mercoledì 25 ottobre 2017

Martin Luther. Dopo cinque secoli sono ancora attuali le sue tesi?

Il 31 ottobre 1517, cinque secoli fa, Martin Luther (Lutero) affisse sulla porta della Schlosskirche del castello di Wittenberg (Germania) le sue 95 tesi contro la pratica delle indulgenze. Martin Luther (Eisleben, 1483 – 1546) aveva 34 anni. Il monaco tedesco, con l’affissione delle sue tesi, cambiò il volto della Chiesa e la vita di milioni di persone. Il suo gesto cambiò anche la cultura, la società e la storia dei tedeschi. E quindi dell’Europa intera. Con la diffusione delle sue tesi, infatti, la Cristianità si spaccò in due: al Nord le chiese riformate di Lutero, e poi di Calvino, al Sud i cattolici fedeli all’infallibilità del papa e della gerarchia della Chiesa apostolica e romana. Tutto ciò che fino ad allora il cristiano aveva creduto, sperato o temuto venne messo in dubbio dalla protesta di Lutero. Certo, l’invenzione della stampa ad opera di Gutenberg diede l’impulso decisivo alla diffusione della Riforma luterana, ma le tesi di Luther furono senza ombra di dubbio “rivoluzionarie”. Quella del monaco tedesco fu una dieta radicale contro una Chiesa romana sempre più grassa e corrotta e contro la fame compulsiva di potere e denaro.
Martin Luther in un ritratto di Lucas Cranach (1529)

Un’altra grande intuizione di Luther fu la traduzione della Bibbia in tedesco, che ebbe una larghissima diffusione in Germania, tanto che generazioni di tedeschi impararono a leggere su quel testo e il tedesco di Lutero è l’impronta più profonda nella grammatica dell’anima tedesca. Non si possono comprendere i tedeschi senza i secoli di biblicismo interiore dell’etica luterana. Dal 1517 in poi nell’Europa del Nord la religione diventa un modo più rigoroso per gestire i debiti con Dio. L’operazione di Luther, e soprattutto dei calvinisti, di annullare lo spazio del Purgatorio per radicarlo nella vita terrena contribuisce alla spaccatura tra Nord e Sud dell’Europa, che comprende, tra l’altro, la cultura, le regole della vita e l’etica del lavoro.  
Contro la trasformazione dei peccati in oro, con la salvezza dell’anima dei fedeli, contro cui si scaglia Martin Luther, basti vedere la lingua di Sant’Antonio nella basilica di Padova: il culto della reliquia si basa sulla magia dell’incarnazione del Verbo in una lingua. Dalla Riforma luterana spariscono dalle chiese protestanti non solo le immagini di Maria, ma anche le reliquie, passaggi decisivi per capire l’essenza del cristianesimo e delle sue confessioni.

domenica 1 ottobre 2017

Le case di ringhiera, edifici tipici del Nord Italia, e la storia di un ombrello nero

Il ricordo più nitido che ho riguardo le case di ringhiera nasce e si sviluppa nel palazzo dove abitava la sorella di mio nonno, a Cinisello Balsamo.  Del ricordo sono parte integrante un ombrello nero, di tela, come usavano una volta, e lo sguardo di rimprovero di mio padre.
Prima di arrivare all’ombrello nero, però, devo fare un salto indietro di oltre mezzo secolo e spiegare brevemente gli antefatti.
I miei bisnonni materni, Natale Scotti (1864) e Teresa Airoldi (1868), nacquero entrambi a Porto d’Adda, allora provincia di Milano, e lì risiedettero fino alla loro morte. Ebbero quattro figli: mio nonno Giuseppe nel 1899 e tre femmine, Rosa, Giovanna e Angelina. Rosa rimase “zitella” e ben presto lasciò il paese per andare a servizio presso una famiglia della borghesia milanese. Giovanna morì abbastanza giovane mentre Angelina, l’ultimogenita, prese marito a Cinisello Balsamo, da poco unificato a causa della politica del regime fascista in tema di accorpamento forzato dei comuni.
La nuova famiglia si stabilì in un quartiere costruito nei primi anni del secolo scorso da una cooperativa edilizia locale. Gran parte del quartiere era formato pressoché da palazzi di tre-quattro piani dotati del cortile interno condominiale, sul quale si affacciavano tutte le unità immobiliari, che condividevano la stessa ringhiera, o ballatoio. In buona sostanza la porta di ingresso di ogni unità abitativa si trovava su un unico e lungo ballatoio comune che correva lungo tutto il piano, interrotto solamente dall’accesso alla rampa delle scale. Spesso le case avevano nel cortile un altarino, una piccola edicola votiva o un affresco dedicati alla Madonna o a qualche santo prediletto. Durante la festa patronale i segni della religiosità popolare e della fede erano più illuminati del solito e lungo le ringhiere si stendevano le sandaline e le ghirlande di fiori di carta.



