martedì 19 novembre 2013

Lev Tolstoj ed il racconto di una contadina russa

La casa editrice “Fratelli Treves” nacque a Milano nel 1861 e prese inizialmente il nome del suo fondatore, Emilio Treves, nato a Trieste nel 1834, secondogenito di Sabbato Graziadio, rabbino della comunità israelitica di Trieste. Sabbato Graziadio Treves insegnò all’università e fu considerato uno dei rabbini più liberali e illuminati del suo tempo.

Emilio, trasferitosi dopo alcuni anni a Milano, patria di quella coscienza italiana che sfociò nei moti antiaustriaci e nelle battaglie risorgimentali, aprì la sua prima tipografia in via Durini e iniziò quel lungo percorso che l’avrebbe portato ad essere uno dei più grandi editori italiani.

Treves avviò importanti collaborazioni con alcuni tra i più importanti scrittori del tempo, tra cui Edmondo De Amicis, Giovanni Verga, Camillo Boito, Emilio De Marchi, Gabriele D’Annunzio, Ada Negri e Luigi Pirandello. La casa editrice fu attiva con il proprio nome fino al 1939, anno in cui l'industriale Aldo Garzanti rilevò l'azienda, mutandone subito dopo il nome per ottemperare alle disposizioni delle leggi razziali fasciste, considerato che i Treves erano ebrei.

Circa quattro anni fa, durante una visita alla bancarella di libri usati di piazza Cairoli a Milano, comprai alcuni vecchi volumetti editi negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Sgualciti e ingialliti, ma di un certo interesse, almeno per me. Uno di essi, il cui titolo è La mia vita (1), edito nel 1924 dalla “Fratelli Treves Editori”, si riferisce ad un racconto dettato da una contadina russa a Tatiana Andréièvna Kouzminskaia, cognata di Lev Tolstoj. Il grande romanziere russo rivisitò il testo e ne corresse alcune parti. Accettò fin dal principio di essere il padrino di un’opera di cui non era l’autore, alla quale diede inizialmente il titolo Babia Dolia, la sorte della contadina.

Tatiana Andréièvna Kouzminskaia (La foto è nel pubblico dominio poiché il relativo copyright è scaduto).

Lo scritto fu dato dallo stesso Tostoj a Charles Salomon, amico dello scrittore, affinché lo leggesse, ne esprimesse le sue impressioni e si impegnasse a tradurlo. Il Salomon lo tenne quasi trent’anni. Quando restituì il racconto a Tolstoj, lo accompagnò da pareri favorevoli, densi di ammirazione. Scrive il Salomon nel proemio che, se una persona non ha vissuto in Russia non ha avuto occasione di “sperimentare le meravigliose qualità di narratore del contadino, di ammirare la precisione dei suoi racconti, il suo acuto senso del pittoresco, la sua finezza, la sua emozione comunicativa”. Prosegue affermando che “…il racconto è una narrazione di vita rustica e se, come io credo, è un capolavoro, è un capolavoro d’anima popolare”.

Fu solo allora che Lev Tolstoj raccontò le origini del racconto all’amico Charles.

Nelle vicinanze di Jasnaja Poljana(2) sorgeva il piccolo villaggio di Kotchaki. Le due località distavano tra loro solo una versta(3). A Kotchaki abitava una contadina di nome Anissia. Le vicissitudini della vita la portarono ad abitare per qualche anno in Siberia. Ritornata al villaggio, nel 1882 sposò il sagrestano. Anissia era sì una contadina di modeste origini, ma aveva il grande dono di saper raccontare storie vissute e fatti con grande sapienza. Fu così che Tatiana A. Kouzminskaia, sorella della moglie di Tolstoj, ne raccolse la storia e la sottopose al romanziere.
 
