giovedì 22 agosto 2013

Febbraio 1902, appello a favore dei contadini

Nei decenni a cavallo fra l’Ottocento ed il Novecento le condizioni di vita dei contadini italiani erano misere e infelici. Verso il 1890 si accentuò la depressione agricola che ridusse molti proletari della terra alla fame, i quali videro peggiorare ulteriormente la loro già precaria esistenza. Da parte dei contadini e delle organizzazioni che cercavano di tutelarli vennero intraprese azioni di protesta, che sfociarono anche in atti di forza e violenza. In alcune parti del nostro Paese i contadini occuparono la terra dei grandi proprietari terrieri e ne tentarono la socializzazione. Il malcontento nelle campagne andò di pari passo con il progresso del socialismo fra i lavoratori delle città. A Milano, nel maggio 1898, a seguito dell'aumento del costo della farina e del pane, gravati dall'esosa tassa sul macinato, la popolazione affamata insorse e assaltò i forni. L'insurrezione durò vari giorni e fu repressa nel sangue. Moti con le conseguenti repressioni avvennero anche a Monza e proteste si svilupparono in alcune località della Brianza.
A seguito di questi fatti, e per cercare di dare una risposta alle tensioni ed ai disagi crescenti dei contadini, il giornale lecchese Il Resegone, il primo numero del quale uscì nel febbraio 1882, pubblicò un appello dell’Ufficio centrale cattolico del lavoro rivolto ai proprietari dei fondi terrieri, apparso sull’edizione del 21 e 22 febbraio 1902. Di seguito si propone il testo pubblicato, interessante e utile al fine di comprendere la realtà contadina di quel tempo.
(b.c.)
 
 

 
Per i nostri contadini
Un appello ai proprietari

L’Ufficio centrale cattolico del lavoro ha indirizzato testé al Consiglio direttivo dell’Associazione fra i proprietari e conduttori di fondi in Milano la seguente lettera, su cui richiamiamo l’attenzione dei lettori:
Lo scrivente Ufficio centrale del lavoro, al quale fanno capo circa 30mila contadini della provincia organizzati in un centinaio di leghe, ha salutato con soddisfazione e speranza il costruirsi di codesta Associazione di proprietari di fondi. Sorte non per una sistematica lotta di classe, ma per l’elevazione morale ed economica del proletariato rurale nell’ordine e nella giustizia, le associazioni cattoliche dei contadini non possono non vedere lietamente il sorgere quasi contemporaneo d’una organizzazione padronale, preludio a quell’assetto armonico della vita sociale che il programma cattolico propone e propugna sulla base delle unioni professionali.
Dalla esistenza parallela dei due organismi, rappresentanti in forma collettiva i due gruppi diversi d’interesse economici, esse attendono di veder agevolate e migliorate le relazioni fra le due classi dei proprietari e dei coloni, sia perché da ambo le parti il vincolo associativo può esserne valido freno ad abusi ed eccessi individuali come insieme vigoroso impulso al progresso materiale e civile di tutta la classe, sia perché più facile e proficuo può riuscire il dirimere transitori ma pur sempre dolorosi e pericolosi contrasti d’interessi e diritti mediante le trattative. Gli accordi ed i giudizi di commissioni miste aventi, per concorde volere delle due organizzazioni, funzione ed autorità di loro rappresentanza collettiva permanente. Così anche il contratto di lavoro, cercando di essere disforme e disordinata pattuizione individua di obblighi e di profitti, assorge alla importanza di contratto sociale, uniforme e ordinato, con tutto il presidio morale della influenza dei corpi di cui emana e con tutto il presidio giuridico della consuetudine che per la sua accettazione pressoché universale viene ad assumere.
 
Il momento

Per queste considerazioni, lo scrivente Ufficio crede dover suo prendere tosto l’iniziativa per sollecitare la formazione di questa commissione mista, invitando codesta Associazione ad accogliere con favore l’idea e a concorrere alla sua attuazione colla nomina dei propri delegati in base a modalità da stabilirsi. Le condizioni del momento richiedono questo provvedimento nell’interesse della giustizia e della concordia civile. Strascichi penosi delle ultime agitazioni agrarie, derivanti qua e là da conflitti insoluti o da promesse non mantenute, da convenzioni infrante, da dinieghi dei crediti colonici, da escomii ingiustificati, da tentate imposizioni di contratti nuovi economicamente e giuridicamente onerosi, danno tristemente a temere che nuovi conflitti insidiosi abbiano a scoppiare nella prossima primavera a danno dell’ordine economico e dell’armonia sociale. In questo frangente è dover nostro di cattolici e cittadini tentar ogni mezzo per prevenire il pericolo aprendo subito la via a trattative amichevoli e definizioni ragionevoli ed eque, cui la commissione mista da noi proposta può prontamente por mano.
E, per affrettare il lavoro, fin d’ora lo scrivente Ufficio richiama all’attenzione di codesto consiglio due fra i punti del contratto nuovo presentato da molti proprietari, che i contadini non possono firmare.

