sabato 1 luglio 2017

Il santuario ed il convento di Santa Maria Nascente di Sabbioncello, Comune di Merate

Nella maggior parte dei casi, la scelta di scrivere e pubblicare su questo blog storie di personaggi o racconti di fatti ed eventi avviene quando c’è una traccia, una fotografia, una testimonianza scritta o orale. Per la stesura di questo post, volto a narrare la storia del santuario di Sabbioncello, sono partito invece dal luogo ove sorge e dalla “fama”, che dal punto di vista storico e religioso ha sempre avuto nella Brianza meratese e lecchese.
L’intento che mi ha condotto in cima al piccolo colle, sul quale sono adagiati il santuario ed il convento, è stato quello di scattare alcune fotografie agli edifici ed alle strutture che compongono il complesso religioso. E fin qui nulla di straordinario se non fosse che, durante questa fase, non avessi incrociato un frate appartenente all’Ordine Francescano, proprietario degli immobili, il quale, con cortesia si è offerto di accompagnarmi in un’interessante visita guidata del convento e della chiesa.
 


Da Sabbioncello si vede il colle ove sorge il santuario di Montevecchia

Sabbioncello pare derivi da Sabatius sacellum o più semplicemente dalla sabbia che componeva la struttura del terreno. Le prime notizie risalgono al 1026 e ci raccontano dell’esistenza di un castello o di una fortificazione preesistente sull’area dell’attuale piazzetta della chiesa e del convento. Tale struttura era di proprietà della famiglia Torriani e venne distrutta intorno agli anni 1270-1275, insieme al castello di Merate. Nel XV secolo Sabbioncello divenne sede comunale, annoverando, nel suo territorio, alcune frazioni, tra cui Pagnano, Vizzago, Pianezzo e Cicognola.
In quel periodo a Sabbioncello esisteva soltanto una piccola chiesa in pessime condizioni, denominata Santa Maria in Sabbioncello. Presso alcuni piccoli locali adiacenti la chiesetta stazionò, per un certo periodo di tempo, il romito Claudio, che riuscì ad aggregare altri eremiti e formare un Sodalizio religioso, al quale venne concesso di costruire una chiesa più grande, in stile lombardo, con archi a sesto acuto fino al presbiterio e con facciata rivolta verso Montevecchia. L’altare maggiore era situato nell’area dell’attuale ingresso.
Nello stesso periodo i monaci benedettini dell’Abbazia di San Dionigi di Milano, proprietari dell’immobile, concessero la facoltà di costruire un campanile, una casetta e un piccolo chiostro a ridosso della chiesa per accogliere i pellegrini e i poveri. Nei primi trent’anni del 1500 venne anche affrescata una parete della chiesa con numerosi ex voto popolari.


Il chiostro "piccolo", quello più vecchio dei due esistenti a Sabbioncello

Nel 1540 il parroco di San Giorgio in Vizzago, non potendo garantire una valida funzionalità della chiesa di Sabbioncello, chiamò i frati Francescani Amadeiti del convento della Pace di Milano e papa Paolo III dichiarò Santa Maria di Sabbioncello “separata per sempre dalla parrocchia di San Giorgio in Vizzago”. 
I Francescani Amadeiti iniziarono da subito a costruire la sacrestia, il cenacolo o refettorio e la cucina, oltre altre strutture di servizio.
Nel 1588, i maestri murari Battista e Domenico Chiesotto costruirono l’attuale presbiterio, il coro a quadrivolta sull’antica entrata della chiesa e, nel centro di questo, il sepolcro dei religiosi ritornato alla luce nel 1984, durante la paziente opera di restauro durata quasi due anni. Inoltre eressero l’attuale facciata della chiesa rivolta a oriente. Un anno dopo vennero affrescate le vele del coro con le figure dei quattro Evangelisti che s’accompagnano ai quattro padri della Chiesa Latina: Ambrogio, Agostino, Gerolamo e Gregorio. In quegli anni sono ritornate alla luce le meridiane del chiostro grande, affrescate intorno al 1700 da padre Giambattista Fè da Gentilino, esperto in arte gnomonica.
Nel 1648 venne eseguito lo scavo di una grande cisterna capace di contenere 17.000 brente d’acqua.

Il nuovo ingresso della chiesa

Nel 1810 Napoleone Bonaparte soppresse il convento, insieme a molti altri, ma i Frati Minori vi ritornarono alcuni anni dopo la caduta dell’imperatore francese per allontanarsi di nuovo a causa della Soppressione Italica del 1866. Nel 1898 Sabbioncello divenne convento della rinata Provincia lombarda dei Frati Minori. Nel 1954 venne costruita una nuova ala che attualmente ospita la biblioteca e dove hanno sede diverse attività pastorali e culturali. Nel maggio del 1967, lungo la strada che sale al convento, vennero inaugurate le stazioni della Via Crucis in cotto, opera di padre Nazareno Panzeri. Negli anni Ottanta e Novanta del Novecento si sono svolti diversi lavori di ristrutturazione e restauro di parte della struttura e delle cappelle laterali della chiesa e del chiostro.
 


