulla ricostruzione del terribile fatto, può farlo leggendo l'articolo postato su questo blog il 26 agosto 2012. 
Le foto che seguono, invece, sono recentissime, essendo state scattate domenica 4 maggio, e documentano, in maniera cruda e reale, come spesso sa fare solo una fotografia, cosa sia oggi Lidice e quale sia stato il progetto del governo cecoslovacco volto a ricordare un tragico evento della storia mondiale. 

L'area su cui sorgeva Lidice (cliccare sulle foto per ingrandirle)

Il monumento alla memoria
Il monumento dedicato ai bambini di Lidice deportati nei campi nazisti
 

Qui aveva sede la scuola elementare
Qui c'era la chiesa

L'area del vecchio cimitero
Donne e bambini in un campo di concentramento
Documenti originali di abitanti di Lidice contenuti nel museo
 
 
 

martedì 22 aprile 2014

La storia del lavoro nell’archivio della CGIL di Sesto San Giovanni

L’Archivio del Lavoro, dopo oltre trent’anni di attività, conserva documenti, libri,  fotografie,  manifesti,  contratti di lavoro, riviste, giornali di fabbrica, medaglie, tessere, bandiere, interviste, filmati.

L’Archivio storico - Biblioteca della Camera del Lavoro di Milano nacque nel 1976 con lo scopo di avviare, preservando e ordinando le carte del movimento operaio, lo studio della società civile milanese del secondo dopoguerra. Partendo dai documenti della Camera del Lavoro si è sedimentata un’attività di recupero e di ricerca che ha progressivamente superato i propri limiti territoriali e disciplinari, con l’intento di dare un contributo alla costituzione di un archivio economico lombardo. Il progetto prese avvio nel 1974 a seguito del ritrovamento dell’Archivio della Camera del Lavoro di Milano nelle ampie cantine del palazzo di corso di Porta Vittoria 43. Il palazzo, custode di tale tesoro, fu esso stesso testimone di un pezzo di storia. Inaugurato da Mussolini nel 1933, divenne per dodici anni la sede dei sindacati fascisti provinciali fino alla Liberazione, quando venne occupato dai sindacalisti e antifascisti che ne fecero la sede dalla rinata Camera del Lavoro di Milano. Nel 1997 l’Archivio si trasformò in associazione Archivio del Lavoro, con lo scopo di indagare il tema del lavoro in tutti i suoi aspetti, conservandone la memoria. L’Archivio del Lavoro è oggi un’associazione senza scopo di lucro, che collabora, come istituzione aperta e autonoma, con enti pubblici e privati, per costituire quel fronte di studi che ha come finalità l’indagine economica e storica del movimento dei lavoratori e dell’impresa.

Uno sciopero a Milano nel 1965

L’Archivio contiene quasi 70 anni di memoria delle lotte sindacali e delle manifestazioni dei lavoratori per il lavoro. Un’epoca raccontata attraverso documenti e fotografie conservati nel tempo dalle diverse associazioni di categoria affiliate alla Camera del Lavoro milanese. Ci sono i pensionati dello Spi ed i metalmeccanici della Fiom, i bancari Fisac e gli elettrici Fnle, i chimici Filctem ed i trasportatori Filt. Ma sono ancora molti i documenti e le fotografie che devono essere catalogati e archiviati. In una delle sale, appoggiate su alcuni tavoli, ci sono pile di fotografie in bianco e nero che aspettano di essere catalogate. I soggetti sono tra i più disparati: dalle mondine immortalate durante un’assemblea sindacale per discutere il contratto del latte agli operai durante uno sciopero alla Innocenti.