Lo sfratto immediato

Il primo è la clausola per cui la mancanza eventuale d’un contadino ad un patto secondario, ad una norma di conduzione anche d’importanza minima, dà luogo allo sfratto immediato del colono ad libitum del proprietario. Ora questo è irragionevolmente eccessivo. Mentre infatti da una parte manca del tutto al contadino una garanzia pratica sufficiente contro l’eventuale inadempienza del padrone, data la gravissima difficoltà di poter provvedere al dispendio di un’azione giudiziaria e il timore di una facile disdetta di rappresaglia, il padrone d’altra parte è più che largamente tutelato nei suoi diritti dall’art 1652 cod. civ. per il quale può domandare fuori tempo lo scioglimento della colonia, quando vi siano giusti motivi, quale la mancanza del colono ai suoi impegni. Ma poiché il legislatore ha nello stesso articolo 1652 rimesso l’apprezzamento di tali motivi alla prudenza ed equità del magistrato, si cerca colla clausola di rescindibilità ipso facto e ipso iure del padrone di impedire questa valutazione prudente ed equitativa voluta dalla legge, cosicché possa l’arbitrio del padrone colpire per inadempienze anche irrisorie il colono e la sua famiglia col cacciarli dal fondo e dall’abitazione, ossia ridurli senza pane e senza letto, in epoche in cui non possono provvedersi né altra terra da lavorare né altra casa in cui alloggiare. Misura questa ben peggiore anche di una condanna penale, perché significa la miseria e la morte economica di tutta una povera famiglia di lavoratori. E’ evidente che il colono non può segnare un patto simile colla propria sottoscrizione, ed è ingiusto ed inumano pretenderne l’accettazione colla minaccia della licenza.

La disdetta in estate

L’altro patto a cui i coloni non possono accedere è quello della disdetta in estate, anziché nel termine del marzo, portato da antichissima consuetudine e dall’art. 1664 del cod. civ. Simile innovazione, congiunta alla facilità con cui si tende oggi a ricorrere alla disdetta, verrebbe a snaturare completamente la colonia togliendole quella forza di continuità che fu sin qui la sua caratteristica più feconda. Inoltre porterebbe a danni ben gravi per i contadini, per gli stesi proprietari, per la produzione nazionale. Per i contadini, in quanto da coloni permanenti sul suolo verrebbero trasformati in precari affittaioli ad anno, removibili dal fondo sino a poche settimane prima del San Martino, minacciati in ogni loro atto, nella stessa libertà di esercizio dei loro diritti civili e politici, dalla inoppugnabile vendetta del licenziamento, simili in tutto a quei miseri tenants at will (affittaioli ad arbitrio) dell’Irlanda per cui Gladstone ha speso le sue generose energie di uomo politico. Per i proprietari, in quanto il pericolo di un prossimo distacco dal fondo distoglie naturalmente il colono da una feconda applicazione di capitale e di lavoro la cui produttività, non da lui ma da altri, verrebbe posteriormente lucrata, e lo induce a sua volta ad uno sfruttamento irrazionale e consuntivo della proprietà. Per la produzione nazionale, infine, in quanto questo regresso delle colture arresta e deprime ogni sviluppo dell’economia rurale, ricacciando l’Italia all’indietro sull’auspicata via del suo risorgimento agrario. A questa jattura urge che tutti ci opponiamo viribus unitis (con forze unite) all’interesse comune.
La commissione mista che quest’Ufficio propone ed invoca, potrà rendere all’uopo segnalati servizi, reclamando insieme dallo stato utili riforme di legge per un miglior assetto dei contratti agrari e della correlativa giurisdizione giudiziaria nel diritto costituito.

Ci ripromettiamo quindi che al nostro invito cordiale corrisponda da codesto on. Consiglio un’altrettanto cordiale adesione; all’importanza del momento e dei problemi che ci si affacciano innanzi, sia pari in tutti l’amore della buona convivenza civile e la coscienza del proprio dovere.

Colla massima considerazione

Milano, 10 febbraio 1902

Per l’Ufficio centrale del lavoro:
Sac. Carlo Dalmazio Minoretti, Ludovico Necchi, Aristide Tagliabue, sac. Carlo Grugni,
rag. Giuseppe Scevola.

domenica 21 luglio 2013

Il brianzolo Egidio Brugola


Egidio Brugola (Lissone, 1901 - 1958) fu l'inventore delle viti e delle chiavi che presero il suo nome, nonché fondatore delle omonime officine.

Set di chiavi a brugola

Il suo cognome si trova anche sui dizionari della lingua italiana. Alla voce «brugola», lo Zingarelli recita: «Vite con testa a incavo esagonale, dal nome del suo produttore, Egidio Brugola».
Esiste, infatti, il signor Brugola: come Biro, Gillette e Diesel, è uno dei pochi ad aver dato il proprio nome a un oggetto di uso comune.
Giannantonio Brugola, 60 anni, figlio di Egidio, è il presidente della Oeb, un' azienda con sede a Lissone, Lisôn, che ha conquistato il mondo della bulloneria, in particolare nel settore delle viti per i motori.

Una foto della vecchia Lissone

Negli ultimi tempi alla Oeb c' è un motivo in più per festeggiare: l' azienda ha appena riportato una vittoria importante, che Brugola riveste di contorni patriottici (non a caso negli stabilimenti sventolano i tricolori). «Italia batte Germania due a zero» ride soddisfatto. Nel ' 93 Brugola ha infatti brevettato una vite nuova, la «Polydrive», che presenta una testa con una forma evoluta di esagono. In sostanza, permette un maggior serraggio con uno sforzo minore. Non solo: la vite può essere utilizzata, quasi con la stessa efficacia, anche con una «classica» chiave brugola. «Ebbene, i nostri acerrimi nemici tedeschi hanno cercato di impedirci di ottenere il brevetto europeo - spiega Brugola -. La commissione d' appello ha dato ragione a noi. Ma non è finita: i tedeschi, poi, ci hanno copiato la Polydrive. Ma se ne usano anche una sola, chiederò 20 milioni di euro di richiesta danni per motore»1.

La storia della dinastia della brugola inizia nel 1926 quando la Oeb viene fondata da Egidio, quello che i dizionari considerano l' inventore della vite esagonale. «In realtà non è proprio così - precisa Giannantonio, che ha dovuto iniziare a occuparsi dell' azienda a 16 anni, alla morte del padre -. La vite che adesso chiamiamo brugola esisteva già all' inizio del secolo scorso. Ma è stato mio padre, nel ' 45, a brevettare una forma di brugola con un gambo a "torciglione" che assicurava una particolare elasticità. Era così rivoluzionaria che fu utilizzata 40 anni dopo»2.
Genialità, amore per l' innovazione e la tecnologia, spirito pionieristico, qualità assoluta sono alcune delle parole che spiegano il fenomeno brugola. Ma sono anche sinonimo di un impegno che si traduce, ogni anno, in un investimento minimo del 10-15% del fatturato. Una genialità che ha fatto conquistare il 23% della produzione mondiale di viti «testata» e una serie di prestigiosi riconoscimenti di qualità ricevuti dalle case automobilistiche. E che ha consentito, alla Oeb, di diventare unico fornitore dei motori prodotti in Europa dalla Ford, oltre che di alcuni tipi della Volkswagen e, presto, del 5 cilindri della casa tedesca. Insomma, oggi al mondo circolano diverse milioni di auto con motori assemblati da viti brugola. E adesso c'è la nuova vittoria contro i tedeschi. Soddisfazione non basta a spiegare lo stato d' animo di Brugola: «Sì, sono felice, ma non per motivi economici: è che la Polydrive è come un figlio per me. Inoltre i tedeschi ci trattano sempre con una tale spocchia... Ma questa volta la figura dei cioccolatai l'hanno fatta loro»3.
 
 
Lapide posta nello stabilimento Officine Egidio Brugola a ricordo di alcuni lavoratori trucidati dai nazifascisti nel 1944 (Fonte www.anpi-Lissone)
 
Italiano atipico dal nome di origine fiamminga (come i pittori Bruegel) che ama l' Italia come pochi, parla correntemente 5 lingue, «germanista» che da giovane traduceva i classici tedeschi e ora con i tedeschi «combatte», Brugola è anche un grande appassionato di auto: «Non posso realizzare la loro forma, così contribuisco a formarne il cuore»4.

Beniamino Colnaghi

Note
1 - 4) Corriere della Sera, intervita del 19 marzo 2003, p.54.

giovedì 4 luglio 2013

La grande storia d’amore tra Olga e Luís Carlos


Nata il 12 febbraio 1908 in una colta e facoltosa famiglia ebraica di Monaco, Olga Benario racconterà di essere diventata una convinta rivoluzionaria leggendo delle ingiustizie che emergevano dalle carte processuali su cui lavorava il padre, Leo Benario, avvocato e socialdemocratico tedesco. Nel suo studio legale di Karlplatz il padre riceveva tanto la ricca clientela della borghesia cittadina, quanto modesti operai bavaresi che egli difendeva gratuitamente. Olga proverà sempre un grande affetto per il padre, anche se lo considererà troppo moderato rispetto ai suoi ideali rivoluzionari.

Olga Benario
Fonte Wikipedia.org. Questa immagine è nel pubblico dominio perché il relativo copyright è scaduto.

Ideali che condividerà, invece, con lo scrittore Otto Braun, con il quale si trasferirà a Berlino diventando, a soli 17 anni, segretaria del partito comunista, dichiarato illegale, nel popolare quartiere di Neukoelln. L'attività di Olga era quella consueta di ogni militante: stampe di ciclostili, volantinaggi, picchetti alle fabbriche in sciopero, manifestazioni, la lettura dei classici del marxismo e le riunioni con i compagni fino a notte nella birreria Müller della Zietenstrasse. La frequentazione degli ambienti intellettuali berlinesi la portò ad un impegno sempre più totalizzante fino a quando, nel 1928, si rese protagonista di uno spettacolare assalto nell'edificio della Corte penale di Moabit, quartiere di Berlino per aiutare a fuggire Otto Braun e altri compagni, incarcerati per alto tradimento. Otto e Olga stettero nascosti per qualche tempo a Berlino per poi, in auto e con falsi documenti, espatriare prima in Polonia e successivamente raggiungere in treno l'Unione Sovietica. 
A Mosca Olga ricevette il nuovo nome di Olga Sinek, entrò a far parte del Comitato centrale della gioventù comunista internazionale e di un’unità regolare dell’Armata Rossa, imparando ad usare le armi, a cavalcare, a pilotare aerei ed a lanciarsi col paracadute. 
La sua segreta speranza fu sempre quella di tornare prima o poi in Germania. Questo obiettivo la portò ad accettare con entusiasmo le varie missioni all’estero che le venivano affidate anche grazie alla conoscenza di quattro lingue e alla sua brillante intelligenza. Ma quando le venne chiesto di assumere un impegnativo incarico in America Latina, la sua emozione fu rivolta soprattutto all’incontro con quel mitico brasiliano che era riuscito a convincere l’Internazionale comunista che i tempi erano maturi per esportare la rivoluzione in quel continente.