Le stazioni della Via Crucis e la targa che ne ricorda la costruzione

Sulla chiesa è utile spendere qualche parola in più.

Sono molti gli elementi di interesse di natura storico-artistica contenuti nella chiesa di Santa Maria Nascente. L’edificio è ad aula unica, con copertura voltata a ogiva e cappelle sul lato sinistro. Il presbiterio è il risultato di un intervento risalente alla fine del XVI secolo, quando l’orientamento della chiesa fu invertito. Molte pareti lato sud e le lesene tra le cappelle laterali sono decorate con pitture murali interessate da pesanti interventi moderni che ne hanno falsato i valori pittorici. Sopra le cappelle sono state installate delle vetrate artistiche che richiamano la devozione, mentre al di sopra della cappella dell’Incoronata è visibile un affresco che rappresenta Maria Assunta attorniata dagli angeli.
  
La cappella del Crocifisso trae il suo nome dalla presenza di un antico crocifisso appartenuto a Federico Borromeo, cugino di san Carlo Borromeo. Nella cappella si segnalano due affreschi eseguiti entro il 1593 da Giovan Mauro e Giovan Battista della Rovere, detti i Fiamminghini. La cappella doveva essere completamente affrescata se è vero quanto scritto nelle Memorie spettanti alla città di Milano del Giulini, quando si dice che i pittori dovevano dipingere “…sedici capitoli delli Misteriy del Rosario…”. Purtroppo, della decorazione pittorica originaria restano solo quattro riquadri, ciascuno con un santo vescovo. Sulla parete centrale della cappella è collocato un altare con paliotto settecentesco in discreto stato conservativo, decorato al centro con un’Immacolata tra i fiori. Oltre alle cappelle del Crocifisso e della Vergine dell’Incoronata, nella chiesa si possono ammirare altre due cappelle: quella di sant’Antonio, nella quale si conserva sopra l’altare la statua lignea del santo, oltre ad alcuni dipinti e statue in gesso di santa Chiara e santa Margherita e la cappella di san Francesco, che vede la statua del santo al centro della parete frontale.  



Dall'alto verso il basso: cappelle del Crocifisso, di sant'Antonio e san Francesco

Come già accennato, l’intera parete di destra è ricoperta di numerosi affreschi ex voto risalenti ai primi trent’anni del 1500. In particolare uno, di un certo valore, porta la data del 1515 ed è stato realizzato dal pennello di Thomas Malagridas, come è possibile leggere sul cartiglio.


Un’altra opera di grande interesse artistico è rappresentata dalla statua lignea della Vergine Immacolata contenuta in un’ancona posta sopra l’altare maggiore, scolpita nel 1741 da frate Francesco da Vanzone, che si segnala per la maestosità dei volumi e per l’imponenza delle dorature.


L’area del coro, infine, si segnala per le pitture murali della volta, eseguite da Domenico Chiesotto a conclusione dell’intervento architettonico che lo vide all’opera insieme al fratello Battista. Gli affreschi emersero sotto uno strato di scialbo nei primi anni Ottanta del secolo scorso. Sulle vele della volta a crociera, come già detto, sono raffigurati i Dottori della Chiesa mentre sul sottarco che divide il coro dal presbiterio sono visibili santi francescani a mezzo busto, alcuni dei quali appaiono di migliore qualità esecutiva rispetto ad altri e meglio conservati.
Pregevolissimo lavoro sono gli stalli del coro in legno di noce, rovere, castano e pioppo, realizzati nell’ultimo decennio del Cinquecento e di cui non si conosce l’artista che li ha costruiti.   
Nei due chiostri del convento si segnalano diverse testimonianze di varie epoche, tra cui un’ara romana dedicata alle Matrone, rinvenuta durante alcuni scavi; un altorilievo cinquecentesco con il monogramma di Cristo; una lapide settecentesca; una fontana in bronzo e pietra; diversi arredi antichi di ottima fattura.

La parete del piccolo chiostro che riporta la scritta: "Ara romana del sec. III-IV d.C. dedicata alle Dee Matrone per la guarigione di Gneo, Caio fece edificare".

Da ultimo vale la pena segnalare due sale, quella del Crocifisso e quella del Capitolo, che contengono opere di notevole valore artistico, tra le quali un affresco che raffigura il Crocifisso con la Madonna, Maria Maddalena, san Giovanni e san Francesco attribuibile ai Fiamminghini, mentre la seconda sala viene detta anche delle sinopie per la presenza sulle pareti di sinopie strappate e trasferite in questo locale, anch’esse raffiguranti parti di una crocifissione.

