lunedì 18 luglio 2016

Federico García Lorca

Il 5 giugno 1898, nei pressi di Granada (Spagna), nacque lo scrittore e poeta Federico García Lorca.
Nel luglio del 1936, scoppiata la guerra civile spagnola,  García Lorca si schierò apertamente a favore delle forze repubblicane che combattevano contro la dittatura del generale Francisco Franco, il quale manifestava grande interesse per il fascismo italiano. Il franchismo si affermò anche grazie ai consistenti aiuti della Germania nazista e dell'Italia di Mussolini.
 
 
Marxista, omosessuale e apertamente impegnato nelle avanguardie letterarie del suo tempo, lo scrittore si trasferì da Madrid, ritenuta forse poco sicura, a Granada, dove però venne tradito, segnalato e arrestato nel mese di luglio del 1936 e tenuto prigioniero presso il palazzo della Prefettura. Venne ucciso dai falangisti seguaci di Francisco Franco il 19 agosto 1936. Da qui in poi si perdono le tracce sulle sue ultime ore di vita. Dopo ottant'anni le vere domande restano però le stesse di sempre: perché venne fucilato e soprattutto dove venne sepolto il suo corpo? Nel 2009 e nel 2014 sono ripresi gli scavi sulle alture vicino a Granada, ma invano. I resti dello scrittore non si trovano.  Ancora oggi, Federico García Lorca resta il più celebre desaparecido della storia letteraria del Novecento.
 
Beniamino Colnaghi

mercoledì 6 luglio 2016

Le più belle ville storiche del Lago di Como


Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte…
 
Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, 1840-1842

Il romanzo I Promessi Sposi si apre con il famoso incipit che introduce una realistica e dettagliata descrizione dell'ambiente in cui si svolgono i fatti. Il Manzoni fa riferimento al ramo orientale e meridionale, quella parte del Lario che fa capo a Lecco. 
L’altro ramo, quello occidentale, fa riferimento a Como.
Un detto locale recita che “Il lago di Como ha la forma di un uomo, una gamba a Lecco e quell'altra a Como, il naso a Domaso ed il sedere a Bellagio.”


Il Lario è famoso per la sua bellezza, soprattutto per il paesaggio che si ammira dalle sue sponde. Malgrado la riviera di Lecco sia turisticamente meno rilevante rispetto a quella di Como, meno ricca di ricordi nobiliari del passato, meno ricca di ville con giardini, meno servita dalle linee di navigazione, è tuttavia anch'essa suggestiva, rappresentando un esempio di natura selvaggia ancora relativamente intatta.
Il lago di Como è uno dei più suggestivi paesaggi italiani, decantato nell'800 dai maggiori poeti del Romanticismo e da uomini di cultura: dal già citato Manzoni a Stendhal, da Lord Byron a Franz Liszt, da Gustave Flaubert a Giovanni Verga, fino ad arrivare a Giuseppe Verdi.
Nel 2014 il lago di Como è stato classificato come il lago più bello del mondo dal quotidiano online The Huffington Post, per il suo microclima e per il suo ambiente costellato da ville e villaggi.
Ville, appunto.
Sono numerose le ville che si affacciano sulle sponde del lago. Alcune sono monumentali, altre più discrete; alcune sono private, altre appartengono a enti pubblici. La lista dei personaggi più o meno famosi che, nel corso dei secoli, hanno abitato, o solo visitato, le ville sul Lario, è decisamente lunga.
L’articolo si pone l’obiettivo di presentarne alcune e di far nascere il desiderio di approfondire la conoscenza del patrimonio artistico e architettonico che le ville rappresentano.
Partendo da Como, il capoluogo che dà il nome al lago, sulla sponda occidentale, verso Cernobbio e Menaggio, si incontrano tre ville. La prima è Villa Gallia, che prese il nome dell’abate Marco Gallio. L’aspetto odierno dell’edificio è il frutto di diverse trasformazioni successive che però hanno mantenuto alcuni elementi architettonici ancora riconducibili all’originale dell’abate Gallio. Nel 1957 Villa Gallia venne acquistata dalla Provincia di Como per farne sede di rappresentanza.
La seconda è Villa La Rotonda o Saporiti, che fu fatta costruire tra il 1790 e il 1793 dalla marchesa Villani, milanese al pari di alcuni proprietari delle altre dimore signorili situate su questa sponda del Lario. La villa si presenta in forme neoclassiche: eccettuate alcune aggiunte posteriori, sia l’impianto sia la maggior parte degli ambienti, specialmente al piano terra, si sono conservati o sono stati restaurati per riportarli all’aspetto che avevano al momento della costruzione. Napoleone Bonaparte fu certamente l’ospite più prestigioso della dimora, nella quale soggiornò nel 1797. Dal 1950 appartiene all’Amministrazione provinciale di Como.
La terza villa che si incontra è Villa Olmo, voluta dagli Odescalchi, la famiglia imparentata con l’unico papa comasco, Innocenzo XI. La sua costruzione iniziò nel 1782 per concludersi 14 anni dopo. Passata ai Raimondi e poi ai Visconti di Modrone, la villa assunse l’aspetto attuale a fine Ottocento, con una ristrutturazione curata dall’architetto Emilio Alemagna. Attualmente è di proprietà del Comune di Como.

Villa Olmo

Sempre a Como, però sulla sponda orientale del lago, sorge Villa Mirabella, un bell’edificio in stile eclettico, risalente al 1912. Pare che già nel Cinquecento sullo stesso posto esistesse una costruzione. E’ di proprietà privata ed è stata utilizzata come set di una soap opera televisiva.