Uno sciopero nel 1969

Scartabellando nei grossi faldoni si trovano pezzi della nostra storia, raccontati nei documenti e nei fascicoli da donne e uomini che hanno scritto memorabili pagine di storia del lavoro, come Odoardo Fontanella, partigiano e organizzatore del comitato di solidarietà democratica a favore dei detenuti per reati sindacali e politici o come Silvestre Loconsolo, fotografo della Camera del Lavoro milanese, che ha scattato migliaia di fotografie dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, ora raccolte in un fondo a lui dedicato. C’è anche una raccolta di oltre 400 interviste e chiacchierate fatte dall’ex tuta blu della Falck Giuseppe Granelli, detto Granel. Ma ci sono anche circa 17mila libri, oltre a numerosi giornali, bollettini e video.

Il Ministero dei Beni Culturali ha riconosciuto l’archivio come luogo di interesse storico, patrimonio diventato punto di riferimento per studiosi e ricercatori, la cui conservazione ha l’obiettivo di promuovere la cultura del lavoro per la ricerca storica e per l’organizzazione sindacale. Il materiale che viene prodotto oggi dai responsabili dell’archivio è quasi tutto su formato elettronico; l’obiettivo è catalogarlo attraverso software specifici. Ma senza dimenticare o trascurare la carta, perché se non si conosce il passato, si hanno meno strumenti per programmare il futuro.

Beniamino Colnaghi
 
Note
Il sito ufficiale dell’Archivio è il seguente: www.archiviolavoro.it/
L’Archivio si trova invia Breda 56 a Sesto San Giovanni

martedì 15 aprile 2014

 
Verderio
 
Le due chiese parrocchiali di Verderio (Lecco).  

sabato 12 aprile 2014

Lo sfruttamento delle acque del fiume Ticino

Il signor Pietro Marchisio ha scritto un terzo articolo per questo blog. Dopo aver raccontato, nel marzo 2013, come avveniva il trasporto del marmo di Candoglia usato per la costruzione del Duomo di Milano ed averci parlato, il 2 ottobre 2013, del sistema dei navigli attorno al capoluogo lombardo, ora scrive in merito all’uso ed allo sfruttamento delle acque del Ticino.(b.c.)

Il Ticino offre ancor oggi un esempio unico e cospicuo di sfruttamento delle acque superficiali a scopi plurimi. Un sistema di canalizzazioni molto complesso (schema 1) fu iniziato dai monaci nel Medioevo, soprattutto per usi irrigui e sviluppato in seguito, ai tempi del Barbarossa, per la realizzazione del  Naviglio Grande nel 1179. 


Nella seconda metà del 1400 venne anche usato per dare acqua alle prime risaie lombarde. Le opere furono sviluppate e perfezionate dai Visconti e dagli Sforza, anche grazie al genio di Leonardo da Vinci. L’uso plurimo delle acque in un territorio superiore ai 400.000 ettari,  compreso tra le provincie di Milano, Pavia, Novara, Vercelli e Varese era rivolto principalmente alla navigazione (Naviglio Grande), al fine di un efficiente  e comodo trasporto di merci e materiali vari verso Milano. In un secondo tempo l’uso servì per scopi irrigui, quali la coltivazione del riso. Col passare del tempo e col progresso l’uso delle acque è servito per scopi di forza motrice (Rogge Molinare), per azionare mulini e, con la scoperta dell’elettricità, per scopi più tecnologici, quali il funzionamento di macchine idrauliche e termoelettriche atte a produrre energia elettrica.
Nella fattispecie, la necessità di sfruttare le acque del Ticino a valle del Lago Maggiore ha reso necessario regolamentarne il prelievo, controllandolo in modo di non depauperare a monte il livello del lago. Già nel 1863 l’ingegner Eugenio Villoresi progettò un canale irriguo, realizzato tra il 1880 e il1884, che ora porta il suo nome, che preleva l’acqua in località Panperduto (foto 2) di Somma Lombardo e scorrendo per 86 Km alimenta 120 bocche di derivazione per confluire poi nel fiume Adda a Groppello. Questo canale ha una portata limite di 70 mc al secondo, diramandosi in diversi rami secondari e terziari che alimentano una rete irrigua di 1.400 Km.


