domenica 14 ottobre 2012

Il meleto di Lev Tolstoj 

Chi è stato veramente Tolstoj? Un grande romanziere russo, che in vecchiaia ebbe una strana crisi mistica o un profeta, un "inviato" con uno speciale messaggio per l´umanità in pericolo?

Lev Nicolaevic Tolstoj (1828-1910) nacque da una famiglia di antica nobiltà, nella grande tenuta materna di Jasnaja Poljana, a pochi chilometri dalla cittadina di Tula, a circa 180 Km da Mosca.

Ritratto di Tolstoj

Perse entrambi i genitori quando era ancora bambino. Fu allevato dalla nonna e dalle zie insieme ai fratelli, dapprima a Mosca, poi a Kazan sul Volga. A Kazan frequentò per due anni l´università, senza concludere gli studi. A diciannove anni, ormai padrone di sé, tornò ad abitare nella tenuta di famiglia. Seguì un periodo di ricerca, di sperimentazione e di sbandamento finché, a 23 anni, raggiunse il fratello Nicola, ufficiale nel Caucaso, arruolandosi nell´artiglieria. Intanto, quasi per caso, cominciò a scrivere. Il primo breve romanzo, Infanzia, venne accolto dalla critica con molto favore.

I successivi Racconti di Sebastopoli, lo resero famoso in tutta la Russia.

Lasciata la vita militare, frequentò gli ambienti letterari della capitale. Decise però di stabilirsi definitivamente a Jasnaja Poljana, dove si occupò delle terre e della fondazione di una scuola per i figli dei contadini. Compì due viaggi in Europa durante i quali visitò anche l´Italia.

Tolstoj ha ormai 34 anni e si definisce un "vecchietto". Pensa al matrimonio per mettere ordine nella sua vita. Innamoratosi della diciassettenne Sofia Bers, figlia di un medico di corte, nel 1862 la sposa e la conduce nella sua tenuta.

Conosce un periodo di grande felicità. Chiude la scuola, si dedica alla moglie e ai figli che cominciano a nascere (ne avrà tredici, di cui solo nove giungeranno all’età adulta), amministra il suo patrimonio e soprattutto scrive. I due grandi romanzi Guerra e Pace e Anna Karenina gli danno fama internazionale. Ma ecco che alle soglie dei cinquant´anni - ricco, famoso, amato - si accorge che la vita non ha senso, lo aspettano solo malattia, vecchiaia e morte. Viene preso dalla disperazione e pensa al suicidio. È la crisi del Buddha.


Tolstoj all'età di 73 anni

Descritta ampiamente da Tolstoj stesso nella "Confessione", in breve la spiega così: "Compresi allora che dopo questa vita priva di senso, non mi aspettava nulla, mi attendevano soltanto sofferenza, malattia, vecchiaia e distruzione finale. Allora mi chiesi: a che scopo tutto ciò? Non trovai risposta e caddi nella disperazione. La mia disperazione era così grande che pensai di suicidarmi. Ma ecco giunge a me la salvezza. La salvezza spuntò da ciò: che fin da bambino avevo una vaga idea che nel Vangelo si trovasse la risposta alla mia domanda. Feci l´ultimo tentativo, gettai via tutti i commentari, mi misi a leggere il Vangelo e ad approfondirne il senso. Non mi trovai solo nella conoscenza della verità scoperta nel Vangelo, mi trovai invece insieme a tutti i migliori uomini del presente e del passato. Mi confermai dunque in questa verità e mi calmai. Ho vissuto dopo di ciò gioiosamente vent´anni della mia vita e gioiosamente mi avvicino alla morte".

Da allora e fino alla morte, avvenuta ad 82 anni, Tolstoi cambiò il suo modo di vivere, tra innumerevoli contrasti in famiglia, si vestì come i contadini, fece lavori manuali, coltivò la terra. E infaticabilmente cercò di trasmettere alla gente le verità che lo avevano illuminato.


