venerdì 10 maggio 2013

Augusto Daolio e i Nomadi a Verderio

"...Beppe è di Novi, un paese vicino a Modena. Fin da bambino nutriva una grande passione per la musica, ma le possibilità economiche erano scarse. A nove anni i genitori gli comperarono una fisarmonica; appena undicenne si esibiva da solo con il suo strumento ai festini organizzati dai giovani della bassa modenese. Poi iniziò ad esibirsi con un suo amico, Leonardo Manfredini, che aveva imparato a suonare la batteria.
Avrebbero voluto iscriversi al conservatorio ma proprio non era possibile; così terminate le scuole dell'obbligo, cominciò a lavorare dapprima presso una fabbrica di portaombrelli, poi in un calzaturificio, infine come addetto alla custodia delle acque minerali. Alla sera, però, continuava a suonare.
Nel 1961 fondò il primo complessino con altri ragazzi del paese. I Monelli, questo era il nome del gruppo, ma nel 1962 si accorsero che il nome stava un pò stretto e decisero di chiamarsi Nomadi, espressione di un desiderio incontenibile di viaggiare, trovare posti e gente, farsi conoscere.
Proprio quell'anno, era il 1962, Beppe conobbe Franco Midili, chitarrista di Novellara, s'incontrarono in una balera, d'estate, a Moglia, in provincia di Mantova. Franco suonava in un altro gruppo, Beppe gli propose di entrare nei Nomadi, che non avevano un assetto ancora definito.
I genitori spesso facevano pressioni perché i giovani desistessero e si dedicassero ad attività più sicure.
Nel 1963 Franco disse a Beppe che conosceva un ragazzo di Novellara di 16 anni, canterino. A Trecenta, durante una serata, Franco chiamò il ragazzo sul palco, cantò quattro pezzi e piacque moltissimo.
Quel ragazzo era Augusto Daolio...era il 1963."1
 
Augusto Daolio al Cantagiro del 1967.
Questa fotografia è nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.

"Sono nato il diciotto febbraio 1947 a Novellara di Reggio Emilia, nel cuore della notte mentre freddo e brina duellavano con rami secchi di pioppi e tigli. Sono nato al caldo e mi hanno chiamato Augusto, come un nonno che non ho mai conosciuto. Il cognome Daolio mi è stato dato da un uomo semplice e a suo modo dolce e complice. Dall'età di sedici anni canto in un gruppo che si chiama Nomadi, scrivo canzoni e giro il mondo. C'è un altro mondo dentro di me che racconto con il disegno e la pittura, lo faccio da parecchi anni e alberi, rocce, cieli, lune, ombre e altro popolano questi miei racconti. Ho esposto in giro per l'Italia, ho illustrato dischi, libri, cartoline, manifesti. Non disegno per riempire un vuoto ma per vuotare un pieno che è dentro di me e preme. Una specie di confessione, prima ad uno spazio bianco, poi ad occhi che guarderanno. Ho lo studio a Novellara in via de Amicis, il numero credo sia il quarantaquattro, non ho il telefono ma montagne di libri e di oggetti. Le notti invernali nella bassa hanno ancora il profumo delle mele sull'armadio."2
 
I nomadi nel 1972.
Fotografia nel pubblico dominio.
 
Augusto Daolio nasce dunque il 18 febbraio, lo stesso giorno in cui è nato Fabrizio De Andrè.
Inizia a sedici anni la sua avventura musicale con il complesso dei Nomadi, attività che fu per lui, fino agli ultimi momenti della sua vita, essenziale e per la quale il suo impegno fu totale. L'attività musicale di Augusto, leader carismatico del complesso, ha segnato un'epoca e per tanti giovani degli anni Sessanta e Settanta le canzoni dei Nomadi furono una bandiera. Non solo perché denunciavano il grande disagio di una gioventù che si sentiva testimone occulta dell'olocausto e che viveva il malessere di una società in crisi di identità, ma anche perché contestavano l'impostazione di un costume che si reggeva sull'ipocrisia e il perbenismo. Anche se quei giovani ormai sono diventati padri, e alcuni nonni, quelle canzoni continuano a vivere nei loro cuori e l'amore per queste è stato trasmesso ai loro figli e nipoti. Le canzoni dei Nomadi coinvolgono almeno tre generazioni di persone. Questo a dimostrare che, quando le grandi tematiche della vita diventano un "sentire comune", non esiste un salto generazionale.
Le attività che ha intrapreso lo hanno portato a girare il mondo e, nonostante il profondo legame con la sua terra d'origine, era un cosmopolita o, meglio, "un uomo del mondo, un uomo del mio tempo, ma anche un uomo antico". Era autodidatta, pieno di curiosità e di una carica vitale che gli permisero di vivere un'intensa seppur breve carriera artistica.
 