Dallo stesso bacino del Panperduto verrà in seguito derivato un altro canale (Canale Industriale) che permetterà, dal 1901, lo sfruttamento delle acque per la produzione di energia elettrica nella Centrale di Vizzola Ticino, alla quale si sono aggiunte nel secolo scorso altre centrali: Tornavento, Turbigo superiore ed inferiore e Turbino Termoelettrica.
Nel secolo scorso si rese necessaria una migliore e più raffinata regolazione dell’intero bacino imbrifero del lago Maggiore a monte, in virtù dello sfruttamento delle acque del Ticino a valle, in uscita dal Lago: nel 1943 venne inaugurata la Traversa della Miorina (foto 3), un’opera che permette il passaggio controllato delle acque dal lago Maggiore al fiume Ticino, rispettando anche gli accordi internazionali intercorsi con la Confederazione Elvetica per la regolazione del livello del lago in territorio elvetico.
Questa traversa è composta da 120 porte metalliche regolabili manualmente con uno speciale carro ponte, distribuite sul Ticino per una larghezza di 200 m in località Miorina a Golasecca, 3 Km a sud di Sesto Calende.



Nel 1955 venne poi inaugurato lo sbarramento di Porto Torre in comune di Somma Lombardo, costruito al fine di permettere un prelievo (Canale Regina Elena) di acqua necessaria ad integrare, in Regione Piemonte, il Canale Cavour, rendendo possibile contemporaneamente la produzione di energia elettrica. In sponda piemontese i maggiori prelievi sono: il Canale Regina Elena, la Roggia Molinara di Oleggio, il Naviglio Langosco e il Naviglio Sforzesco. In sponda lombarda i prelievi riguardano il Canale Villoresi ed il Canale Industriale che, a partire da Turbigo, rialimenta il Naviglio Grande verso Milano, originariamente alimentato dal fiume a Tornavento.

L’importanza degli sbarramenti realizzati sul Ticino è tale da permettere lo sfruttamento delle acque superficiali per circa l’80% della portata del fiume, la cui massima è stimata in circa 1.150 mc/sec in ottobre e la minima in circa 60 mc/sec in febbraio, misurate all’idrometro di Sesto Calende.
Praticamente, dal Ticino vengono giornalmente prelevati circa 22 milioni di mc di acqua che si riducono a 13 milioni in inverno. Occorre anche aggiungere che la portata del Ticino verso il fiume Po, a valle dei prelievi suddetti dopo lo sbarramento del Panperduto, viene integrata da acque di risorgiva alimentate dal sottosuolo.

Pietro Marchisio

lunedì 24 marzo 2014

Storie e memorie della vecchia Brianza: nonna Adelina, Bigìn e il mare

Si decise a scendere solo dopo aver parlato con un
 povero contadino, che non avendo mai visto il mare
 prima d'ora, rimase sbalordito alla vista dell'oceano.
A. Baricco, Novecento, Feltrinelli, 1994
 
Siamo in Brianza lecchese. Metà anni Cinquanta. Le poche case del piccolo villaggio sono quasi tutte affacciate sul fiume Adda. Si distinguono le cascine, costruite nell’angusto entroterra semicollinare, attorniate dai campi lunghi e stretti e da filari regolari di pioppi e gelsi. Nonna Adelina, detta Lineta dei Mosè, sta scodellando la polenta. E’ mezzogiorno, un orario sacrosanto per sedersi al desco contadino. Dopo il segno della croce e un breve ringraziamento, nonno Emilio aggiunge alla polenta una piccola fetta di stracchino e “un’unghia” di salamino cotto. Il padre di Emilio svolse, fino a tutti gli anni Trenta, il mestiere dell’arrotino, mulìta. Fu per questo motivo che suo figlio venne soprannominato, fin da piccolo, Mili del Mulìta, il quale, diversamente dal padre, fece il contadino per tutta la vita, alle dipendenze della famiglia possidente del luogo. Emilio, invece, non possedette mai nulla di sua proprietà: né la casa né la terra, concesse in mezzadria fino alla metà degli anni Venti e poi date in affitto, tanto a vani abitativi quanto alla pertica.