Jasnaja Poljana, casa museo di Tolstoj, tratta da Wikipedia.org

La storia ruota attorno a due figure centrali, Danilo e Anissia, contadini che vivono nella Grande Russia di metà Ottocento. L’uomo, dice Salomon ”non è all’altezza della donna, caso frequente in Russia e che si verifica in ogni classe sociale”. Danilo è spento, fiacco, poco comunicativo. Anissa è forte, svelta e vivace. La donna è oltremodo guidata da un netto sentimento del dovere nei confronti di suo marito e dei suoi figli. Ha conosciuto il servaggio(4) e non lo ricorda se non per osservare che in quei tempi alle giovani madri si usavano dei riguardi più tardi ignorati e che quando il padrone era forte, erano meno frequenti i furti. Anissa non sa né leggere né scrivere ma, fin dalla sua infanzia, ha frequentato la Chiesa locale. Crede all’intervento del Signore nei fatti della propria esistenza e di quelli della propria famiglia. Essa sa che Rachele, moglie di Giacobbe, non voleva essere consolata, e non ignora che il Signore ha visitato Giobbe per i suoi peccati.

Anissa, che parla un bellissimo linguaggio popolare che si può considerare come il vernacolo campagnolo della Russia centrale, conosce non solo le sacre scritture ma le sono familiari anche le usanze ereditarie dei contadini russi e le pratiche quotidiane delle donne e degli uomini dei villaggi di campagna. Quindi, questa semplice storia di metà Ottocento, raccontata da una contadina analfabeta ad una nobildonna russa, così spoglia di letteratura, è invece piena di grandezza biblica e arcaica.

Secondo il parere di Tatiana, secondogenita di Tolstoj, morta a Roma nel 1950, il racconto è “il miglior racconto popolare russo(5).

Tolstoj con la moglie, uno dei figli ed il cane (Fonte Wikipedia.org)
Questa foto è nel pubblico dominio perché il relativo copyright è scaduto.
 
A proposito di Tatiana, è interessante aprire una breve parentesi sulla sua figura, tratta dalla pagina della Tolstaja dell’enciclopedia libera Wikipedia.
 
Nata a Jasnaia Poliana nel 1864, fin da ragazza si appassionò ai problemi di pedagogia. Conobbe Maria Montessori e s’interessò al suo metodo e ne portò in Russia tutte le pubblicazioni. Dopo la Rivoluzione bolscevica fondò insieme alla madre e ad alcuni fratelli il Museo Tolstoj. Lasciò la Russia per dirigersi prima a Praga, ospite del presidente Tomaš Masaryk (vecchio amico di Tolstoj) e poi a Vienna. Si spostò quindi in Francia e infine in Italia. Con modeste risorse (Tolstoj aveva rinunciato ai diritti d’autore), trascorse gli ultimi vent'anni con la figlia a Roma, dove allestì una «camera tolstoiana», ovvero un piccolo museo dedicato al padre. Nel dicembre del 1931 il Mahatma Gandhi sostò in Italia per tre giorni: durante quel soggiorno, la visita di Tat'jana Tolstaja fu l'episodio che gli fece più piacere. Come il padre fu sempre una convinta vegetariana, contraria al tabacco e profondamente antimilitarista. Quando si ammalò, poiché desiderava morire in piena coscienza, rifiutò decisamente l'uso di narcotici.

Per chiudere sulla storia di Anissa è utile ricordare che, per tutti i motivi contenuti nel libro e per la sua purezza e bellezza, Lev Tolstoj intervenne il meno possibile sulla struttura del racconto, limitandosi a rettifiche sulla costruzione di qualche periodo e su correzioni grammaticali. Tolstoj, a giudizio del Salomon e di sua cognata, giudicò entusiasticamente il racconto. Era sempre disposto a collocare molto al di sopra dei propri scritti ciò che veniva direttamente dal popolo.