Le case a ringhiera rappresentavano un vero e proprio modello abitativo, non solo architettonico, ma anche un modello sociale di relazioni, perché lì i numerosi bambini si ritrovavano a giocare tutti insieme, i giovani s’innamoravano lungo i ballatoi, gli uomini si scambiavano le vicissitudini della vita e le esperienze della fabbrica, le donne “esportavano” il lavoro della casa, tra rammendi, mastelli e secchi per il bucato. Si condivideva tutto in quegli edifici, dalle chiacchiere delle donne anziane alle liti tra coniugi ai rumori dei primi elettrodomestici che facevano capolino nella società italiana che stava pian piano rialzando la testa dopo oltre un ventennio di dittatura fascista e di guerra. 
Le case di ringhiera erano presenti un po’ in tutte le città del Nord Italia. Milano e il suo hinterland ne erano pieni. Non riguardavano solamente le case popolari, ma a Milano anche alcuni palazzi della piccola e media borghesia ne erano adorni.
V’erano infatti ringhiere e ringhiere.  
V’erano quelle dei fatiscenti palazzi di Porta Ticinese, di piazza Vetra, di alcune vie che si affacciavano sui navigli che si aprivano su abitazioni di un solo locale, dove spesso si annidavano personaggi furtivi o sbandati. V’erano le ringhiere popolose e chiassose delle case di Porta Comasina, di Porta Vittoria, di Corso Garibaldi e di altri rioni milanesi dove viveva un popolo laborioso, composto, per la maggior parte, da operai delle officine e delle grandi fabbriche di Milano e del suo hinterland. V’erano poi le ringhiere delle case del centro, normalmente più ordinate, più pulite, spesso trasformate in piccoli giardini, con i gerani e altri fiori riposti nelle fioriere e i rampicanti che formavano deliziosi pergolati. Su queste ringhiere di case borghesi si aprivano non più di tre o quattro appartamenti per ogni piano, senza che ciò, tuttavia, togliesse socialità e vicinanza tra le famiglie residenti.  
La ringhiera, nella maggior parte dei casi, avvicinava, affratellava più d’ogni altro mezzo moderno di convivenza sociale. Sui ballatoi si organizzavano gite e scampagnate, gare di bocce e tornei di carte, feste e matrimoni. In quei tempi, la ringhiera era uno dei luoghi, parimenti al circolo, all’oratorio, all’osteria dove si “produceva” socialità. Certo, i pettegolezzi erano all’ordine del giorno, qualche vecchia ruggine o beghe di cortile potevano creare piccole tensioni e malumori ma la “filosofia” di quelle case tendeva poi a riappacificare, unire, creare le condizioni per sanare i contrasti.