 
Un grande camino in una casa contadina
 
“Solo Dio sa quanto è grande il mare! Me lo conterai su bene, neh Biagio?”disse nonna Lineta.
Biagio, Bigìn, aveva da poco superato gli esami di terza media presso un noto seminario vescovile, poco distante dal capoluogo. Suo padre, Pietro, detto Pedrinétt, per via del fisico esile e della bassa statura, da buon socialista anarcoide non fu molto contento della scelta, che però, a malincuore, dovette accettare per non compromettere i rapporti con i suoi “vecchi”. Nonno Emilio, per di più, fu per molti anni l’unico contadino ammesso nel consiglio parrocchiale, insieme al maestro elementare, al medico condotto ed alla levatrice. Tutte persone che sapevano leggere e “fare di conto”, aveva pensato nonna Lineta. “Mio nipote dovrà essere istruito come loro”, disse con tono imperativo a suo figlio, che mandò un grugnito mentre si stava dirigendo ad aprire la posteria del piccolo paese. La bottega venne rilevata da Pietro con tanti sacrifici dopo la fine della seconda guerra e dietro il bancone mise la moglie Lucia. Non dovette fare molta strada per conoscerla. Lucia, in compagnia dei genitori e della sorella più grande, si recò al fiume durante un’afosa domenica di luglio e vide, per la prima volta, il “suo” Pietro che pescava cavedani e pesci persici. Fortuna volle che i due consuoceri si conoscessero, per via dell’acquisto di una mucca da latte anni addietro, e suggellassero senza tante pretese il patto.

Bigìn era il primo di tre fratelli; vispo e intelligente, ma dal fisico gracile e appuntito. Non espresse mai il desiderio di andare a prete, anche se la nonna ed il nonno, che lo accudivano dopo l’orario di chiusura della scuola elementare, gli insegnarono con profitto il catechismo e i buoni precetti cristiani. Naturalmente gli fecero fare il chierichetto a servizio delle messe e delle funzioni della chiesa locale. La figura del prete, incarnata dal suo parroco, gli induceva ammirazione e timore nello stesso tempo. La vocazione gli venne così, poco a poco, e quando il parroco, in accordo con la famiglia, cominciò a parlargli di seminario, a Biagio vennero in mente strani pensieri, come la solitudine che aveva visto negli occhi del suo parroco e la rigida osservanza delle regole imposte al ministero sacerdotale oppure, dall’altro lato, la fatica e il terrore di ripetere il lavoro di suo nonno e di suo padre. Alla fine pensò che per i figli delle povere famiglie contadine non c’era altra salvezza che andare a prete e che lui si doveva sentire fortunato per quell’opportunità che gli era stata offerta.
In seminario Biagio si era applicato con dedizione e grande profitto, ottenendo, come già detto, la licenza media. Fu proprio per l’approccio agli studi e per il buon rendimento scolastico che il rettore del seminario lo premiò, insieme ad altri ragazzini, con un soggiorno marino in una nota località ligure.
“Mangia, mangia, piccolo Bigìn, che prenderai un po’ di colore al mare” disse nonna Lineta “non vedi come sei magro e smorto? Sempre attaccato ai libri! Prego sempre la Madonna e tutti i santi che ti proteggano. Oh Biagio, è stata una grazia per me e per tuo nonno che un giorno diventerai prete. Ma anche tuo padre, alla fine, sarà contento, perché è una brava persona, ha le sue idee, ma si fa in quattro per mandare avanti la famiglia. Vai ben tranquillo al mare, vedrai che ti farà bene”.
Nonna Lineta diceva così, per far forza al nipotino, ma lei il mare non l’aveva mai visto. Forse una sola volta in cartolina, speditale dalle suore di Genova. Ne aveva sentito parlare in parrocchia, quando era ragazzina, da un padre missionario che era andato in Africa via mare.
Adelina conosceva soltanto le rive dell’Adda, perché lì abitava da quando era nata e perché le succedeva di attraversare il fiume con la barca per andare a trovare dei suoi parenti che abitavano sulla sponda opposta, quella bergamasca. Si ricordava anche quell’anno che, a causa delle forti piogge novembrine, le case più vicine al fiume furono allagate e tutte le famiglie dovettero trasferirsi dai parenti che abitavano nelle cascine più interne. Sua madre pianse tre giorni, finché suo padre prese il carro trainato dal cavallo e riportò tutta la famiglia a casa, non ancora sgombra dal fango melmoso.
 
