giovedì 23 dicembre 2021

Il Blog Storia e storie di donne e uomini 

augura buon Natale e sereno anno nuovo


Verderio

giovedì 18 novembre 2021

 Ul Cagiada, personaggio tipico della Brianza di un tempo

 “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda

 e come la si ricorda per raccontarla.”

Gabriel Garcia Marquez

Non esiste una regola generale, che io sappia, ma quando si raccontano delle storie, a volte è utile iniziare con un aneddoto, un ricordo personale. Ed io comincerò così a raccontare questa storia.
Quasi certamente era il 1962, un giorno lavorativo. Mia nonna Clelia mi portò con sé nella Cùrt di Giòn, una trentina di passi dalla corte dei Barbìs, dove abitava la mia famiglia. Oggi corrisponde al civico numero 3 di via Angolare, Comune di Verderio ex Superiore. Lei era nata lì, in quella porzione stretta e angusta del centro storico, e lì abitò fino al 30 gennaio 1926, quando si sposò con mio nonno Beniamino. In quel cortile viveva suo fratello Alessandro, Sonder, con la moglie ed una figlia non maritata. Nel 1962 frequentavo le scuole elementari e ricordo limpidamente che indossavo il grembiulino nero, ornato dal colletto bianco e dal fiocco dello stesso colore. Mia nonna, alla quale i miei genitori diedero il compito di accudirmi dopo l’uscita da scuola, aveva fretta. Era una donna spiccia e pratica, diretta, alle volte un po’ brusca nei modi, ma generosa e di buon cuore. “La mamma ed il papà sono al lavoro, vieni con me, dobbiamo andare a casa dello zio Alessandro” mi disse quasi trafelata. Evidentemente doveva dire qualcosa a suo fratello, pensai, e non voleva lasciarmi solo in casa.
Non saprei dire perché quel preciso fatto mi sia rimasto impresso nella mente per così lungo tempo. Piccoli particolari come ne avvengono milioni nella nostra vita, per nulla significativi, privi di qualsiasi rilevanza e motivo di interesse. Il cervello umano si comporta così ed a volte facciamo fatica a comprenderne i meccanismi. Alcuni fatti ci rimangono impressi tutta la vita, di altri il cervello se ne libera apparentemente in fretta, salvo poi estrarli da qualche “cassettino” al momento opportuno.
Oltrepassato il portone d’ingresso del cortile vedemmo il fratello di mia nonna seduto su una vecchia sedia di legno, di quelle con la seduta impagliata, con un braccio legato al collo. Alessandro si lamentava per la contusione alla spalla ed al braccio, procuratagli da una disattenzione che lo mandò a sbattere contro un carro agricolo in movimento.
Sonder, classe 1902, mi ispirava simpatia; era un tipo espansivo e chiacchierone, con il timbro di voce inconfondibile ed un’andatura leggermente dinoccolata. Sua moglie Giuseppina stava attendendo l’arrivo di mia nonna affinché l’aiutasse a sbendarlo ed a praticare un massaggio sulla parte dolorante, a base di sungia, in italiano strutto o sugna, una pasta bianca ricavata dalla fusione a vapore dei tessuti adiposi interni del maiale. In quegli anni nei quali il boom economico stava timidamente entrando anche nelle case delle classi sociali meno abbienti, la fame consigliava di non buttare via niente e la sungia, oltre che in cucina, veniva usata anche come unguento e medicamento. Ricordo che capitò anche a me, da ragazzino, “subire” un massaggio a base di sungia quando slogai una caviglia giocando a pallone nel campetto dell’oratorio. La sungia e alcuni giorni di riposo avrebbero fatto ritornare l’arto come nuovo.
Il capannello di persone che nel frattempo si era formato, intento a raccontarsi spassosi e imperdibili pettegolezzi di paese, spostò la mia attenzione su una grande marmitta colma di cagiada, ottenuta dal latte cagliato, adagiata sul davanzale della finestra di Antonia Cassago, che in paese era conosciuta col soprannome di Balùna. In dialetto brianzolo il termine balòn indica il pallone da calcio, oppure una persona che racconta dei fatti ingigantendoli oltremisura, che “le spara sempre grosse”: un casciaball, un balòn, appunto. Antonia aveva sposato Giovanni Riva, detto Gion, classe 1902, di cui ho avuto modo di parlare nel post Ambrogio Colnaghi, “Ul Campée” di Casa Gnecchi, pubblicato il 3 marzo 2012.
Ad una mia domanda sulla cagiada, mia nonna rispose dicendo che i contadini la mangiavano spesso, perché fresca e salutare, oppure la utilizzavano per fare il formaggio. Aggiunse, inoltre, che il termine veniva spesso usato come soprannome per individuare una persona, secondo alcune caratteristiche fisiche o caratteriali, oppure per prenderlo in giro. In ogni paese, anche in quello più piccolo, c’era qualcuno a cui veniva affibbiato tale soprannome. A Verderio Superiore il termine cagiada venne dato all’Alfredo, un uomo dai modi cortesi, distinto e sempre molto elegante, per via del fatto che fece per gran parte della sua vita il commesso in alcuni negozi di abbigliamento a Milano.  