Beniamino Colnaghi

Bibliografia e note

Santuario e Convento di Santa Maria Nascente di Sabbiocello – Merate, Fraternità di Sabbioncello, 2015 Editrice VELAR Gorle Bg.
Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Convento_di_Santa_Maria_Nascente_in_Sabbioncello
Pro loco Merate: http://www.prolocomerate.org/conosci-merate/convento-di-sabbioncello/
Reportage fotografico di Montevecchia: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2015/03/blog-post.html
 

martedì 20 giugno 2017

Il David di Michelangelo Buonarroti e la "contesa" sul suo posizionamento

Nel 1501, Michelangelo Buonarroti, quando iniziò a scolpire il blocco di marmo dal quale, tre anni più tardi, si sarebbe materializzato il David, l’eroe biblico che sconfisse il gigante Golia, aveva poco più di 25 anni. Già da quel momento molti artisti del Rinascimento italiano capirono che quel ragazzo sarebbe diventato il genio che dimostrò di essere durante la sua lunga vita artistica.

La statua di Michelangelo agli Uffizi di Firenze

Quel blocco di marmo di Carrara, ritenuto da altri scultori fragile e non adatto, per la forma e la scarsa qualità, venne affidato al giovane Michelangelo al fine di ricavarci un gigantesco David.   
Nel 1504 il Buonarroti consegnò alla città di Firenze la statua, simbolo della libertà repubblicana, che è da sempre ritenuta l’ideale della bellezza maschile e l’oggetto artistico più bello mai visto dai tempi antichi in Italia.  
Originariamente la statua avrebbe dovuto essere collocata su uno dei contrafforti del Duomo. Ma alcuni degli artisti fiorentini non furono d’accordo con tale decisione iniziale, probabilmente perché, dopo aver ammirato la maestosità e la bellezza del David, ritennero più consona una collocazione “più in vista”.
 
Il David
 
Per dirimere la questione e individuare una soluzione quanto più condivisa, i Consoli dell’Arte della Lana di Firenze chiamarono a raccolta ventuno tra i maggiori artisti presenti in città in quel periodo. Nomi da far accapponare la pelle, tanto erano bravi e famosi. Tra gli altri: Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli, Filippino Lippi, Giuliano da Sangallo, Piero di Cosimo, Pietro Perugino, Andrea Sansovino, Davide Ghirlandaio.  
Alcuni artisti ritenevano la questione di semplice risoluzione e prettamente estetica, altri, invece, avevano individuato risvolti politici molto importanti. Tra questi ultimi, Niccolò Machiavelli, segretario della seconda Cancelleria, vide in quella statua il simbolo dell’aspirazione a formare una milizia popolare volta a difendere lo Stato e i suoi valori. E per questo motivo, secondo il Machiavelli, era assolutamente necessario dare al David la massima visibilità.
I geni del Rinascimento fiorentino si ritrovano dunque in assemblea e, da subito, fanno emergere i primi dissidi e pareri discordanti sulla collocazione della statua. Considerato che il marmo era fragile e di scarsa qualità, alcuni artisti, tra cui Donatello, Giuliano da Sangallo e lo stesso Leonardo da Vinci vedrebbero bene il David di Michelangelo posizionato al coperto, magari sotto la Loggia dei Lanzi o accanto alla Cattedrale. La posizione di Leonardo, che vorrebbe il David in un luogo ancor più defilato, appare oltremodo viziata dalla preoccupazione che il successo del giovane Buonarroti potesse mettere in ombra il suo buon nome.

Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria a Firenze

Alla fine, per superare lo stallo, viene sentito Michelangelo stesso, il quale riesce a orientare la decisione finale verso il posizionamento della statua sul proscenio più importante di Firenze: l'ingresso di Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria.
Il David fu l’emblema della Repubblica fiorentina per molti secoli. Nel 1873 venne trasferito alle Gallerie  dell’Accademia e al suo posto, nel 1910, venne installata una copia.
 
Beniamino Colnaghi

giovedì 1 giugno 2017

Il ponte Carlo di Praga, ovvero il “Ponte sacro”

I libri di storia narrano che nello stesso luogo ove adesso c’è il ponte Carlo, Karlův most in ceco, c’era un ponte di legno più basso che attraversava la Moldava, Vltava. Venne spazzato via da un’alluvione. Allora, nel 1157, il re Vladislao I, senza perdere tempo, ordinò la costruzione di un nuovo ponte in pietra, al quale diede il nome di sua moglie Giuditta. Il ponte Giuditta, i cui blocchi di rivestimento erano saldamente legati tra loro da grappe di ferro, al fine di resistere alle onde più forti, tanto robusto non doveva essere perché nel 1342 un’altra alluvione sommerse completamente il ponte e ne distrusse buona parte.
Sempre i libri di storia, ancora loro, ci raccontano che fu l’imperatore Carlo IV in persona (1316-1378), a quel tempo re di Boemia e imperatore del Sacro Romano Impero, a volerne uno nuovo, incaricando l’architetto Peter Parler, nato in Germania ma praghese di adozione. Sua fu anche la progettazione della cattedrale di San Vito e del Castello di Praga. Parler pensò bene di costruire il nuovo ponte spostato di 20 metri verso sud rispetto al ponte distrutto e con il piano di transito più alto di quattro metri.
La cattedrale di San Vito