Cernobbio è la località turistica della sponda occidentale più rinomata e conosciuta a livello internazionale. Sul suo territorio sono presenti alcune ville di grande pregio e fama.
Villa Bernasconi costituisce uno dei più preziosi esempi di stile Liberty in Italia. Il committente fu l’industriale della seta Davide Bernasconi, che nel 1905 incaricò l’architetto Campanini di predisporre un progetto integrale della dimora. La decorazione della villa si ispira all’industria tessile, in particolare al baco da seta e alle foglie di gelso. Appartiene al Comune di Cernobbio che organizza al suo interno mostre ed eventi culturali. 
Villa Erba, sempre a Cernobbio, sorge sul luogo di un monastero femminile. Nel 1882 la proprietà passò ai coniugi Brivio-Erba, eredi di Carlo Erba, uno dei maggiori industriali farmaceutici dell'epoca, nonché nonni materni del regista Luchino Visconti. La coppia fece edificare la villa sul lago che destinò a sede di rappresentanza. Il grande regista vi soggiornò spesso da ragazzo durante i mesi estivi. Negli ultimi anni il complesso di Villa Erba è diventato un centro espositivo e congressuale ed è utilizzato come set cinematografico.
Villa d’Este ha una storia che si sviluppa nell’arco di cinquecento anni. Sia la villa che il parco sono stati modificati in maniera sostanziale nei secoli. Nel 1784 passò alla famiglia milanese dei Calderari, la quale la sottopose ad importanti restauri. Nel 1815 passò a Carolina di Brunswick, che vantava una remota parentela con la famiglia Este. Nella seconda metà dell’Ottocento fu trasformata in un albergo di lusso, che ospitò i bei nomi della nobiltà e dell'alta borghesia europea. Villa d'Este è oggi un albergo destinato alla clientela più facoltosa, ed è inoltre meta di forum e incontri finanziari e politici di alto livello.  

 Villa d'Este

Di fronte a Cernobbio, sulla riva orientale, sorge Blevio, una località che ospita alcune meravigliose ville. Villa Roccabruna fu edificata tra il 1906 e il 1910 per l’industriale Emilio Wild; Villa Schouvaloff Belgiojoso Borletti venne costruita da un membro della nobile e antica famiglia russa dei  Šuvalov, che passò poi di mano ai Trivulzio ed ai Borletti; Villa Usuelli, fu edificata per la celebre ballerina romantica Maria Taglioni, amica della cantante lirica Giuditta Pasta, già residente a Blevio; Villa Mylius Cramer Cademartori è la più antica dimora signorile delle rive di Blevio, i Mylius erano banchieri e imprenditori tedeschi mentre i Cademartori sono i noti industriali caseari; Villa Troubetzkoy, edificata a metà Ottocento, deve il suo nome al principe russo Alexander Troubetzkoy.

Pochi chilometri a nord di Cernobbio incontriamo il Comune di Moltrasio(1), sul territorio del quale sorge Villa Passalacqua, una fra le dimore storiche più prestigiose del territorio lariano. Edificata su edifici del Seicento, venne ristrutturata a fine Settecento dal conte Andrea Passalacqua. Il complesso vanta un esteso giardino all’italiana, con scenografiche terrazze digradanti verso il lago. Fra i personaggi importanti ospitati nella villa si ricorda Vincenzo Bellini, che durante un suo soggiorno musicò La sonnambula e Norma.

Villa Passalacqua
 
A Laglio ha sede Villa Oleandra, famosa a livello internazionale perché acquistata una decina d’anni fa dall’attore George Clooney. Prima dell’attore americano la villa appartenne alla famiglia ebraica milanese dei Vitali. Successivamente venne acquistata dagli industriali americani Heinz, che organizzarono importanti incontri letterari, chiamati “Como Conversazione”.


Villa Oleandra
 
Villa del Balbianello è un edificio che si trova a Lenno. La villa sorge sulla punta della penisola di Lavedo, un promontorio che si spinge nel lago di Como e che proprio dall'edificio ha preso il nome di "Balbianello". Il complesso è di proprietà del Fondo Ambiente Italiano (FAI).
 
Villa Serbelloni Sola Cabiati “La Quiete” di Tremezzo è considerata una delle perle del Lario per la posizione invidiabile e per le dimensioni imponenti. Villa “La Quiete” fu edificata ai primi del Settecento dalla duchessa del Carretto. Verso il 1760 la proprietà venne acquisita dal duca Gabrio Serbelloni, che per alcune estati ospitò l’abate poeta Giuseppe Parini. Prima di vendere la proprietà ai conti Sola Cabiati, i Serbelloni trasformarono l’edificio in stile neoclassico.
Tremezzo ospita anche Villa Carlotta, uno dei complessi culturali e turistici più importanti della Lombardia. Fu costruita a fine Seicento per il marchese Giorgio Clerici. Agli inizi dell’ottocento la proprietà passò all’imprenditore Sommaria, il quale la arricchì di opere dei maggiori artisti del tempo, quali Canova, Hayez e altri. Villa Carlotta prese questo nome dalla figlia della principessa Marianna di Nassau, che acquisto il complesso verso metà Ottocento. 
Villa La Gaeta, che sorge a Acquaseria San Siro, fu realizzata negli anni Venti da Gino e Adolfo Coppedè per gli industriali Ambrosoli e prende il nome dall’omonima punta su cui sorge. Fu costruita sul luogo dove sorgeva un precedente edificio, con uno stile particolare e molto eclettico. Ha la forma di un castello medievale e rinascimentale con inseriti motivi del periodo liberty. E’ articolata intorno a due torri, una a strapiombo sul lago e l’altra verso le colline. Nel 1940 la Villa divenne di proprietà dei Conti Gerli. La villa è stata usata come set nel finale del film di James Bond, Casino Royale.  

Bellagio
 
Bellagio, conosciuto come “la Perla del Lago”, offre alberghi e ristoranti di gran classe, luoghi ideali dai quali ammirare incantevoli panorami, ville di rara bellezza. Tra queste ultime si ricordano: Villa Frizzoni, che sorge sulla riva nord occidentale della punta di Bellagio; Villa Serbelloni, sul cui suolo, già in epoca romana, sorgeva la villa di Plinio il Giovane; Villa Melzi, edificata nel primo decennio dell’Ottocento per il duca Melzi d’Eril, vicepresidente di Napoleone e Guardasigilli del Regno d’Italia; Villa Giulia, in stile neoclassico, edificata dal conte Pietro Venini, i cui famigliari, a metà Ottocento, la vendettero al re dei belgi, Leopoldo I; Villa Trivulzio, fatta costruire dal conte Paolo Taverna nella seconda metà del Settecento, venne poi acquistata dalla famiglia Poldi Pezzoli, che ampliò l’edificio e trasformò il giardino all’italiana.   