Sopra, la corte dei Barbìs, sotto, il portico di accesso alla corte dei Giòn

 

Durante la mia infanzia mia nonna mi raccontò alcune storie, filastrocche popolari e brevi racconti, tramandati dalla tradizione orale contadina. Avendo perso la madre pochi giorni dopo il parto, mi confessò che le storie le aveva imparate dalla viva voce di sua nonna Virginia, da una amorevole zia che la crebbe e da altre donne che popolavano le stalle in inverno ed i portici dei cortili durante la bella stagione. La maggior parte dei suoi racconti li ho purtroppo dimenticati. La mia memoria ha trattenuto dei frammenti di alcune tra le fiabe più raccontate ai bambini in quegli anni e di una storia “fantastica” che narrava di alcuni ladroni che rubavano oggetti preziosi e monete d’oro nelle case dei ricchi e andavano poi a nascondersi in grotte e spelonche, distribuendo poi il bottino ai poveri. Erano una specie di Robin Hood brianzoli. Quella che, invece, ricordo meglio riguarda appunto le vicissitudini di un uomo che veniva soprannominato Cagiada. Penso si trattasse di una storia vera, una di quelle storie che narravano le gesta di uomini e donne realmente vissuti, sulle quali, però, venivano costruite e modellate variabili in funzione dei luoghi e delle convenienze del momento.
In ossequio alla citazione di Gabriel García Márquez, la racconto così come la ricordo, naturalmente utilizzando termini diversi ma mantenendo la struttura del racconto la più fedele possibile.  
In un paese vicino a Verderio viveva un contadino di nome Pietro, detto Cagiada perché era ghiotto di quel fresco alimento. Quando però veniva a lui offerto, molto spesso lo rifiutava, salvo poi pentirsene. Istu, accidenti, diceva alla moglie, stamattina sono andato a casa di un mio amico a svolgere un lavoro e sua moglie mi ha offerto una tazza di cagiada con la polenta, ma io ho rifiutato. 
Il Pietro era un brav’uomo, un gran lavoratore, ma era molto umile e timido. Di mestiere faceva il cavallante (sui cavallanti, post pubblicato nel giugno 2015), oltre a qualche altro lavoretto per tirare a campare. Possedeva un carro ed un cavallo che utilizzava per il trasporto di merci, oppure che metteva a disposizione, dietro compenso, a chi avesse avuto necessità di trasportare qualsiasi cosa. In quegli anni, i contadini, non essendoci molte disponibilità economiche, venivano spesso pagati con i prodotti della terra o con il lavoro: farina, uova, latte, uso dei carri o prestazioni di manodopera. Ma lui, essendo timido, non osava chiedere, preferiva che fossero gli altri ad offrire. Essendo un fervente credente in Dio, sperava nell’intervento della Provvidenza e nella benevolenza del prossimo. Per sua fortuna non aveva una famiglia numerosa da sfamare. Sua moglie gli aveva dato due figli: un maschio ed una femmina, la quale si era maritata presto, trasferendosi in un piccolo paese nei pressi di Como. Era stata fortunata, la ragazza. La famiglia di suo marito possedeva, da almeno un paio di generazioni, un piccolo laboratorio per la produzione di merletti e pizzi. Anche lei, però, si era data da fare ed aveva contribuito al benessere della famiglia: con la bicicletta, alla quale erano state applicate due grosse ceste di vimini, girava in lungo ed in largo i paesi della zona a vendere le merci che la famiglia di suo marito produceva. Pietro era orgoglioso di sua figlia, anche se non lo lasciava trasparire alla gente, tanta era la sua modestia.  