Il 6 settembre 1990, due anni prima della sua morte, Augusto Daolio è a Verderio. I Nomadi tengono un memorabile ed entusiasmante concerto alla Festa de l’Unità. La serata musicale è stata vissuta dai tantissimi partecipanti con senso di partecipazione e appartenenza verso quel gruppo storico della canzone popolare italiana. Augusto ed i Nomadi sono stati straordinari e coinvolgenti, tanto che ancora oggi molti verderiesi ricordano quel concerto con commozione e affetto.
Le tre foto che seguono riguardano alcuni momenti del concerto tenuto a Verderio nel 1990.

 
 
 
 
 
 
Augusto muore a Novellara il 7 ottobre 1992, a soli 45 anni, per un cancro ai polmoni.
Il vuoto che ha lasciato è incolmabile, e lo testimoniano le migliaia di persone che ancor oggi si recano al cimitero di quel paese solo per un saluto o per respirare le atmosfere a lui care.
Per rendersi conto che Daolio e i Nomadi non erano solo musica e canzoni, bisogna fare un salto a Novellara, nella bassa reggiana. Tra odori di salumifici e silenzi di campagna, un culto molto particolare si è venuto consolidando, a partire dalla prematura scomparsa di Augusto. Lo hanno sistemato in un angolo di terra, fra ciò che resta di bambini morti subito dopo il parto. E già questa scelta ha in sé un significato simbolico: come se Daolio, con la sua voce generosa e con quella barbona lunga che quasi gli conferiva un'aria ieratica da santone, continuasse ad esprimere i valori semplici dei favolosi anni Sessanta, gli anni della contestazione anche ingenua ma generosa. Contro tutti i luoghi comuni, contro tutte le forme di ingiustizia.
Così, l'ultima dimora di Augusto è ancora uno spettacolo, ammesso che possa essere definita tale la sede dell'estremo riposo. Il sasso umido è stato circondato da piccoli alberelli. Sulla pietra tombale c'è di tutto: pupazzetti, cartine, accendini, anelli, cuori e altri souvenir da sembrare un albero di Natale. Qualche anima buona ha piazzato un piccolo scaffale in legno per sistemare centinaia di oggettini, cerchietti per capelli, anellini, bracciali, perfino una tessera da alpino. Ci sono due aironi in metallo per ricordare l'impegno di Augusto in favore degli uccelli che lì vicino avevano deciso di stabilirsi, un pallone, disegni, fotografie. Ma soprattutto colpiscono i messaggi. Su un pezzo di legno "scolpito dalle acque del Po" il fan club di Carmagnola ha inciso la frase "Il fiume riporta quello che trova". Sotto un dipinto su vetro c'è scritto "Muore l'uomo, ma immortale è il poeta le cui canzoni sono il palpito del cuore del suo popolo". E ancora :"Sono qui ad applaudire il tuo silenzio", "Salutami le stelle", e lattine di birra, crocefissi, accendini con l'effige di Che Guevara e rosari, foto di concerti e santini di Padre Pio. Il sacro e il profano si toccano e si mischiano in una contaminazione fantastica che forse non è casuale. Se qualcuno pensava che queste cose accadessero solo al cimitero Père-Lachaise di Parigi, dove c'e' la tomba di Jim Morrison, o sui sepolcri di Elvis Presley e Jimi Hendrix, dovrà ricredersi. Qui nel cuore dell'Emilia operosa e rocchettara vive un culto che non ha nulla a che invidiare ai miti stranieri. A Novellara la gente va e viene, assiste quieta e complice a questa celebrazione infinita.