Dopo aver cercato di spiegare come erano strutturate le case di ringhiera e quale fosse il modello sociale che in esse regnava, vorrei ritornare alle ringhiere del palazzo di Cinisello Balsamo, ove viveva la sorella di mio nonno. E all’ombrello nero.
Nei primi anni Sessanta capitava spesso che i miei genitori mi portassero a far visita ai miei nonni materni, nel frattempo trasferitisi da Porto d’Adda a Milano, e alle due zie di mia madre. Allora la famiglia “allargata” era una realtà forte e le relazioni tra i miei parenti erano buone. L’occasione per far visita alla zia Angelina, rimasta vedova da pochi mesi, fu l’avvicinarsi della ricorrenza dei defunti e la doverosa visita al cimitero di Balsamo, ove era stato sepolto il corpo dello zio Luigi, Luisin per i parenti. Era una domenica di fine ottobre. Grigia, triste, piovigginosa. Mio zio parcheggiò la Fiat 600 bianca sulla via e tutti insieme ci dirigemmo verso il portone del palazzo a ringhiera, cominciando a salire le scale che conducevano al terzo piano. Ciò che per anni rimase nella mia mente di bambino nato e vissuto in un piccolo paese brianzolo fu l’impatto con il contesto abitativo e urbano che mi circondava. Palazzi alti, fitti, che si rincorrevano uno dopo l’altro, incroci di strade, gente che sembrava sempre indaffarata. Tutto ciò mi incuriosiva e, nello stesso tempo, mi rendeva abbastanza insofferente. Molto probabilmente fu con questo stato d’animo che mi approcciai a far visita alla zia Angelina. Dalla zia Rosa ricordo che ci andavo più volentieri, per via del fatto che, sopra una credenza del salotto buono, arredato con mobili d’epoca, argenteria e soprammobili di pregio, erano posti dei vasi di vetro finemente decorati, colmi di piccoli confettini bianchi ripieni di rosolio, caramelle alla liquirizia e zuccherini colorati all’anice, che mi venivano regolarmente offerti. La zia Angelina, invece, aveva il braccino più corto e, se andava bene, mi toccavano dei biscottini con il tè.
Dopo i saluti di rito e gli sbaciucchiamenti della zia e delle cugine chiesi a mia madre di poter uscire sul ballatoio. “Sì, ma non sporgerti dalla ringhiera, può essere pericoloso… e rimani qui sul piano”, ammonì mio padre. Appena fuori cominciai a correre lungo gli stretti ballatoi, da un capo all’altro del palazzo. Incrociai il vano scale e subito fui colto dall’istinto di salire le scale fino al quarto piano, l’ultimo, il più alto. Non c’ero mai stato. Con sguardo furtivo diedi un’occhiata alla porta della casa della zia e, sentendo che i miei parenti discutevano amabilmente al suo interno, cominciai a salire le due rampe di scale. Al piano superiore, nella zona centrale della ringhiera, sapevo che abitavano due vecchie signore, anch’esse vedove, amiche della zia Angelina: la Rusèta (Rosa, Rosetta…) e la Teresina.
Causa la giornata di pioggia, la Rosetta aveva lasciato appeso sul corrimano della ringhiera il suo ombrello nero, grande, massiccio, con il manico di legno, come usava in quel tempo.
Erano già ormai diversi minuti che gironzolavo sui ballatori e per timore che mio padre mi stesse cercando feci per allontanarmi dalla casa della Rosetta e scendere al piano di sotto, quando mi venne in mente che avrei potuto fare qualcosa con quell’ombrello. Ritornai sui miei passi, raggiunsi l’ombrello, lo afferrai e, in una frazione di secondo, decisi che lo avrei lanciato giù in cortile. Un volo di quattro piani. Non avevo mai visto cadere un oggetto da un’altezza simile, neanche dal palazzo dove abitavano i miei nonni a Milano, che di piani ne aveva cinque. Detto, fatto. Ovviamente l’ombrello si sfracellò al suolo, il manico di legno si ruppe in alcuni pezzi e la maggior parte delle bacchettine metalliche si piegarono. Il botto richiamò l’attenzione di alcuni residenti del primo piano che, guardando verso l’alto, scorsero un bambinetto di 6 anni dalla testa ricciuta, che, colta al volo la mala parata, cominciò a correre giù dalle scale e dirigersi verso la casa della zia Angelina. Entrai un po’ trafelato e mi misi a sedere vicino a mia madre, temendo le conseguenze del mio gesto. Della Rosetta, ma soprattutto di mio padre. Non erano trascorsi più di un paio di minuti quando dal cortile si levò una voce femminile che invitava la zia Angelina a scendere. Ven giò un moment. Ma il vociare dal cortile e il trambusto che si era nel frattempo levato attirarono i miei parenti sul ballatoio, compresi i miei genitori, che ci misero davvero poco a comprendere la dinamica dell’accaduto e a individuare il responsabile. Che venne “salvato” dalla bontà cristiana della Rusèta, la quale, in buona sostanza, mi definì piccolo pargoletto innocente del Signore e che simili gesti potevano essere perdonati ad un angioletto di sei anni. Mio padre, con la faccia scura e lo sguardo severo, dopo essersi scusato con la Rosetta, si impegnò a comprarle un ombrello nuovo. Però, precisò la vecchietta, al voeri ner col manic de legn.