Sul ramo lecchese sorge il Comune di Varenna. Sul territorio di questo comune sorgono due ville di notevole pregio: Villa Cipressi e Villa Monastero.
Villa Cipressi, che prende il nome dai numerosi cipressi presenti nel parco, è costituita da un complesso di edifici e di giardini che hanno subito diversi rimaneggiamenti tra il Quattrocento e l’Ottocento. Nel 1864 la villa divenne di proprietà della famiglia Andreossi, che la ristrutturò in stile tardo neoclassico, conferendole l’aspetto attuale. Il suo splendido giardino botanico si estende su più livelli e offre un incantevole panorama del centro Lago. La villa, adibita ora ad albergo, appartiene oggi a vari enti pubblici, tra i quali il Comune di Varenna.

Villa Monastero

Villa Monastero sorge sul luogo di un antico monastero femminile cistercense attivo dalla fine del Duecento al 1567. Di proprietà della Provincia di Lecco è una delle principali attrattive del territorio per la sua posizione strategica in termini storico-paesaggistico-ambientali e per i differenti servizi forniti dal compendio; il nucleo centrale è rappresentato dalla Casa Museo che, nel 2004, ha ottenuto il riconoscimento museale di Regione Lombardia ed è interamente accessibile al pubblico con il suo percorso espositivo che si sviluppa in 14 sale. In questa storica dimora lariana ha sede anche un centro convegni conosciuto a livello internazionale per le lezioni di fisica tenute nel 1954 dal Premio Nobel Enrico Fermi. La villa è circondata da un giardino botanico che si estende per quasi 2 chilometri lungo il fronte lago da Varenna a Fiumelatte e conta annualmente più di 40.000 visitatori, offrendo opportunità di svago e di apprendimento grazie alla presenza di numerose e rare specie arboree autoctone ed esotiche.

Beniamino Colnaghi

Note
Le fotografie sono tratte da diversi siti web

sabato 25 giugno 2016

Cenni di storia su Velate (Monza e Brianza), l’antico borgo sul colle

Per i residenti, e per coloro che ne conoscono la storia, Velate, provincia di Monza e Brianza, è il paese rannicchiato sulla collina, la “città posta sul monte”. In effetti, il vecchio borgo e gli edifici di un certo pregio storico-monumentale risiedono sul colmo del colle.
Velate faceva anticamente parte del Comitato di Milano. Nelle cronache milanesi si legge che Berengario I, riconoscente verso il Capitolo di Monza per vari benefici da esso ricevuti, con diploma 1 luglio 920 fece dono al Capitolo stesso del villaggio di Velate. In alcuni documenti citati da Paolo Frisi nelle sue Memorie, risulta che anche l'imperatore Lotario, nel 1136, confermò tale possesso. Centro agricolo delle colline briantee, Velate, Pieve di Vimercate, conobbe una significativa trasformazione tra Settecento e Ottocento. Nei primi anni dell'Ottocento, il conte Rinaldo di Barbiano, principe di Belgioioso d'Este concentrò nelle proprie mani larga parte dei beni agricoli della comunità velatese, cui aggiunse altri terreni siti in Usmate. Il conte fece della sua dimora nel centro del borgo una classica villa di delizie. L’architetto Giuseppe Pollack, figlio del più celebre Leopoldo, fu coinvolto nell’opera di trasformazione della struttura esistente, che divenne, insieme all’oratorio privato e al magnifico parco, luogo di villeggiatura di una delle più importanti famiglie del patriziato milanese.
I beni del conte passarono alla figlia Maria Beatrice, che nel 1812 sposò il conte Giorgio Giovanni Giulini della Porta. Particolarmente legata a Velate, dove fece costruire una tomba di famiglia, la Cappella S. Felice, Maria Beatrice sopravvisse al marito ed ai figli maschi. Alla sua morte i beni di Velate passarono alla figlia Anna, vedova di Camillo Casati. Attraverso complesse vicende famigliari, un cospicuo insieme di beni, concentrati nei centri di Velate, Arcore, Muggiò e Usmate, venne ad ampliare il patrimonio della famiglia Casati, in particolare di Alfonso Casati, quarto figlio di Anna Giulini della Porta e padre di Alessandro Casati, amico di Benedetto Croce ed esponente di rilievo del mondo liberale italiano. Nel 1929 la villa, il parco e diversi terreni situati a nord-est di Velate vennero venduti al commerciante Maurizio Scaccabarozzi di Vimercate.
L’edificio presenta una pianta a L. Gli elementi architettonici si ispirano a uno stile neoclassico, dando una sensazione di ricercata semplicità. Nei saloni del piano terra si possono ammirare i soffitti lignei a cassettoni e i pavimenti a mosaico. Dal 1996 la villa e il parco appartengono al Comune di Usmate Velate.


Villa Belgioioso Scaccabarozzi vista dall'ingresso principale e dal parco

Velate ebbe l'aggiunta "Milanese" con Regio Decreto 1054 del 14 dicembre 1862. L'unificazione dei comuni di Usmate e Velate risale al 24 febbraio 1869, quando Usmate, già comune autonomo, venne aggregato a Velate Milanese. Solo nel 1930, in pieno regime fascista, Velate Milanese fu autorizzato a trasferire la sede municipale a Usmate di Velate, assumendo così l'attuale denominazione di Usmate Velate.
Lo stemma del Comune si compone di tre sezioni: dall'alto, la prima raffigura un martelletto (ponzone) fra due ali di colore rosso su fondo oro, simboli degli antichi stemmi delle famiglie Ala e Ponzone; la sezione centrale presenta tre stelle d'argento a sei punte su fondo azzurro, ricavate dallo stemma della famiglia Osio; la sezione sottostante riproduce una scacchiera a quadri argento e rosso, presente nello stemma della famiglia Barbiano di Belgioioso.
Dall’ingresso principale della villa Belgioioso Scaccabarozzi, percorrendo in leggera discesa via Cottolengo, si arriva alla chiesa parrocchiale di Velate. Un tempo, la strada scendeva diritta fino a raggiungere un'antica chiesina. L’arroganza di un signorotto locale, appartenuto alla famiglia Osio, fece sì che la strada si interrompesse di fronte alla sua nuova casa, l’attuale corte dei Nobili o del Sacrista, in asse con la strada di accesso alla chiesina, sul sagrato della quale sorgeva il cimitero.