Del figlio maschio, invece, era insoddisfatto. Era un poco di buono, diceva agli amici più intimi. Lo classificava un lazzarone, uno che a vent’anni non aveva ancora combinato niente di buono. I suoi sfoghi avvenivano principalmente dentro le mura domestiche e nell’osteria gestita da uno dei suoi più cari amici.
Un giorno entrò nel cortile dell’osteria, appoggiò la vecchia bicicletta al muro e si diresse verso la porta d’ingresso. Entrato, si sedette vicino al camino acceso e l’oste gli portò la solita ciotola del vino. Pietro teneva gli occhi fissi sul fuoco e scuoteva la testa, in maniera quasi ossessiva, lamentando il fatto che se non fosse andato lì, sarebbe diventato matto, tanta era la sua insoddisfazione verso il figlio. L’oste cercò di consolarlo giustificando il fatto che i giovani erano così e che non dovesse farsi venire il sangue amaro.
Il Pietro raccontò al suo amico oste che quando andava al cimitero a far visita ai suoi morti, guardava le loro fotografie e gli pareva che anche loro fossero preoccupati di quei conflitti generazionali. Hanno lavorato tanto anche loro, diceva, hanno risparmiato tutta la vita ma non hanno mai messo il naso fuori dal paese. Il padre di Pietro lavorava sei giorni la settimana, andava in chiesa la domenica mattina e nei giorni di festa ed il pomeriggio andava in osteria, sempre seduto allo stesso posto, dov’era lui adesso.
Il Cagiada accostò la ciotola alle labbra, sorseggiando piano e asciugandosi poi col dorso della mano, mentre i baffi luccicavano di rosso. Si alzò lentamente, pagò il conto e si diresse verso l’uscita. Fu l’ultima volta che il suo amico oste lo vide nella sua osteria. Una settimana più tardi, Pietro, detto ul Cagiada, morì nel suo letto. Non aveva ancora compiuto sessant’anni. Di crepacuore, disse maliziosamente la gente del paese, per via di quel figlio scansafatiche.  
Morto il padre, il ragazzo andò a vivere dalla sorella, vicino a Como. Suo cognato lo ospitò, insieme alla madre, ma parlò chiaro. Disse che gli avrebbe dato un posto di lavoro ma che avrebbe dovuto piegare la schiena e rigare diritto, altrimenti gli indicò la porta.
Mise la testa a posto, il figlio del Cagiada. Si sposò con una ragazza svizzera, ebbe tre figli ed il primogenito lo chiamò Pietro, in ricordo di suo padre.

Beniamino Colnaghi

martedì 15 giugno 2021

I 15 martiri di piazzale Loreto a Milano

La piazza principale del Comune di Cornate d’Adda, sulla quale si affaccia la chiesa parrocchiale, è dedicata ai “15 Martiri”. Molto probabilmente poche persone conoscono questa storia,  né tantomeno il motivo per il quale, l’Amministrazione di quel Comune, ha inteso, nell’anno 2008, dedicare la piazza a quei cittadini antifascisti. 
E allora cominciamo a raccontare il contesto e gli antefatti, partendo dall’attualità.

