mercoledì 20 febbraio 2013

Verderio Superiore: la signora Aida Chiesa e i “platani gemelli”

Quando la signora Aida fu avvisata che alcuni coloni, dipendenti della sua famiglia, stavano abbattendo un platano lungo la strada che porta a Paderno d’Adda, lasciò le lussuose stanze della villa padronale e si diresse immediatamente sul posto. Malgrado la sua repentina presenza, il bell’esemplare dell’albero era già ai piedi dei contadini. Dei due “platani gemelli“, solo uno continuava a svettare fiero.
Dalle testimonianze dei residenti verderiesi, che si sono poi tramandate negli anni, non risulta che il platano fosse affetto dalla malattia conosciuta con il nome di cancro colorato, un parassita che attacca i platani fino a portarli alla morte. Per quanto se ne sapesse allora, eravamo verso la fine degli anni Trenta, primi anni Quaranta, il platano non presentava particolari problemi. Stava crescendo bello e robusto, come il suo gemello. Fiancheggiavano entrambi, come due vedette, un piccolo ponticello costituito da una grande lastra di granito, che dalla strada che conduce a Paderno d’Adda, ora via Contadini verderiesi, diramava verso ovest, su una stradina campestre che portava nella zona delle cave. Oggi quella stradina non c’è più, e non c‘è più nemmeno il ponticello in granito. Nei primissimi anni Ottanta sono stati cancellati dagli aratri. Gli “spensierati” anni ‘80 sono stati esiziali per il futuro della bellissima terra di Brianza: tante testimonianze storiche, monumentali e ambientali, tramandate da coloro che ci avevano preceduto, sono state distrutte o lasciate lentamente morire, a causa di scelte politiche e urbanistiche dissennate.


Fotografia scattata presumibilmente nel 1940. Si notano l'attuale via Contadini verderiesi e la nuova strada per la stazione ferroviaria di Paderno, inaugurata nel 1938. Sullo sfondo la Grigna ed il Resegone. Sul margine destro della foto, verso il basso, si può notare la presenza dei due platani gemelli, del ponticello in granito e della stradina campestre. 

Questa fotografia, presa durante il periodo invernale, è temporalmente successiva alla foto che precede. Come risulta evidente, uno dei due platani è già stato abbattuto.

Ci sarà pur stato, qualche anno prima, un disegno ben preciso, accidenti. Qualcuno avrà pur pensato ad un progetto per la messa a dimora di una serie di platani, proprio su quella strada. Probabilmente, anzi, oserei dire sicuramente, saranno state accertate le migliori condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo di questa specie. Tra il “grande platano” che svetta maestoso al centro della rotatoria in largo della Battaglia e il “cerchio dei platani“, in prossimità della salita per Paderno c’erano loro, i “platani gemelli“. E’ bastato poco, anche allora, come avviene spesso oggi, per “rompere” un’idea, scardinare un progetto, compiere un’insensatezza. Senza quel platano, non sarebbe stata più la stessa cosa.



Il platano rimasto "orfano"
La signora Aida, che i contadini chiamavano Iden, lo intuì subito. Inferocita, cominciò ad imprecare contro coloro che l’avevano abbattuto; tuonò così tanto che la sua voce non poté non giungere fin nelle stanze della villa sovrastante. Chissà se il marito, il compositore Vittorio Gnecchi, udì le sue lamentele.
 
Vittorio e Aida fidanzati 
Era un bel tipo, la signora Aida Chiesa. Una bella donna, colta ed elegante. Probabilmente era anche risoluta e determinata, stando alle cronache del tempo. Nacque l’8 agosto 1885 a Chiasso, in Svizzera. Suo padre, un ricco industriale che possedeva alcune fabbriche e negozi di ferramenta, aveva anche diverse proprietà immobiliari a Milano. Durante lo svolgimento di una festa in uno di questi palazzi, Aida conobbe Vittorio Gnecchi, colui che, il 26 maggio 1904, sarebbe diventato suo marito. La coppia si stabilì nella villa di Verderio e, nei successivi quattro anni, ebbe due figli: Alberto nel 1905 e Isabella, detta Isa, nel 1908.

La famiglia al completo: Aida e Vittorio Gnecchi con i figli Isabella e Alberto

Nella bibliografia e nei documenti fin qui prodotti sulla famiglia Gnecchi Ruscone, hanno avuto particolare rilievo le biografie, i ruoli e le opere dei “maschi” del casato. Non poteva che essere così, considerata l’epoca storica ed il lignaggio aristocratico della famiglia.
Non ho elementi concreti, a parte ciò che ho letto in funzione della stesura di questo articolo, per poter affermare con certezza se l’antico proverbio latino che recita: "Dotata animi mulier virum regit", che concettualmente dovrebbe voler dire che una donna provvista di coraggio e di spirito sostiene e consiglia il marito, possa verosimilmente valere per la nostra coppia. Ciò di cui si è certi si desume dalle biografie delle figure femminili della famiglia aristocratica e borghese del luogo che mettono in luce donne colte, filantrope, sagge le quali hanno contribuito ad imprimere prestigio e identità al casato.

Fotografia tratta dal libro di Giulio Oggioni, Quand sérum bagaj.
Da sinistra: Vittorio Gnecchi, Miss Jessie Mason, Anna Gnecchi Baroli, il bambino vestito alla marinara è Gianfranco Gnecchi, la balia con in braccio Alberto Gnecchi, Aida Chiesa.
 
Al di là di ogni considerazione strettamente personale, Aida Chiesa sposò quindi Vittorio Gnecchi ed entrò a far parte di una famiglia che spiccava per operosità, intraprendenza e generosità e indubbiamente quell’epoca, a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento, fu propizia all’ulteriore ascesa di una borghesia ricca di mezzi, di spirito di iniziativa e di capacità.
Vittorio, per confutare quanto appena asserito, ebbe i natali a Milano il 17 luglio 1876, nelle stanze del bel palazzo che il nonno Giuseppe aveva appena acquistato al numero 10 della centralissima via Filodrammatici, proprio dietro al Teatro alla Scala. Era un edificio confacente all’accresciuto rango sociale della famiglia. Come gli Gnecchi, altre famiglie lombarde erano riuscite ad introdursi ai vertici della società milanese, grazie non solo ai mezzi puramente economici, ma anche e soprattutto ad una accorta “politica matrimoniale” che aveva portato a fitti legami di parentela con le famiglie dell’aristocrazia più altolocata, e poi ad una generosa e intelligente attività mecenatistica, che a quel tempo era necessaria ben più di oggi per ben figurare nel mondo della borghesia.
In questo senso il citato Giuseppe Gnecchi, nonno di Vittorio, aveva compiuto le scelte migliori: coniugatosi con la contessa Giuseppina Turati, un’altra “grande” donna della famiglia, aveva acquistato nel 1848 a Verderio Superiore, dove già possedeva una dimora, la splendida villa che era stata dei Confalonieri e che per il suo aspetto imponente conferiva alla famiglia un indiscutibile prestigio. Francesco Gnecchi, figlio di Giuseppe, sposò Isabella Bozzotti, una giovane e colta signorina di buona famiglia, dalla quale ebbe tre figli: Cesare, detto Rino, nel 1873, il già citato Vittorio e Carla, nel 1886. Gli Gnecchi potevano dunque dirsi arrivati. Pienamente inseriti nella società più altolocata di Milano e proprietari di una notevole fortuna, essi potevano godere di una vita agiata che permetteva loro di dedicarsi alle attività preferite: filantropia, mecenatismo, interessi culturali. Su questi fronti si concentrò infatti l’esistenza di Francesco Gnecchi e di suo figlio Vittorio. Se da una parte la famiglia donò a Verderio Superiore una nuova chiesa parrocchiale, il municipio, il cimitero, l’asilo infantile, la fonte Regina e altre strutture socialmente utili, dall’altra Vittorio si distinse per gli interessi musicali che ne fecero un compositore di buon livello.
 
Mi sono volutamente dilungato nel contesto storico e culturale del tempo, ritenendolo utile e doveroso. Ritorno all’accaduto, per concludere.
Non è dato sapere chi abbia mai potuto dare l’ordine di abbattere un così bell’esemplare di platano. In quegli anni, siamo verso la fine degli anni Trenta del secolo scorso, nulla poteva essere modificato e trasformato nelle proprietà della famiglia Gnecchi Ruscone senza che il sig. Giulio Beretta, detto sciur Giüli, potente agente e fattore del casato, fosse informato e desse il suo consenso. Per quale motivo ci fu qualcuno che volle tagliare i due platani? Chi ordinò l’abbattimento? Non si sa. Poco importa saperlo oggi. Ciò di cui siamo assolutamente certi, invece, è il fatto che senza il repentino e autorevole intervento della signora Aida Chiesa, anche il secondo platano sarebbe stato abbattuto.
Il maestro Vittorio Gnecchi Ruscone uscì silenziosamente dalla scena del mondo il 5 febbraio 1954, chiudendo anche nel dolore degli affetti familiari un’esistenza che, iniziata sotto i migliori auspici, era poi stata artisticamente così travagliata. All’improvvisa e prematura scomparsa dell’amatissimo figlio Alberto, morto il 7 agosto 1952, la sorte si accanì ancora sulla famiglia: la figlia Isabella morì un mese dopo suo padre, il 14 marzo 1954, mentre la moglie Aida, colta da una lunga e tristissima malattia, gli sopravvisse per soli otto mesi. Aida Chiesa morì infatti a Milano il 13 ottobre 1954.

Beniamino Colnaghi

Ringraziamenti
Le tracce su cui ho “costruito” l’articolo sull’abbattimento del platano e sull’intervento della signora Aida mi sono state fornite dal signor Felice Colnaghi, che ringrazio di cuore.
Sono grato alla signora Cristina Carlotti, pronipote di Vittorio e Aida, per le due bellissime fotografie riguardanti i suoi bisnonni, delle quali mi ha gentilmente concesso la pubblicazione.

Bibliografia
Ottavio de Carli, Vittorio Gnecchi Ruscone: un caso ancora aperto. Fortuna e oblio di un compositore gentiluomo, Erbusco, 1998, p.4.
Marco Iannelli, Il caso Cassandra. Vittorio Gnecchi, una storia del Novecento, Milano, Bietti, 2004, pp. 25-26, p.49.
Giulio Oggioni “Quand sérum bagaj”. Marna, 2004, pp. 222-225.
Sito web dell’Associazione Musicale Vittorio Gnecchi Ruscone www.associazionegnecchi.org

sabato 9 febbraio 2013

Città di Sesto San Giovanni: medaglia d’oro al valor militare per la lotta di Liberazione.