Beniamino Colnaghi

sabato 16 settembre 2017

Giornate Europee del Patrimonio
Domenica 24 settembre 2017 ore 15.00
Museo Etnografico dell’Alta Brianza, Località Camporeso, Galbiate
 
 Diventare grandi: giovani antropologi alla prova
con Marco Aime, Daniela Ferrario, Rosalba Negri
Una ricerca sui cambiamenti e i riti di passaggio nelle vite di ieri e di oggi
 
L’antropologo accademico, la studiosa del MEAB e l’insegnante con i suoi studenti
ne commentano le premesse e i risultati.
 
Info:  MEAB tel. 0341.240193
Parco Monte Barro tel. 0341.542266    http://meab.parcobarro.it/
 

lunedì 11 settembre 2017

Verderio: la Madonna dell'aiuto è riapparsa


Aprendo il collegamento che segue si possono leggere alcune notizie storiche sull'affresco da poco riapparso nell'edicola di via Principale: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2015/12/verderio-la-madonna-dellaiuto-da-alcune.html

domenica 10 settembre 2017

Folco Terzani
 
"Io uso il computer ogni giorno ma non ho la più pallida idea di come funzioni, l'aeroplano non so come faccia a volare, l'iPod a ricordarsi tutta quella musica o l'economia a fluttuare.
Sono circondato da meccanismi che non capisco.
Fra i sadhu invece ho riscoperto la bellezza degli elementi - l'acqua, la terra, il fuoco, l'aria.
Mi sono sentito felice camminando sulla terra, facendo il bagno nei fiumi freddi dell'Himalaya, stando accucciato accanto alle fiamme di un fuoco, respirando spazio."
Folco Terzani, A piedi nudi sulla terra, Mondadori 
 
 