Una vecchia foto di via Cottolengo (fonte sito del Comune di Usmate Velate)

Si è fatto cenno all’antica chiesina. Alcuni secoli orsono, là, sul colmo della collina, esisteva una piccola chiesetta, meta di preghiera dei contadini che abitavano nelle cascine e in un piccolo villaggio, nascosto e velato nei boschi circostanti. Secondo un documento conservato nella Biblioteca di Monza, la chiesetta si chiamava Sancta Maria de Vellate e le sue dimensione erano metri sette di lunghezza per metri quattro di larghezza. Mentre la vicina Usmate divenne parrocchia nel 1570, ai tempi di San Carlo Borromeo, Velate dovette aspettare, perché la sua povera chiesina non era adeguata ad ospitare una parrocchia. Trentasette anni dopo, nel 1607, per decreto del cugino di San Carlo, Federico, noto ai più come personaggio del capolavoro del Manzoni, I promessi sposi, Velate divenne parrocchia. Ma già nel 1634, alcuni documenti contenuti nell’archivio parrocchiale svelano che erano in corso i lavori per la costruzione di una nuova chiesa. L’edificio venne consacrato nel 1668 dal prevosto di Vimercate e venne dedicato a Santa Maria Assunta.  La nuova chiesa, a parte un brutto incendio nella parte alta del campanile, che causò la caduta delle campane, durò ininterrottamente per circa due secoli, ossia fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando, esattamente nel marzo del 1856, l’allora arcivescovo di Milano, Carlo Bartolomeo Romilli, di origini bergamasche, durante una visita pastorale, sollecitò il parroco ed i fedeli velatesi ad ampliare la chiesa esistente o costruirne una nuova. Venne contattato l’architetto milanese Giacomo Moraglia, apprezzato dalla famiglia Belgioioso d’Este e progettista di numerose chiese e campanili della zona, il quale, in poco più di quattro mesi, consegnò al parroco di Velate il progetto di massima della nuova chiesa.
Molto spesso, però, la volontà degli uomini non tiene conto del fato, dell’imprevisto, che si intrufolano nell’incedere degli eventi. Il Moraglia morì qualche tempo dopo ed il parroco fu sostituito. Il progetto rimase nei cassetti fino al 1873, quando, il nuovo reggente, don Giuseppe Gorè, si rivolse allo stesso studio Moraglia, il quale incaricò l’architetto Alfonso Parrocchetti di occuparsi del progetto e di seguire le fasi realizzative, che terminarono nel 1885.


 
La vecchia chiesa del 1885 (fonte sito del Comune di Usmate Velate)
 
Chiuso il secolo del Romanticismo, nei paesi rurali della Brianza il Novecento si aprì non certo all’insegna del miglioramento delle condizioni di vita dei contadini. Alla vigilia della prima guerra mondiale Usmate Velate era un paese di circa 3.600 abitanti, la maggior parte dei quali quotidianamente occupati nella coltivazione dei campi. Le terre, in una sostanziale continuità con i due secoli precedenti, erano di proprietà di poche famiglie nobili, le quali avevano la propria rendita assicurata dal fatto che il patto colonico applicato nelle campagne del Vimercatese era ancora quello del fitto a grano e mezzadria.  Tale patto era vantaggioso per i proprietari, ai quali erano assicurati una quota fissa in grano e la metà della seta e del vino prodotti, ed estremamente penalizzante per i coloni. Le uniche lavorazioni di tipo industriale che venivano effettuate nel periodo prebellico ad Usmate Velate riguardavano la lavorazione della seta, con due piccoli opifici ad Impari Inferiore e alla cascina Vega, nei quali era impiegata manodopera femminile.  In questo quadro di generale immobilità e, comunque, di sostanziale povertà per la popolazione, la crisi economica del 1913-14, con il calo produttivo e occupazionale registrato dalle industrie tessili, dai cappellifici e dai mobilifici in tutta la Brianza monzese, non aveva avuto ad Usmate Velate ripercussioni particolari, dato che in un paese di contadini il tenore di vita era già a livelli bassi, di sussistenza.
Fu l’entrata in guerra dell’Italia, nel maggio 1915, che venne a turbare, forse definitivamente, l’equilibrio delle piccole comunità, che era retto, come si è detto, da un lato dai lavori nei campi e dall’altro dalla partecipazione alla vita religiosa, in continuità con i due secoli precedenti. Molti uomini di Usmate Velate furono chiamati a combattere al fronte, togliendo così braccia dai campi e turbando la tranquillità delle famiglie. Mentre i figli partivano chiamati dal dovere, i vecchi e le donne si occupavano alla meglio dei lavori nei campi. Le chiamate di leva si susseguirono, ma pare che nessun velatese partì volontario per il fronte e, comunque, in tutta la Brianza di adesioni entusiastiche alla guerra non ce ne furono, sia perché la situazione lavorativa e la carenza di braccia non permettevano l’allontanamento dei giovani dalle famiglie, sia e soprattutto perché storicamente in Brianza non attecchirono le tesi interventistiche. Infatti, almeno fino allo scoppio della guerra, cattolici e socialisti (i due grandi movimenti di massa che si dividevano l’elettorato brianzolo) erano apparsi uniti nel condannare l’intervento in guerra, che avrebbe rubato alla famiglia e al lavoro milioni di giovani vite e la loro propaganda neutralista era ben penetrata nell’animo dei brianzoli.
Con il proseguo della guerra, il malcontento dei brianzoli crebbe, così come le reazioni al carovita e alle carenze alimentari. Già dall’ottobre 1915 si verificarono nel monzese nuove agitazioni delle maestranze tessili che chiesero una maggiorazione dei salari. Questo è solo un esempio delle innumerevoli agitazioni, anche spontanee e disordinate, che si ebbero per tutta la durata della guerra. Spiccano tra queste i gravi incidenti in Brianza del maggio 1917, quando le donne, esasperate dai disagi e dalla mancanza di generi di prima necessità, scesero nelle piazze a protestare, mentre nel luglio i contadini protestarono contro la proroga obbligatoria dei contratti e contro l’aumento dei prezzi del grano e dei bozzoli, dato che a loro restava ben poco dei prodotti della terra. A ciò si aggiungano le requisizioni del grano ad uso dell’amministrazione militare. E’ in questa assai critica situazione economica e sociale che passarono gli anni della guerra, la quale fu coronata, alla sua conclusione, nel novembre 1918, dalla comparsa dell’epidemia di spagnola, che fece le sue vittime anche tra l’indebolita popolazione di Usmate Velate.