Una cascina sul fiume Adda
 
Certo, vivere in un luogo di mare sarebbe stato diverso, pensò nonna Lineta. Non avrebbe dovuto pensare alla fatica del lavoro dei campi, ai giorni ed ai mesi tutti uguali, alle carestie ed alle preoccupazioni del vivere quotidiano. Avrebbe preso il battello, pensò, e visitato tutti i paesi che si affacciavano sulla costa, come fanno i signori. E sarebbe andata in spiaggia e si sarebbe lasciata andare al sole caldo e pulito, non feroce e umido come quello della fienagione.

Pensieri. Innocui, senza astio né invidia. Altrimenti avrebbe commesso peccato, solo se lo avesse pensato. Alzò le spalle, ringraziò il buon Dio per averle concesso il cibo e cominciò a sparecchiare la tavola. Biagio, che stava osservando la nonna da alcuni minuti, si accorse che in lei stavano frullando alcuni pensieri. Ebbe uno di quei lampi che ti vengono solo quando sei ragazzino, ed esclamò, rivolto alla vecchia: “nonna, ti piacerebbe andare al mare? Vorresti venire con me?”. “Oh, caro il mio Bigìn”, disse Adelina, “il mare è per i ricchi, per la contessa, la nostra padrona di casa, non per noi poveri”. “Il nostro mare è l’Adda”, intervenne nonno Emilio, Mili, rimasto un po’ in disparte fino a quel momento, “è qui a due passi e non dobbiamo neanche pagare per fare il bagno”.

I due anziani uscirono di casa e si diressero in cortile. La cosa sembrò finire lì. Ma non per Biagio, il quale non si dette per vinto, tanto era sicuro che nonna Lineta avrebbe gradito trascorrere qualche giorno in sua compagnia al mare. Si diresse immediatamente in parrocchia a chiedere l’autorizzazione al parroco. L’ottenne, non senza qualche raccomandazione. Ora non restava che andare a parlarne con suo padre, l’osso più duro. Cercò complicità dalla mamma, la quale consigliò Biagio di attendere la domenica seguente, giorno di chiusura della bottega. Pietro era notoriamente più rilassato la domenica, quando rientrava a casa dopo un pomeriggio trascorso al circolo con i suoi compagni di partito. Il mix di politica, partite a carte e due bicchieri di vino rosso lo mettevano sempre di buon umore. La politica è stata la grande passione della sua vita. Durante la guerra, proprio quando nacque Biagio, il suo primogenito, svolse alcune azioni di appoggio a favore di un gruppo di partigiani d’istanza in una valle vicina. Fece la staffetta, senza grossi rischi, ma ciò bastò al padre di sua moglie di minacciarlo che se avesse continuato si sarebbe ripreso la figlia.

 


“Nonna, ti devo dare una bella notizia, vieni al mare con me”, disse Bigìn. “Vai, vai che qui mi arrangio anche da solo”, fece nonno Emilio. “Oh Madonna del Rosario, al mare, alla mia età! Cosa dirà la gente del paese… e quel “mangiapreti” di tuo padre è d’accordo?”. “Non ti preoccupare, sono tutti d’accordo, compreso papà”, aggiunse il nipote.