Augusto Daolio.
Fotografia nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.

Ha detto recentemente Beppe Carletti: “Non abbiamo mai litigato, non ce n’era bisogno, ognuno sapeva cosa doveva fare e lo faceva, con lui ho vissuto, suonato, pianto, mi sono cambiato nei camper…”. Ma forse la loro è una di quelle amicizie che per raccontarle, basta partire dalla fine. “Stava morendo, lottava col suo male, e un giorno mi fa Oh Beppe, quando starò bene prendiamo le nostre donne e andiamo a fare il giro del mondo?”.
 

Beniamino Colnaghi
 
Note e riferimenti bibliografici
1 Davide Carletti, “I Nomadi. Il suono delle idee: 1963 – 1993”, Arcana, 1993, sintesi della prefazione.
2 Dichiarazione di Augusto Daolio tratta dal sito www.augustoperlavita.it/: i pensieri.
3 Intervista di Beppe Carletti a il Fatto Quotidiano del 29.03.2013

venerdì 3 maggio 2013

Il baco da seta


Questo è il racconto di un periodo della mia vita, legato a un indimenticabile e vivo ricordo che considero come una pagina di storia del nostro paese.
 
Nel secolo scorso si allevavano i bachi da seta, chiamati in dialetto “cavalée”.
I contadini possedevano diversi appezzamenti di terreno, in cui erano disposti in fila rigogliosi alberi di gelso, in dialetto “muròn”. Le foglie di questi alberi servivano per nutrire i bachi.

Verderio Superiore, 1940. Ampia distesa di gelsi. Sullo sfondo la Grigna ed il Resegone.
 
L’allevamento dei bachi iniziava nel mese di maggio e terminava in quello di giugno, era affidato principalmente alle donne di casa che provvedevano a comprare dei grandi fogli di carta e i bachi stessi, che acquistavano in once. I bachi erano animaletti piccolissimi che sembravano tante formichine fuoriuscite da uova, venivano subito nutriti in modo che di giorno in giorno crescessero velocemente e si moltiplicassero.

Verderio Superiore. La rotonda del gelso, in prossimità del cimitero del paese.

In attesa della riproduzione dei bachi gli uomini dovevano preparare delle tavolozze di canne di bambù, disposte a strati su una o più strutture verticali, calcolando con precisione la distanza fra una tavolozza e l’altra. Queste strutture venivano sistemate in cucina e a volte persino nelle camere da letto, quando i contadini non avevano a disposizione altri locali liberi ed era prevista una maggiore produzione. In questo caso alcune persone della famiglia di notte dovevano dormire nel fienile.
Visto che la cucina era occupata, per cucinare si usava il portico che solitamente rappresentava il deposito del carretto del contadino.

Friuli, 1929. L'allevamento dei bachi da seta (fonte: storiastoriepn.it)

Una volta preparata la struttura, il lavoro passava alle donne che prendevano i fogli con i bachi e li stendevano sulle tavolozze. Quindi accendevano il camino, perché i bachi richiedevano un ambiente sano e asciutto e una temperatura di circa 19 - 20 gradi ed era necessario inoltre che restassero al buio per tutto il tempo dell’allevamento. La luce a petrolio veniva usata solamente quando le donne dovevano pulire le tavolozze e dare ai bachi le foglie di gelso.
 
I bachi venivano nutriti due volte al giorno, tranne un giorno alla settimana in cui venivano lasciati dormire. Al loro risveglio riprendevano a mangiare voracemente e così crescevano preparandosi a tessere i bozzoli.

Un altro compito degli uomini era quello d’infilare dei ramoscelli secchi fra le tavolozze su cui i bachi maturi si arrampicavano per tessere i bozzoli, chiamati in dialetto “galet”.
Questi bozzoli erano di tre colori: gialli, rosa e bianchi.
Nel periodo della maturazione i bachi producevano un filo di seta con cui costruivano una specie di ragnatela, in mezzo alla quale producevano i bozzoli.
Il particolare, questa operazione consisteva che i bachi costruivano le ragnatele intorno a sé stessi e così facendo si chiudevano all’interno dei bozzoli.