Dell’antico ponte Giuditta, oggi, rimangono la cosiddetta torre di Giuditta, a fianco della porta che introduce nel quartiere di Malá Strana, e tre arcate inglobate nelle cantine delle case a ridosso della porta stessa. Le massicce strutture in pietra servirono da modello a Peter Parler per il ponte Carlo.
Il ponte non è la classica struttura che serve ad attraversare un fiume. Nella maggior parte del mondo è cosi, a Praga no. Il ponte Carlo è la storia di Praga e la testimonianza dell’evoluzione della città, un catalogo urbano dove la città si racconta. Su questo ponte sono state scritte centinaia di storie e leggende, come quella del Vodnik, una specie di folletto raffigurato con un cappello a tuba e disegnato con i colori rosso e verde, che ama, tra l’altro, intrattenersi nelle vecchie birrerie che sorgono in prossimità del fiume. Si tratta di una creatura acquatica, il cui compito è quello di raccogliere le anime degli annegati nella Moldava e custodirle in piccole ampolle di vetro depositate sul fondo del fiume.
Insomma, Praga, seppure sia una città tanto romantica quanto misteriosa, senza il ponte Carlo non sarebbe la stessa cosa.
 Il ponte Carlo verso la Città Vecchia (1870)
 
Il ponte Carlo oggi. Sullo sfondo il Castello e la cattedrale di San Vito
 
Un aneddoto personale. Ho ammirato per la prima volta la struggente bellezza di questo ponte nel 1987. Trent’anni fa. Epoca di smantellamento del regime. Era una qualsiasi domenica mattina del mese di agosto. La città era semideserta: i praghesi, come da tradizione, trascorrevano il fine settimana nelle loro casette di legno in campagna o presso i campeggi adagiati sulle rive dei numerosi laghetti boemi. I turisti occidentali si potevano contare con il pallottoliere. In quell’occasione, e forse nelle seguenti tre o quattro volte che vidi il ponte prima dell’89, ebbi modo di ammirarlo, fotografarlo, percorrerlo in tutta la sua maestosità. Oggi non è più possibile. Ogni giorno della settimana e durante ogni periodo dell’anno masse informi di turisti/consumatori/selfomani lo percorrono per raggiungere il quartiere di Malá Strana, e viceversa. La folla oggi è più interessata ad immortalarsi e curiosare tra le bancarelle che a conoscere e scoprire la storia ed i segreti di questo ponte.
Il ponte Carlo è lungo 520 metri e largo quasi dieci, 16 pilastri di sostegno e 30 gruppi di statue di santi. L’idea di ornarlo di statue è tutta italiana, anzi romana, e il contrappunto tra la severità gotica delle strutture del ponte e il disegno barocco delle statue è invece tutto praghese. Tutto ciò ci conferma il risultato di un accumulo storico, un processo di invenzione che si crea per strati, dalla prima installazione, il Crocifisso di inizio Seicento, all’ultima, il gruppo Cirillo e Metodio, realizzato nel 1938, l'anno prima che i nazisti invadessero la Cecoslovacchia.
Arrivando dalla Città Vecchia, Staré Město, non si può fare a meno di rallentare il passo, un po’ per la calca e la ressa dei turisti, ma soprattutto per lo scenario che ci si para di fronte. Superata la torre d’entrata, Mostecká věž, disegnata anch’essa da Parler, il ritmo del passo diventa gotico, di altri tempi. A proposito della torre, che riporta figure di Carlo IV e di vari santi, sopportò anche il peso di dieci teste mozzate dei capi degli insorti che vi furono appese nel 1621, quando la Boemia fu ripulita dalle cattolicissime armate imperiali e riportata nell’ovile. Il 1620 è l’anno della battaglia della Montagna Bianca, una data importantissima, di svolta nella storia boema.