Presero la corriera che partì dal capoluogo alle 5.30 del mattino. Era già abbastanza affollato di ragazzi, accompagnati da un paio di seminaristi più grandi. Adelina non tolse gli occhi dal finestrino per nessuna ragione al mondo. Era curiosa e ammirata per i nuovi panorami che via via si incrociavano. Vide i primi palazzi della periferia di Milano, ammirò le zone umide e le risaie del pavese, lanciò un’esclamazione quando la corriera attraversò prima il Ticino e poi il Po, fiumi più grandi della sua Adda.
 
 
 
Man mano che si avvicinavano a Genova, il paesaggio mutò nuovamente, con le impervie colline e le prime gallerie che, complice il buio e la stanchezza, fecero appisolare Adelina. Biagio la lasciò dormire, ma quando il pullman cominciò a percorrere la strada che affiancava il mare, la svegliò dolcemente: “Nonna, guarda, ul mar!”. Un groviglio misto di emozioni e sorpresa le crearono un “groppone” alla gola. “O Madonna santissima, cume l’è grond, cume l’è bel”. Mai avrei immaginato una roba così”.
I parenti dei giovani seminaristi furono sistemati in una piccola pensione che distava un centinaio di metri dalla colonia estiva. Biagio ebbe un bel da fare per spiegare a nonna Lineta che era prevista la pensione completa, tutto compreso, dalla colazione alla cena, persino una camomilla prima di andare a letto. Lineta avrebbe voluto dare una mano in cucina, almeno sparecchiare i tavoli, ma con gentilezza e cortesia la signora Mariuccia, proprietaria della pensione, fece presente che lei era ospite e che avrebbe dovuto solo riposarsi e godersi il sole ed il mare.

 
Colonia marina verso la fine degli anni '50

Una mattina della seconda settimana Biagio stava attendendo che la nonna scendesse in sala da pranzo per la colazione. Quel giorno era prevista una gita al santuario di Gesù Bambino di Praga di Arenzano. Partenza alle ore sette, ma Adelina era in ritardo. “Non è da lei”, esclamò il nipote alla signora Mariuccia, “a casa si alza tutti i giorni alle cinque per recitare le preghiere e preparare la colazione al nonno, ed anche qui ha mantenuto le sue buone consuetudini”. Biagio, preoccupato, pregò la proprietaria di accompagnarlo nella stanza della nonna, affinché verificasse di persona le sue condizioni. Salirono al primo piano, bussarono, ma la stanza 102, con vista sul mare, era vuota. Il ragazzo, dopo un attimo di smarrimento, si diresse sul balconcino e volse lo sguardo verso la spiaggia, a quell’ora ancora deserta. Ma non completamente. Vicino al molo, una figura nera era seduta su un grosso sasso. Immobile. Ferma ad ammirare il mare. Era Adelina. Biagio la riconobbe e corse immediatamente verso di lei. Quando le arrivò a non più di un paio di metri, la chiamò con delicatezza, quasi con un sussurro. “Nonna”. Lineta si destò dai suoi pensieri e fece cenno al nipote di sedersi accanto a lei. “Non avrò mica fatto peccato, neh Bigìn? In questi giorni ho pensato più al mare che a tuo nonno, poveruomo, che ha ormai quasi ottant’anni e non è più quello di una volta”. Biagio la lasciò parlare. “Lo giuro sui miei poveri morti, su quella santa donna di mia madre; il mare mi è proprio piaciuto”. Ma, aggiunse, guardando l’immensa distesa di fronte a sé che carezzava la spiaggia come la lusinga del demonio: “Da vecchia come sono, che più che lavorare e patire non ho fatto altro nella mia vita, devo dirti, caro Bigìn, che aveva ragione il mio Emilio: il mare non è per noi, povera gente di paese. Ul nost mar l’è l’Adda”.