In Italia, alla fine della guerra erano maturi i tempi per nuove riforme politiche, che si attuarono con l’approvazione di una nuova legge elettorale, la quale eliminava le ultime residue limitazioni del suffragio universale e, soprattutto, introduceva il principio della rappresentanza proporzionale. Di conseguenza, si affermò l’importanza dei due grandi partiti di massa, il Partito socialista e i Popolari.  Le elezioni politiche, che si svolsero nel novembre del 1919, ebbero una grande importanza in quanto proprio questi due grandi partiti raccolsero complessivamente più della metà dei voti validi. Nel circondario monzese il Ppi era forte specialmente nelle campagne, mentre nelle più industrializzate Monza e Vimercate il Partito socialista godeva di maggiori consensi.
Il rapporto che si venne a creare tra i proprietari ed i coloni cambiò. Questi ultimi, abituati da secoli a sottostare alle direttive degli agenti padronali, si trovavano ora a poter trattare la propria condizione, anche grazie alla fondazione di cooperative agricole e all’accesso al credito delle nuove casse rurali. Oltre alla Cooperativa Agricola di Usmate, nacquero nello stesso anno, nel dicembre 1920, la Cooperativa San Giacomo a Bernate e la Cooperativa di consumo San Rocco a Velate(1).   Nel giugno del 1920, ad Usmate Velate, i contadini pattuirono l’affittanza conformemente al concordato per il nuovo patto colonico nell’Alto milanese; a Velate il Conte Alessandro Casati trattò tramite il suo agente direttamente con i coloni, mentre più complessa fu la trattativa ad Usmate. Il biennio 1919-1920, che in Italia fu caratterizzato dalle rivendicazioni sindacali della cosiddetta “ondata rossa”, fu quindi agitato anche nelle campagne brianzole, con alcuni episodi anche nella tranquilla Usmate Velate. Nelle campagne brianzole, successivamente, gli agrari cominciarono a reagire alle conquiste degli affittuari con le disdette, fenomeno che non ebbe dimensioni irrilevanti, tanto che la tregua sociale, perseguita dal movimento cattolico (grazie anche all'azione dei parroci) e consolidata dal concordato per l'affitto a denaro del marzo del 1919, fu bruscamente interrotta.
Dopo la presa del potere da parte del fascismo, in Brianza, tale movimento, nelle elezioni politiche del 1924, non riuscì ad ottenere risultati significativi. Come sopraccennato, la connotazione antifascista del voto in Brianza fu confermata e talmente evidente da scatenare la violenta reazione fascista tesa a colpire il radicato associazionismo cattolico e socialista che caratterizzava il tessuto sociale brianzolo. Ad Usmate Velate i fascisti avevano ottenuto, come in tutta la Brianza, scarsi risultati sia nelle elezioni politiche del 1921 (Partito popolare 403 voti, Socialisti 223, Blocco 157), sia, come si è detto, in quelle dell'aprile del 1924 che segnarono un'affermazione delle forze popolari e socialiste (su 835 votanti: Ppi 256, socialisti 113, comunisti 111, fascisti 109, massimalisti 62 voti). Il primo atto amministrativo di stampo fascista ad Usmate Velate può forse essere considerato quello in cui venne concessa la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, nel maggio del 1924. Fino all’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale nel giugno del 1940, il fascismo cercò di consolidare il consenso attraverso elargizioni di danaro e ampliamento di servizi e iniziative a favore della popolazione. Ma con l’ingresso del nostro Paese in guerra, le maglie del regime si strinsero. Dalle Prefetture giunse la raccomandazione ai comuni di non procedere a spese elevate, mentre vennero istituite nuove tasse per finanziare le spese militari.
Finalmente arrivò il giorno della Liberazione. L'ultima delibera del podestà di Usmate Velate è datata 22 aprile 1945. Il sindaco e la giunta nominati dal Cln rimasero in carica fino al 7 aprile 1946, quanto si tennero le elezioni amministrative comunali, alle quali si presentarono due liste: quella democristiana e quella socialcomunista. Prevalsero i primi per 1.556 voti a 1.157. La percentuale dei votanti sfiorò il 94% degli aventi diritto. Fu eletto sindaco Alessandro De Ponti di Bernate, il quale, come tutti i nuovi sindaci italiani, si trovò di fronte enormi problemi lasciati irrisolti durante il periodo bellico. I militari usmatesi-velatesi al fronte, rimasti vivi durante il conflitto mondiale, cominciarono a rientrare alle loro abitazioni. La vita riprese, seppur lentamente e tra mille difficoltà. Il popolo, ottenuta la libertà, tentò faticosamente di ritornare alla vita normale.
La comunità di Velate non fece in tempo a riprendersi dalla ventennale dittatura fascista e dai cinque anni di guerra che si trovò sul tavolo un grosso grattacapo: l’ampliamento della chiesa parrocchiale.
Già nei decenni precedenti gli arcivescovi di Milano, Ferrari e Schuster, durante le loro visite pastorali ebbero modo di indicare la necessità di affrontare e risolvere il problema della chiesa, ritenuta troppo piccola e inadeguata. Una struttura, è bene ricordarlo, che aveva solo sessant’anni. L’esigenza nacque dal fatto che Velate, nel corso della seconda metà dell’Ottocento, ebbe un poderoso incremento demografico, passando da 870 a 1880 abitanti nel 1900.  
Venne eletto un apposito comitato, che cominciò a discutere e dibattere sui possibili interventi da intraprendere. Il dilemma, nel quale si trovarono il comitato e la comunità civile e religiosa, era essenzialmente questo: ampliare e restaurare la chiesa esistente o costruirne una nuova? Fino all’estate del 1949, da alcuni verbali e lettere custodite nell’archivio parrocchiale, pareva che l’opinione dominante fosse quella dell’ampliamento. Il parroco, don Carlo Fantoni, tuttavia, aveva in mente qualcosa di diverso se, durante alcune dichiarazioni cominciò a parlare di ricostruzione e della necessità di prolungare e allargare l’edificio esistente, incorporando il campanile. La “manovra” del parroco fu chiara poco dopo, quando trattò con la famiglia Scaccabarozzi la donazione dell’area necessaria all’ampliamento e fece preparare il progetto della nuova chiesa dalla Scuola Beato Angelico di Milano. I lavori iniziarono nel febbraio del 1950 e la copertura del tetto fu ultimata l’8 settembre dello stesso anno. La struttura esterna ed interna venne conclusa nel 1955, mentre servì ancora un anno per le rifiniture, i complementi, gli arredi.
 