 

La targa ricordo di Cornate d'Adda

A Milano è stato presentato recentemente il progetto che si è aggiudicato la gara per il rinnovamento di piazzale Loreto, e il cui obiettivo è quello di trasformare il più caotico snodo di traffico della città in una grande agorà verde, anello di congiunzione tra corso Buenos Aires, viale Monza e via Padova, rendendolo allo stesso tempo nuovo simbolo di Milano. Alla città verranno restituiti 24.000 metri quadrati di spazio pubblico pedonale, di cui oltre 12.000 nella piazza, a fronte dei circa 2.500 mq utilizzabili oggi. Un piano ribassato costituirà la piazza anfiteatro, flessibile e adattabile a diversi usi temporanei pubblici, come concerti, manifestazioni, mercati, attività sportive e occasioni di aggregazione. Il traffico verrà posto ai margini del piazzale, per favorire gli spostamenti ciclabili e pedonali all’interno dell’area e la penetrazione tra i diversi assi stradali, la cui connettività sarà mantenuta. La circolazione verrà modulata secondo le nuove geometrie della piazza.
Il Comune di Milano ha chiesto alcuni pareri ai cosiddetti “portatori di interessi” milanesi, residenti, individui o organizzazioni che sono attivamente coinvolti nel progetto, tra i quali Sergio Fogagnolo, il figlio di Umberto, uno dei 15 martiri. Il motivo del parere richiesto verte sulla sistemazione di “quell’angolo maledetto” del piazzale, zona via Andrea Doria, ove è collocato il monumento che ricorda la strage dei Quindici martiri.
Chi erano dunque i 15 martiri e perché si ricordano proprio a piazzale Loreto?

La Milano dell’estate del ’44 vive da quasi un anno sotto il governo fantoccio fascista della RSI, Repubblica Sociale Italiana, e l’occupazione tedesca. In quei dieci mesi Milano non è rimasta a guardare. Nelle fabbriche gli operai sono arrivati a scioperare, le donne hanno liberato dai treni piombati alcuni rastrellati destinati ai campi di concentramento, è stato costituito il CLN, Comitato di Liberazione Nazionale. In città, i GAP, Gruppo di Azione Patriottica, sono attivissimi. Ma le modalità dell’attentato dell’8 agosto sono inconsuete.
I GAP non colpiscono nel mucchio, hanno obiettivi precisi, mirati: il gerarca, il collaborazionista, il delatore, il deposito di armi e munizioni... Quando vogliono colpire colonne tedesche, cercano di farlo salvaguardando il più possibile la vita dei civili. E, soprattutto, non possiedono i congegni a orologeria utilizzati da qualcuno per i due scoppi in viale Abruzzi. Le esplosioni avvengono la mattina dell’8 agosto, nel tratto di viale Abruzzi che conduce a piazzale Loreto. Hanno fatto saltare in aria un camion tedesco, provocando il lieve ferimento dell’autista e la morte di alcuni passanti. Tutti italiani. 
Malgrado la pattuglia della Wehrmacht non avesse riportato perdite, che avrebbero comportato l’applicazione del bando Kesselring, “10 italiani per un tedesco”, l’ordine della rappresaglia arriva. Perché Theodor Emil Saevecke, capitano delle SS, all’epoca dei fatti comandante della polizia di sicurezza nazista, potente gerarca del Terzo Reich, comandante dell’Aussenkommando di Milano, spietato governatore di San Vittore, va oltre quella legge già così feroce? Perché ordina la rappresaglia di civili inermi e la strage?
Con gli occhi di oggi, un attentato più somigliante alle stragi in Iraq che alle azioni praticate dai GAP. Oltre che per la vicinanza col luogo dell’attentato, la scelta di compiere la ritorsione e allestire la macabra esposizione in piazzale Loreto fu emblematica. 
Snodo fondamentale della rete dei trasporti milanesi, la grande piazza era percorsa dalle linee tranviarie che collegavano il centro della città alle periferie dei grandi insediamenti industriali. Al sabato, giorno di paga della quindicina, sotto le pensiline dei tram e tutto attorno ai binari si improvvisava un mercatino, dove gli operai usavano rifornirsi di generi di prima necessità. 
Un punto di passaggio e di ritrovo, dunque, che avrebbe assicurato, nell’intento dei nazifascisti, la massima visibilità ed efficacia all’agghiacciante schiaffo d’intimidazione ai lavoratori, agli antifascisti e ai cittadini di Milano. Con la strategia del “terrore” i tedeschi confidavano di annichilire una volta per tutte ogni forma di resistenza. Ma non fu mai così.