Beniamino Colnaghi

venerdì 14 marzo 2014

Leggende dal ghetto di Praga: Reb Schime Scheftels

Circa l’insediamento dell’antico popolo ebraico a Praga sono stati pubblicati tre post, nei mesi di novembre e dicembre 2012 e nel mese di giugno 2013. Questo quarto post riguarda le gesta di un povero rammendatore di nome Reb Schime Scheftels, che viveva, con sua moglie e i suoi tre bambini, in una delle case più povere della parte superiore della città ebraica di Praga. A causa del suo umile lavoro, Schime non era particolarmente considerato e non godeva di molta stima all’interno della comunità praghese. Non era un uomo erudito e spesso si asteneva dal commentare fatti e avvenimenti che accadevano in città, tanto che gli venne dato il soprannome di “ebreo silenzioso”. Sua nonna Ziperl, vecchissima servitrice del tempio, interveniva appassionatamente in difesa di suo nipote, gridando verso chi lo dileggiava e scherzava: “Lasciate stare il mio Schimele, le acque chete sono profonde, seppiatelo.” E i fatti le avrebbero dato ragione.
 
Era il mese di giugno dell’anno 1286. In città si respirava un’aria vivace poiché era la vigilia della festa dello Schawuot, una tra le maggiori festività ebraiche.
Il vicolo principale del ghetto di Praga sembrava un giardino, perché, dalla Sinagoga Vecchia-Nuova fino al Vicolo d’Oro, le donne vendevano fiori sui banchetti, destinati alla decorazione delle case per i giorni dello Schawuot. Inoltre, le botteghe e gli stretti vicoli erano presi d’assalto dalla gente. Reb Leser, un omone grande e grosso, nonché banditore della comunità, uscì dalla casa del rabbino e batté tre volte per terra un grosso bastone nodoso decorato. Improvvisamente calò il silenzio. Reb Leser lesse un comunicato importante che annunciava l’arrivo nella città ebraica dell’imperatore, re Venceslao II di Boemia, accompagnato dalla moglie Jutta.

Museo di Praga, illustrazione dalla Aggadah (1526)

Il rabbino ordinò di fare tutti i preparativi per accogliere con onore l’illustre ospite: la preghiera pomeridiana, detta Mincha, fu pronunciata nelle sinagoghe già a mezzogiorno e i rappresentanti della comunità si radunano con largo anticipo davanti al Municipio. Gli abitanti del ghetto erano tutti nelle strade e nei vicoli. Le campane della chiesa di Tein annunciarono che il re era arrivato nel cuore del ghetto ebraico e che stava ricevendo gli omaggi delle autorità religiose e civili.
Quando il corteo reale stava percorrendo il vicolo Belele, un grosso mattone cadde da una vecchia casa, proprio di fronte al sovrano. Re Venceslao rimase illeso, ma se ne andò via di corsa, pieno d’ira.
La sera, quando l’intera comunità si riunì per il rito divino nella Sinagoga Vecchia-Nuova, il Beth-din-Schammes, il servitore del collegio dei rabbini, portò al rabbino capo Jonathan uno scritto provvisto del sigillo reale. Il re Venceslao chiedeva al Rabbi di consegnare alla comunità, entro otto giorni, il malfattore che aveva scagliato il mattone dalla casa del vicolo Belele, pena la cacciata di tutti gli abitanti.