Beniamino Colnaghi
 
Note
1. La mia vita, racconto dettato da una contadina russa a T.A. Kouzminskaia, riveduto e corretto da Leone Tolstoj, Milano, Fratelli Treves Editori, 1924.
2. Vedasi il post pubblicato su questo blog il 14 ottobre 2012 dal titolo “Il meleto di Lev Tolstoj”.
3. Versta è un'antica e ormai desueta unità di misura dell’impero russo. La lunghezza di una versta è pari a 1066,8 metri.
4. Il servaggio fu abolito il 19 febbraio 1861. Prima di tale data il proprietario terriero abbandonava ai contadini una parte del suo latifondo, generalmente un terzo, contro prestazioni di lavoro. Alla liberazione, i contadini ricevettero in media, per quota parte, un sesto delle terre.
5. Lettera di Tatiana Lvovna Soukhotina-Tolstaya a Charles Salomon, Mosca, 14 dicembre 1922.

sabato 2 novembre 2013

Le tradizioni popolari brianzole nel Museo Etnografico dell’Alta Brianza di Camporeso

 
Lasciato alle spalle l’abitato di Galbiate (Lecco), la strada che conduce all’antico borgo medievale di Camporeso si snoda stretta e sinuosa nel primo tratto, per poi procedere con maggiore decisione verso la parte finale. Il luogo è veramente bello e degno di essere visitato, non fosse altro per la splendida vista sul sottostante lago di Annone e per la presenza di una falesia, apprezzata e frequentata palestra di roccia con molteplici vie attrezzate. Ai tempi d’oro della presenza contadina nella zona, Camporeso ospitò fino ad un centinaio di coloni, che ridussero progressivamente la loro presenza fino agli anni Settanta, quando gli edifici si spopolarono. I nobili Tinelli di Gorla erano proprietari della porzione più consistente del borgo, mentre la parte più a monte apparteneva all’Ospedale Fatebenefratelli di Milano. Ora, quest’ultima porzione, acquistata dal Parco del Monte Barro nel 1991, ospita la sede del museo, i locali del quale sono stati ristrutturati grazie a finanziamenti pubblici.
 
Camporeso. La chiesina
 
Il Museo Etnografico dell’Alta Brianza, inaugurato nel 2003, è un centro di ricerca e di esposizione dedicato alla vita quotidiana delle donne e degli uomini che sono vissuti e vivono in alcune aree della Brianza, soprattutto in quelle collinari.

La porta di ingresso del museo è massiccia e ben solida, costruita in legno massello, probabilmente originale. Sopra di essa si scorgono labili tracce di un dipinto popolare, del quale, mi è stato riferito da uno dei volontari che svolgono la funzione di guida, è possibile individuare i principali soggetti, secondo un modello assai diffuso: la Madonna in piedi e Giobbe seduto alla Sua sinistra. A loro veniva affidato ogni anno nel mese di maggio la buona riuscita dell’allevamento dei bachi da seta. Non a caso la prima stanza del museo è dedicata alle attività ed agli strumenti che consentivano l’allevamento dei cavalèe. Per oltre due secoli, infatti, in Brianza e nel lecchese la bachicoltura ebbe grande importanza nell’economia e nella vita quotidiana dei contadini. Tra maggio e giugno i proletari della terra, con un lavoro molto impegnativo, portato avanti spesso dalle donne, si garantivano un’utilissima entrata di denaro, dopo le ristrettezze della stagione invernale. Verso la fine dell’Ottocento la produzione subì varie flessioni, dovute anche alla concorrenza straniera, fino allo smantellamento massiccio delle filande, che davano lavoro a migliaia di ragazze e donne, dopo il 1930 e alla loro chiusura negli anni Cinquanta (1).

 
Le tavole con i bachi da seta

 
Gelso e baco da seta, erba e fieno, mais, frumento, vite sono stati i prodotti principali dell’agricoltura brianzola fra Settecento e Novecento. La seconda sala è dedicata infatti all’agricoltura attraverso l’esposizione di strumenti atti alla coltivazione ed alla raccolta dei prodotti sopraccennati. “Il granoturco, ad esempio, divenne una coltura molto importante nella nostra zona e la sua diffusione fu voluta dai contadini più che dai proprietari delle terre. Il suo valore commerciale, infatti, era scarso. Mentre era molto richiesto il frumento, cui i proprietari chiedevano che fosse destinata la maggior parte dei fondi. I contadini, però, coltivavano il granoturco sotto le viti, sulle balze delle colline… Ciò perché la loro alimentazione era imperniata su pani di cereali misti e soprattutto sulla polenta, che fino alla seconda guerra mondiale si mangiava anche tre volte al giorno” (2).