10 agosto 1944, ore 5,45. Un autocarro tedesco frena di botto e scarica giù 15 uomini in tuta da lavoro. Fa appena giorno a Milano e piazzale Loreto è quasi un deserto. Su un lato della grande spianata circondata dai palazzi, un pugno di militi della Brigata Nera “Aldo Resega” sorveglia le vie d’accesso. Altri uomini, italiani, fascisti della GNR e della Legione “Ettore Muti” attendono di compiere lo sporco lavoro che gli è stato affidato. I prigionieri stanno fermi, in fila, davanti alle armi. La voce del capitano Pasquale Cardella, che comanda il plotone della “Muti”, urla parole di morte. Poi, un ordine secco mette in moto i quindici uomini, velocemente. Con uno scatto improvviso, prima uno e poi un altro cercano di scappare. Un portone spalancato, un angolo da svoltare. Due raffiche e pochi metri di vita. Il resto della fila si sbanda, forma una curva, c’è una vecchia staccionata in legno. Fermi così! Fermi lì! Colpi, colpi, e anche quei corpi muoiono a terra.
Lì, tutti insieme, definiti dai fascisti “mucchio di immondizia… Trascinati nel mucchio anche gli altri due corpi. Grida di ebbrezza, risate rabbiose. Un cartello: QUESTI SONO I GAP SQUADRE ARMATE PARTIGIANE ASSASSINI. Lasciati lì, fino a sera. State di guardia. Nessuno li muova. Nessuno li tocchi. Niente fiori, nemmeno candele. Tutti li vedano, tutti devono imparare la lezione.

Foto dei cadaveri dei 15 antifascisti trucidati a piazzale Loreto

La strage e la successiva crudele esposizione impressiona talmente la popolazione che il capo della provincia, Piero Parini, scrive a Mussolini definendolo un “abietto assassino”. I cadaveri erano sorvegliati da militi fascisti, alcuni dei quali non paghi di aver scaricato il loro mitra su uomini indifesi e innocenti, si prendevano il privilegio di ridere istericamente davanti a quel mucchio di cadaveri ancora caldi. Le donne svenivano, i volti dei milanesi erano pietrificati. Pare che il cardinale di Milano, Alfredo Ildefonso Schuster, intervenne personalmente e fece pressioni tali per togliere quei cadaveri dal marciapiede.


Poi, otto mesi dopo quei tragici fatti, grazie alla forza ed alla tenacia di milioni di italiani, di uomini e donne di ogni estrazione sociale, che si batterono contro la dittatura fascista e l’occupazione straniera, la storia prese un’altra piega, nacque la Repubblica e venne scritta la nostra Carta costituzionale, arrivarono la libertà e la democrazia, che ancora oggi sono alla base della nostra civiltà.  