 
Superata la torre e rallentato il passo, dunque, si entra in una specie di lungo salone all’aperto nel quale sono esposti trenta complessi statuari di varia fattura, alcuni in copia, per un totale di 50 personaggi. Il rosario dei santi non ha nulla di clericale; è una vetrina di raffigurazioni barocche e di successivi stili. Le statue rappresentano due mondi: quello dei santi e delle vergini e quello degli altri, l’ebreo, il saraceno, il peccatore, il negro, l’indio, la vedova col bambino…
La carrellata delle statue è molto istruttiva per riconoscere tre secoli di trascorsi cattolici del Paese centroeuropeo. A esempio basterebbe conoscere la storia di san Giovanni Nepomuceno, la cui statua, che risale al 1683, è la più antica del ponte, l’unica in bronzo. San Giovanni Nepomuceno venne gettato nella Moldava il 16 maggio 1393 perché non rivelò i segreti confessionali della moglie di re Venceslao IV. Silenzio di fronte al potere. Fu dichiarato dalla Chiesa protettore contro le malelingue.
Oppure basterebbe raccontare della statua che rappresenta san Francesco Borgia (1710), nipote del figlio di papa Alessandro VI, spagnolo, grande amico del re e cavallerizzo della regina Isabella, governatore dei gesuiti.
Verso Malá Strana il ponte sembra infilarsi nella pancia del quartiere, nel quale nacque e visse lo scrittore e poeta Jan Neruda. Malato e in miseria, dopo la sua morte la città di Praga gli dedicò una via, Nerudova ulice, sulla quale si affaccia l’ambasciata italiana. 
Le due torri che dovrebbero materialmente chiudere il ponte, in realtà aprono a Malá Strana in una continuità senza scossoni. La più bassa delle torri risale al XII secolo ma fu rinnovata nel 1590. La più alta è della fine del XV secolo.

 
Quando poco sopra ho scritto che il ponte Carlo è la storia di Praga, pensavo anche al fatto che sul ponte passava la Via Imperiale che saliva al Castello per l’incoronazione di re e imperatori. Oggi, molto più modestamente e commercialmente, passa la Via Turistica. Certo, i turisti di oggi non faranno la storia, ma almeno ingrassano le tasche di chi trae guadagni dal turismo di massa a Praga.
Il drammaturgo ceco Frantisek Langer scrisse, in tempi non sospetti, quasi fosse una profezia: “Perché la salvezza e la sopravvivenza del popolo ceco si fonda sui nostri teneri cuoricini piuttosto che sulla pietra tanto dura con la quale, sei secoli fa, re Carlo costruì il nostro bellissimo ponte”.
 
Beniamino Colnaghi

Sulla Boemia e su Praga questo blog contiene numerosi articoli:
La storia di Liberec: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2016/10/liberec-rep.html
Telc, patrimonio dell'Unesco: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2016/02/telc-patrimonio-dellunesco.html
Non solo Praga: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2015/09/non-solo-praga-c-itta-darte-castelli-e.html
La storia dell'Europa orientale: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2015/02/leuropa-orientale-radici-storia-e.html
Zelena Hora: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2013/09/il-complesso-storico-monumentale-di_4.html
L'ira di Hitler su Lidice: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/08/lira-di-hitler-su-lidice-reinhard.html
Jan Hus e gli Hussiti: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/06/boemia-jan-hus-e-il-movimentohussita.html
Il ghetto ebraico a Golcuv Jenikov: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/03/il-vecchio-insediamento-ebraico-di.html
Il lager di Terezin: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/03/terezin-il-lager-dei-bambini-in-ricordo.html
Milovice: http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2012/02/il-militare-di-ceca-milovice.html

giovedì 18 maggio 2017

La pala dell’altare della chiesa di Verderio, opera di Giovanni Canavesio

Tre anni prima che nascesse il Novecento, la nobile Giuseppina Gnecchi Ruscone Turati decise di finanziare la progettazione e la costruzione della nuova chiesa parrocchiale di Verderio Superiore, che venne dedicata ai santi Giuseppe e Floriano.
Il 4 settembre 1898, l’allora parroco, don Luigi Galbiati, benedisse la prima pietra “che fu murata nelle fondazioni del pilastro della cupola nell’angolo di levante, con una pergamena in un tubo di vetro e alcune monete e medaglie con le effigi del Re Umberto I e del Papa Leone XIII”.(1)
La chiesa, in stile rinascimentale lombardo, venne costruita “… a tre navate, intersecate dalla navata traversa, chiusa agli estremi da absidi poligonali, mentre la navata mediana termina con un’abside maggiore, destinata ad accogliere l’organo e il Coro”.(1)
La nuova parrocchiale venne terminata nel 1902 e consacrata dal cardinale Ferrari il 26 ottobre dello stesso anno.

Per dare ancora più prestigio e importanza all’altare maggiore, la famiglia Gnecchi dotò la chiesa di un grandioso polittico, eseguito nel 1499 dal pittore Giovanni Canavesio di Pinerolo. Difatti, nel cartiglio situato ai piedi della Madonna e sovrapposto alla base del trono è chiaramente leggibile la firma in latino del pittore: Presbit Jones Canavesi pinxit.
 