 

La chiesa parrocchiale di Velate oggi

Ma la nuova chiesa non piacque a tutti. Il vecchio edificio del 1885, progettato dall’architetto Parrocchetti dello Studio Moraglia, poi demolito per far posto alla nuova parrocchiale, era, a detta di gran parte dei velatesi, un capolavoro. La facciata era splendida, esteticamente giocata sul cotto degli elementi del tardo romanico lombardo con richiami gotici, gli archetti pensili, le lesene, i pinnacoli sulla sommità, i rosoni sovrastanti i tre portali d’ingresso, le lunette affrescate…
Ci fu smarrimento e incredulità tra la popolazione, ma ormai i giochi erano fatti. Fu così che Velate ebbe la nuova parrocchiale; un edificio più grande, “moderno”, funzionale alle esigenze della Chiesa, che si avviava verso i grandi cambiamenti voluti dal Concilio di Giovanni XXIII.

Beniamino Colnaghi

Bibliografia e note   



Marina Comi, Il Novecento ad Usmate Velate, dalla prima guerra mondiale agli anni Sessanta
1. Vedasi anche la Cooperativa San Giuseppe di Verderio Superiore http://colnaghistoriaestorie.blogspot.it/2014/02/la-cooperativa-di-consumo-san-giuseppe.html

mercoledì 1 giugno 2016

18 ottobre 1953: il grande ciclista Gino Bartali fu coinvolto in un grave incidente automobilistico nei pressi di Cantù

Gino Bartali, Ginettaccio per amici e tifosi, nacque a Ponte a Ema, provincia di Firenze, il 18 luglio 1914. Nella sua carriera agonistica vinse tutto ciò che si poteva vincere, dal Giro d’Italia al Tour de France, dalla Milano-Sanremo al Campionato italiano. Un palmarès ricco di vittorie e soddisfazioni. Oltre alle sue memorabili imprese ciclistiche, Bartali viene ricordato per due episodi rimasti nel cuore degli italiani e nella storia del nostro Paese. Due storie vere che presero le mosse da fatti drammatici che segnarono quei periodi storici.

Il primo attiene a fatti avvenuti tra il 1943 e il 1944, piena seconda guerra mondiale, quando Gino Bartali salvò oltre 800 persone con un mezzo che conosceva bene: la sua bicicletta. “L'autunno del '43 è stato uno dei momenti più terribili della guerra. Bartali iniziò a trasportare documenti falsi da Assisi, dove c'era una stamperia clandestina, al vescovo di Firenze che poi li distribuiva agli ebrei per farli espatriare”, ha raccontato Simone Dini Gandini, autore di La bicicletta di Bartali. “Percorreva 185 chilometri avanti e indietro in un solo giorno: se fosse stato scoperto sarebbe andato incontro alla fucilazione”. Non raccontò a nessuno queste sue imprese. Lo disse a suo figlio solo anni dopo, perché non amava far sapere le sue gesta e perché secondo lui "il bene si fa ma non si dice". “Nell'autunno del '43 Bartali venne arrestato dalla polizia fascista: a Firenze c'era il temutissimo comandante Mario Carità, persona crudele e spietata”, racconta ancora Dini Gandini. “Venne fermato ma nessuno ispezionò la sua bicicletta: grazie a questa 'dimenticanza' il campione si salvò”.
Nel 2006, sei anni dopo la sua morte, gli venne conferita alla memoria la Medaglia d'oro al valore civile e nel 2013 gli è stata assegnata dallo Stato di Israele l'onorificenza di Giusto fra le Nazioni.
 
Gino Bartali e Fausto Coppi
 
Il secondo episodio riguarda un fatto che, secondo molti italiani, evitò la guerra civile: la vittoria di Bartali al Tour de France del 1948. Un Paese senza identità nazionale e semidistrutto dai bombardamenti degli alleati e dalla guerra contro il nazifascismo aveva bisogno di ritrovarsi e di avere fiducia. E il ciclismo consentì a molti italiani di identificarsi nella fatica consumata sulla strada. Quella stessa strada che vide partigiani e fascisti spararsi, ora è il luogo in cui si aspettano i ciclisti che salgono sulle montagne, le quali consumano divisioni e rivalità.
Il 1948 segnò una svolta cruciale per la storia italiana: fu l'anno della nuova Carta costituzionale e delle prime elezioni dell'Italia repubblicana dopo il ventennio fascista e la seconda guerra mondiale. Nei primi mesi di quell’anno iniziò anche la Guerra Fredda. Il mondo venne diviso dagli accordi di Yalta e anche in Italia il mondo politico si spaccò: da un lato la Democrazia Cristiana, dall’altro il neonato Fronte Democratico Popolare, costituito da socialisti e comunisti. Oleograficamente è l’Italia di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, di un giovane Giulio Andreotti e di Pietro Nenni, dei personaggi di Don Camillo e Peppone, creati dalla realistica fantasia di Guareschi, ritratti quanto mai fedeli della netta spaccatura politica tra la gente di quegli anni.
Il ‘48 fu anche l'anno in cui il Paese sfiorò la guerra civile per via dell'attentato a Palmiro Togliatti.
A Roma, la mattina del 14 luglio, il segretario generale del Pci venne gravemente ferito dai colpi di pistola sparati dal giovane studente neofascista Antonio Pallante. La notizia dell'attentato portò alla rivolta spontanea il popolo della sinistra, con gravi ripercussioni in molte città della Penisola. Malgrado l’invito a mantenere la calma da parte dei dirigenti comunisti e dello stesso Togliatti, per due giorni uno stato di ansia febbrile e generalizzata fece temere per le sorti della democrazia appena nata. Ma le vittorie di tappa sulle Alpi francesi di Gino Bartali, rimaste nella storia del ciclismo, che permisero al campione toscano di recuperare 21 minuti di ritardo dal leader della corsa Bobet e di vincere il Tour de France, contribuirono ad allentare lo sguardo sull’attentato ed a rasserenare il clima di tensione nel Paese.
In quegli anni venne lanciato uno schema, tanto banale quanto semplicistico, che però fece effetto sulla gente, che identificava Bartali, cattolico e democristiano, come il 'De Gasperi del ciclismo' e Coppi, uomo di sinistra, nel 'Togliatti della strada'. Il tifo sportivo e lo scontro ideologico s'intrecciavano. Erano loro i simboli di un’Italia che cercava faticosamente di rialzarsi, dopo la triste esperienza della seconda guerra mondiale. Questi due campioni, rivali nello sport, ma senza mai sconfinare nell’inimicizia, hanno rappresentato quei miti sportivi capaci di distrarre gli animi degli italiani dalla miseria, dalla distruzione e dalla desolazione che regnavano in quegli anni nel nostro Paese.