Beniamino Colnaghi 

giovedì 10 giugno 2021

 Enrico Berlinguer a 37 anni dalla morte

Moderno Innovatore Rivoluzionario


Enrico Berlinguer (Sassari, 25 maggio 1922 – Padova, 11 giugno 1984) 

sabato 22 maggio 2021

Saruggia, i buoi del paisan Franco Ronchetti

Saruggia (Como), antica frazione sulla collina di Albavilla, che degrada dolce fino alla sponda del lago di Alserio, un tempo era un borgo di contadini che abitavano vecchie case e piccole cascine. Poi sono arrivati gli “spensierati” anni 80, e tutto è cambiato, tutto è stato banalmente “ammodernato”, con criteri per nulla fedeli alla storia del luogo. Tutto tranne una cascina, che ha mantenuto i caratteri originali, principalmente perché è abitata da un paisan,  che di nome fa Franco Ronchetti, detto “Franco di bò”. Perché questo soprannome? Perché Franco possiede, e sicuramente ama, come nei versi del Carducci “t’amo pio bove; e mite un sentimento…”, due splendidi bovi, bianchi, possenti, che guardandoli non puoi fare a meno di dire: “Vi amo, pii bovi; e mite un sentimento di vigore e di pace al cor m’infondete”, storpiando un po’ i versi del grande Giosuè.


I buoi di Franco Ronchetti

Franco ha sempre allevato buoi. Quelli che ha oggi hanno una decina d’anni di vita e hanno sostituito altri buoi, ormai vecchi, finiti inevitabilmente al macello. Nella sua stalla, nel cuore di Saruggia, trascorrono infatti la loro pacifica esistenza i due suoi splendidi e possenti bovi, razza “grigio alpina”, che richiamano proprio quelli di Carducci. Certo, il Franco ogni tanto li fa anche lavorare nei campi, dato che possiede oltre trenta pertiche di terra che, nonostante abbia già superato da un pezzo gli 80 anni d’età, coltiva a granoturco, patate, erba medica. 
Lui dice che, lavoro o no, pretendono di ruminare oltre 40 chili ciascuno di fieno. Ma il problema non è questo, tanto è quello dei maniscalchi: infatti non se ne trovano quasi più capaci di ferrare le zampe dei bovini. E pare, sempre secondo Franco, che i maniscalchi per i cavalli, più numerosi in circolazione, non siano adeguatamente formati per lavorare sui buoi. 
Il Ronchetti, come si diceva poco sopra, è un contadino molto affezionato ai suoi animali, che ha portato dovunque: alle feste di paese, alle sfilate storiche, al Palio del Baradello, alla Battaglia di Carcano. Lo hanno chiamato anche gli hindù, gli indiani residenti in Lombardia, che ogni anno organizzano una loro festa religiosa, dove i buoi, animali sacri, sono protagonisti. 
Anni fa ha partecipato anche a film importanti. Ha addirittura avuto una parte, ovviamente con i suoi inseparabili animali, nella serie tv “I promessi sposi”, diretta da Salvatore Nocita e prodotta dalla Rai nel 1989. 
Pochi anni fa Franco Ronchetti ha ricevuto una medaglia d’oro dal gruppo flocloristico “I Paisan” di Albavilla, come  riconoscimento «per l’attività svolta in campo agricolo, attività che nonostante l’età avanzata continua ad esercitare con passione e determinazione».
Una medaglia d’oro che dovrà condividere con i suoi amatissimi buoi.

Beniamino Colnaghi

venerdì 14 maggio 2021

 ll Museo Etnografico dell’Alta Brianza 

Garlate (Lecco)


dal 16 maggio 2021  è aperta la mostra

 

Il cibo di tutti

Etnografie del pane

Tre documentari e un’esposizione


a cura di Rosalba Negri e Massimo Pirovano



Il museo si può visitare solo su prenotazione scrivendo a: meab@parcobarro.it

 

sabato e domenica, dalle 9 alle 12.30 e dalle 14 alle 18

 

Info: MEAB tel. 0341.240193 Parco Monte Barro tel. 0341.542266    http://meab.parcobarro.it/

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