Per tutto l’Ottocento Sesto San Giovanni fu un borgo rurale e un luogo di villeggiatura delle classi abbienti milanesi, che arrivò a contare non più di 5000 abitanti.
Dal 1840 il borgo fu attraversato dalla seconda linea ferroviaria italiana, la Milano-Monza, destinata ad allungarsi sino al confine svizzero e a collegarsi, dal 1882, con il centro Europa attraverso la galleria del San Gottardo. Dai primi anni del Novecento Sesto San Giovanni divenne quindi centro dell’asse Greco-Niguarda-Monza, percorso dalla linea ferrovia internazionale, da una tramvia elettrica interurbana e dal grande stradone napoleonico che univa piazzale Loreto alla Villa Reale di Monza.

Tracciato della ferrovia Milano - Monza (1840)

Le vaste aree rurali liberate dalla crisi dell’agricoltura di fine Ottocento furono oggetto dei piani di sviluppo delle società immobiliari che facevano capo agli imprenditori Breda, Marelli, Falck e Pirelli i quali contribuirono a far nascere l’area industriale di Sesto San Giovanni. Fra il 1903 e il 1913 Sesto divenne la città delle fabbriche. Qui si trasferirono nei nuovi stabilimenti costruiti in pochi mesi, aziende grandi e medie dei settori siderurgico e meccanico, chimico e alimentare.
Breda, Pirelli, Falck ed Ercole Marelli si ampliarono rapidamente, raggiungendo rinomanza europea. Secondo il censimento del 1911 gli addetti alle 36 industrie di Sesto San Giovanni erano 6.971, dei quali 6.386 erano operai. Gli abitanti divennero ben presto circa 14.000. Negli anni successivi alla prima guerra mondiale, grazie alla produzione bellica, si costituirono quattro gruppi industriali integrati, Falck, Breda, Marelli, Pirelli, ciascuno dei quali era articolato in più stabilimenti. L’area industriale sestese si dilatò al punto di investire il comune di Milano negli ex comuni di Greco e Niguarda e nei comuni di Cinisello Balsamo e Bresso.
 
Largo La Marmora negli anni Venti

La grande crisi del 1929 interruppe una fase di sviluppo e comportò pesanti licenziamenti. La crisi venne superata grazie alle commesse pubbliche che dal 1933-1934 assunsero un marcato carattere bellico, in preparazione della conquista dell’impero. In quel periodo la popolazione residente era di 35.000 unità. Con il sopraggiungere della guerra le maestranze furono impegnate in uno sforzo massiccio. Nel 1942 le grandi aziende ebbero un notevole incremento di occupati, in gran parte donne e ragazzi a bassa qualificazione professionale. Con i bombardamenti ad opera degli Alleati su Milano, le sconfitte militari, le difficoltà negli approvvigionamenti alimentari e la borsa nera, la fabbrica divenne il centro della sopravvivenza quotidiana, con le mense e gli spacci aziendali. In quel periodo i lavoratori delle fabbriche dell’area industriale di Sesto San Giovanni erano oltre 50.000.
Con lo sviluppo dell’industria Sesto fu investita da una forte ondata migratoria e divenne un grande e ribollente crogiolo. Professionalità, saperi tecnici, culture e concezioni ideologiche e politiche fra loro diverse, ma tutte convergenti sui temi del lavoro, si confrontavano e si arricchivano reciprocamente. Permanevano fra i lavoratori legami professionali e regionali che erano quasi sempre anche politici. L’articolazione sociale della popolazione residente rimase molto semplice. A parte una piccolissima élite di tecnici di fabbrica e di intellettuali dediti alle professioni liberali e un piccolo strato di commercianti, Sesto San Giovanni sarà fino agli anni Sessanta una città operaia, la cui vita sociale e politica si svolgerà essenzialmente intorno alla fabbrica.
 
Cooperativa lavoratori sestesi (1950)
 
A partire dai primi anni Venti del secolo scorso, vi fu un diffuso senso comune antifascista animato dalla forte tradizione socialista e cattolica. Il movimento clandestino organizzava, dalla metà degli anni Trenta, l’infiltrazione nel Sindacato fascista e nei Dopolavoro aziendali, promuovendo vertenze e creando, specie dall’entrata in guerra dell’Italia, una diffusa conflittualità sociale. L’organizzazione clandestina, che aveva contatti anche a Milano, nell’hinterland e in Brianza, operava con una certa continuità, pur fra enormi difficoltà, in città e nelle principali fabbriche, svolgendo un’intensa attività di propaganda. Durante il ventennio numerosissimi militanti vennero arrestati e condannati al confino o deferiti al Tribunale Speciale. Nel frattempo l’organizzazione, composta dai militanti più anziani, alcuni "già passati per le galere fasciste", era rimasta in piedi e continuava il suo lavoro clandestino, che sfociò, il 23 marzo 1943 alle ore 10, nello sciopero partito dal Reparto Bulloneria della Falck Concordia e diffusosi nelle fabbriche sestesi e milanesi.

Sesto San Giovanni, proprio per i grandi scioperi operai e per il forte radicamento dei partiti di sinistra, verrà definita Stalingrado d’Italia. In questo blocco d’acciaio al quale "guardano tutti i lavoratori milanesi quando bisogna scendere in lotta", fra il 25 luglio e l’8 settembre 1943 vi furono manifestazioni, scioperi a scacchiera per la pace, per la liberazione dei detenuti politici, per il ristabilimento delle principali libertà soppresse dal fascismo e per il miglioramento di mense e salari. Nelle grandi e medie aziende vennero elette le Commissioni Interne partendo dalle assemblee di reparto.