Praga, il municipio ebraico (1910)

Tutti i tentativi di trovare il responsabile rimasero infruttuosi. Nella casa da cui era caduto il mattone non era stato trovato nessuno. Il secondo giorno dello Schawuot il Roschhakohol, il capo della comunità, tentò di ottenere un’udienza dal cancelliere di Stato del re, Zawisch von Rosenberg, ma venne respinto. Trascorsi i giorni dello Schawuot, Rabbi Jonathan ordinò alla comunità tre giorni di digiuno e penitenza. I cancelli di ferro del ghetto furono chiusi anche di giorno per paura di rappresaglia da parte di chi nutriva un odio sfrenato nei confronti degli ebrei, i quali non fecero altro che radunarsi nelle sinagoghe e nel vecchio cimitero a pregare i loro avi.
Così avvenne anche nell’ultimo giorno concesso dal re per consegnare il colpevole. Intanto, una terribile folla armata di asce, scuri e vanghe cominciò a radunarsi davanti ai cancelli, pronta a saccheggiare il ghetto. Tutta la comunità ebraica era radunata nelle sinagoghe. Soltanto uno mancava, Reb Schime Scheftels, “l’ebreo silenzioso”, il quale era uscito di casa la sera prima e non vi aveva fatto più ritorno.
Rabbi Jonathan salì improvvisamente sull’Almemor, la tribuna nella sinagoga sulla quale viene letta la Thora, e annunciò: “l’intera comunità è salva dalla disgrazia incombente. Uno dei nostri uomini, senza tante parole, come era nel suo stile, si è sacrificato per la comunità di Israele. Ieri sera Reb Schime Scheftels è andato al castello e si è consegnato, dicendo di essere l’uomo che aveva tentato di uccidere il re. Noi tutti sappiamo però che egli è innocente. Presto il suo sacrificio sarà compiuto: il re ha deciso che Schime dovrà pagare con la vita. Onore a Reb Schime Scheftels che ha salvato la nostra comunità!”
In mezzo a tanto rammarico, un solo cuore esplose di gioia per ciò che udì: Ziperl, la nonna di Reb Schime nonché servitrice del tempio, che sedeva nell’area femminile della sinagoga, emise un urlo di gioia e cadde a terra morta.

I consiglieri del re decisero che il colpevole sarebbe stato giustiziato facendolo precipitare dalla casa in cui aveva tentato di compiere il suo gesto. Dalla porta della Vecchia Sinagoga entrò una colonna di Lanzichenecchi a cavallo, in mezzo alla quale camminava in catene Reb Schime. La colonna si fermò davanti alla casa nel vicolo Belele. L’intera comunità era lì radunata per volere del re. Reb fu condotto sul tetto: si voltò un’ultima volta verso Oriente e con il grido di invocazione: “Sch’ma Jisrael, adonai elohenu, adonai echod”(1) si gettò contro le lance dei Lanzichenecchi che erano puntate verso l’alto.

 
Praga, sinagoga Vecchia-Nuova vista da via Maiselova

Per tre giorni l’intera comunità di Praga si mise a lutto per il martire, per dieci giorni di seguito rimase accesa per lui la candela delle anime nella Sinagoga Vecchia-Nuova. Il terzo giorno dopo la morte, Rabbi Jonathan sognò che Schime era un discendente del profeta Zaccaria, il quale era stato ucciso da Israele perché ne aveva denunciato i costumi degenerati.

Due anni più tardi, il cancelliere di Stato del re, Zawisch von Rosenberg, morì sul patibolo in quanto colpevole di alto tradimento. Prima di morire volle parlare con Rabbi Jonathan, al quale confessò che fu lui ad istigare un suo servo affinché attentasse alla vita del re Venceslao II, perché sapeva che questo misfatto sarebbe stato attribuito agli ebrei.
Il Rabbi, da quel preciso momento, ordinò che la comunità ebraica di Praga si prendesse cura della famiglia dell’”ebreo silenzioso” e pagasse gli studi ai suoi tre figli orfani.

Beniamino Colnaghi

Note e riferimenti bibliografici
1. Le prime parole di una importante preghiera della liturgia ebraica, una tra le più sentite, la quale proclama l’unità di Dio.
Bloch Chajim, Der Prager Golem (Il Golem di Praga), Berlino 1920.
Collezione praghese di leggende ebraiche, nuova raccolta rivista, Vienna e Lipsia 1926.