 
La grande pala d’altare, realizzata a tempera e raffigurante in posizione centrale la Madonna con il Bambino assisa in trono, è composta da ben trentuno scomparti. Ai lati della Madonna figurano quattro santi coronati da baldacchini in legno dorato: san Dalmazio e Giovanni Battista a sinistra, l’Arcangelo Michele e san Pietro a destra.
Nella parte superiore, sopra i quattro santi, il Canavesio ha posto i Dottori della Chiesa: sant’Ambrogio, sant’Agostino, san Gerolamo e san Gregorio.



Nelle cuspidi, alla sommità dell’opera, sono contenute in dimensione minore le figure di quattro sante: santa Marta, santa Caterina, sant’Agata e santa Lucia. Fra le due coppie di sante, sopra il pannello della Vergine, è posta la Deposizione di Cristo dalla croce, un tema ricorrente nelle opere del Canavesio. Tutto questo insieme di scomparti è contornato da piccoli quadri raffiguranti scene della vita della Vergine e figure di profeti e santi, tra i quali Isaia, David, san Martino, san Sebastiano, santo Stefano, san Domenico e altri.


Secondo la dottoressa Elisabetta Parente, che ha redatto il testo del volumetto di cui alla nota 2, l’imponente cornice che inquadra gli scomparti “… non è integralmente originale e appare in diversi punti rifatta, ma il disegno d’insieme dell’opera si inserisce perfettamente nella corrente della pittura devozionale ligure del Quattrocento… ”(2). I personaggi che popolano la pala “… si stagliano su un fondo di oro zecchino che, se tende a ridurre ogni effetto volumetrico, permette ai colori di risaltare enormemente nella loro pienezza. I quattro santi a figura intera poggiano su un piano leggermente inclinato che fa pensare ad una sorta di palcoscenico costruito”.
L’uso dell’oro sullo sfondo è tipico della persistente tradizione gotica mentre il gusto per la ricchezza dei tessuti, delle stoffe e dei mantelli riccamente lavorati sono congeniali alla pittura del Canavesio, che si esprime sia negli affreschi sia nei polittici.
Nella pala della chiesa di Verderio, inoltre, il pittore di Pinerolo sperimenta una nuova concezione dei volumi e dello spazio, carente nelle pale precedentemente realizzate per altre chiese.
Come già detto, il centro della scena è occupato dalle tavole della Madonna con il Bambino e dalla Crocifissione. Il Cristo sta per essere deposto dalla croce ed il suo corpo pende verso la Madonna, che tende le braccia al figlio, sorretta da Maria di Cleofe, mentre la Maddalena è inginocchiata ai piedi della croce. A destra, leggermente arretrati, si notano San Giovanni e Giuseppe d’Arimatea, che con una mano indica il Cristo.
Nella Deposizione del Cristo sulla pala di Verderio le figure, rispetto ad altri dipinti del Canavesio, hanno acquistato una salda dimensione corporea perché qui il disegno è più articolato e permette di intuire le forme ed il volume dei corpi. Inoltre, tra le figure ed il paesaggio si è stabilito un rapporto dinamico.
Il nuovo interesse che Giovanni Canavesio dimostra nei confronti del paesaggio ci conforta circa i rapporti tra la pittura ligure e quella corrente lombarda che nel Quattrocento vide molti suoi esponenti attivi nei principali centri della Liguria.

Beniamino Colnaghi
 
Note e bibliografia
1.Verderio. La storia attraverso le immagini e i personaggi, a cura della Biblioteca Intercomunale, novembre 1985, pagg.42-43.
2.Verderio. La pala dell’altare. Opera di Giovanni Canavesio – 20 marzo 1499, su iniziativa e ideazione della Biblioteca Intercomunale di Verderio, A. Scotti Editore s.r.l., febbraio 1999

venerdì 5 maggio 2017

Il 29 giugno 1952, Rinaldo Frigerio, residente a Verderio Superiore, muore a 21 anni durante una gara ciclistica

Nel 1914, l’anno in cui scoppiò la Prima guerra mondiale, l’entrata nel mondo del lavoro dei bambini e delle donne era regolata dai Regi Decreti n. 818 del 10 novembre 1907 e n. 665 del 31 agosto 1910.
L’art. 1 dell’“Estratto del Testo unico della legge donne e fanciulli” recita testualmente: “Non saranno ammessi al lavoro negli opifici industriali, nei laboratori, nelle costruzioni edilizie e nei lavori non sotterranei delle cave, miniere e gallerie i fanciulli dell’uno e dell’altro sesso che non abbiano compiuto l’età di 12 anni”.
Ancora oggi è possibile raccogliere testimonianze di persone anziane che, quando erano bambini, furono mandate a lavorare nelle filande o nelle officine, "a servizio" nelle case dei ricchi o semplicemente ad aiutare i genitori ed i nonni nei lavori dei campi. Allora era una cosa che tutti accettavano, senza chiedersi se fosse giusto o meno: era una necessità dettata dalla povertà, dalla miseria materiale e sociale, dall'esigenza di sopravvivere e portare qualche soldo in casa. La scuola era un lusso che solo alcuni potevano permettersi e molti di quelli che iniziavano a frequentarla la interrompevano presto, perché dovevano "dare una mano" alla famiglia. 
 
Età delle operaie impiegate nelle filande e nelle aziende tessili in Lombardia nei primi
anni del Novecento
Età % Note
Fino a 12 anni 5 Nelle aziende che producevano e
Dai 13 ai 15 anni 21 trasformavano la seta il rapporto della 
Dai 16 ai 21 anni 36,5 manodopera era di 40 donne per ogni uomo.
Oltre i 21 anni 37,5 La forza lavoro femminile era relegata nelle
categorie inferiori e prive di qualifica.
Orario di lavoro: le operaie lavoravano 12 ore al giorno ma durante i mesi estivi  
potevano essere utilizzate fino a 15-16 ore
al giorno.
 
Come la maggior parte dei bambini che apparteneva alle classi rurali contadine, la piccola Teresa iniziò a lavorare all’età di 12 anni. Nel 1914, anno del suo primo impiego, Teresa Colnaghi aveva appunto 12 anni, essendo nata il 22 gennaio 1902 a Verderio Superiore, da Felice e Maria Letizia Brivio. I genitori non persero nemmeno un giorno per iscrivere Teresa nel registro comunale delle donne minorenni e dei fanciulli e condurla dall’ufficiale sanitario affinché la sottoponesse a visita medica di idoneità al lavoro. Il libretto d’ammissione al lavoro fu rilasciato il giorno stesso, il 22 gennaio 1914.
Il 16 febbraio venne assunta presso il filatoio Egidio Corti di Paderno d’Adda. La ditta Corti operava nel settore della torcitura della seta e la piccola Teresa, come molte altre bambine della sua età, o poco più grandi, svolgeva l’attività di incannatrice, ossia trasferiva il filo di seta dalle matasse ai rocchetti. La torcitura, grazie ad alcuni filatoi di legno, consisteva nell'imprimere una torsione al filo di seta per ottenere filati con caratteristiche e consistenza diverse. 
Il territorio lombardo e quello comasco in particolare videro dal Cinquecento in poi un crescendo di attività legate alla seta, quali l'allevamento dei bachi, la filatura dei bozzoli, la torcitura e tessitura. Attività che si ingrandirono parecchio nel corso dell’Ottocento fino a raggiungere l’apice nei primi decenni del Novecento.
Rimase alla Corti per tre anni per poi trasferirsi in altre industrie seriche della zona. Lavorò un paio d’anni alla Giani Pasquale di Verderio Superiore e, dal 26 febbraio 1924 al 14 agosto 1925, fu assunta dalla ditta G.B. Miozzi & C. di Paderno d’Adda, la quale aveva lo stabilimento nelle adiacenze della stazione ferroviaria.
Dal “Libretto di paga” di Teresa risulta che il salario mensile variasse, in relazione alle giornate lavorate, da un minimo di 120 lire ad un massimo di 170.

Il 14 agosto 1925 Teresa Colnaghi si “licenziò spontaneamente” dalla ditta Miozzi. Si presume che il motivo di tale decisione fu dettato dall’imminente matrimonio con Guido Frigerio, classe 1901, residente a Verderio Superiore in Curt di Custont, che si affaccia su via Campestre, ove la coppia andò a stabilirsi. Ebbero tre figli: Felicita nel 1929, Rinaldo nel 1931 e Italo nel 1936. Rinaldo, il figlio di mezzo, nacque il 24 febbraio 1931. Ereditò quel nome in memoria di un fratello di suo padre, morto durante lo svolgimento della Grande Guerra.
Rinaldo Frigerio, a causa della “rigidità sociale” diffusa in quell’epoca storica, non ebbe di fronte a sé grandi opportunità per poter migliorare le proprie condizioni economiche e sociali, se non quelle di continuare le attività proprie della famiglia. Ottenne la licenza di scuola elementare e cominciò a seguire il padre ed i parenti nei lavori dei campi. Quando ebbe compiuto 12 anni, grazie all’interessamento di suo cugino Ambrogio, fu assunto alla ditta Zagni di Merate in qualità di imbianchino.