 
La gerla
 
Il luogo forse più importante della civiltà contadina e tradizionale era la stalla. Destinata alla custodia ed alla cura degli animali, soprattutto bovini, equini e suini, la stalla era anche destinata all’incontro tra le persone, in particolare nelle ore serali e nel periodo invernale. Nei suoi locali i componenti delle famiglie contadine comunicavano tra loro, venivano educati i bambini, i giovani si corteggiavano, si recitavano i rosari, venivano tramandate le credenze popolari, si svolgevano lavori artigianali. Gli animali erano un bene molto prezioso per l’economia rurale dei coloni, che li affidavano alla protezione di sant’Antonio abate (3).

 
La stalla

Nel museo la stalla si apre sul portico, sotto il quale sono esposti i carri ed i mezzi usati per il trasporto, nonché le bardature per buoi e cavalli. Prima della meccanizzazione e della diffusione del benessere, che portò al largo uso di biciclette e veicoli a motore, i contadini trasportavano prodotti, merci e oggetti impiegando gli animali da soma, ma più spesso si usava il proprio corpo per portare i carichi a braccia, a spalla o sul dorso. Il trasporto era una dura necessità per tutti ed il colono, in più, aveva anche l’obbligo di trasportare alla casa del padrone ogni cosa di cui costui aveva bisogno.

 
I carri

Sotto il portico si apre una stanza che raccoglie attrezzi utilizzati un tempo per alimentare la vocazione vitivinicola delle genti brianzole. In passato i vini prodotti nella nostra area pedemontana erano estremamente apprezzati. A partire dalla metà dell’Ottocento tuttavia una serie di calamità e malattie giunte dall’estero si abbatté sulla viticoltura locale, distruggendo numerosi vitigni. Oggi solo nei comuni intorno alla collina di Montevecchia, Muntavègia, si produce vino secondo gli standard moderni con un’attività economica specializzata.

Un’altra sezione del museo riguarda gli aspetti della vita festiva. In questa prospettiva si colloca la sezione dedicata al flauto di Pan, che in Lombardia veniva indicato con termini come firlinfü, fregamüsòn, orghenìi, sìful. Già presente in Brianza tra il XVIII e il XIX secolo, come strumento di cascina e di osteria, collocato in piccole bande, il firlinfü si afferma nella sua dimensione orchestrale a partire dalla fine dell’Ottocento per poi svilupparsi e diffondersi dagli anni Venti e Trenta. Oggi alcuni gruppi folcloristici sono presenti principalmente nelle province di Bergamo, Como e Lecco.

 
I flauti di Pan
 
Altri locali, allestiti con mobili “poveri” della tradizione contadina, raffigurano una cucina con un grande camino e la camera da letto. E’ presente, inoltre, la sala dei beni immateriali e del dialogo antropologico, nella quale vengono proiettati filmati e documentari che il museo ha prodotto sui vari aspetti della cultura brianzola e lariana. Qui vengono proposte conferenze, incontri con i testimoni della tradizione, convegni, corsi di formazione, presentazioni di ricerche che evidenziano la peculiarità della ricerca antropologica basata sulla tessitura di rapporti umani tra persone che si incontrano e dialogano per comprendersi.

Il museo intende dedicare particolare attenzione agli anziani, ai quali ricorda la loro infanzia e giovinezza, ed ai bambini e ragazzi, ai quali suscita curiosità e stupore per la distanza con il presente. Nel book-shop si possono acquistare numerosi libri e audiovisivi. Le visite sono generalmente accompagnate da guide dell’Associazione Amici del Meab.

Beniamino Colnaghi

Note
1. Per maggiori approfondimenti sul tema, vedere il post “Il baco da seta“ di Livia Colnaghi, pubblicato il 3 maggio 2013.
2. Massimo Pirovano (studioso di etnografia, dirige il Meab), Lavoro e vita quotidiana delle classi popolari in Brianza. Oggetti, voci e gesti della tradizione in un nuovo museo di società.
3. Un articolo su sant’Antonio abate è stato postato il 14 gennaio 2013.