Il Messaggero riporta la notizia in prima pagina dell'incidente a Bartali

Veniamo ora all’incidente del 1953 in Brianza. Il 18 ottobre Gino Bartali fu coinvolto in uno scontro tra due auto mentre era diretto a Lugano, dove era atteso per il gran premio a cronometro Vanini. All’altezza del bivio per Asnago-Cantù, sulla statale Milano-Como, la Lancia Aurelia su cui viaggiava in compagnia del suo massaggiatore e di tre amici venne investita da un’altra vettura, una Fiat 1100 che non aveva rispettato lo stop. La Lancia fece un paio di giri su se stessa e si capovolse in un prato. Bartali fu catapultato fuori dalla vettura e rimase al suolo semisvenuto e dolorante. Le conseguenze apparvero immediatamente serie e gravi, tanto da far temere la definitiva conclusione della carriera agonistica del corridore. Bartali, come da lui richiesto, venne ricoverato presso la casa di cura Don Camillo di Milano. Il giorno successivo il Corriere della Sera, in un ampio servizio sull’accaduto, insieme al resoconto delle condizioni di salute del corridore toscano, pubblicò una grande foto di Alcide De Gasperi al capezzale del malato. Nei giorni della degenza perfino il cardinale Schuster si recò alla clinica Don Camillo a portare parole di conforto, riferendo a Bartali che il Santo Padre si interessava delle sue condizioni di salute. Il 22 ottobre toccò a Fausto Coppi far visita a Ginettaccio, in un incontro definito amichevole e cordiale. Ciò che si rivelò veramente sorprendente fu la generale emozione che da subito si diffuse in ogni parte del Paese, coinvolgendo ogni ceto sociale della popolazione.
Gino Bartali si riprese, tanto che nel maggio del 1954 partecipò al Giro d’Italia, l’ultimo per lui. Al compimento dei quarant’anni si ritirò dalle competizioni agonistiche, pur rimanendo nel mondo del ciclismo. Ancora oggi il mondo ricorda Bartali, scomparso nel 2000 a 86 anni, per le sue leggendarie vittorie e per la sua grande personalità.

Paolo Conte, il noto cantautore di origine piemontese, gli dedicò una canzone per la vittoria al Tour, che fa così: “Oh, quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali, quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita, e i francesi ci rispettano che le balle ancora gli girano, e tu mi fai - dobbiamo andare al cine - e vai al cine, vacci tu. C'è un po' di vento, abbaia la campagna, e c'è una luna in fondo al blu. Tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano, e tu mi fai - dobbiamo andare al cine - e vai al cine, vacci tu!”

Beniamino Colnaghi

lunedì 23 maggio 2016

Il filo spinato e le barriere erette dagli Stati che appartennero all’Impero austro-ungarico

Sull’onda delle intense migrazioni che vedono milioni di profughi e rifugiati, soprattutto provenienti dai Paesi in guerra, dall’Oriente e dall’Africa, spostarsi verso l’Europa, alcuni Paesi dei Balcani e dell’Europa dell’Est hanno provveduto a costruire barriere e reticolati al fine di respingere, o perlomeno contenere, l’ondata migratoria. Altri Paesi hanno intensificato i controlli della polizia e dei militari sui loro confini. La stessa Austria, proprio nei giorni scorsi, ha palesato l’intenzione di innalzare una barriera e ripristinare i controlli presso il confine italo-austriaco del Brennero.
Sono Paesi tutti appartenuti all’immenso Impero austro-ungarico[1], dissoltosi tra il 1918 e il 1919 a seguito della fine della prima guerra mondiale.

Le etnie dei popoli che facevano parte dell'Impero austro-ungarico nel 1910, prima della dissoluzione
(foto da Wikipedia.org nel pubblico dominio)

L’Impero austro-ungarico, un’entità dominata dall’idea sovranazionale, nel quale convissero decine di etnie, lingue e religioni, fu in realtà attraversato da profondi sospetti, vendette e odi tra i suoi popoli. Anche se i proclami ed i manifesti emanati dall’imperatore asburgico Francesco Giuseppe contenevano le parole “Ai miei popoli”, e quindi con esse si intendeva trasmettere il senso di concordia, di pacifica convivenza e di appartenenza di nazionalità e etnie tanto diverse, quei popoli erano minati da odi nazionalistici che covavano sotto la grande illusione dell’idea sovranazionale. Basti rifarsi alle più recenti dissoluzioni dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia ed alle conseguenti e atroci guerre combattute nei Balcani, in Cecenia ed in Ucraina.  