Luís Carlos Prestes 
Fonte Bundesarchiv (Archivio Federale Tedesco) su Wikipedia.org
 
Giunto a Mosca tre anni prima, Luís Carlos Prestes era famoso come capitano della “Coluna invicta”, ovvero un contingente di 1200 uomini, tutti disertori, che per circa tre anni guidò attraverso alcuni stati brasiliani, percorrendo a piedi 25mila chilometri e fronteggiando coraggiosamente l’esercito. Tuttavia, l'obiettivo di sollevare le masse contadine contro la dittatura del presidente Artur da Silva Bernardes e rovesciarne il regime fallì.

Quando la notte del 29 dicembre 1934 il capitano Luis Carlos Prestes incontrò alla stazione di Mosca l’agente segreta Olga Sinek, incaricata dal Comintern di fingersi sua consorte e accompagnarlo in Brasile per una missione che ha come obiettivo l’insurrezione popolare contro la dittatura di Getúlio Dornelles Vargas, la sua imperturbabilità vacillò. Olga era una donna molto bella: occhi chiarissimi e magnetici, esaltati da una chioma di capelli corvini, affascinante e intelligente, un corpo longilineo, più alta di lui. 
In quel treno per Leningrado ha inizio un viaggio che li condurrà attraverso molte capitali europee, molteplici  travestimenti e altrettanti cambi di identità. L’8 marzo 1935 il console del Portogallo in Francia li fornì di falsi documenti intestati al commerciante di Lisbona Antônio Vilar e a sua moglie Maria Bergner. Tornati a Parigi chiesero e ottennero dall'ambasciata americana il visto d'ingresso per gli Stati Uniti: curiosamente, dovettero, come d'obbligo, sottoscrivere la dichiarazione di non essere comunisti. Era ormai arrivato il momento di lasciare la vecchia Europa e da Brest i coniugi Vilar s'imbarcarono per New York. Quel viaggio ebbe almeno un successo garantito: la mattina del 26 marzo 1935, quando il transatlantico Ville de Paris attraccò a New York, Antônio Vilar e Maria Bergner, alias Luis Carlos e Olga, non sono più una coppia di copertura, ma si amano davvero.  Dopo alcuni giorni di sosta a New York i Vilar si trasferirono a Miami da dove raggiunsero dapprima il Cile e poi l’Argentina. A Buenos Aires i due viaggiatori “portoghesi” ottennero il visto d'ingresso per il Brasile. 
In Brasile, già dalla seconda metà del 1934, un piccolo numero di accademici e di militari fondò la Aliança Nacional Libertadora (ANL) il cui programma di base aveva come punti principali la sospensione del debito estero del paese, la nazionalizzazione delle imprese straniere - numerose in Brasile, specialmente statunitensi e inglesi - la riforma agraria, una politica economica a favore dei piccoli proprietari terrieri e delle medie imprese, l'attuazione delle più ampie libertà democratiche e la costituzione di un nuovo governo che questo programma intendesse realizzare. Nei primi di maggio del ‘35, nel corso di una manifestazione tenuta a San Paolo, fu data lettura di una lettera di Luís Carlos Prestes, nella quale egli, dopo aver ricordato la sua esperienza in Unione Sovietica dove aveva contribuito alla edificazione del socialismo, dichiarava di riconoscere alla ANL un carattere «antimperialista, combattivo, rivoluzionario» e rivolgendosi «agli operai, ai contadini, ai soldati e marinai, agli studenti, agli intellettuali onesti, alla piccola borghesia delle città e a tutti quelli che soffrono per la situazione di miseria e di fame», li chiamava «a lottare per la liberazione nazionale del Brasile [...] per farla finita con il regime feudale e per difendere i diritti democratici sempre più soffocati dalla barbarie fascista o fascistoide»1.

Il presidente del Brasile Vargas ed il presidente americano Roosevelt
Foto nel pubblico dominio

Le sollevazioni popolari, appoggiate da pochi gruppi di ufficiali e militari, furono facilmente soffocati dall’intervento delle truppe governative. La rivolta di novembre 1935 venne soffocata nel sangue. Seguirono gli arresti degli ufficiali rivoltosi e in pochi giorni migliaia di dirigenti, di iscritti e di simpatizzanti dell'ANL e del Partito comunista finirono in carcere. Non Olga e Luís Carlos. Mentre i servizi segreti inglesi e americani collaboravano con il regime di Vargas cercando di ricostruire i movimenti e le reali identità degli stranieri implicati nella rivolta, la polizia brasiliana torturava i prigionieri per farsi indicare il nascondiglio dei capi dell'ANL. La notte del 5 marzo 1936 centinaia di soldati e poliziotti cominciarono una sistematica perquisizione di tutte le case nel popolare quartiere Méier di Rio de Janeiro. Olga e Prestes furono scoperti e condotti alla sede centrale della polizia. Qui furono separati e, senza che lo sapessero, da allora non si sarebbero più rivisti. Durante i primi interrogatori, Olga sostenne di chiamarsi Bergner, di essere belga di origine e ora brasiliana in virtù del suo matrimonio con Luís Carlos Prestes. La maggiore preoccupazione di Olga era quella di non rivelare le sue origine tedesche per evitare di essere estradata nella Germania nazista. Ma l'ambasciatore brasiliano a Berlino, attraverso la Gestapo, scoprì la sua vera identità. Trasferita in carcere con altre detenute, in aprile si accorse di essere incinta. Tuttavia la prospettiva dell'espulsione di Olga dal Brasile quale soggetto indesiderabile e la sua conseguente consegna alle autorità naziste si faceva molto concreta, stante la decisa volontà in tal senso del dittatore Vargas, il quale sperava così di costruire un’alleanza con Hitler. 