Museo Etnografico dell'Alta Brianza, località Camporeso di Galbiate (Lecco), tel. 0341.542266. Per contatti, orari di apertura e info il sito www.parcobarro.it potrà offrire tutte le informazioni necessarie.
Madonna di La Salette. Un contributo del signor Giulio Oggioni




Il 21 settembre 2013 è stato postato l'articolo "La Madonna di La Salette a Verderio Superiore e Caglio". Giulio Oggioni mi ha fatto pervenire un contributo che integra e completa il quadro delle motivazioni che indussero il conte Confalonieri a dedicare la cascina alla Madonna di La Salette. Lo pubblico volentieri (bc).

"Il conte Confalonieri dedicò la cascina alla Madonna su suggerimento di padre Adeodato, rettore del monastero di Concesa (carmelitani) perchè Melania si fece carmelitana e quindi entrò in contatto con padre Adeodato (cugino del conte). Questi suggerì al conte di andare in Francia e farsi raccontare l'apparizione e lui fece scolpire la statua su loro indicazione. Infatti, a Concesa ci sono ancora manoscritti di allora che parlano della veggente e della sua vita, a dimostrazione che tra i due c'era stato un contatto epistolare e forse anche di persona".
"Quindi, il vero motivo della dedica è probabilmente dovuto all'influenza del cugino carmelitano al quale il conte era molto legato, tanto che comprò, restaurò e regalò il santuario di Concesa a loro, all'inizio dell'800. Prima era una vecchia filanda, poi ristrutturata in convento e accanto fu costruito il santuario".

lunedì 21 ottobre 2013

L’alpino Mario Rigoni Stern sul fiume Don

“Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli starnuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don.”1
Così inizia il diario autobiografico dell’alpino Mario Rigoni Stern, terzo di sette fratelli, nato il 1 novembre 1921 ad Asiago, un piccolo paese dell’Altopiano dei Sette Comuni nelle Prealpi venete, in provincia di Vicenza.

Mario Rigoni Stern

Il sergente nella neve ripercorre i momenti cruciali e drammatici della Campagna di Russia del corpo di spedizione italiano, tra la fine del 1942 e l’inizio dell’anno successivo. Il ricordo copre i tre mesi in cui gli alpini italiani, impegnati nella resistenza contro i sovietici in un caposaldo sulle rive del Don, minacciati dall’accerchiamento russo, verso la metà di gennaio 1943 ricevono l’ordine della ritirata e procedono tra le steppe russe allo sbaraglio, stremati, affamati, di chilometro in chilometro, di villaggio in villaggio. La colonna in ritirata si riversa così nelle gelide steppe russe. Appena passata la frontiera ucraina una violenta battaglia scuote l’apparente calma della ritirata. È il 26 gennaio 1943, una data che moltissimi soldati e le loro famiglie non scorderanno mai: a Nikolajewka diversi plotoni ed intere compagnie andarono incontro alla morte; qui dopo un confuso assalto delle truppe di testa, aspettando il sostegno dei carri armati tedeschi e del resto della colonna, che arrivò troppo tardi, più della metà dei soldati italiani rimasero uccisi.

“...Corro e busso alla porta di un'isba. Entro.
Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz'aria. - Mnié khocetsia iestj, - dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C'è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d'ogni mia boccata. - Spaziba, - dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. - Pasausta, - mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell'ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco...”2

 
Soldati italiani in Russia

Accanto a Rigoni Stern, protagonista e narratore, i compagni Marangoni, Meschini, Bodei, Giuanin, Moreschi, Tourn, Antonelli condividono ansie e fatiche: persone semplici, di montagna, che compiono il proprio dovere e sanno perfino ridere delle proprie disgrazie. A Nikolajewka, a tentare di uscire dalla sacca in cui erano stati rinchiusi, insieme a Mario Rigoni Stern c’erano anche migliaia di alpini che in quel momento avevano in testa un solo obiettivo: “arrivare a baita”. Per gli alpini di Russia in ritirata, “arrivare a baita” significava, non solo ritornare a casa, bensì un ritorno agli affetti dei propri cari, al calore del focolare, alla serenità dopo un lungo periodo di sacrifici e sofferenze. Per Giuanin, uno dei personaggi più commoventi de Il sergente nella neve, era diventata una giusta e sacrosanta ossessione. “Ogni volta che gli capitavo a tiro mi chiamava in disparte, mi strizzava l’occhio e sottovoce mi chiedeva:”Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?”. Ma Giuanin, giovane falegname delle valli bergamasche, non è tornato a casa, è morto sulla neve mentre trasportava munizioni. Come Moreschi, come Raul, il primo amico della vita militare di Rigoni. Morto a Nikolajewka mentre andava all’assalto su un carro armato e saltando a terra prese una raffica di mitra. Come Marangoni, la sua salma è tornata in Italia solo alcuni anni fa. “Rideva sempre” racconta Rigoni, “e quando riceveva posta mi mostrava la lettera agitandola in alto: è la morosa”. Anche lui è morto. Una mattina, smontato all’alba, era salito sull’orlo della trincea a prendere la neve per fare il caffè e vi fu un solo colpo di fucile. Piombò giù nella trincea con un foro nella tempia.
E così fu per migliaia di soldati russi, uomini semplici e coraggiosi, pur se apparentemente duri e crudeli, che hanno perso la vita per difendere la propria terra e la propria gente.
L’invio di truppe italiane in Unione Sovietica al fianco degli alleati nazisti fu una delle scelte più disastrose e tragiche del fascismo e di Mussolini. Nel 1941 venne costituito un primo corpo di spedizione composto da circa 60mila uomini. L’anno successivo giunsero ingenti rinforzi e fu creata l’Armir, l’armata composta da quasi 230mila effettivi. Schierati lungo il fiume Don, i soldati italiani, del tutto impreparati e con pochi mezzi, falcidiati dalla fame e dal freddo micidiale, finirono in gran parte annientati dall’offensiva dell’Armata Rossa, tra il dicembre 1942 ed il gennaio 1943. Il bilancio delle varie fasi della guerra fu catastrofico, le perdite di vite umane furono impressionanti.

 
La ritirata dell'esercito italiano

Fatto prigioniero dai tedeschi dopo la firma dell'armistizio dell’8 settembre 1943, Rigoni Stern fu deportato in un campo di concentramento nell’allora Prussia Orientale, ove rimase prigioniero un paio d’anni, rifiutando, come la maggioranza dei militari italiani catturati dai nazisti, di ottenere la libertà in cambio dell'arruolamento nelle forze armate della Repubblica sociale italiana. Dopo la liberazione del campo durante l'avanzata dell'Armata Rossa verso il cuore della Germania, rientrò a casa a piedi il 5 maggio 1945.

A proposito di quella guerra Rigoni Stern dirà:
“I russi erano dalla parte della ragione, e combattevano convinti di difendere la loro terra, la loro casa, le loro famiglie. I tedeschi d'altra parte erano convinti di combattere per il grande Reich. Noi non si combatteva né per Mussolini né per il Re, si cercava di salvare la nostra vita.”3

Mario Rigoni Stern muore il 16 giugno 2008 all’età di 86 anni. Per sua stessa volontà la notizia della morte verrà data solo a funerali celebrati. Durante la malattia chiese di non essere ricoverato in ospedale e fu assecondato. Sempre su sua richiesta venne sepolto senza vestiti nella nuda terra sotto ad una semplice croce di legno d'abete, come tanti soldati caduti sull’Altopiano durante la Prima guerra mondiale.

Beniamino Colnaghi
Note e riferimenti bibliografici
1 Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, Einaudi, Torino, 1953
2 Mario Rigoni Stern, op. cit.
3 Ritratti: Mario Rigoni Stern di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, 1999.

mercoledì 16 ottobre 2013

mercoledì 2 ottobre 2013

Milano, dal Naviglio al Duomo attraverso Porta Ticinese

Prosegue la collaborazione del signor Pietro Marchisio con il blog “Storia e storie di donne e uomini“. (b.c.)

Abbiamo visto, nel post dello scorso mese di marzo, che la via privilegiata per far arrivare le materie prime, necessarie alla Fabbrica del Duomo di Milano, era il Naviglio Grande e che il primo facile approdo in città era la darsena di Porta Ticinese.
Quella era la Milano dei navigli che hanno accompagnato la sua storia e la sua crescita per molti secoli, rappresentando, fin dal Medioevo, l’espressione milanese e lombarda della scienza e dell’ingegneria idraulica, copiata in ogni parte d’Europa.
 
La Milano dei navigli non c’è quasi più. A Nord-Est è rimasto un tratto della Martesana, il canale che derivato dal fiume Adda a Trezzo collegava la città col Lario; a Sud rimane il complesso della darsena di Porta Ticinese cui perviene il Naviglio Grande, derivato un tempo dal Ticino a Tornavento e alimentato ora sempre dalle acque del Ticino, incanalate a Somma Lombardo soprattutto per scopi irrigui, industriali e per la produzione di energia elettrica. Presso la darsena ha l’incile il Naviglio Pavese, che torna al Ticino a Sud di Pavia.


Mappa dei navigli lombardi nel XVIII secolo
Fonte Regione Lombardia, settore coordinamento per il territorio
 
Grazie ai traffici sviluppatisi presso la darsena, il cuore pulsante di tutti i traffici mercantili di Milano divenne ufficialmente Porta Ticinese, più nota e cara ai milanesi come Porta Cicca, presumendo tale appellativo derivato, in epoca di dominio spagnolo, da chica (piccola) e poi trasformato nella vulgata popolare in “cicca”.

 
Milano. Porta Ticinese nel 1901
Fotografia nel pubblico dominio in quanto il copyright è scaduto
 
A Porta Cicca vennero installati mulini e casere, tant’é che il quartiere lungo Corso San Gottardo era detto el borg di furmagiatt. Qui si trovavano le famose osterie dove si potevano degustare autentici risotti con l’ossobuco, le costolette alla milanese con la “gremulada” e la frittura di rane, il tutto circondato dall’andirivieni dei barconi, degli scaricatori, tencitt, delle lavandaie, dei venditori ambulanti e di tutti i popolani che, risalendo il Naviglio da Boffalora a bordo dei famosi barchett, raggiungevano Milano.

Le vecchie botteghe di Corso di Porta Ticinese 
Fotografia nel pubblico dominio in quanto il copyright è scaduto
 
Il carattere laborioso e mercantile di Porta Ticinese aveva lontane origini, infatti, la vecchia piazza interna ai bastioni si chiamava Piazza Mercato, uno dei luoghi cittadini più vocato a scambi commerciali, proprio perché alimentati dalle merci provenienti da fuori città.
In seguito, venuta meno la peculiarità dei navigli, il mondo di Porta Cicca cambiò radicalmente subendo un lungo e duro periodo di declino e di abbandono.

Le botteghe ed i vecchi cortili vennero pian piano occupati da artigiani di ogni genere: falegnami, ferraioli, riparatori di biciclette, rutamatt, fino a giungere ai giorni nostri, epoca in cui il quartiere più popolare di Milano è stato riscoperto da artisti di ogni genere e dalla nuova borghesia, trasformandosi nella cosiddetta Montpartnasse meneghina.

E’ così che le vecchie osterie hanno lasciato il posto a ristoranti finto-antichi ed ai pianobar e che l’artigianato povero si è trasformato in artigianato d’elite. Gli ultimi barconi ormai in disuso sono stati ancorati davanti ai ritrovi notturni e trasformati in giardini galleggianti.

 
Milano. Alzaia Naviglio Pavese di notte
 
A vegliare su tutti questi cambiamenti è comunque rimasto l’Arco Trionfale di piazza XXIV Maggio, inaugurato da Luigi Cagnola nel 1815 a ricordo della vittoria Napoleonica di Marengo sugli Austriaci e che prese temporaneamente il nome di Porta Marengo, ritornata Porta Ticinese col rientro dell‘imperatore d’Austria Francesco II, che anziché distruggere il monumento lo dedicò alla pace, sostituendo le lodi a Napoleone con la scritta “Alla pace liberatrice dei popoli”.

Pietro Marchisio