Nei maggiori controlli delle frontiere e nella costruzione di steccati e reticolati per respingere le ondate di migranti, si distinguono per particolare zelo gli Stati nati dalla dissoluzione dell’impero absburgico, dall’Austria all’Ungheria agli Stati balcanici. Ciò deve far riflettere.
Per quali motivi ciò avviene in quella parte d’Europa? Probabilmente per due motivi su tutti. Il primo, come già detto, riguarda la diffusa diffidenza e l’odio che permeava alcuni popoli appartenuti all’impero absburgico, ex patria comune di molti di quei Paesi, certamente foriero di civiltà ma talora contraddetto dalla sua stessa politica e alla fine corroso e dilaniato, ben prima della sconfitta nella prima guerra mondiale, dalla autodistruttiva esplosione dei vari nazionalismi.
Nella Duplice monarchia austroungarica le relazioni ed i rapporti fra i popoli erano pesantemente conflittuali: non solo austriaci e ungheresi si contendevano leadership e supremazia, ma anche i rapporti tra ungheresi e slovacchi e croati, italiani e sloveni, ruteni e polacchi non erano certamente buoni. L’Austria stessa, culla di un grande pensiero sovranazionale, ha visto nascere al suo interno i germogli del nazismo.
Il secondo motivo potrebbe trarre origine dalla comune appartenenza di quasi tutti i Paesi ex asburgici, Austria esclusa, all’influenza politica e militare dell’Unione Sovietica; appartenenza che non ha certo attenuato le diffidenze ed i vecchi nazionalismi di quei popoli, intesi come estremizzazione dell’identità nazionale e chiusura fisica e culturale a popoli e etnie con idee e convinzioni diverse.

Beniamino Colnaghi
Note


[1] Per approfondimenti relativi all’origine ed alla storia dell’impero, si vedano i post già presenti in questo blog:

venerdì 20 maggio 2016

Reportage storico-fotografico sul fiume Adda e dintorni, da Imbersago a Trezzo sull'Adda

Comune di Imbersago
(cliccare sulle foto per ingrandirle)
 




 Piazza Garibaldi con la torre, il monumento ai caduti e la chiesa di San Paolo

 L'edifico dal quale parlò Giuseppe Garibaldi il 4 agosto 1848

 

 
Comune di Paderno d'Adda
 

 

Il ponte San Michele, costruito tra il 1887 e il 1889 su progetto dell’ingegnere svizzero Jules Röthlisberger, venne realizzato dalla Società Nazionale Officine di Savigliano. E' lungo 266 metri e si eleva a 85 metri al di sopra del livello del fiume. La struttura è interamente chiodata con la stessa tecnica della Torre Eiffel e fu tra i primi esempi di opera in ferro che utilizzò la teoria dell’ellisse di elasticità. E’ formato da un’unica campata in travi di ferro da 150 metri di corda che sostiene, tramite 7 piloni sempre in ferro, un’impalcatura a due livelli, il primo ferroviario e il secondo stradale.
 
 
La vecchia diga vista dal fiume e dal ponte, realizzata con lunghe aste di legno che sbarra il fiume dando origine al Naviglio di Paderno (a destra). In questo punto i francesi ricollocarono l’incile del canale. Più a valle iniziano le tumultuose rapide dell’Adda. 
 
La chiesetta di Santa Maria Addolorata, edificata nei primi anni del Settecento probabilmente sopra i resti di un lazzaretto, per onorare i morti della peste, nel 2008 viste le pessime condizioni in cui versava fu sconsacrata e donata al Parco Adda Nord che ne ha curato il restauro, inserendola nell’Ecomuseo “Adda di Leonardo”. Tolti tutti gli arredi sacri, fra i quali una pala d’altare lignea raffigurante la Vergine con il Cristo Morto, risalente alla fine del Cinquecento, l’interno è stato abbellito dalle riproduzioni delle due versioni del dipinto di Leonardo da Vinci “La Vergine delle rocce” il cui sfondo mette in evidenza il tratto dell’Adda denominato “I tre corni”.
 

 
 
Porto d'Adda (Comune di Cornate d'Adda)
 
Il piccolo cimitero di Porto d'Adda, a destra del quale parte una stretta mulattiera che scende verso il naviglio, in corrispondenza della scalinata che porta al santuario della Rocchetta.

La chiesa dedicata a San Giuseppe (1937)
 
 La cappella funebre eretta nel 1928 e dedicata ai "Mort de San Cerech", a ricordo dei caduti della battaglia di Villa Paradiso tra i Francesi e gli Austriaci, combattuta il 15 agosto 1705

Villa Paradiso, costruita dai Gesuiti verso la fine del secolo XVII
 

 Il santuario di Santa Maria della Rocchetta visto dal naviglio


 

La cisterna dell'acqua
 


 

Trezzo sull'Adda


Villa Gargantino. Ad adattare il complesso com’è oggi furono i Gargantino che, mercanti milanesi, l’acquistarono nel Settecento da Cesare Cavenago, il feudatario di Trezzo. Lo fecero modificando la parte nobile, di cui sono emerse superstiti decorazioni del Cinquecento.  
 
Sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, nata nel 1879
 
Il Castello Visconteo è una delle "meraviglie" di Trezzo sull'Adda e sicuramente il simbolo della città, borgo di origini antiche (IV-III secolo a.C.) situato a nordest di Milano. Fu costruito nel 1300, per volere di Bernabò Visconti, accanto ad una rocca che la tradizione vuole edificata dalla regina Teodolinda. Questa fortificazione è stata testimone di una storia tormentata, di cruenti lotte e di conquiste, che vide protagonisti il Barbarossa, i Torriani e i Visconti. Oggi dell'imponente castello rimane la torre a pianta quadrata, alta 42 metri, il pozzo fatto costruire nel 1400 dal casteflano Vercellino e i suggestivi sotterranei. Del coevo ponte sull'Adda, utilizzato per trent'anni prima di essere distrutto nel 1416 dal Carmagnola, sono ancora visibili la spalla e l'attacco.

 
La rocca del castello e la centrale idroelettrica Alessandro Taccani, ingegnere milanese, nato in pieno centro città nel 1876.
 
 
 
Chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza sull'Adda e sui luoghi di maggior pregio e interesse posti nelle immediate vicinanze del fiume, può aprire i seguenti collegamenti: