martedì 10 settembre 2013

I mille giorni di Allende


Salvador Allende (1908 - 1973) venne democraticamente eletto presidente del Cile. Era il 3 novembre 1970. Allende era a capo di una coalizione denominata Unidad Popolar. I poteri forti del Cile crearono uno stato di guerra interna, un'insurrezione senza tregua, istigata e finanziata dalla Cia. Nell'agosto 1973 le Forze armate dichiararono illegittimo il governo Allende e l'11 settembre iniziarono il golpe che rovesciò il sistema democratico cileno. Quando La Moneda, il palazzo presidenziale, venne bombardata dai caccia, Salvador Allende, prima di suicidarsi, pronunciò il suo ultimo discorso alla radio, che così concluse: "Ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, perchè sarà perlomeno una lezione morale che castigherà l'infamia, la vigliaccheria ed il tradimento".
A quarant'anni dalla morte, il mese di settembre, nella memoria dei democratici di tutto il mondo, appartiene a Salvador Allende.

mercoledì 4 settembre 2013

Il complesso storico-monumentale di Zelená Hora

Su una dolce collina coperta di boschi, vicino alla città di Žďár nad Sázavou, si erge una delle più originali chiese cristiane in Repubblica Ceca, la chiesa di San Giovanni Nepomuceno.

Dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, la chiesa presenta una pianta dalla forma non abituale di una stella a cinque punte. Questo edificio, unico nel suo genere, è considerato la perla dell’architettura barocca europea e costituisce una testimonianza interessante della fede religiosa all’inizio del XVIII secolo.



Il santo boemo, Giovanni Nepomuceno, è venerato come il martire che non ha voluto tradire il segreto confessionale. Secondo una leggenda, re Venceslao IV, a cui Giovanni si rifiutò di svelare i contenuti della confessione della regina, fece gettare il confessore dal ponte Carlo di Praga nella Moldava (1393). Quando il corpo senza vita del confessore venne a galla, nel cielo apparvero miracolosamente cinque stelle come per indicare il luogo del martirio.

La chiesa di Zelená Hora è un capolavoro di Giovanni Biagio Santini, architetto e pittore boemo, d'origine italiana, noto anche con il nome di Jan Aichel (Praga 1667-1723). Di vasta cultura alimentata da esperienze italiane e viaggi in Inghilterra e Olanda, fu l'estroso creatore del barocco goticheggiante boemo, nelle cui forme confluiscono, oltre alla tradizione nazionale, sensibili influssi del Borromini.




I motivi simbolici della stella a cinque punte e del numero cinque in generale, si rivelano sotto vari aspetti in tutto l’assestamento della chiesa e dei suoi dintorni. La chiesa è circondata da un ambito con cinque porte e cinque cappelle, al suo interno vi sono cinque altari sui quali brillano cinque stelle centrali. Tutto il complesso è costellato di misteri e simboli mistici. Gli esperti hanno fino ad ora cercato la vecchia entrata in un corridoio segreto che presumibilmente collegava la chiesetta con il monastero situato nella vicina villa di Žďár.

La chiesa di san Giovanni Nepomuceno è una delle strutture più originali d’Europa ed anche oggi continua a stupire i visitatori che arrivano da tutto il mondo.


 
 

 

Il vasto complesso gotico-barocco di Zelená Hora comprende, oltre la chiesina, un piccolo cimitero, un ex-monastero cistercense, situato a due passi dalla chiesetta di San Giovanni, un vasto castello di proprietà dell’antica famiglia aristocratica boema dei Kinsky e il più grande museo del libro al mondo.

Beniamino Colnaghi

giovedì 22 agosto 2013

Febbraio 1902, appello a favore dei contadini

Nei decenni a cavallo fra l’Ottocento ed il Novecento le condizioni di vita dei contadini italiani erano misere e infelici. Verso il 1890 si accentuò la depressione agricola che ridusse molti proletari della terra alla fame, i quali videro peggiorare ulteriormente la loro già precaria esistenza. Da parte dei contadini e delle organizzazioni che cercavano di tutelarli vennero intraprese azioni di protesta, che sfociarono anche in atti di forza e violenza. In alcune parti del nostro Paese i contadini occuparono la terra dei grandi proprietari terrieri e ne tentarono la socializzazione. Il malcontento nelle campagne andò di pari passo con il progresso del socialismo fra i lavoratori delle città. A Milano, nel maggio 1898, a seguito dell'aumento del costo della farina e del pane, gravati dall'esosa tassa sul macinato, la popolazione affamata insorse e assaltò i forni. L'insurrezione durò vari giorni e fu repressa nel sangue. Moti con le conseguenti repressioni avvennero anche a Monza e proteste si svilupparono in alcune località della Brianza.
A seguito di questi fatti, e per cercare di dare una risposta alle tensioni ed ai disagi crescenti dei contadini, il giornale lecchese Il Resegone, il primo numero del quale uscì nel febbraio 1882, pubblicò un appello dell’Ufficio centrale cattolico del lavoro rivolto ai proprietari dei fondi terrieri, apparso sull’edizione del 21 e 22 febbraio 1902. Di seguito si propone il testo pubblicato, interessante e utile al fine di comprendere la realtà contadina di quel tempo.
(b.c.)
 
 

 
Per i nostri contadini
Un appello ai proprietari

L’Ufficio centrale cattolico del lavoro ha indirizzato testé al Consiglio direttivo dell’Associazione fra i proprietari e conduttori di fondi in Milano la seguente lettera, su cui richiamiamo l’attenzione dei lettori:
Lo scrivente Ufficio centrale del lavoro, al quale fanno capo circa 30mila contadini della provincia organizzati in un centinaio di leghe, ha salutato con soddisfazione e speranza il costruirsi di codesta Associazione di proprietari di fondi. Sorte non per una sistematica lotta di classe, ma per l’elevazione morale ed economica del proletariato rurale nell’ordine e nella giustizia, le associazioni cattoliche dei contadini non possono non vedere lietamente il sorgere quasi contemporaneo d’una organizzazione padronale, preludio a quell’assetto armonico della vita sociale che il programma cattolico propone e propugna sulla base delle unioni professionali.
Dalla esistenza parallela dei due organismi, rappresentanti in forma collettiva i due gruppi diversi d’interesse economici, esse attendono di veder agevolate e migliorate le relazioni fra le due classi dei proprietari e dei coloni, sia perché da ambo le parti il vincolo associativo può esserne valido freno ad abusi ed eccessi individuali come insieme vigoroso impulso al progresso materiale e civile di tutta la classe, sia perché più facile e proficuo può riuscire il dirimere transitori ma pur sempre dolorosi e pericolosi contrasti d’interessi e diritti mediante le trattative. Gli accordi ed i giudizi di commissioni miste aventi, per concorde volere delle due organizzazioni, funzione ed autorità di loro rappresentanza collettiva permanente. Così anche il contratto di lavoro, cercando di essere disforme e disordinata pattuizione individua di obblighi e di profitti, assorge alla importanza di contratto sociale, uniforme e ordinato, con tutto il presidio morale della influenza dei corpi di cui emana e con tutto il presidio giuridico della consuetudine che per la sua accettazione pressoché universale viene ad assumere.
 
Il momento

Per queste considerazioni, lo scrivente Ufficio crede dover suo prendere tosto l’iniziativa per sollecitare la formazione di questa commissione mista, invitando codesta Associazione ad accogliere con favore l’idea e a concorrere alla sua attuazione colla nomina dei propri delegati in base a modalità da stabilirsi. Le condizioni del momento richiedono questo provvedimento nell’interesse della giustizia e della concordia civile. Strascichi penosi delle ultime agitazioni agrarie, derivanti qua e là da conflitti insoluti o da promesse non mantenute, da convenzioni infrante, da dinieghi dei crediti colonici, da escomii ingiustificati, da tentate imposizioni di contratti nuovi economicamente e giuridicamente onerosi, danno tristemente a temere che nuovi conflitti insidiosi abbiano a scoppiare nella prossima primavera a danno dell’ordine economico e dell’armonia sociale. In questo frangente è dover nostro di cattolici e cittadini tentar ogni mezzo per prevenire il pericolo aprendo subito la via a trattative amichevoli e definizioni ragionevoli ed eque, cui la commissione mista da noi proposta può prontamente por mano.
E, per affrettare il lavoro, fin d’ora lo scrivente Ufficio richiama all’attenzione di codesto consiglio due fra i punti del contratto nuovo presentato da molti proprietari, che i contadini non possono firmare.

Lo sfratto immediato

Il primo è la clausola per cui la mancanza eventuale d’un contadino ad un patto secondario, ad una norma di conduzione anche d’importanza minima, dà luogo allo sfratto immediato del colono ad libitum del proprietario. Ora questo è irragionevolmente eccessivo. Mentre infatti da una parte manca del tutto al contadino una garanzia pratica sufficiente contro l’eventuale inadempienza del padrone, data la gravissima difficoltà di poter provvedere al dispendio di un’azione giudiziaria e il timore di una facile disdetta di rappresaglia, il padrone d’altra parte è più che largamente tutelato nei suoi diritti dall’art 1652 cod. civ. per il quale può domandare fuori tempo lo scioglimento della colonia, quando vi siano giusti motivi, quale la mancanza del colono ai suoi impegni. Ma poiché il legislatore ha nello stesso articolo 1652 rimesso l’apprezzamento di tali motivi alla prudenza ed equità del magistrato, si cerca colla clausola di rescindibilità ipso facto e ipso iure del padrone di impedire questa valutazione prudente ed equitativa voluta dalla legge, cosicché possa l’arbitrio del padrone colpire per inadempienze anche irrisorie il colono e la sua famiglia col cacciarli dal fondo e dall’abitazione, ossia ridurli senza pane e senza letto, in epoche in cui non possono provvedersi né altra terra da lavorare né altra casa in cui alloggiare. Misura questa ben peggiore anche di una condanna penale, perché significa la miseria e la morte economica di tutta una povera famiglia di lavoratori. E’ evidente che il colono non può segnare un patto simile colla propria sottoscrizione, ed è ingiusto ed inumano pretenderne l’accettazione colla minaccia della licenza.

La disdetta in estate

L’altro patto a cui i coloni non possono accedere è quello della disdetta in estate, anziché nel termine del marzo, portato da antichissima consuetudine e dall’art. 1664 del cod. civ. Simile innovazione, congiunta alla facilità con cui si tende oggi a ricorrere alla disdetta, verrebbe a snaturare completamente la colonia togliendole quella forza di continuità che fu sin qui la sua caratteristica più feconda. Inoltre porterebbe a danni ben gravi per i contadini, per gli stesi proprietari, per la produzione nazionale. Per i contadini, in quanto da coloni permanenti sul suolo verrebbero trasformati in precari affittaioli ad anno, removibili dal fondo sino a poche settimane prima del San Martino, minacciati in ogni loro atto, nella stessa libertà di esercizio dei loro diritti civili e politici, dalla inoppugnabile vendetta del licenziamento, simili in tutto a quei miseri tenants at will (affittaioli ad arbitrio) dell’Irlanda per cui Gladstone ha speso le sue generose energie di uomo politico. Per i proprietari, in quanto il pericolo di un prossimo distacco dal fondo distoglie naturalmente il colono da una feconda applicazione di capitale e di lavoro la cui produttività, non da lui ma da altri, verrebbe posteriormente lucrata, e lo induce a sua volta ad uno sfruttamento irrazionale e consuntivo della proprietà. Per la produzione nazionale, infine, in quanto questo regresso delle colture arresta e deprime ogni sviluppo dell’economia rurale, ricacciando l’Italia all’indietro sull’auspicata via del suo risorgimento agrario. A questa jattura urge che tutti ci opponiamo viribus unitis (con forze unite) all’interesse comune.
La commissione mista che quest’Ufficio propone ed invoca, potrà rendere all’uopo segnalati servizi, reclamando insieme dallo stato utili riforme di legge per un miglior assetto dei contratti agrari e della correlativa giurisdizione giudiziaria nel diritto costituito.

Ci ripromettiamo quindi che al nostro invito cordiale corrisponda da codesto on. Consiglio un’altrettanto cordiale adesione; all’importanza del momento e dei problemi che ci si affacciano innanzi, sia pari in tutti l’amore della buona convivenza civile e la coscienza del proprio dovere.

Colla massima considerazione

Milano, 10 febbraio 1902

Per l’Ufficio centrale del lavoro:
Sac. Carlo Dalmazio Minoretti, Ludovico Necchi, Aristide Tagliabue, sac. Carlo Grugni,
rag. Giuseppe Scevola.

domenica 21 luglio 2013

Il brianzolo Egidio Brugola


Egidio Brugola (Lissone, 1901 - 1958) fu l'inventore delle viti e delle chiavi che presero il suo nome, nonché fondatore delle omonime officine.

Set di chiavi a brugola

Il suo cognome si trova anche sui dizionari della lingua italiana. Alla voce «brugola», lo Zingarelli recita: «Vite con testa a incavo esagonale, dal nome del suo produttore, Egidio Brugola».
Esiste, infatti, il signor Brugola: come Biro, Gillette e Diesel, è uno dei pochi ad aver dato il proprio nome a un oggetto di uso comune.
Giannantonio Brugola, 60 anni, figlio di Egidio, è il presidente della Oeb, un' azienda con sede a Lissone, Lisôn, che ha conquistato il mondo della bulloneria, in particolare nel settore delle viti per i motori.

Una foto della vecchia Lissone

Negli ultimi tempi alla Oeb c' è un motivo in più per festeggiare: l' azienda ha appena riportato una vittoria importante, che Brugola riveste di contorni patriottici (non a caso negli stabilimenti sventolano i tricolori). «Italia batte Germania due a zero» ride soddisfatto. Nel ' 93 Brugola ha infatti brevettato una vite nuova, la «Polydrive», che presenta una testa con una forma evoluta di esagono. In sostanza, permette un maggior serraggio con uno sforzo minore. Non solo: la vite può essere utilizzata, quasi con la stessa efficacia, anche con una «classica» chiave brugola. «Ebbene, i nostri acerrimi nemici tedeschi hanno cercato di impedirci di ottenere il brevetto europeo - spiega Brugola -. La commissione d' appello ha dato ragione a noi. Ma non è finita: i tedeschi, poi, ci hanno copiato la Polydrive. Ma se ne usano anche una sola, chiederò 20 milioni di euro di richiesta danni per motore»1.

La storia della dinastia della brugola inizia nel 1926 quando la Oeb viene fondata da Egidio, quello che i dizionari considerano l' inventore della vite esagonale. «In realtà non è proprio così - precisa Giannantonio, che ha dovuto iniziare a occuparsi dell' azienda a 16 anni, alla morte del padre -. La vite che adesso chiamiamo brugola esisteva già all' inizio del secolo scorso. Ma è stato mio padre, nel ' 45, a brevettare una forma di brugola con un gambo a "torciglione" che assicurava una particolare elasticità. Era così rivoluzionaria che fu utilizzata 40 anni dopo»2.
Genialità, amore per l' innovazione e la tecnologia, spirito pionieristico, qualità assoluta sono alcune delle parole che spiegano il fenomeno brugola. Ma sono anche sinonimo di un impegno che si traduce, ogni anno, in un investimento minimo del 10-15% del fatturato. Una genialità che ha fatto conquistare il 23% della produzione mondiale di viti «testata» e una serie di prestigiosi riconoscimenti di qualità ricevuti dalle case automobilistiche. E che ha consentito, alla Oeb, di diventare unico fornitore dei motori prodotti in Europa dalla Ford, oltre che di alcuni tipi della Volkswagen e, presto, del 5 cilindri della casa tedesca. Insomma, oggi al mondo circolano diverse milioni di auto con motori assemblati da viti brugola. E adesso c'è la nuova vittoria contro i tedeschi. Soddisfazione non basta a spiegare lo stato d' animo di Brugola: «Sì, sono felice, ma non per motivi economici: è che la Polydrive è come un figlio per me. Inoltre i tedeschi ci trattano sempre con una tale spocchia... Ma questa volta la figura dei cioccolatai l'hanno fatta loro»3.
 
 
Lapide posta nello stabilimento Officine Egidio Brugola a ricordo di alcuni lavoratori trucidati dai nazifascisti nel 1944 (Fonte www.anpi-Lissone)
 
Italiano atipico dal nome di origine fiamminga (come i pittori Bruegel) che ama l' Italia come pochi, parla correntemente 5 lingue, «germanista» che da giovane traduceva i classici tedeschi e ora con i tedeschi «combatte», Brugola è anche un grande appassionato di auto: «Non posso realizzare la loro forma, così contribuisco a formarne il cuore»4.

Beniamino Colnaghi

Note
1 - 4) Corriere della Sera, intervita del 19 marzo 2003, p.54.

giovedì 4 luglio 2013

La grande storia d’amore tra Olga e Luís Carlos


Nata il 12 febbraio 1908 in una colta e facoltosa famiglia ebraica di Monaco, Olga Benario racconterà di essere diventata una convinta rivoluzionaria leggendo delle ingiustizie che emergevano dalle carte processuali su cui lavorava il padre, Leo Benario, avvocato e socialdemocratico tedesco. Nel suo studio legale di Karlplatz il padre riceveva tanto la ricca clientela della borghesia cittadina, quanto modesti operai bavaresi che egli difendeva gratuitamente. Olga proverà sempre un grande affetto per il padre, anche se lo considererà troppo moderato rispetto ai suoi ideali rivoluzionari.

Olga Benario
Fonte Wikipedia.org. Questa immagine è nel pubblico dominio perché il relativo copyright è scaduto.

Ideali che condividerà, invece, con lo scrittore Otto Braun, con il quale si trasferirà a Berlino diventando, a soli 17 anni, segretaria del partito comunista, dichiarato illegale, nel popolare quartiere di Neukoelln. L'attività di Olga era quella consueta di ogni militante: stampe di ciclostili, volantinaggi, picchetti alle fabbriche in sciopero, manifestazioni, la lettura dei classici del marxismo e le riunioni con i compagni fino a notte nella birreria Müller della Zietenstrasse. La frequentazione degli ambienti intellettuali berlinesi la portò ad un impegno sempre più totalizzante fino a quando, nel 1928, si rese protagonista di uno spettacolare assalto nell'edificio della Corte penale di Moabit, quartiere di Berlino per aiutare a fuggire Otto Braun e altri compagni, incarcerati per alto tradimento. Otto e Olga stettero nascosti per qualche tempo a Berlino per poi, in auto e con falsi documenti, espatriare prima in Polonia e successivamente raggiungere in treno l'Unione Sovietica. 
A Mosca Olga ricevette il nuovo nome di Olga Sinek, entrò a far parte del Comitato centrale della gioventù comunista internazionale e di un’unità regolare dell’Armata Rossa, imparando ad usare le armi, a cavalcare, a pilotare aerei ed a lanciarsi col paracadute. 
La sua segreta speranza fu sempre quella di tornare prima o poi in Germania. Questo obiettivo la portò ad accettare con entusiasmo le varie missioni all’estero che le venivano affidate anche grazie alla conoscenza di quattro lingue e alla sua brillante intelligenza. Ma quando le venne chiesto di assumere un impegnativo incarico in America Latina, la sua emozione fu rivolta soprattutto all’incontro con quel mitico brasiliano che era riuscito a convincere l’Internazionale comunista che i tempi erano maturi per esportare la rivoluzione in quel continente.

Luís Carlos Prestes 
Fonte Bundesarchiv (Archivio Federale Tedesco) su Wikipedia.org
 
Giunto a Mosca tre anni prima, Luís Carlos Prestes era famoso come capitano della “Coluna invicta”, ovvero un contingente di 1200 uomini, tutti disertori, che per circa tre anni guidò attraverso alcuni stati brasiliani, percorrendo a piedi 25mila chilometri e fronteggiando coraggiosamente l’esercito. Tuttavia, l'obiettivo di sollevare le masse contadine contro la dittatura del presidente Artur da Silva Bernardes e rovesciarne il regime fallì.

Quando la notte del 29 dicembre 1934 il capitano Luis Carlos Prestes incontrò alla stazione di Mosca l’agente segreta Olga Sinek, incaricata dal Comintern di fingersi sua consorte e accompagnarlo in Brasile per una missione che ha come obiettivo l’insurrezione popolare contro la dittatura di Getúlio Dornelles Vargas, la sua imperturbabilità vacillò. Olga era una donna molto bella: occhi chiarissimi e magnetici, esaltati da una chioma di capelli corvini, affascinante e intelligente, un corpo longilineo, più alta di lui. 
In quel treno per Leningrado ha inizio un viaggio che li condurrà attraverso molte capitali europee, molteplici  travestimenti e altrettanti cambi di identità. L’8 marzo 1935 il console del Portogallo in Francia li fornì di falsi documenti intestati al commerciante di Lisbona Antônio Vilar e a sua moglie Maria Bergner. Tornati a Parigi chiesero e ottennero dall'ambasciata americana il visto d'ingresso per gli Stati Uniti: curiosamente, dovettero, come d'obbligo, sottoscrivere la dichiarazione di non essere comunisti. Era ormai arrivato il momento di lasciare la vecchia Europa e da Brest i coniugi Vilar s'imbarcarono per New York. Quel viaggio ebbe almeno un successo garantito: la mattina del 26 marzo 1935, quando il transatlantico Ville de Paris attraccò a New York, Antônio Vilar e Maria Bergner, alias Luis Carlos e Olga, non sono più una coppia di copertura, ma si amano davvero.  Dopo alcuni giorni di sosta a New York i Vilar si trasferirono a Miami da dove raggiunsero dapprima il Cile e poi l’Argentina. A Buenos Aires i due viaggiatori “portoghesi” ottennero il visto d'ingresso per il Brasile. 
In Brasile, già dalla seconda metà del 1934, un piccolo numero di accademici e di militari fondò la Aliança Nacional Libertadora (ANL) il cui programma di base aveva come punti principali la sospensione del debito estero del paese, la nazionalizzazione delle imprese straniere - numerose in Brasile, specialmente statunitensi e inglesi - la riforma agraria, una politica economica a favore dei piccoli proprietari terrieri e delle medie imprese, l'attuazione delle più ampie libertà democratiche e la costituzione di un nuovo governo che questo programma intendesse realizzare. Nei primi di maggio del ‘35, nel corso di una manifestazione tenuta a San Paolo, fu data lettura di una lettera di Luís Carlos Prestes, nella quale egli, dopo aver ricordato la sua esperienza in Unione Sovietica dove aveva contribuito alla edificazione del socialismo, dichiarava di riconoscere alla ANL un carattere «antimperialista, combattivo, rivoluzionario» e rivolgendosi «agli operai, ai contadini, ai soldati e marinai, agli studenti, agli intellettuali onesti, alla piccola borghesia delle città e a tutti quelli che soffrono per la situazione di miseria e di fame», li chiamava «a lottare per la liberazione nazionale del Brasile [...] per farla finita con il regime feudale e per difendere i diritti democratici sempre più soffocati dalla barbarie fascista o fascistoide»1.

Il presidente del Brasile Vargas ed il presidente americano Roosevelt
Foto nel pubblico dominio

Le sollevazioni popolari, appoggiate da pochi gruppi di ufficiali e militari, furono facilmente soffocati dall’intervento delle truppe governative. La rivolta di novembre 1935 venne soffocata nel sangue. Seguirono gli arresti degli ufficiali rivoltosi e in pochi giorni migliaia di dirigenti, di iscritti e di simpatizzanti dell'ANL e del Partito comunista finirono in carcere. Non Olga e Luís Carlos. Mentre i servizi segreti inglesi e americani collaboravano con il regime di Vargas cercando di ricostruire i movimenti e le reali identità degli stranieri implicati nella rivolta, la polizia brasiliana torturava i prigionieri per farsi indicare il nascondiglio dei capi dell'ANL. La notte del 5 marzo 1936 centinaia di soldati e poliziotti cominciarono una sistematica perquisizione di tutte le case nel popolare quartiere Méier di Rio de Janeiro. Olga e Prestes furono scoperti e condotti alla sede centrale della polizia. Qui furono separati e, senza che lo sapessero, da allora non si sarebbero più rivisti. Durante i primi interrogatori, Olga sostenne di chiamarsi Bergner, di essere belga di origine e ora brasiliana in virtù del suo matrimonio con Luís Carlos Prestes. La maggiore preoccupazione di Olga era quella di non rivelare le sue origine tedesche per evitare di essere estradata nella Germania nazista. Ma l'ambasciatore brasiliano a Berlino, attraverso la Gestapo, scoprì la sua vera identità. Trasferita in carcere con altre detenute, in aprile si accorse di essere incinta. Tuttavia la prospettiva dell'espulsione di Olga dal Brasile quale soggetto indesiderabile e la sua conseguente consegna alle autorità naziste si faceva molto concreta, stante la decisa volontà in tal senso del dittatore Vargas, il quale sperava così di costruire un’alleanza con Hitler. 

Olga Benario durante la prigionia
Fonte Bundesarchiv (Archivio Federale Tedesco) su Wikipedia.org

Nel settembre 1936 Olga fu imbarcata sulla nave La Coruña, ancorata nel porto di Rio e battente bandiera del Terzo Reich. Olga, al settimo mese di gravidanza, è dapprima rinchiusa nel carcere femminile di Barnimstrasse 15 a Berlino dove, a novembre, partorisce la figlia Anita Leocádia Prestes, in onore di Anita Garibaldi. La bambina, all’età di un anno, venne affidata alla nonna paterna la quale la mise in salvo dapprima a Parigi per poi portarla in Messico. Sapendo che sarebbe arrivata molto presto la sua fine, Olga scrisse un’ultima lettera a sua figlia ed al suo compagno:

« [...] Cara Anita, amore mio caro, mio Garoto, piango sotto le coperte perché nessuno mi senta, perché oggi sembra che non avrò la forza di sopportare una cosa così terribile. Ed è proprio per questo che mi sforzo di dirvi addio adesso, per non farlo nelle ultime e difficili ore. Dopo questa notte, voglio vivere per il breve futuro che mi resta. Da te ho imparato, caro, cosa significa la forza di volontà, specialmente se emana da fonti come la nostra. Ho lottato per ciò che c'è di più giusto e di più buono e di migliore al mondo. Ti prometto adesso che fino all'ultimo istante non dovrai vergognarti di me. Spero che mi capiate: prepararmi alla morte non vuol dire che mi arrendo, ma che saprò affrontarla quando arriverà [...] Conserverò fino all'ultimo momento la voglia di vivere… ».2

Olga Benario entrò nella camera a gas di Bernburg il 23 aprile 1942. Luís Carlos Prestes seppe della morte di Olga nel mese di luglio del ’45 quando, liberato dal carcere per effetto di un'amnistia, stava tornando a Rio de Janeiro da una manifestazione politica tenuta a San Paolo.

Per chi voglia conoscere l’appassionante e intensa storia di Olga Benario “Sinek”, consiglio il coinvolgente libro di Fernando Morais, Olga. Vita di un'ebrea comunista, Il Saggiatore.

Beniamino Colnaghi

Note e bibliografia
1 Fernando Morais, Olga. Vita di un'ebrea comunista, Milano, Il Saggiatore, 2005, p. 80.
2 F. Morais, op.cit., pp. 259-260.
Alessandra Orsi, Una comunista in dono a Hitler, Diario, Memoria, 2005, anno V n.1, pp. 130-132.

venerdì 28 giugno 2013

Un uomo solo al comando
 

Giro d'Italia 1953. Fausto Coppi sullo Stelvio.