lunedì 4 settembre 2017

La via Francigena nei magnifici territori della provincia di Siena

Visitare Siena, inoltrarsi tra le colline della sua provincia e ammirare le principali testimonianze architettoniche, artistiche e paesaggistiche presenti sul territorio implica necessariamente il fatto di occuparsi di una strada medievale i cui apporti culturali ed economici furono significativi per Siena e il suo territorio. Il passaggio della Francigena nel senese, infatti, e delle sue varianti, sia immediatamente tangenti o limitrofe ai territori dei comuni sia integrate con il sistema della viabilità locale, generò la nascita ed il successivo forte sviluppo di diverse tipologie di strutture assistenziali, umanitarie e commerciali ad essa funzionali e collegate.
Prima del Giubileo dell´anno 2000 si fece un gran parlare, molto spesso a sproposito e con diverse deformazioni, della via Francigena. Ma la strada in questione non può essere equiparata ad una via consolare romana, come ad esempio la via Emilia o la via Aurelia, o, ai giorni nostri, ad un‘autostrada. Nel Medioevo non esisteva un‘autorità che avesse il potere o fosse in grado di costruire percorsi sovraregionali, come fu possibile per l´Impero romano. Quindi, partendo da questo assunto, si può affermare che non è mai esistita una via Francigena a lunga percorrenza che unisse Roma al Nord Europa. Ci furono invece diverse varianti e possibilità, come attestano alcuni documenti medievali, che citano occasionalmente una via o strada francigena, o francisca, o romea. Come accennato, le possibili varianti furono molteplici. Come quella percorsa dall´arcivescovo di Canterbury, Sigerico che, tra il 990 e il 994, superò le Alpi al Gran San Bernardo e attraversò la Manica non lontano da Calais. Oppure, due secoli dopo, il viaggio del re di Francia, Filippo Augusto, che, di ritorno in patria dalla Terra Santa, percorse itinerari diversi in Toscana e superò le Alpi al Moncenisio.
Relativamente alle origini della via Francigena, questo itinerario comincia ad essere documentato nella prima metà dell´VIII secolo ma, se ci limitassimo al tratto italiano, dovremmo precisare che il percorso comincia a definirsi con i Longobardi che, per recarsi nella Tuscia e scendere nei loro possedimenti meridionali passavano per l´Alpem Bardonis, Monte Bardone, cioè da quel passo che in seguito sarà detto della Cisa. Per i Longobardi questa strada ebbe un forte peso strategico perchè in Toscana permetteva un percorso intermedio tra la costa, soggetta ad attacchi dal mare, e i territori orientali controllati dall´Esarcato. La via che superava il Monte Bardone mantenne grande importanza  anche con l´avvento dei Franchi, tanto che da questi in qualche maniera prese il nome. Sulla via Francigena si viaggiava prevalentemente a piedi. Solo i piú abbienti potevano permettersi il lusso di una cavalcatura mentre le merci venivano trasportate con animali da soma. Le strade medievali erano spesso tortuose e ripide e i selciati erano malridotti e i ponti stretti e insicuri. Per meglio comprendere, in maniera eloquente, la struttura della via Francigena e chi fossero i suoi utenti, basti osservare gli affreschi del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti, contenuti nel Palazzo Pubblico di Siena. Sul tratto senese della strada si notano i signori a cavallo con il falcone e il seguito dei servi, ma anche il mercante con il mulo, il contadino che porta in cittá il porco, il pellegrino ed anche il povero che chiede l´elemosina. Le difficoltà e la lentezza del viaggio rendevano necessaria la presenza di numerosi ospizi, secondo il principio cristiano dell´aiuto al prossimo, bisognoso di assistenza materiale e spirituale. Nel senese furono decine e decine gli ospizi documentati presenti sulla Francigena. Una trentina nella sola Siena. L‘ospitalità era offerta anche da istituzioni religiose quali monasteri, pievi, canoniche. Successivamente si diffuse un‘ospitalità che oggi potremmo definire laica, a pagamento, quale quella delle taverne, delle osterie, delle terme, la cui conduzione vide spesso impegnate intere famiglie.
Entrando ora nel merito dei percorsi della strada che interessano i comuni senesi, con le eccezioni di Volterra (provincia di Pisa) e Cortona (provincia di Arezzo), che ho ritenuto di visitare per la loro storia e bellezza, dopo essersi infilata in Lunigiana ed aver toccato Lucca, la Francigena si avvicina ad un passaggio che intorno all’anno Mille era tra i più temuti: la piana del Serchio, i boschi delle Cerbaie, i paduli di Porcari e di Fucecchio, aree paludose oggi bonificate, l’Aqua nigra menzionata da Sigerico. Il passaggio dell’Arno lo si vede scorrere da un solido  ponte in muratura e se si alza lo sguardo dagli argini già si vede svettare la torre di San Miniato, roccaforte imperiale a controllo della strada. Oltre quel crinale si distende il mare ondulato delle colline toscane. Orizzonti vastissimi si aprono dal crinale che si affaccia sulla Val d´Elsa, dove si cammina seguendo fedelmente le orme dell’arcivescovo Sigerico. I viandanti si ritrovano immersi nella solitudine dei campi di grano, contemplando paesi lontani: Castelfiorentino, Gambassi Terme, Certaldo, una costellazione di borghi sui crinali, i casali, le pievi romaniche tra gli ulivi e i cipressi, poco più a sud, si cominciano a intravedere le magnifiche torri di San Gimignano, ricordato fin dal X secolo come castello di pertinenza della Chiesa volterrana. Due secoli più tardi la comunitá di San Gimignano si staccò progressivamente dal dominio politico di Volterra, avviando la formazione di un proprio distretto. Tra varie difficoltà e apposizioni di ostacoli da parte di Firenze e Siena, nei primi anni del Trecento la città fu teatro di una grande espansione mercantile e di operazioni finanziarie di ampio raggio che, però, non ressero a lungo alla forte pressione e ingerenza fiorentina e alla grave crisi internazionale che iniziò verso la metà del Trecento. La crescita urbana della città ebbe un arresto definitivo. Ma l‘immobilismo dei secoli e drastiche operazioni di tutela del patrimonio monumentale hanno creato le premesse per la fortuna di oggi, tanto da poterci consentire di ammirare una cittá che ha pochi eguali al mondo.


San Gimignano

Poc‘anzi ho accennato al fatto che Volterra meriti senz‘altro una visita, in primis per la sua bellezza e per la vicinanza a San Gimignano, e poi perchè essa, seppur non interessata direttamente dal passaggio della Francigena, estese storicamente il suo territorio e il dominio proprio su zone oggi appartenenti alla provincia di Siena.