Lombardia, 1941. Raccolta dei bozzoli (fonte: lombardiabeniculturali.it)

Una volta terminato il lavoro dei bachi, le donne prendevano tutti i ramoscelli pieni di bozzoli e li adagiavano su un panno pulito steso per terra. Quindi preparavano dei cestini in cui mettevano i bozzoli, una volta tolta la ragnatela di seta che li avvolgeva. Prima di depositare i bozzoli nel cestino le donne li selezionavano, agitandoli uno ad uno per capire dal rumore se fossero sani o guasti. Se il baco era morto non si sentiva nessun rumore e in breve tempo il bozzolo era destinato a marcire, per cui doveva essere scartato.

La falena sul bozzolo (fonte wikipedia.it)

Terminato il lavoro i bozzoli venivano consegnati a chi si occupava della raccolta, detta in dialetto “all’ammasso”.
La loro vendita alle filande portava discreti benefici economici a tutta la famiglia, anche se la produzione costava sacrifici e non sempre si rivelava proficua.

La provincia di Como era considerata la patria della seta, grazie soprattutto al lavoro umile e appassionato dei suoi contadini.

Livia Colnaghi

mercoledì 1 maggio 2013

Liberi


Vietnam, 30 aprile 1975. Giovani vietnamiti con la bandiera
del Fronte di Liberazione Nazionale entrano a Saigon liberata.

mercoledì 24 aprile 2013

La battaglia di Verderio del 28 aprile 1799

Sul giornale Il Resegone del 28 e 29 aprile 1899 comparve un trafiletto dal titolo “Il centenario della battaglia di Verderio”. La redazione del settimanale cattolico dette conto delle iniziative religiose proposte dal parroco pro tempore di Verderio Superiore, don Luigi Galbiati, al fine di ricordare l’evento e commemorare i caduti di quella cruenta battaglia, svoltasi il 28 aprile 1799.

Sull’evento in parola, nel 1999, su iniziativa della biblioteca intercomunale di Verderio, fu pubblicato, in occasione del duecentesimo anniversario, un interessante opuscoletto corredato di fotografie, stampe e disegni che raccontava il contesto storico e spiegava le motivazioni che indussero i più forti eserciti europei del tempo a scontrarsi proprio in questo lembo di Brianza.

Di seguito si riporta fedelmente quanto pubblicato da Il Resegone di Lecco sul numero del 28 e 29 aprile 1899.
 
Il centenario della battaglia di Verderio
    Scrivono alla Lega, 22:
    Promossa dallo zelante sacerdote che è al governo di questa parrocchia, il R. D. Luigi Galbiati, venerdì prossimo, 28 corrente, si celebrerà una festa religiosa in commemorazione della sanguinosa battaglia fra austriaci e francesi, avvenuta cento anni or sono nei pressi di questo paese.
    Quella famosa battaglia ai forestieri è richiamata da due monumenti, l’uno non molto discosto dall’altro. Il più importante è quello innalzato a ricordare un ufficiale ungherese, Samuele Schediuf, nobile di Modra.
    L’altro consistente in una colonna, è un ricordo per tutti i morti di quella giornata campale dell’esercito francese che in essa battaglia ebbe la peggio; poiché dopo gravi perdite dovette arrendersi col generale Verrurier, generale capo dell’esercito, e Fresia piemontese, al generale barone Wuhascovich, capo austriaco, e in una con questi si arresero 2900 soldati di linea, 400 cavalieri, 5 cannoni, 60 ufficiali ed una bandiera. Una vera sconfitta.
    Il nostro buon parroco adunque intende commemorare questo fatto bellicoso con sacre funzioni in suffragio dei caduti austriaci e francesi; con una processione dalla chiesa al monumento e con discorso d’occasione sul posto più cruento della battaglia.


 
Monumento fatto erigere dal conte Ambrogio Annoni in memoria del giovane nobile ungherese
Samuele Schedius, perito nella battaglia di Verderio.




Colonna commemorativa a ricordo dei caduti durante la battaglia.


Scritta sul basamento della colonna


Tomba di don Luigi Galbiati presso il cimitero di Verderio Superiore

 

Beniamino Colnaghi

giovedì 4 aprile 2013

Sandro Pertini: un padre della Repubblica e un grande italiano

Il 29 giugno 1978 iniziò la prima votazione per l’elezione del settimo presidente della Repubblica Italiana. Al 16º scrutinio, svoltosi l'8 luglio 1978, la Dc, il Pci ed il Psi fecero convergere i loro voti sul nome di Sandro Pertini, che fu eletto con 832 voti su 995, a tutt'oggi la più ampia maggioranza nella votazione presidenziale nella storia italiana.

Alessandro Pertini nacque a Stella, Savona, il 25 settembre 1896.
 
Sandro Pertini, in piedi, con la madre, il padre, la sorella Marion e il fratello Eugenio.
Fonte: http://www.pertini.it/cesp/p_foto.htm - Fotografia nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.
 
Quando fu eletto presidente, dunque, aveva 82 anni.
La sua elezione apparve subito un importante segno di cambiamento per il Paese, grazie al carisma e alla fiducia che esprimeva la sua figura di eroico combattente antifascista e padre fondatore della repubblica. Nel suo discorso d'insediamento, Pertini ricordò il compagno di carcere ed amico Antonio Gramsci e sottolineò la necessità di porre fine alle violenze del terrorismo ricordando, tra l'altro, la tragica scomparsa di Aldo Moro. Nel periodo della sua permanenza al Colle contribuì a fare della figura del presidente della Repubblica l'emblema dell'unità del popolo italiano. La sua statura morale contribuì al riavvicinamento dei cittadini alle istituzioni, in un momento economicamente difficile e costellato di numerosi avvenimenti delittuosi. Introdusse, per primo, il rito del "bacio alla bandiera" tricolore, che sarebbe divenuto usuale anche per i suoi successori.

26 aprile 1945, Pertini tiene un comizio a Milano.
Fonte: http://www.pertini.it/cesp/p_foto.htm - Fotografia nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.
 
Pertini fu anche il primo presidente della Repubblica a conferire l'incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana, il repubblicano Giovanni Spadolini, il quale presentò il suo governo il 28 giugno 1981. In seguito al terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, fu molto severo nel denunciare ingiustificabili ritardi dei soccorsi all'immane tragedia dei terremotati e lancio il famoso appello «Fate presto». Dopo la sua visita nelle zone terremotate, denunciò pubblicamente l'impotenza e l'inefficienza dello Stato nei soccorsi in un famoso discorso televisivo a reti unificate, in cui sottolineò la scarsità di provvedimenti legislativi in materia di protezione del territorio e di intervento in caso di calamità e denunciò quei settori dello Stato che avrebbero speculato sulle disgrazie come nel caso del terremoto del Belice.

Pertini fu particolarmente partecipe durante la scomparsa di Enrico Berlinguer, avvenuta nel 1984, tanto da partire personalmente da Roma con un volo presidenziale per poter scortare la salma nella capitale. Durante le esequie in piazza S. Giovanni, Nilde Iotti, dal palco delle autorità, ringraziò pubblicamente il presidente Pertini, scatenando un commovente applauso della folla partecipante.

Sandro Pertini e Enrico Berlinguer (fotografia nel pubblico dominio).

Assunse sempre un atteggiamento di intransigente denuncia nei confronti della criminalità organizzata denunciando «la nefasta attività contro l'umanità» della mafia e ammonendo sempre a non confondere i fenomeni criminosi delle varie mafie con i luoghi e le popolazioni in cui sono presenti. Nel discorso di fine anno del 1982 parlò espressamente del problema mafioso, ricordando le figure di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Spesso si ricorda la sua presenza durante i tentativi di salvataggio di Alfredino Rampi, un bambino di sei anni di Vermicino (Roma) caduto in un pozzo nel 1981 e la sua esultanza allo stadio di Madrid per la vittoria della Nazionale italiana ai Campionati del mondo di calcio del 1982.

1982. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini con Dino Zoff, Franco Causio e Enzo Bearzot.
Sul tavolo la coppa del mondo. Fonte Presidenza della Repubblica
 
La presidenza di Pertini favorì l'ascesa del primo socialista italiano alla guida di un governo. Nel 1983 diede l'incarico di formare il governo a Bettino Craxi. Per due anni e per la prima volta nella storia d'Italia, furono socialisti sia il presidente della Repubblica, sia il presidente del Consiglio dei ministri. Ciò nonostante, Pertini ebbe con Craxi rapporti altalenanti, dovuti essenzialmente alla diversa formazione e temperamento. Pertini spesso non condivise le mosse politiche craxiane, come nel caso del XLIII Congresso a Verona nel 1984, in cui Craxi venne eletto segretario per acclamazione anziché con la consueta votazione. I rapporti tra i due politici comunque si mantennero su un piano di cordialità e rispetto, nonostante non si amassero. Antonio Ghirelli, allora portavoce del Quirinale, riporta che Pertini, il giorno in cui doveva conferire a Craxi l'incarico di presidente del Consiglio, notò che il segretario socialista si era presentato al Colle indossando dei jeans e gli intimò di ritornare con un abbigliamento adeguato.

Il suo modo di intervenire direttamente nella vita politica del Paese rappresentò una novità per il ruolo di Presidente della Repubblica, che era stato, fino ad allora una figura strettamente "notarile". Quello che in seguito divenne un archetipo della funzione di stimolo del Quirinale nei confronti della politica, il cosiddetto "potere di esternazione", fu per la prima volta esercitato nella risoluzione della controversia parasindacale dei controllori di volo. Grazie all'indubbio prestigio di cui godeva, soprattutto tra i cittadini, fu in genere difficile per i vari esponenti politici non recepire, seppur talvolta controvoglia, le sue incursioni. Questo modo di fare, portò il sistema istituzionale a rassomigliare quasi ad un'anomala repubblica presidenziale.

Il suo pensiero politico può essere efficacemente espresso da alcune frasi tratte da sue interviste, una delle quali recita testualmente: «Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. [...]» (Sandro Pertini. Intervista CESP - Centro Espositivo Sandro Pertini).

La sua personalità era intrisa dei princìpi che avevano ispirato la democrazia parlamentare e repubblicana, nata dall'esperienza della Resistenza partigiana; era solito sostenere il suo rispetto della fede politica altrui tanto quanto il suo fermo rifiuto del pensiero fascista e di tutte le ideologie che rinneghino la libertà di espressione.

Il 29 giugno 1985, pochi giorni prima della scadenza naturale del suo mandato, si dimise dalla carica allo scopo di facilitare le procedure dell'elezione del suo successore. Al termine del mandato presidenziale divenne, come previsto dalla Costituzione, senatore a vita. In tale veste non svolse però alcuna attività politica né votò la fiducia ad un presidente del Consiglio da lui precedentemente incaricato. Durante e dopo il periodo presidenziale non rinnovò la tessera del Partito Socialista, al fine di presentarsi al di sopra delle parti, pur senza rinnegare i suoi ideali socialisti.
 

Sandro Pertini.
Fonte Presidenza della Repubblica

La notte del 24 febbraio 1990, all'età di 93 anni, Pertini si spense per una complicazione in seguito ad una caduta di pochi giorni prima nel suo appartamento romano, in una mansarda affacciata sulla Fontana di Trevi. Per suo espresso desiderio, il suo corpo fu cremato e le ceneri traslate nel cimitero del suo paese natale.
 
Beniamino Colnaghi

lunedì 1 aprile 2013

Gli Evasi

Anno 1965. La prima formazione de Gli Evasi si esibisce al Circolo di Paderno d'Adda.
Da sinistra: Doriano Riva, Chiarino Giancarlo Frigerio, Giancarlo Aldeghi, Raffaele Bonanomi, Luigi Villa.
Ringrazio la signora Bruna Viganò per la gentile concessione della fotografia.
Chi volesse saperne di più sulla storia del complesso di Verderio, può consultare l'articolo "Vennero gli Evasi e poi i Cleptomani: i complessi musicali a Verderio", postato nel mese di giugno 2012.