Rinaldo Frigerio

Ma la vera passione di Rinaldo era la bicicletta. Mise da parte, giorno dopo giorno, come sapevano fare le famiglie contadine e operaie, un piccolo gruzzoletto necessario ad acquistare una bicicletta “da corsa”. Era una Bianchi, un marchio prestigioso. Nome, marchio, colori inconfondibili.
Bianchi ha fatto la storia del ciclismo, una lunga, appassionata corsa iniziata che era ancora l'Ottocento e che oggi nel Duemila continua ad essere nel cuore di milioni di appassionati. Bianchi è stato uno fra i marchi più prestigiosi per la produzione di bici da corsa, che furono usate da grandi campioni del passato, a partire da Girardengo, Fausto Coppi, Felice Gimondi, Marino Basso e Marco Pantani.
Rinaldo si iscrisse alla società “Brianzola” di Arcore e, con la maglia di quella gloriosa società ciclistica, partecipò a numerose gare dilettantistiche e competizioni locali e provinciali, vincendone alcune e proponendosi come un atleta pronto a gareggiare in una categoria superiore.
Nel frattempo la sua vita continuò a scorrere secondo le dure logiche e le quotidiane necessità dell’epoca che imponevano ruoli e condotte rigorosamente responsabili. Il suo tempo era diviso tra l’attività di imbianchino ed il lavoro dei campi. Solo la domenica si dedicava alla sua grande passione, il ciclismo.
Nel 1950 fu chiamato presso il Distretto militare di Como per essere sottoposto a visita medica di leva, che, a seconda dei casi, durava da uno a tre giorni. Fu dichiarato esubero rispetto al fabbisogno da incorporare nell’esercito e, pertanto, non dovette partire per il servizio militare di leva, la cui durata, negli anni Cinquanta, era di diciotto mesi. Per sé stesso, e soprattutto per la famiglia, fu certamente una “manna piovuta dal cielo”, perché consentì il mantenimento del suo reddito nell’economia domestica. Alla luce di ciò che tragicamente avvenne meno di due anni più tardi, potremmo invece dire, col “senno di poi”, che se avesse svolto il servizio militare, forse Rinaldo avrebbe potuto vivere ancora a lungo, forse fino ai giorni nostri. Forse. Forse è nella natura umana giudicare con il senno di poi, ma il corso della vita ed i risultati ottenuti non sono mai così scontati e prevedibili.
Comunque sia, il 29 giugno 1952 il ventunenne Rinaldo Frigerio partecipò ad una importante competizione ciclistica che avrebbe consentito al vincitore, ed ai primi classificati, di acquisire punti preziosi per entrare a far parte di una categoria superiore. Era il “Gran Premio Motta” che partiva ed arrivava presso la sede della famosa azienda di panettoni, in viale Corsica a Milano.
Sul percorso di gara, tra Pandino e Rivolta d’Adda, un’auto sbucò improvvisamente da una strada laterale e investì in pieno il ragazzo che, così fu subito accertato, morì sul colpo.
La tragica notizia fece il giro del paese in breve tempo, tanto che i residenti di Verderio Superiore, gli amici ed i colleghi della "Brianzola", sgomenti e increduli, si strinsero attorno ai genitori, Guido e Teresa, ed alla famiglia intera, come sapevano fare le comunità in quel tempo.

Un momento del corteo funebre che accompagnò in chiesa la salma di Rinaldo
 
La tomba al cimitero di Verderio ex Superiore

La salma fu inumata presso il cimitero locale, accanto a quella dello zio paterno, suo omonimo. Il monumento funebre, composto da una colonna spezzata di marmo bianco, sulla quale sono incise le epigrafi, i dati anagrafici e le fotografie, si affaccia sul vialetto centrale del vecchio cimitero.  

Beniamino Colnaghi

Nota
Dedico questo post alla memoria del signor Felice Colnaghi, che ci ha lasciati alcuni giorni fa all'età di 87 anni. Cugino di primo grado di mio padre e di Rinaldo Frigerio, mi ha spesso  fornito notizie attendibili e concrete, che mi hanno consentito di scrivere e sviluppare storie e racconti su fatti e persone locali, tra cui questa.

lunedì 3 aprile 2017

Museo Etnografico dell'Alta Brianza - Località Camporeso di Galbiate

Si segnalano i cinque appuntamenti della rassegna Voci, gesti, culture, giunta alla 14ª edizione:

Domenica 9 aprile 2017 ore 15
Due conversazioni sulla lingua del Manzoni e sull'erosione del brianzolo

Domenica 14 maggio ore 15
Con piacevole e onesta ricreazione. L'oratorio in Brianza: tra storia e etnografia

Domenica 18 giugno ore 15
Inaugurazione della mostra sul gioco

Domenica 24 settembre ore 15
Diventare grandi: giovani antropologi alla prova

Domenica 15 ottobre ore 15
Metodo. Parola di antropologo

Museo Etnografico dell'Alta Brianza, località Camporeso di Galbiate (Lecco), tel. 0341.542266. Per contatti, orari di apertura e info visita il sito www.parcobarro.it