Volterra

Il percorso della Francigena descritto da Sigerico poco più a sud di San Gimignamo entra nel territorio comunale di Colle di Val d´Elsa, la quale si vide certamente favorita e beneficiata da tale passaggio, sia dal punto di vista dello sviluppo economico sia dall‘incremento demografico. Nel corso del Medioevo Colle mantenne dapprima una politica di equilibrio tra le due città egemoni della Toscana, Siena e Firenze, per poi avvicinarsi sempre più a quest´ultima. Numerosi sono i monumenti di un certo interesse presenti sul suo territorio, soprattutto a Colle Alto, sviluppatosi lungo la sottile cresta di una scoscesa collina.
L´estremitá sud-occidentale del comune di Castellina in Chianti era interessata da un percorso della Francigena proveniente da Poggibonsi che correva sulla destra del torrente Staggia, il quale vedeva la presenza di alcuni ospizi. Nei primi anni del Duecento il territorio di Castellina entrò a far parte anch‘esso dell‘influenza di Firenze, assumendo un ruolo importante nel sistema difensivo del confine meridionale, in contrapposizione al castello senese di Monteriggioni. Alla metà dello stesso secolo fu posta a capo di uno dei terzieri che formavano la Lega del Chianti. Situata sulla cresta di una collina, in posizione panoramica a dominio delle valli della Pesa, dell‘Arbia e dell‘Elsa, Castellina venne fortificata e potenziata, ad opera dei Fiorentini, nella cinta muraria, con torri mozzate a pianta quadrata.
 
 Castellina in Chianti
Se Castellina ebbe il compito di difendere da sud il contado fiorentino, Monteriggioni nacque come baluardo della frontiera a nord dello Stato senese. Tutti i percorsi della Francigena a nord di Siena confluivano nell´attuale circoscrizione comunale, per poi unirsi poco prima di raggiungere la città. Il tratto della Francigena che raggiunge Monteriggioni, proveniente da San Gimignano e Colle Val d´Elsa, è senza alcun dubbio di grande bellezza paesaggistica e particolarmente ricco di testimonianze storiche e architettoniche. Monteriggioni, celebre per via della cinta muraria circolare, con quattordici torri quadrilatere, presenta un asse viario principale  alle cui estremità si aprono due porte. Al centro è una vasta piazza su cui si affaccia la pieve di Santa Maria, di forme romanico-gotiche.       


Monteriggioni

Pochi chilometri di percorrenza verso sud ed eccoci a Siena, punto importante di convergenza dei vari percorsi francigeni. Siena, la colonia romana Sena Julia, emblema della via Francigena e una delle maggiori cittá del Medioevo, la cui fortuna e prosperità fu gran parte legata alla via stessa, che vi entrava a nord da Porta Camollia e usciva a sud da Porta Romana, quella raffigurata dal Lorenzetti nel Buon Governo. Le torri, piazza del Campo, il Duomo e l´inconfondibile profilo della cittá accompagnavano a lungo i viandanti e i pellegrini mentre si dirigevano verso Roma, inoltrandosi in un percorso più netto, anche se vi potevano essere delle varianti. Due di queste si dirigevano, l‘una verso Isola d‘Arbia, Monteroni, Lucignano d‘Arbia, Buonconvento e giù giù fino a San Quirico d‘Orcia, punti fissi della Francigena, l‘altra verso Taverne d‘Arbia, Vescona e Asciano, nel cuore delle Crete Senesi, una via bellissima, tutta di crinale, tra panorami immensi e dolcissime colline di argilla coltivate a grano.  


Siena
 
Da Asciano, volendo ricongiungersi con la Francigena in direzione Buonconvento, come un‘oasi nel deserto, racchiusa entro il verde immenso di un bosco di cipressi, improvvisamente appare Monte Oliveto, grande monastero fondato nel 1319 per iniziativa di alcuni nobili senesi che in questo luogo si erano da tempo ritirati a vita eremitica. In seguito divenne il centro di un‘importante e vasta congregazione religiosa. Tutt‘ora è sede di una numerosa congregazione di monaci benedettini.  