Operai si recano al lavoro negli anni Sessanta

Dall’1 all’8 marzo 1944 i Comitati segreti di agitazione del triangolo industriale organizzarono lo sciopero generale. Il sostegno di tutti i partiti del C.L.N. fu unanime e il Partito comunista clandestino vi profuse uno straordinario impegno organizzativo. Le fabbriche furono bloccate, tecnici e impiegati scesero in sciopero al fianco degli operai. Le rivendicazioni erano di natura politica e la svolta nella conduzione delle lotte fu evidente. La repressione nazifascista fu durissima e fu attuata sulla base di precisi elenchi fatti compilare dalle direzioni aziendali, dove figuravano, accanto a noti sovversivi, già confinati o passati per il Tribunale Speciale, lavoratori antifascisti e operai specializzati; 215 lavoratori vennero catturati in fabbrica e a casa, 211 vennero deportati nei Lager nazisti, 163 vi morirono, 2 vennero fucilati al Poligono di Cibeno (Carpi), 5 morirono dopo il loro rientro per le conseguenze della deportazione.

Dopo questa repressione la lotta di massa riprese con grande difficoltà in forme diverse e originali. Si diede vita a un movimento armato che sostituì le preesistenti Squadre di Difesa di Fabbrica con le Squadre di Azione Patriottica (S.A.P.). Esse avevano sempre come base la fabbrica, però con compiti offensivi. I lavoratori pendolari operavano quotidianamente con azioni di sabotaggio e propaganda in fabbrica e collaboravano alla costituzione e all’attività delle S.A.P. nei paesi della provincia.
Favoriti dall’avanzata alleata e dallo sbarco in Normandia si rafforzarono i legami delle grandi fabbriche con le brigate partigiane della montagna lariana e della Valtellina, verso le quali, attraverso canali clandestini, affluivano viveri, finanziamenti, armi catturate ai nazifascisti, combattenti e quadri di comando. Si attivavano patrocini con i distaccamenti delle Brigate partigiane: la Ercole Marelli, la Magneti Marelli e la Breda con la 55^ Brigata Garibaldi d’assalto Rosselli; la Pirelli con la 52^ Brigata Garibaldi Clerici e la Brigata Valgrande nel Verbano.
Quella di Sesto San Giovanni, grazie alla preponderante presenza di operai e tecnici delle grandi e medie fabbriche, fu una resistenza corale, dalle molte sfaccettature, che faceva riferimento sia ai partiti politici clandestini organizzati in fabbrica e in città, sia al tessuto associativo cattolico.
Il comandante della Brigata Nera, Aldo Resega, in una Relazione riservata del 28 dicembre 1944, scriverà: "altro da far saltare sarebbe il prevosto di Sesto San Giovanni, certo don Mapelli, che tanti danni ha arrecato al governo della Repubblica Sociale Italiana [...]. La parrocchia di Sesto San Giovanni è un formicaio di antifascisti, di ribelli di sabotatori".


Operai di Sesto durante uno sciopero

Oltre allo sciopero generale del marzo 1944, particolarmente significativi furono lo sciopero generale del 21 settembre 1944 che coinvolse Breda, Pirelli ed Ercole Marelli e quello del 23 novembre alla Pirelli Bicocca, dove i nazisti, capeggiati dal capitano delle SS Theo Saevecke, effettuarono 183 arresti. L’intervento della Direzione, peraltro minacciata di deportazione in blocco, valse a far rilasciare 27 operai. 156 lavoratori furono comunque avviati alla deportazione nei lager nazisti.

Su Sesto San Giovanni il comandante della G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) della zona scriveva al Comando provinciale: "[...] è una vera maledizione questo centro industriale totalmente sovversivo. Lì sta veramente il cancro della Lombardia. Questa città rossa dovrebbe essere completamente distrutta al di fuori delle industrie con il sistema germanico. La popolazione maschile deportata in Germania".

Il 25 aprile 1945 venne dichiarato lo sciopero generale insurrezionale, le fabbriche vennero occupate dai lavoratori in armi. Entrava in funzione una rete difensiva attentamente organizzata e sufficientemente forte. I partigiani e i patrioti inquadrati nelle diverse brigate furono oltre tremila.
I caduti sui vari fronti della lotta di Liberazione sono stati 325 (in carcere, fucilati, caduti in combattimento e nei Lager nazisti).

Il 17 settembre 1972 il gonfalone della Città di Sesto San Giovanni veniva insignito della medaglia d’oro al valor militare per la lotta di Liberazione.

Beniamino Colnaghi

Fonti sitografiche e fotografiche
Sito web del comune di Sesto San Giovanni, La storia di Sesto - www.sestosg.net - febbraio 2013
Sito web del comune di Cinisello Balsamo, Le pietre raccontano -

 
 

martedì 5 febbraio 2013

Effetti
 
Verderio Superiore: "il nuovo camino" della cascina Isabella
 

giovedì 24 gennaio 2013

27 gennaio: “Giorno della Memoria”

L’articolo 1 della legge 20 luglio 2000, n. 211 definisce così le finalità del Giorno della Memoria:
«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».
Se lo scrittore, poeta, partigiano Primo Levi oggi fosse vivo, sarebbe un distinto signore torinese di 93 anni e parteciperebbe volentieri alle commemorazioni per l’anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte di un reparto dell’Armata Rossa, la mattina del 27 gennaio 1945.
Nel dicembre 1943 Levi venne arrestato dalla milizia fascista dalle parti di Brusson, in Val d’Aosta, e trasferito nel campo di Fossoli, in provincia di Modena. Nel febbraio 1944 il campo di concentramento e transito di Fossoli venne preso in gestione dai tedeschi, i quali avviarono Levi e altri prigionieri su un convoglio ferroviario con destinazione Auschwitz, in polacco Oświęcim. Il viaggio durò cinque giorni. All'arrivo gli uomini vennero divisi dalle donne e dai bambini e avviati alla baracca n. 30.
Auschwitz (foto nel pubblico dominio)

Il giorno della liberazione del campo Primo Levi era presente e così scrisse all’inizio del suo romanzo La tregua:
«La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Somogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.
Erano quattro soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi…Non salutavano, non sorridevano: apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche e avvinceva i loro occhi allo scenario funebre. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista…».
Beniamino Colnaghi

lunedì 14 gennaio 2013

Sant’Antoni del purcèll, un santo venerato anche in Brianza

La festa di sant'Antonio abate si celebra ogni anno il 17 gennaio. In passato era una delle ricorrenze più sentite nelle comunità contadine. La vita dell'uomo e le stagioni della natura con moto perpetuo si sovrapponevano, si integravano in un sistema ciclico entro il quale si realizzava il duraturo accordo tra natura, uomo e società. Il contadino, fino alla prima metà del Novecento, impiegava il suo tempo secondo il rigido calendario stabilito dalla natura. La presenza della Chiesa, inoltre, nel paese e nel piccolo villaggio, forniva ai contadini un solido criterio della misurazione del tempo scandito dalle funzioni religiose, dai periodici e giornalieri richiami alla preghiera e dalle celebrazioni di festività che ricongiungevano la comunità contadina al continuo ripetersi, anno dopo anno, degli eventi celebrati dalle Sacre scritture, da calendari e ricorrenze.

Oggi, nelle società che vengono definite post di qualsiasi cosa, le festività legate al mondo rurale ed alle tradizioni contadine sono meno diffuse. Alcune di esse permangono soprattutto grazie a pochi e testardi cultori delle tradizioni che le ricordano e le fanno rivivere in alcune zone rurali e nei paesi della provincia profonda, dove le tradizioni sono più radicate rispetto alle grandi città ovvero ad aree “compromesse” dalla progressiva e sistematica modificazione dell’ambiente naturale e distruzione dei luoghi sociali e del vivere comunitario. 

Nella cultura popolare, sant'Antonio abate veniva raffigurato con accanto un maialino. I contadini, per distinguerlo dall'altro Antonio, quello comunemente detto da Padova, lo chiamavano infatti sant'Antoni del purcèll, il quale spesso era rappresentato con lingue di fuoco ai piedi e aveva in mano un bastone alla cui estremità era appeso un campanellino. Per certi versi, nessun altro santo  entrò pesantemente nelle usanze e nel costume quotidiano brianzolo come sant’Antonio abate.

Sant'Antonio abate (foto nel pubblico dominio in quanto il copyright è scaduto)
 
Malgrado tutte queste connotazioni, attribuitegli da una tradizione secolare, in realtà Antonio aveva poco o nulla a che fare con la Brianza: era infatti un eremita ed un asceta tra i più rigorosi nella storia del Cristianesimo antico. Antonio, di cui conosciamo bene la vita grazie alla biografia scritta dal suo discepolo Atanasio, nacque in Egitto, a Coma, una località sul Nilo, intorno all'anno 250. Malgrado appartenesse ad una famiglia piuttosto agiata, mostrò sin da giovane poco interesse per le lusinghe e per il lusso della vita mondana: alle feste e ai banchetti infatti preferiva il lavoro e la meditazione, e alla morte dei genitori distribuì tutte le sue sostanze ai poveri. Compiuta la sua scelta di vivere come un eremita, si ritirò dunque in solitudine a lavorare e a pregare, dapprima nei dintorni della sua città natale e successivamente nel deserto, vicino a Tebe. Qui trascorse molti anni vivendo in un'antica tomba scavata nella roccia, lottando contro le tentazioni del demonio, che molto spesso gli appariva per mostrargli quello che avrebbe potuto fare se fosse rimasto nel mondo. A volte il diavolo si mostrava sotto forma di bestia feroce allo scopo di spaventarlo, ma a queste provocazioni Antonio rispondeva sempre con digiuni e penitenze. La sua fama di anacoreta si diffuse ben presto presso i fedeli, tanto che fu costretto, malgrado il suo desiderio di vivere distaccato dal resto del mondo, a cambiare più volte luogo per sfuggire ai curiosi. Malgrado conducesse una vita dura e piena di privazioni, Antonio fu molto longevo: si dice che la morte lo colse all'età di 105 anni.
 
I riti che si compiono ogni anno in occasione della festa di Sant'Antonio sono antichissimi e legati strettamente alla vita contadina e fanno di Antonio abate un vero e proprio “santo del popolo” e “santo tutto fare”. Egli era considerato il protettore per eccellenza contro le epidemie di certe malattie, sia dell'uomo sia degli animali. Era infatti invocato come protettore del bestiame, dei porcai, dei macellai e dei fornai e la sua effigie era in passato collocata sulla porta delle stalle.

Era anche conosciuto come il “mercante di neve” in quanto metà gennaio era il periodo più nevoso dell’anno. Il santo veniva invocato per scongiurare gli incendi, e non a caso il suo nome è legato ad una forma di herpes zoster, nota appunto come "fuoco di sant'Antonio" o "fuoco sacro". Venerato a gennaio, mese che anticamente in Brianza vedeva la celebrazione dei matrimoni, era invocato dalle ragazze da marito che cantavano "Sant'Antoni gluriùs, damm la grasia de fa 'l murùs, damm la grasia de fal bèll, Sant'Antoni del campanèll".

La festa di sant'Antonio abate è oggi abbastanza viva in Brianza, dove la si celebra tra bancarelle, frittelle e vin brûlé, e soprattutto tra i falò. Antonio, come abbiamo visto, era infatti considerato il patrono del fuoco. Secondo alcuni i riti attorno alla sua figura testimoniano un forte legame con le culture precristiane, soprattutto quella celtica e druidica. E' nota infatti l'importanza che rivestiva presso i Celti il rituale legato al fuoco come elemento beneaugurante. 
 

Intorno al fuoco la gente del posto cantava anche qualche canzone tramandata oralmente da padre a figlio. Ad esempio, in un grosso comune della Brianza monzese si cantava così:

Sant’Antoni di purcei el sunava i campanei;
i campanei s’inn rumpü, Sant’Antoni el s’è scundü;
el s’è scundü sutt a una porta, gh’era là una dòna morta;
gh’era pizz i candilé, Sant’Antoni el gh’è andaa a dré;
el gh’è andaa a dré fin al vapur, Sant’Antoni l’era un sciur;
l’era un sciur senza pecaa, Sant’Antoni el s’è salvaa;
el s’è salvaa in Paradis, Sant’Antoni e San Lüis. 

Il 17 gennaio in molti paesi della Brianza si benediceva il bestiame. In alcuni comuni tra i più grossi, dopo la benedizione si andava nelle fiere del bestiame e si chiudeva il tutto con una processione durante la quale i fornai portavano ai piedi della statua del santo le loro offerte.

Dopo essermi documentato su alcune e differenti fonti locali ed aver sentito oralmente residenti dei comuni interessati ho constatato, con un certo stupore, che sono ancora parecchie le località, più o meno grandi, nelle quali si festeggia sant’Antonio abate. Le più vicine a Verderio sono Ronco Briantino, in provincia di Monza-Brianza, e Brivio, in provincia di Lecco.

A Ronco, nella parrocchia di S.Ambrogio ad Nemus, al termine della Messa solenne il parroco esce sul sagrato della chiesa e benedice il bestiame, nonché i trattori ed i mezzi agricoli. “Nei tempi andati” i contadini che avevano animali ammalati nelle stalle, facevano benedire alcune manciate di sale che poi mescolavano al cibo dato al bestiame.
 
Brivio, il falò sull'Adda (foto tratta da Merateonline.it)
 
A Brivio, nel Burgh di Tàter, anche quest’anno un efficiente comitato festeggiamenti ha organizzato un denso programma di iniziative in onore di sant’Antonio abate: sante messe, benedizione del sale e del pane di sant’Antonio, vespri e momenti di preghiera, offerta di piatti tipici della cucina brianzola, benedizione degli animali domestici, solenne processione per le vie del borgo con la statua del santo e, per terminare in bellezza la giornata del 17, “Giochi di luce sull’Adda, falò e fuochi pirotecnici”.

Insomma, una festa i cui caratteri salienti riguardano il tentativo di mantenere il culto effettivamente diffuso e radicato delle buone tradizioni nella vita quotidiana dei brianzoli e, non da ultimo, attraverso un fenomeno religioso, potenziare le relazioni sociali e interpersonali degli abitanti del luogo e creare un buon auspicio per il futuro.

Beniamino Colnaghi
 

mercoledì 2 gennaio 2013

Vecchie storie di Milano: la Pusterla dei Fabbri

Le cinte murarie erette a protezione della città di Milano furono tre: la prima risalente all'epoca romana, sotto il principato di Ottaviano Augusto, che subì in seguito un ampliamento, la seconda medievale e l’ultima risalente all'epoca della dominazione spagnola.

Bonvesin de la Riva, magister, o doctor gramaticae, poeta, terziario dell'Ordine degli Umiliati nel volume "De magnalibus Mediolani" del 1288 scrive che Milano, Mediolanum, ebbe le prime mura alla fine della repubblica romana.
Le due strade principali che convergevano sulla Milano romana s'identificavano con il decumano massimo, dalla Porta Romana alla Porta Vercellina e il cardine massimo dalla Porta Ticinese. Con Massimiano Erculeo la città fu ampliata e difesa da una nuova cerchia di mura, a sud-est la cinta muraria si collegava al Circo e proseguiva verso il Carrobbio di Porta Ticinese e le vie S.Vito, dei Cornaggia, Paolo da Cannobio e via Delle Ore.
Nel 1338 Azzone ristrutturò le vecchie porte o posterle, rinforzandole e ponendovi un'immagine sacra di Madonna a difesa della città e costruì la seconda cinta di mura.
La terza cinta risale, invece, a Ferrante Gonzaga, governatore del Ducato di Milano, che ne decise la costruzione nel 1546 in nome di Filippo II di Spagna. Le mura di Ferrante Gonzaga furono un'opera esclusivamente militare, costruite come fortificazioni per proteggere la città, i borghi ed il terreno coltivato. Il circuito coincideva con quello del fossato del Redefossi, ove vennero confluite le acque del Seveso. Le porte di Milano sino al 1787 furono un semplice varco nelle fortificazioni, il ruolo era permettere il passaggio di persone e di merci in entrata ed uscita (con applicazione del dazio).


Le mura di Milano - Mappa del 1573
Per capire come dovevano essere le porte nelle nuove mura di Mediolanum possiamo prendere ad esempio la Porta Pretoria di Aosta o quella Palatina di Torino, di età augustea, poiché esisteva per volontà di questo imperatore una scuola di architetti-urbanisti che uniformava i modelli, come sotto qualsiasi regime totalitario. Le porte avevano spesso il nome della via su cui uscivano. A Mediolanum erano note la Porta Comasina per Como, la Romana in direzione per Roma, la Vercellina per Vercelli-Novara, la Ticinese per Ticinum (Pavia) e l’Argentea, o Orientale. Fa eccezione la porta sull’area dell’attuale Castello Sforzesco che si chiamò Giovia, tradizionalmente in onore di Diocleziano Giovio nel 286 d.C., ma esiste una lapide che cita un Collegium iumentariorum portae Vercellinae et Ioviae che può fornire un’indicazione per la datazione. Lo stesso discorso vale per la porta Erculea, in onore di Massimiano Erculeo, aperta sull’area dell’attuale Verziere in direzione di Lambrate. La porta mutò nuovamente nome alla fine del IV secolo, quando si aprì sulla strettoia derivata dalla costruzione dell’antemurale di Stilicone e si chiamò Tonsa, tagliata.

Milano - Porta Comasina
Di tutte e tre le cinte murarie rimangono solo poche tracce; le mura hanno subìto il medesimo destino di gran parte degli edifici storici di una città che ha avuto la peculiarità di continuare a distruggere le tracce del passato per ricostruirsi riutilizzandone i materiali.
Milano - Porta Romana in una foto dei primi del Novecento

Sempre secondo il Bonvesin de la Riva, oltre le mura e le porte principali, vi erano nove porte minori, forse dieci, comunemente dette pusterle: Pusterla di MonfortePorta Tosa, Pusterla Lodovica (già Pusterla di Sant'Eufemia), Pusterla della ChiusaPusterla dei FabbriPusterla di Sant'AmbrogioPusterla delle AzzePusterla Beatrice (già Pusterla di San Marco), Pusterla del Borgo Nuovo. Le pusterle erano piccole porte che si aprivano nelle mura della città. Infatti, secondo il Vocabolario Milanese-Italiano di Francesco Cherubini, pusterla è “una specie di seconda porta che per lo passato si usava quasi sempre tra la porta di via e il cortile delle nostre case, e invece della quale usa oggidì comunemente un cancello di ferro o di legno”.

Pusterla di Sant'Eufemia diventata poi Pusterla Lodovica

Le demolizioni o il rimaneggiamento delle mura, considerate ormai soltanto d'intralcio alla viabilità cittadina ed a disastrosi progetti urbanistici, iniziarono nella seconda metà dell’Ottocento e furono ultimate nell'immediato secondo dopoguerra.

In merito allo sciagurato e contestato abbattimento della Pusterla dei Fabbri, nelle principali biblioteche milanesi è catalogato un opuscoletto scritto da Luca Beltrami, Allegretti editore, anno 1900. Il suo contenuto narra lo sdegno dell’autore, prestigioso e autorevole architetto milanese del secolo scorso, circa la demolizione di quello che poté configurarsi come l’ultimo esemplare di varco fortificato ad un solo fòrnice. Il racconto di queste vicende, documentate da fotografie e da bei disegni, porta la seguente sarcastica lapide:

Ai consiglieri del Comune
Edoardo Banfi, Giuseppe Bardelli, Carlo Bozzi,
Alberto Castelbarco Albani, Luigi Conconi, Luigi Della Porta,
Francesco Lovati, Francesco Pugno
che soli si opposero
alla demolizione della Pusterla dei Fabbri
Il 6 marzo 1900

La Pusterla dei Fabbri era una delle porte minori poste sul tracciato medievale delle mura di Milano. Situata lungo la strada di San Simone, dal nome dell'omonimo oratorio, ora Teatro dell'Arsenale, sorgerebbe oggi al termine dell'attuale via Cesare Correnti. Nel corso della sua storia, assunse diverse denominazioni, a partire da quella di Fabia, ereditata da una precedente pusterla di epoca romana. Questa pusterla, dedicata in onore di Quinto Fabio Massimo detto il cunctator era da molti considerata già al tempo un'intitolazione ai sacerdoti Fabi, depositari del culto di Giove, che avevano il proprio tempio sulla successiva chiesa di San Vincenzo in Prato. Altri ancora, rifacendosi a un documento cartaceo del tempo, riconducevano il nome al fatto che la pusterla si sarebbe trovata ad cassinam quae dicuntur "de fabis". Un altro ancora, citato in un'iscrizione scoperta nella stessa chiesa, si rifaceva già al tempo ad un presunto vicus fabrorum. L'ultima attestazione della Pusterla dei Fabi si ebbe nel 1221 con denominazioni come Pusterla delle Fave o dei Favreghi. Solo successivamente avrebbe assunto la denominazione di Pusterla dei Fabbri, che avrebbe mantenuto fino alla sua demolizione, avvenuta, come detto, nel 1900. Quest'ultima si riferiva comunque a un tessuto sociale ben consolidato nel corso dei secoli nella zona, che si era via via popolata delle botteghe di molti fabbri ferrai, confinati lontano dall'abitato ai margini della città per la loro particolare rumorosa attività, che necessitava inoltre dell'acqua del Naviglio.
 
Pusterla dei Fabbri


La Pusterla dei Fabbri venne eretta nel corso del Trecento, in concomitanza con la realizzazione delle mura medievali. L'edificio si sviluppava su una sola arcata, sovrastata da una torre quadrangolare con la presenza di due varchi verso città e verso campagna. Senza particolari pregi la porta interna, di una certa imponenza e raffinatezza l’arco rivolto verso l’esterno.
 
Pusterla dei Fabbri
 Con la demolizione di un tratto di mura medievali adiacente, la Pusterla dei Fabbri rimasta intatta venne affiancata da diverse nuove abitazioni ricavate da edifici sorti a ridosso del Naviglio, che finirono per sovrastare la pusterla. Nel 1877 il Comune di Milano avanzò la proposta di un'eventuale demolizione della Pusterla dei Fabbri, nominò due apposite commissioni che analizzarono diversi rapporti e pareri. La sostanziale parità, tuttavia, fra i pareri negativi e favorevoli alla demolizione portò a una sostanziale immobilità della questione, che si protrasse per decenni. L’arch. Luca Beltrami non ci sta: nel mese di marzo del 1888 presenta un esposto alla Giunta di Milano, nel quale si sottolinea il valore storico-artistico del manufatto altomedievale, dimostrando che la costruzione antica non intralcia il nuovo tessuto viario in fase di progettazione e fa voto affinché l’arco venga mantenuto in loco “una volta liberato dalle costruzioni che lo han quasi soffocato”. Anche la Società Storica Lombarda spinse energicamente per la conservazione della vecchia pusterla, ritenendolo l'ultimo esempio delle nove o dieci pusterle che, nelle mura della Città, si interponevano alle sei porte maggiori. Un quotidiano cittadino arrivò a ironizzare sul guadagno in caso di demolizione, che ammontava a 10.000 lire, sostenendo, a quel punto, che conveniva proporre qualche pezzo del Duomo ai Musei della città di Londra, notoriamente interessati all'acquisto di simili antichità, e sempre pronti a generosi pagamenti.

Tuttavia a nulla valsero queste prese di posizione, anche autorevoli. Con furbi stratagemmi e pretestuose giustificazioni, del tipo “esigenze della nuova viabilità” e “attuali condizioni inopportune per la pubblica sicurezza e pulizia della località”, la commissione comunale si orientò verso la demolizione.

Siamo ormai alla vigilia elettorale per il rinnovo del Consiglio. La Giunta pone all’ordine del giorno d’una delle sue ultime sedute la proposta di demolizione della pusterla. Ma la votazione in Consiglio dà però esito a sorpresa, e la proposta di demolizione viene respinta. Le elezioni parziali del giugno 1899 portano in Comune il commissario, mentre quelle di dicembre vedono la vittoria di radicali, socialisti e repubblicani. Viene eletto sindaco Giuseppe Mussi. Gli aventi interesse alla costruzione speculativa sull’area della pusterla sono nel frattempo tornati alla carica con una petizione di comodo “coperta da numerose firme di abitanti del quartiere di Porta Genova” che chiedono “un giardino o una piazza, dando miglior vita e aspetto al posto”. La nuova Giunta, confortata da un’offerta di 10mila lire, rimette in votazione la pratica. Tutti votano per la demolizione della Pusterla dei Fabbri, salvo gli otto cui è dedicato l’opuscolo del Beltrami.

Gli interventi di demolizione della Pusterla dei Fabbri nel corso del 1900
 
La pusterla viene pertanto demolita nei mesi subito successivi, e il salvabile viene preservato e donato ai musei del Castello Sforzesco. Anticamente, sopra l'arco della Pusterla dei Fabbri, fra le inspiegabili lettere HAS a sinistra e TA a destra, era collocato il busto di un giovane, dalla testa turrita. Questa scultura, che si diceva romana, si riteneva comunemente che rappresentasse Imeneo, divinità greca protettrice delle nozze pagane. La tradizione del tempo voleva che gli sposi vi si recassero in corteo a rendergli omaggio, distribuendo dolci, mentre i bambini gridavano "Cica, Cica, Laminè! Laminè!", ossia, "a Porta Cicca, all’Imeneo"). Fu Carlo Borromeo a proibire questo rito pagano, che scomparve del tutto con la rimozione stessa del busto, verso la fine del XVII secolo.

In seguito alla demolizione della pusterla, la testa turrita di Imeneo, insieme alle lettere HAS e TA, finì alla Pinacoteca Ambrosiana. 
 
Beniamino Colnaghi

Nota: Le fotografie pubblicate sono nel pubblico domino in Italia e il termine di copyright è scaduto.