Olga Benario durante la prigionia
Fonte Bundesarchiv (Archivio Federale Tedesco) su Wikipedia.org

Nel settembre 1936 Olga fu imbarcata sulla nave La Coruña, ancorata nel porto di Rio e battente bandiera del Terzo Reich. Olga, al settimo mese di gravidanza, è dapprima rinchiusa nel carcere femminile di Barnimstrasse 15 a Berlino dove, a novembre, partorisce la figlia Anita Leocádia Prestes, in onore di Anita Garibaldi. La bambina, all’età di un anno, venne affidata alla nonna paterna la quale la mise in salvo dapprima a Parigi per poi portarla in Messico. Sapendo che sarebbe arrivata molto presto la sua fine, Olga scrisse un’ultima lettera a sua figlia ed al suo compagno:

« [...] Cara Anita, amore mio caro, mio Garoto, piango sotto le coperte perché nessuno mi senta, perché oggi sembra che non avrò la forza di sopportare una cosa così terribile. Ed è proprio per questo che mi sforzo di dirvi addio adesso, per non farlo nelle ultime e difficili ore. Dopo questa notte, voglio vivere per il breve futuro che mi resta. Da te ho imparato, caro, cosa significa la forza di volontà, specialmente se emana da fonti come la nostra. Ho lottato per ciò che c'è di più giusto e di più buono e di migliore al mondo. Ti prometto adesso che fino all'ultimo istante non dovrai vergognarti di me. Spero che mi capiate: prepararmi alla morte non vuol dire che mi arrendo, ma che saprò affrontarla quando arriverà [...] Conserverò fino all'ultimo momento la voglia di vivere… ».2

Olga Benario entrò nella camera a gas di Bernburg il 23 aprile 1942. Luís Carlos Prestes seppe della morte di Olga nel mese di luglio del ’45 quando, liberato dal carcere per effetto di un'amnistia, stava tornando a Rio de Janeiro da una manifestazione politica tenuta a San Paolo.

Per chi voglia conoscere l’appassionante e intensa storia di Olga Benario “Sinek”, consiglio il coinvolgente libro di Fernando Morais, Olga. Vita di un'ebrea comunista, Il Saggiatore.

Beniamino Colnaghi

Note e bibliografia
1 Fernando Morais, Olga. Vita di un'ebrea comunista, Milano, Il Saggiatore, 2005, p. 80.
2 F. Morais, op.cit., pp. 259-260.
Alessandra Orsi, Una comunista in dono a Hitler, Diario, Memoria, 2005, anno V n.1, pp. 130-132.

venerdì 28 giugno 2013

Un uomo solo al comando
 

Giro d'Italia 1953. Fausto Coppi sullo Stelvio.
 

venerdì 14 giugno 2013

La domenica andando alla messa…

Prendendo in prestito il titolo della nota canzone che Gigliola Cinquetti portò alla ribalta nei primissimi anni Settanta, un pezzo lieve e popolare, vorrei sviluppare un argomento di estrema attualità, che si iscrive, fatte le debite differenze che ogni periodo storico porta con sé, nel solco della tradizione cattolica e che qualcuno fa risalire addirittura ai tempi dell’imperatore romano Costantino.
Negli ultimi mesi si è aperta una disputa, una contrapposizione, rimasta per ora nei binari della civile moderazione, sull’opportunità dell’apertura dei negozi nei giorni di domenica. Per molte persone e categorie sociali, l’oggetto del contendere si sviluppa e si protende fin sul concepimento dell’organizzazione della vita delle persone, sul concetto di dare alla propria esistenza dimensioni e ritmi più lenti e “umani”. Confesercenti, la categoria dei piccoli commercianti, ha proposto l’iniziativa “Libera la domenica”, che prevede la raccolta di firme contro l’apertura domenicale dei negozi, tanto è vero che da alcuni mesi sono attivi dei banchetti che raccolgono le firme negli angoli e nelle piazze delle nostre città.
 
Il manifesto che pubblicizza l'iniziativa.
Un’alleata di Confesercenti, forse insperata, ma certamente di “peso”, è stata la Cei, la Conferenza episcopale italiana, che ha invitato le diocesi italiane ad aderire all’iniziativa e mettere a disposizione spazi e volontari. Davanti ad alcune chiese sono così spuntati i classici banchetti, sotto i quali i volontari raccolgono le firme dei fedeli che escono dalla messa domenicale. Un responsabile della diocesi di Milano ha recentemente affermato che: “L’obiettivo è sostenere una proposta di legge di iniziativa popolare che renda le aperture degli esercizi commerciali compatibili con le esigenze degli imprenditori, dei lavoratori e delle loro famiglie. Non ci vogliamo intromettere nel dibattito fra ipermercati e piccoli negozianti sulle saracinesche aperte e sull’organizzazione del lavoro. Per noi è importante salvaguardare il valore della domenica come giorno festivo nel senso forte del termine, come giorno in cui si coltivano i legami e si può dedicare del tempo all’incontro con Dio”, aggiungendo inoltre: “Se la domenica diventa il giorno delle compere, della spesa e degli acquisti, si rischia che le famiglie vivano sempre solo appiattite sulla dimensione del consumo e della produzione”. Sull’argomento è intervenuto l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, il quale ha recentemente dichiarato: “Nessun uomo in ogni tempo e luogo può fare a meno del riposo, visto che non è onnipotente. Il riposo, insieme agli affetti e al lavoro, è uno dei pilastri della vita quotidiana: si deve trovare la compatibilità con il lavoro”.

Si può essere d’accordo, o meno, con l’iniziativa di Confesercenti e con l’impostazione etica e sociale data dalla Cei e dalle diocesi italiane, ma non si può certo non tener conto del fatto che la Chiesa cattolica, già dall'epoca di Costantino, abbia invitato i propri fedeli ad osservare i precetti fondamentali e le leggi morali, tra i quali figura la partecipazione alla messa della domenica e delle altre feste comandate.

Per cercare di capire quali fossero i comportamenti dei fedeli verderiesi, soprattutto nei primi decenni del secolo scorso e quali le implicazioni rispetto al lavoro dei contadini e degli operai, nonché le eventuali “ammende” comminate a coloro che contravvenissero ai precetti della Chiesa e delle autorità ecclesiastiche, ho svolto alcune ricerche e sentito persone che hanno vissuto direttamente gli eventi a partire dagli anni Trenta e Quaranta ovvero sono state parte di quel sistema di tradizione orale che ha trasmesso, fino ai giorni nostri, gran parte del patrimonio storico e culturale.

La bella chiesa di Verderio Superiore.
Come accennato poco sopra, le autorità ecclesiastiche cattoliche vietavano il lavoro domenicale dei fedeli, o perlomeno cercavano di limitarlo. I parroci più avveduti e sensibili rispetto al miglioramento della vita dei loro parrocchiani, concedevano la possibilità ai contadini di poter lavorare nei giorni di domenica e festivi. Ma questa facoltà, i parroci, sempre in bilico tra il rigoroso rispetto dei precetti e la comprensione verso la dura vita delle masse contadine, la concedevano solo dietro richiesta, tanto è vero che si ha evidenza del fatto che don Luigi Galbiati, già parroco di Verderio Superiore dal 1897 al 1923, ebbe modo di rimproverare quei contadini che lavoravano la domenica senza che fosse stato richiesto il preventivo permesso. In cambio dell’autorizzazione allo svolgimento del lavoro festivo, generalmente i parroci chiedevano a coloro che avevano disatteso gli obblighi imposti dai precetti, la partecipazione alle funzioni religiose serali.

Le deroghe venivano concesse generalmente a partire da aprile, mese nel quale si seminava il granoturco, e proseguivano in maggio fin oltre i mesi estivi, quando i lavoratori della terra erano maggiormente impegnati a causa dell’allevamento dei bachi da seta e della mietitura e trebbiatura del frumento. Era un lavoro gravoso, quest’ultimo, iniziato sempre al primo levar del sole anche per evitare, per quanto possibile, la calura del periodo. Il grano infatti veniva tagliato intorno alla fine di giugno e i primi di luglio. Era anche un lavoro lungo per cui erano necessarie un buon numero di persone, ovvero tutti i componenti la famiglia ed altri che venivano in aiuto, ai quali però l’opera doveva essere successivamente restituita. Durante questi mesi di duro lavoro, i contadini non avevano nemmeno il tempo di recarsi all’osteria, l’unico vero momento di svago concesso da una vita carica di fatiche e privazioni.

La mietitura del frumento da parte di una famiglia contadina.
Diversamente, durante gli altri mesi dell’anno, i coloni, sgravati dai lavori più faticosi e impegnativi, erano tenuti a partecipare alle funzioni religiose, soprattutto nei giorni festivi e nelle feste comandate, come recita uno dei cinque precetti generali della Chiesa.
A Verderio, come per il resto della settimana, anche la prima messa della domenica veniva celebrata alle cinque e trenta del mattino, durante i mesi estivi, e alle sei nei mesi invernali.
Fin oltre gli anni Quaranta, e comunque durante tutto il periodo della seconda guerra mondiale, la maggior parte delle famiglie contadine, terminate le funzioni religiose nei giorni festivi, si dedicava al riposo ed ai momenti di incontro, sia in famiglia sia nelle strutture preposte, quali gli oratori e le osterie del paese. Le poche attività che venivano svolte erano strettamente funzionali al mantenimento dei componenti la famiglia e della buona gestione degli animali, importante fonte di integrazione del reddito contadino. Nei giorni festivi gli uomini non svolgevano le quotidiane e ordinarie operazioni, quali quelle di spazzare le stalle e strigliare e spazzolare il manto dei cavalli, ma si limitavano alla mungitura delle mucche e alla distribuzione del mangime. Nel pomeriggio i bambini ed i ragazzi frequentavano in massa gli oratori, rigorosamente separati tra maschi e femmine, e venivano coinvolti nei giochi e nei divertimenti in voga in quegli anni. Le donne, liberate dall’impegno del bucato, non avevano molte opportunità di svago, se non quelle di riunirsi, nelle calde stalle nei mesi invernali, e sotto i portici e nei cortili durante la bella stagione. Normalmente, oltre le chiacchiere di cortile, amavano ricamare, rammendare e fare la maglia.

Un contadino intento a "regolare" le mucche in una stalla.
A partire dagli anni Cinquanta la situazione si è via via leggermente modificata ed evoluta. La miseria ereditata dalla guerra, l’assunzione di molti giovani nelle fabbriche dell’hinterland milanese e una concezione più laica e aperta della vita hanno indotto molte persone, diventate più consapevoli di essere protagoniste della propria vita, a “rimboccarsi le maniche” e lavorare ancora di più al fine di migliorare le proprie condizioni materiali. Il reddito ricavato dal lavoro della terra si dimostrò insufficiente a colmare e soddisfare le nuove esigenze. A Verderio Superiore, inoltre, la famiglia Gnecchi, proprietaria della maggior parte delle terre e degli immobili dati in affitto ai coloni, cominciò a vendere le sue proprietà. La scomposizione delle famiglie patriarcali in nuovi e più piccoli nuclei familiari, fecero il resto. Fu così che quella parte della popolazione più giovane, ansiosa di crearsi una propria famiglia e rendersi più indipendente, la quale durante la settimana era occupata in fabbrica, dovette comunque proseguire nelle attività dei campi e collaborare con la famiglia d’origine. I soldi ed il tempo non bastavano mai. Si rese necessario quindi fare il doppio lavoro, in fabbrica e nei campi, e lavorare la domenica e durante i giorni festivi per avere il denaro sufficiente ad acquistare dalla famiglia borghese del luogo i modesti locali che avrebbero ospitato il nuovo nucleo familiare, ristrutturarli e provvedere al mantenimento di moglie e figli. Inoltre, le giovani coppie, attratte dall’avvento sul mercato delle nuove tecnologie, cominciarono ad acquistare apparecchi radio più moderni ed i primi modelli di televisori. Successivamente, nei primi anni Sessanta, con l’avvento del boom economico, esplose il mercato dei piccoli e grandi elettrodomestici. Qualcuno, forse più benestante di altri o semplicemente più appassionato di motori, comprò le prime Vespe e Lambrette, qualcun altro cominciò a frequentare la sala da ballo presso l’ex albergo di Paderno d’Adda, contro il parere dei parroci, ma questa è tutta un’altra storia, che rischia di portarci fuori strada.

A seguito e per gli effetti dello sviluppo economico della società, la gente cominciò ad avere più voglia di benessere e divertimento e meno di vincoli e precetti imposti dall’alto.
Tuttavia, come dice un antico proverbio, presto o tardi tutti i nodi vengono al pettine. Dopo decenni nei quali abbiamo assistito ad un irrefrenabile sviluppo del consumismo, fenomeno osservato da molti con rispetto quasi religioso, e al nascere di una modernità che ha perso per strada gran parte delle migliori tradizioni e dei valori, pare che oggi stia maturando, anche in una Chiesa che negli anni ha perso fedeli e in parte smarrito le sue origini e la sua vera vocazione, una nuova consapevolezza etica ed una nuova sensibilità verso argomenti, tanto antichi quanto attuali.
 
Beniamino Colnaghi

sabato 1 giugno 2013

Leggende dal ghetto di Praga: Rabbi Löw
 
Quella che viene di seguito proposta è una storia che ancora oggi avvolge l’antica comunità ebraica praghese. Nel post si raccontano la vita e le opere di uno dei più importanti rabbini della capitale boema, Judah Loew ben Bezalel, noto anche come Jehuda Löw ben Bezalel. Figlio di Bezakek ben Chajim, uomo molto stimato nella città di Worms sul Reno, in Germania, nacque probabilmente nel 1512 nella stessa Worms, oppure a Poznań, una città sul fiume Warta, nella parte occidentale della Polonia. Morì a Praga il 17 settembre 1609. Rabbi Löw operò per molti anni a Poznań come rabbino, per poi trasferirsi a Praga alla corte dell’imperatore Rodolfo II, dove venne eletto rabbino capo, carica che mantenne fino alla sua morte. Fu sepolto presso il Vecchio Cimitero ebraico di Praga, luogo in cui si conserva tuttora la sua tomba con la pietra tombale intatta.

La tomba di Rabbi Löw
 
Jehuda Löw abitava nel vicolo principale del quartiere ebraico di Praga, la Breite Gasse. Sulla porta della sua casa fece scolpire su una pietra un leone con un grappolo d’uva come simbolo della sua discendenza.

Negli anni in cui Rabbi Löw si stabilì a Praga, moltissimi ebrei provenienti dalla Russia e dai Balcani immigrarono in quella città, che divenne anche meta di fuggitivi dalla Spagna e dal Portogallo, i quali cercavano riparo dalla feroce Inquisizione scatenata in quelle terre. Altri coloni e sbandati arrivarono da città tedesche e dall’Europa Centrale.

Rabbi Löw visse con angoscia quegli anni così difficili per il suo popolo, durante i quali si moltiplicarono gli attacchi antisemiti e le devastazioni popolari, con conseguenti massacri e saccheggi, avvenuti spesso nell’indifferenza delle autorità.

Il suo nome è inoltre legato alla leggenda del Golem, pubblicata oltre due secoli dopo la sua morte, secondo la quale, per proteggere gli Ebrei del ghetto da attacchi antisemiti e pogrom, egli avrebbe creato un essere vivente fatto d'argilla, utilizzando le conoscenze esoteriche riguardo alla creazione di Adamo.

La statua di Rabbi Löw a Praga.

Un giorno Rabbi Löw chiese udienza all’imperatore al fine di avere un appoggio politico per proteggere il suo popolo, ma il suo segretario lo allontanò in modo sgarbato dal palazzo. Allora attese tra la folla radunata sul Ponte Carlo, in ceco Karlův Most, il passaggio della carrozza imperiale che si stava dirigendo verso la città vecchia, in lingua ceca Staré Město. Al suo sopraggiungere gli si fermò dinnanzi con le braccia tese obbligando i cavalli ad una brusca frenata. L’imperatore, parecchio alterato, si affacciò al finestrino per vedere che cosa fosse successo. Rabbi gli si avvicinò, non prima di aver fatto un profondo inchino, e porse al regnante una lettera di supplica con preghiera di concedergli udienza. Dopo sette giorni, davanti alla casa del rabbino si fermò una lussuosa carrozza che lo portò al cospetto dell’imperatore. Sedette di fronte a lui e ad altri eruditi e nobili di corte, discutendo la questione degli attacchi contro gli Ebrei e della minacciata espulsione dalla città del suo popolo. L’imperatore capì ed ebbe clemenza. Lo stesso giorno Rodolfo II ordinò che agli Ebrei non fosse fatta nessuna ingiustizia e che ogni loro infrazione dovesse essere giudicata da un tribunale ordinario. Ordinò anche che, per colpa di un singolo, non si dovesse mai ritenere responsabile l’intera comunità.

Grazie alle sue sagge mediazioni ed alla capacità di dialogo, la sua stima andò crescendo anno dopo anno ed a Praga si cominciò a dire che fosse saggio quanto il re Salomone.

Il tempo, però, non giocò a favore del popolo ebraico. L’imperatore, per lo più occupato con i suoi interessi scientifici e le sue passioni, delegò gli affari di stato ai suoi consiglieri, i quali, non amando gli Ebrei, utilizzavano ogni occasione per contrapporre l’imperatore contro di essi. Stanco di questo stato di tensione e delle continue liti, Rodolfo II dispose, senza indugio, l’espulsione di tutti gli Israeliti dalle sue terre.

Durante una delle notti seguenti, l’imperatore ebbe uno strano sogno. Vide sé stesso viaggiare in carrozza, sudato e con difficoltà a respirare. Vedendo nei pressi un fiume, fece fermare la carrozza ed entrò a rinfrescarsi. Guadagnata la riva, vide con stupore che i suoi abiti, la carrozza ed il seguito erano scomparsi. Cominciò a camminare nel bosco, fino a notte fonda. Quando avvistò le prime luci di Praga, era ormai mattino. Scambiato per un mendicante, la gente lo coprì di insulti e lo respinse nella ricerca di cibo. Sulla strada principale che conduceva al suo castello, notò il passaggio della carrozza imperiale con a bordo un uomo. Gli fu subito chiaro che un qualche impostore si era impossessato dei suoi vestiti ed aveva preso il suo posto.

Umiliato, con i piedi feriti e lo stomaco vuoto camminò fino al ghetto e si diresse davanti alla sinagoga Vecchia-Nuova, che gli fece ricordare Rabbi Löw, il quale abitava poco distante. Si diresse presso la sua abitazione, dove venne accolto con rispetto e dove poté lavarsi e mangiare qualcosa. Ristorato, chiese aiuto al rabbino capo il quale, saggiamente, gli disse: “Tutti i malfattori tornano sempre sul luogo del delitto. Oggi farà molto caldo e sicuramente il vostro sosia andrà a farsi il bagno nello stesso fiume e luogo dove è diventato imperatore grazie all’inganno. Andate in quel luogo e fate la stessa cosa che lui ha fatto a voi”.

In cambio, Rabbi Löw chiese all’imperatore di concedere alla comunità ebraica praghese di rimanere nella terra dei suoi padri. L’imperatore predispose un nuovo decreto con il quale annullava il suo provvedimento di espulsione.

La scena si svolse come Rabbi predisse e ciò permise all’imperatore di riappropriarsi dei suoi vestiti e correre velocemente con la carrozza al castello. In quel preciso momento Rodolfo II si svegliò, disteso sul suo letto e tutto gli parve estremamente chiaro. Si avvicinò al tavolo della sua stanza e notò che sopra di esso c’era il decreto da lui stesso redatto e sottoscritto.

Rimase a lungo seduto a riflettere.
Il mattino successivo consegnò ai suoi ministri il decreto di annullamento dell’espulsione, dicendo di recapitarlo a Rabbi Löw, il quale informò immediatamente la sua fedele comunità che sarebbe rimasta a Praga ancora per lungo tempo.
 
Francobollo commemorativo in occasione del quattrocentesimo anniversario dalla morte.
 

Beniamino Colnaghi