Abbazia di Monte Oliveto Maggiore

Superato Buonconvento verso sud, solo l´estremo lembo nord-orientale del territorio di Montalcino è interessanto dal passaggio della Francigena. Comune autonomo dalla fine del XII secolo lottò per tutto il Duecento a difesa della sua indipendenza contro le mire espansionistiche di Siena, che ebbe la meglio nel secolo successivo. L‘importanza della città nell‘età medievale è testimoniata da numerosi monumenti, tra i quali la Rocca, il Palazzo Comunale, il Duomo e numerose chiese.
La strada che da Montalcino porta a San Quirico d´Orcia offre belle vedute sulle dolci colline delle valli dell‘Asso e dell‘Orcia, con squarci di paesaggio tra i più fotografii della Toscana. Sede di una pieve ricordata fin dall‘età longobarda, il castello di San Quirico assunse notevole importanza nel corso del XII secolo, quando divenne residenza dei funzionari dell‘Impero. Quale ultimo grande castello prima di uno dei tratti più insicuri dell‘intero percorso, San Quirico, sede di numerosi ospizi per pellegrini e viandanti, costituì una delle principali tappe lungo la strada. La stessa struttura urbana si è in gran parte sviluppata lungo la Francigena, da Porta Camaldoli a Porta Ferrea, oggi entrambe scomparse. Da ricordare che nel 1154 Federico Barbarossa stabilì qui il proprio accampamento per trattare con i messaggeri di Papa Adriano IV i termini della propria investitura ad imperatore. Anche in epoca moderna San Quirico ha visto passare tra le sue mura principi e imperatori, religiosi, eserciti e pellegrini, tra i quali i papi Pio VI e Pio VII, quest‘ultimo mentre si recava a Parigi per l‘incoronazione di Napoleone Bonaparte.   
San Quirico d'Orcia

Ad est di quest‘ultima località troviamo due importanti città della provincia senese, Pienza e Montepulciano. La prima, molto vicina al passaggio principale della Francigena deve il suo nome e la sua fama a Enea Silvio Piccolomini, Papa Pio II, che nel 1459 concepì l‘idea di sperimentare i nuovi sentimenti e i nuovi ideali estetici dell´Umanesimo nel castello di Corsignano, dove lui stesso ebbe i natali. Nel giro di pochi anni elevò il castello a sede episcopale, ne cambiò il nome, obbligò i cardinali al suo seguito a costruirvi proprie residenze e dette l´incarico al Rossellino di mettere a punto il progetto, che si fermò alla morte di Pio II. Fulcro estetico ed urbanistico del grande progetto è piazza Pio II, dalla singulare forma trapezoidale, con il Duomo, dalla facciata rinascimentale in travertino, e i palazzi che la circondano, tra i quali il Palazzo Piccolomini, il Palazzo Pubblico e il Palazzo Borgia.

Pienza

Montepulciano, anche se distante una ventina di chilometri dalla Francigena, merita senz´altro una visita. Per rendersi conto della bellezza e della storia della città, basti iniziare la visita dalla piazza Grande, centro monumentale ed insieme alla Rocca elemento emergente del suo impianto insediativo. L’architettura degli edifici attuali risale al rinnovamento prodottosi in città nei secoli XV e XVI e mostra gli influssi delle correnti culturali del Rinascimento fiorentino e romano. Il Palazzo Comunale, Palazzo Contucci Del Monte, il Duomo e il pozzo meritano particolare attenzione. E poi conviene percorrere le diverse stradine che contengono numerosi segni e testimonianze della gloriosa storia di Montepulciano.   


Montepulciano

A sud di  San Quirico ai viandanti si aprivano piú possibilitá per superare il monte Amiata, al fine di dirigersi verso Radicofani, Piancastagnaio a sud-ovest e San Casciano dei Bagni a sud-est. A sud di questi tre comuni, in localitá Ponte del Rigo, confluivano tutti i percorsi di quel fascio di strade che caratterizzava l´andamento della Francigena tra la Val d´Orcia e l´ingresso nel Patrimonio di San Pietro, cosí come oggi segna il confine tra la Toscana e il Lazio. Da qui passava il piú antico percorso della strada, quello di fondovalle, attestato dall´arcivescovo Sigerico e rimasto in uso fino alla fine del Cinquecento.
Qui la via Francigena entra nel Lazio e prosegue verso Roma. E qui termina il mio viaggio.        

Beniamino Colnaghi

Note e bibliografia
Le fotografie che corredano l’articolo sono state scattate nel mese di giugno 2017
I percorsi della via Francigena nelle terre di Siena, prodotto dalla Provincia di Siena, edizione 2003, Editrice Le Balze, Montepulciano
Via Francigena, sito ufficiale: http://www.viefrancigene.org/it/
Via Francigena, Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Via_Francigena