La semplice tomba di Tolstoj

È un´immensa produzione non sistematica e di vari argomenti: la non resistenza al male, la disubbidienza civile, l´antimilitarismo e l´obiezione al servizio militare, la pedagogia antiautoritaria, la critica radicale ad ogni sistema di potere statale o ecclesiastico, la critica dell´industrialismo e della scienza moderna, la condanna del lusso, dello sfruttamento delle masse operaie e contadine, l´esaltazione della civiltà agricola, il vegetarismo, l´interesse per l´Oriente.

In sintesi l´etica della fratellanza universale e della pace.

Se si potesse sintetizzare in una frase il cuore del suo messaggio potremmo scegliere questa: "Il prossimo compito della vita consiste nel sostituire la vita fondata sulla lotta e la violenza con una vita fondata sull´amore ed il ragionamento" (Diari, 29.11.1901)

Sulla non resistenza al male e sull´amore Tolstoj scriverà centinaia di pagine, che ispireranno Gandhi nella sua azione politica. Gandhi leggerà uno dei testi fondamentali di Tolstoj “Il Regno di Dio è dentro di voi” in Sudafrica nel 1894. Scriverà più tardi: "Quarant´anni fa, mentre attraversavo una grave crisi di scetticismo e dubbio, incappai nel libro di Tolstoj e ne fui profondamente colpito. A quel tempo credevo nella violenza. La lettura del libro mi guarì dallo scetticismo e fece di me un fermo credente nell´ahimsa. Tolstoj fu l´uomo più veritiero della sua epoca. Fu il più grande apostolo della nonviolenza che l´epoca attuale abbia dato. Nessuno in occidente, prima o dopo di lui, ha parlato e scritto della nonviolenza così ampiamente e insistentemente, e con tanta penetrazione e intuito. La vita di Tolstoj, con il suo amore grande come l´oceano, dovrebbe servire da faro e da inesauribile fonte di ispirazione, per inculcare in noi questo vero e più alto tipo di ahimsa". Questa data, 1894, e questo incontro fra Tolstoj e Gandhi segnano l´inizio di tutta la nonviolenza moderna. L´Occidente si incontrò con l´Oriente, la non resistenza evangelica con la ahimsa induista.

L´edizione russa delle Opere complete, detta del "Giubileo", in 90 volumi più uno con l´indice dei nomi, fu edita a Mosca dal 1929 al 1958. Voluta da Lenin, che ordinò di raccogliere "tutto" e curata da Certkòv, il più fedele discepolo di Tolstoj, fu iniziata nel centenario della nascita dello scrittore, da qui la denominazione.


La casa di Tolstoj, ora museo

Veniamo ora al meleto. Cosa centrano le piante di mele con Tolstoj? Centrano. Vediamo perché.

La nascita del frutteto si colloca nell’Ottocento. Fu la madre di Lev Nikolaevic Tolstoj a sostenere il suo primo sviluppo, con l’importazione di alberelli di origine “sudtirolese”. Fu poi lo scrittore stesso, a cavallo tra Ottocento e Novecento, ad ampliare il progetto iniziale della madre, in relazione all’affermarsi di un movimento ecologista ante litteram, secondo un'idea di cui si trova traccia nel suo romanzo “Resurrezione” del 1899 e, con l’intenzione di realizzare un enorme meleto, perché costituito da alberi belli e capace di produrre frutti salutari, si rivolse ancora al Tirolo del Sud per reperire le piante necessarie a realizzare quello che fu poi il modello di tutti i frutteti dell’impero russo. Un modello riproposto nelle ville dell’aristocrazia russa in un’area che andava dal Baltico alle sponde del Pacifico.
Nel 1903 il frutteto storico raggiunse la sua configurazione: piantato su una superficie di 40 ettari, arrivò a ospitare 8.500 alberi, di cui 7.900 di melo. Purtroppo però, con lo scorrere del tempo, il giardino di Jasnaja Poljana venne devastato dalle gelate: in particolare da due ondate di freddo siberiano che causarono la morte di molte piante. La prima, nel 1939-1940, rovinò l'80% del frutteto che, riportato all’antico splendore grazie agli innesti presi dagli alberi rimasti in vita, fu colpito poi da una seconda grande gelata nell’inverno 2005-2006 senza che, questa volta, fosse possibile utilizzare lo stesso rimedio. Infatti, le piante erano troppo vecchie, o comunque troppo provate. È stato proprio in ragione di ciò che le speranze dei russi, espresse attraverso il pronipote dello scrittore, Vladimir Ilic Tolstoj, si sono rivolte alla terra d’origine del meleto, cioè all'attuale Trentino-Alto Adige e in particolare alla Val di Non.
Si arriva così al progetto russo-italiano di restauro del meleto che, oltre a essere stato occasione per ristabilire quell’antico legame, ha riportato dopo quasi due secoli gli alberelli delle varietà storiche nella tenuta di Jasnaja Poljana.


Piante di melo centenarie a Jasnaja Poljana

Così come a fine Ottocento, quando furono usate piante di melo della Val di Non per costituire il frutteto, è toccato ancora ai vecchi meli della Valle il compito di correre in soccorso del celebre "Meleto di Tolstoj", nella tenuta di famiglia del grande scrittore russo. Una trentina di varietà diverse di melo, tutte antiche ma ancora presenti in Valle di Non, sono state infatti trasportate in Russia per garantire continuità e salute al famoso meleto-giardino che, dichiarato ancora nel 1928 «bene culturale e patrimonio storico dell'umanità», è aperto al pubblico assieme alla casa-museo dello scrittore, che attira ogni anno 300mila visitatori. Ancora oggi il frutteto fa parte della tenuta che, pur nazionalizzata nel 1921 e quindi diventata di proprietà dello Stato russo, nel susseguirsi dei regimi è rimasta almeno nella responsabilità gestionale della famiglia dell’autore di “Guerra e pace” e di “Anna Karenina”.

Beniamino Colnaghi

mercoledì 3 ottobre 2012

Il secolo di Eric Hobsbawm

di Angelo d’Orsi (tratto da "Il Fatto quotidiano" del 02.10.2012)

Storico di mestiere (e con quale mestiere!), ma militante per passione, Eric J. Hobsbawm, morto il 1 ottobre 2012 a 95 anni, che aveva festeggiato il 9 giugno scorso, era nato nel cruciale 1917, ad Alessandria d’Egitto. Di famiglia ebrea, per un errore di trascrizione il suo cognome originario Obstbaum, divenne Hobsbawm. Vissuto tra Vienna, Berlino, Londra, Cambridge, fu un autentico cosmopolita, in grado di frequentare sette lingue, tra cui l’italiano. Il cosmopolitismo, connesso all’ebraismo di nascita (sempre laico e poi critico di Israele), corroborato dal marxismo scelto nella prima gioventù e mai abbandonato, si rifletté nella vastità degli interessi culturali, e nella capacità di praticare la world history, che portò a un livello alto, quanto di grande godibilità narrativa in opere di sintesi eccelsa, fino al fortunatissimo The age of extremies, uscito in italiano con il titolo ancora più efficace Il secolo breve: un’opera mastodontica per la mole, per la densità anche concettuale, e per la capacità di tenere sotto controllo l’intera dinamica mondiale, non solo sul piano della politica – interna ai singoli Stati e quella internazionale – ma su quello dell’economia, della società, delle forme culturali.




Ebbe una lunga esperienza accademica: la sua sede fu essenzialmente il londinese Birbeck College, ma ebbe le sue difficoltà, bollato come marxista e comunista, negli anni Cinquanta (e oltre), quando anche nel Regno Unito giunse il maccartismo, sia pure in quella che Hobsbawm chiamò forma “debole”: per esempio gli furono chiuse le porte di Cambridge. Del resto la politica, sia pure sullo sfondo, fu sempre presente nella biografia di Hobsbawm.

Fu un iscritto, fino al 1989, del Partito comunista britannico dopo essere stato in gioventù adepto del partito omologo germanico, ma al di là della militanza, seguì sempre con forte attenzione le vicende interne al Paese che era diventato il suo d’adozione, l’Inghilterra, e con attenzione maggiore quelle internazionali, non smentendo la sua capacità di guardare oltre il giardino. Fu tra le colonne del giornale Marxism Today e quando chiuse divenne una delle firme più prestigiose del Guardian, sempre con uno sguardo critico, non allineato, sempre originale, talora irriverente, come quando definì Tony Blair “una Thatcher in pantaloni”, suscitando allora un certo scalpore, che la storia successiva si sarebbe incaricata di mostrare invece quanto fosse vicino al vero in quella etichetta.

Furono frequenti le sue intrusioni negli scenari politico-intellettuali di altre nazioni, a cominciare dall’Italia, a cui fu legatissimo non solo per collaborazioni editoriali e scientifiche (fu tra i promotori della Storia d’Italia Einaudi, nonché nel comitato della grande Storia del marxismo, dello stesso editore), ma anche per interessi di ricerca, che non furono mai asettici, bensì sempre so-stanziati di passione politica, sempre dalla parte dei deboli, degli schiacciati, dei subalterni. Un’autentica storia dal basso. Significativa la sua attenzione in chiave storica al banditismo e al brigantaggio post unitario, alla ricerca dei contenuti politici e della base sociale propria di quelle forme primitiva di protesta, come egli le interpretò. Fu tra i primi a studiare un personaggio come Davide Lazzaretti, riconoscendo nella sua lotta religiosa autentiche potenzialità rivoluzionarie.

Ma l'Italia per Hobsbawm fu innanzitutto, e sino alla fine, Antonio Gramsci, che fu per Hobsbawm molto più di un autore da studiare: Gramsci fu davvero per lui un Virgilio, una guida spirituale, oltre che storiografica e genericamente intellettuale, grazie al quale poté accostarsi alla vicenda politica e culturale del nostro paese, suscitando domande nuove, scovando filoni inesplorati, avanzando tesi interpretative per nulla scontate.

Non a caso egli intitolò Past and Present la rivista da lui fondata nel ’52: testata che riprendeva, traducendolo, il titolo del sesto dei volumi in cui furono raccolti i Quaderni gramsciani. Presidente onorario della International Gramsci Society, fu anche membro autorevole della Commissione per l’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci, alla quale non fece mancare, nelle complesse fasi dell’esordio, consiglio e sostegno. A Gramsci, anzi a “Nino”, egli indirizzò una struggente lettera, registrata in video dal compianto Giorgio Baratta (studioso gramsciano tra i più originali), in occasione del 70° della morte del grande pensatore e rivoluzionario sardo, al quale, come Hobsbawm stesso confessava nel videomessaggio, lo univa, idealmente, ancor prima che un sodalizio intellettuale, la condivisione di un progetto, di una speranza, di una volontà: l’emancipazione degli sfruttati. A Gramsci – scrisse in uno dei suoi ultimi saggi – occorre esser grati “per averci insegnato che lo sforzo per trasformare il mondo non solo è compatibile con una riflessione storiografica originale... ma è impossibile senza di essa”.

venerdì 28 settembre 2012

La tragica fine di Giovanni Bersan, 18 anni, impiccato ad Aicurzio

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conseguente occupazione tedesca del suolo italiano, a cui fece seguito la nascita della Rsi, Repubblica sociale italiana, i partiti ed i movimenti antifascisti clandestini si posero la domanda su quale fosse l’atteggiamento più idoneo volto a contrastare queste tragiche novità.

Fu subito chiaro a molti che fosse necessario ed urgente rispondere con la resistenza armata. Era indispensabile reagire al clima di terrore imposto dal nuovo sodalizio nazifascista attraverso un’azione di guerriglia nelle sue retrovie, che contribuisse il più possibile a ridurre i tempi di una guerra ormai sfiancante per la popolazione italiana.
Seppur fra mille difficoltà si iniziò ad organizzare i primi gruppi partigiani sulle montagne. Nelle città e nei territori a valle, la prima risposta militare fu progettata dal Partito Comunista Italiano che, a Milano, aveva costituito il Comando generale delle brigate Garibaldi, ossia il braccio armato del partito, che chiamò a raccolta le proprie forze sotto la direzione di pochi ma esperti rivoluzionari. A loro fu affidata la creazione dei Gap, Gruppi d’azione patriottica, la cui funzione fu quella di intervenire nelle città contro tedeschi e fascisti, utilizzando come mezzo le azioni armate ed il terrorismo, fatto di atti duri ed eclatanti, come l’uso di esplosivo contro postazioni militari e attentati diretti contro gli uomini più in vista del nemico.


Bandiera del Comando GAP

I gappisti erano pochi e selezionati ed avevano la forza ed il coraggio necessari per compiere le azioni di lotta richieste loro. Normalmente conducevano un'esistenza alla luce del sole, spesso con un normale impiego dietro al quale camuffavano l'attività di guerriglia. In altri casi erano costretti alla clandestinità assoluta. I radicali metodi di lotta dei Gap suscitarono da subito discussioni e incomprensioni nel fronte resistenziale così come nell’opinione pubblica. Questi partigiani urbani non accettarono il “ricatto della rappresaglia” che avrebbe impedito le stesse possibilità di lotta, convinti che la causa di tutti i mali stesse nell’occupazione nazista spalleggiata dai fascisti di Salò, ritenevano che solo mettendo in pratica da subito la lotta armata avrebbero accelerato la liberazione delle città e placato l’attuazione dei piani criminosi degli occupanti.

Alcuni partigiani appartenenti alla Brigata Garibaldi di Milano

A Milano l’organizzazione dei Gap venne affidata a Egisto Rubini, bolognese, combattente nella Guerra Civile spagnola. Ai Gap milanesi vengono ascritti numerosi attentati e azioni militari, tra cui la distruzione del deposito di benzina all’aeroporto di Taliedo, l’uccisione del federale fascista Aldo Resega, l’attacco alla Casa del fascio di Sesto e l’attentato al questore di Milano, Camillo Santamaria Nicolini. Un grande serbatoio di reclutamento per Rubini e i suoi furono le grandi fabbriche di Sesto San Giovanni. E’ in questo ambito che alcuni brianzoli aderirono alla formazione gappista, pagando con la deportazione, e alcuni con la vita, la loro attività contro i nazifascisti.


Egisto Rubini

Furono nove i brianzoli che finirono nei campi di sterminio in Germania: otto a Mauthausen e uno a Dachau. Ben sette lavoravano alla Breda sezione V aeronautica. La maggior parte fu arrestata nel febbraio del ’44, quando tutto il comando e buona parte dei combattenti fu imprigionata, giustiziata o deportata. Egisto Rubini, che era al comando della 3ª brigata Lombardia, essendo stato sottoposto a perdurante tortura, per non parlare e rivelare i nomi dei suoi compagni si suicidò nel carcere di San Vittore. In particolare, la mattina del 5 febbraio 1944, nell’ambito di un trasferimento di armi, alcuni gappisti vennero sorpresi presso il bar Prealpi di Sesto San Giovanni, fra essi c'era Luigi Bersan, che risiedeva a Monza in via Oriani 6.

I fratelli Luigi e Giovanni Bersan erano nati a Ronco all’Adige, in provincia di Verona. Luigi era della classe 1914 mentre Giovanni era più giovane di dodici anni, essendo nato il 12 luglio 1926.
Ben presto la famiglia si trasferì dal Veneto a Monza per cercare lavoro. Luigi trovò un impiego come operaio aggiustatore alla Breda di Sesto San Giovanni. Un certificato emesso il 31 agosto 1945 dal Cln aziendale della Breda dice:

Risulta a questo sotto Cln che l’operaio Bersan Luigi, deportato e deceduto in Germania, faceva parte della cellula comunista della Breda ed apparteneva alle nostre formazioni armate Gap clandestine nelle quali ha svolto la sua attività fino al giorno della sua deportazione (1).

In un primo momento Luigi venne trasferito al campo di Fossoli, in provincia di Modena, poi venne mandato a Bolzano e da lì fu incluso nel trasporto che partì il 5 agosto ’44 per Mauthausen, dove morì, per deperimento, il 20 marzo 1945 (2).
Il 26 luglio 1944, invece, nei giorni in cui Luigi era recluso a Bolzano, il fratello Giovanni, 18 anni, partigiano, detenuto nel carcere di Monza, veniva impiccato ad Aicurzio per rappresaglia verso un atto di sabotaggio, da lui non commesso, contro un traliccio dell’alta tensione.

Per cercare di capire cosa fosse realmente avvenuto e per quale motivo Giovanni fosse stato impiccato, ho avuto modo di consultare il “Liber Chronicus” della parrocchia di Aicurzio, relativo all’anno 1944. Ecco il testo, parola per parola, redatto dal parroco del tempo.

“26 luglio – Esecuzione di condanna a morte per impiccamento.
Stamane, verso le ore 8, in un campo, sulla strada campestre che conduce verso Sulbiate Superiore, venne eseguita la sentenza di morte per impiccagione, emanata dal Comando militare germanico di Monza, contro certo Bersan Giovanni, d’anni 18, nato a Ronco all’Adige, prov. di Verona, il 12 luglio 1926, domiciliato a Monza, accusato e dichiarato reo confesso di aver partecipato ad attività di bande e di avere ferito gravemente con arma da fuoco un Legionario dell’Esercito Tedesco. Per rappresaglia per triste ammonimento, per un atto di sabotaggio commesso da sconosciuti l’altra notte contro la linea d’alta tensione che trasporta l’energia elettrica a Milano, il povero Bersan fu portato qui in automobile dai soldati germanici e impiccato ad una delle piantane di ferro che erano state danneggiate. Il corpo del disgraziato Bersan Giovanni, rimase colà tutto il giorno e solo verso notte fu messo nella cassa da morto e portato al Cimitero di Aicurzio, dove il Parroco col Coadiutore, essendo stata proibita ogni cerimonia, stavano attendendo per recitare nella camera mortuaria le esequie e impartire la benedizione”.


Per rispetto della verità storica ed a perenne memoria di un ragazzo innocente di 18 anni, sull’accaduto ho raccolto anche la testimonianza del sig. Abele Biffi, già sindaco di Aicurzio e fine conoscitore degli eventi storici del territorio. La sua versione dei fatti è oltremodo avvalorata dalla testimonianza diretta, in quanto il sig. Abele, all’epoca dei fatti, avesse dodici anni e visse direttamente con tutta la popolazione di Aicurzio quella tremenda tragedia.

Giovanni, mi ha raccontato il sig. Abele, era un giovane partigiano che fu arrestato a Monza per aver distribuito volantini contro i nazifascisti, e per questo incarcerato. I fascisti costruirono ad arte contro di lui alcune accuse false, tra cui quella di aver ferito un soldato tedesco. La sua "grave colpa", invero, fu quella di essere il fratello minore di Luigi, iscritto al Partito Comunista e membro dei Gruppi d’azione patriottica.
A seguito dell’attentato al traliccio dell’alta tensione, i fascisti locali andarono dal podestà e dal parroco di Aicurzio, ai quali chiesero i nominativi di otto cittadini del paese, tra i più esagitati antifascisti e contrari al regime. Avendo avute risposte negative, i fascisti, che per l’occasione indossarono le divise dei soldati tedeschi, prelevarono Giovanni dal carcere di Monza e lo portarono ad Aicurzio ove, per rappresaglia, lo impiccarono. Secondo le disposizioni impartite dai fascisti, il corpo senza vita del ragazzo rimase effettivamente appeso al traliccio tutto il giorno e furono vietate cerimonie e cortei funebri. Solo il parroco, a tarda sera, potè impartire la benedizione alla salma presso il cimitero del paese.


Il traliccio ove fu impiccato Giovanni Bersan

Il Comune di Aicurzio ha dedicato una via del paese a Giovanni Bersan ed un cippo con due targhe commemorative è stato posto sotto il traliccio dove il ragazzo fu impiccato.








Beniamino Colnaghi

Fonti:
Pietro Arienti, Dalla Brianza ai Lager del Terzo Reich, 2011
Parrocchia di Aicurzio, Liber Chronicus, anno 1944
Abele Biffi, già sindaco di Aicurzio
(1) Mantegazza R. Toppi E. “Al di là del niente. I deportati monzesi nei campi di sterminio nazisti”, Comune di Monza, 2007, pag. 61
(2) Isec, fondo Anpi Milano “Elenco partigiani combattenti 3° Gap”

venerdì 14 settembre 2012

La legge e i potenti nella storia d’Italia

La rivista MicroMega ha pubblicato un saggio di Roberto Scarpinato, procuratore generale preso la Corte di Appello di Caltanissetta, dal titolo “Don Rodrigo e la Costituzione”. Scarpinato ha lavorato con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino presso la Procura di Palermo ed è autore di numerosi saggi e pubblicazioni sia in Italia sia all’estero.

Quella che viene di seguito proposta è un'ampia sintesi del saggio di Scarpinato.

 
Per molti secoli gli italiani non hanno avuto molto rispetto per la legge e lo Stato. Anche perché, né la legge né lo Stato apparivano rispettabili in una società che sino alle soglie del XX secolo era sempre rimasta fondata sulla pietra angolare del rapporto servo-padrone, secondo assetti di potere di tipo tardo feudale.

La legge santificava lo sfruttamento da parte di una casta di privilegiati di una folla sterminata di  "nessuno mischiato con niente”, 
sudditi che mai avevano potuto sperimentare uno statuto della cittadinanza, che ignoravano la stessa base grammaticale della democrazia, che erano stati educati a considerare legge di natura, o legge divina, la divisione del mondo tra potenti e impotenti. Per un popolo composto in massima misura da contadini, che nel 1861 raggiungeva circa l’80% di analfabeti (il 90% nelle isole), l’unica alternativa possibile appariva quella tra il padrone cattivo e quello buono, immaginato di volta in volta nelle vesti ora del principe illuminato, ora del papa re, ora dell’uomo della provvidenza, ora del duce. La legge restava comunque la voce del vincitore di turno in un’ininterrotta lotta per il potere che si giocava sempre sopra la testa e spesso sulla pelle del popolo, mandato al massacro come carne da cannone in battaglia e strumentalizzato dalle varie fazioni di potenti.
In un paese siffatto anche la giustizia era forte con i deboli e debole con i forti. Era la giustizia dei fori speciali dove gli appartenenti alle caste dei privilegiati (aristocratici, ecclesiastici, notabili, ricchi e borghesi) erano giudicati dai loro pari secondo regole separate, diverse da quelle riservate ai poveracci, per i quali valeva il foro comune. Generazioni di italiani hanno dovuto sperimentare per secoli che la legge a nulla valeva contro i soprusi e le ruberie dei potenti.
 

Don Abbondio e i "bravi"

Nel romanzo “I promessi sposi”, ambientato nell’Italia del Seicento, Alessandro Manzoni ha messo in scena la secolare impotenza della legge dinanzi ai potenti. Il povero don Abbondio cade in uno stato di rassegnata prostrazione quando si rende conto che gli uomini armati che lo avevano circondato imponendogli di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, non erano banditi, bensì “bravi”. La differenza era sostanziale: i banditi erano criminali che operavano in proprio e contro i quali vi era possibilità di difesa denunciandoli al potestà del luogo; i “bravi” erano invece criminali al servizio di un potente, in questo caso don Rodrigo, il quale era al di sopra delle leggi perché appartenente al mondo superiore che la legge la imponeva, ma non la subiva.

L’ingenuo Renzo Tramaglino illudendosi di trovare rimedio nella legge contro la prepotenza di don Rodrigo, si rivolge ad un avvocato, ma quando questi si rende conto che avrebbe dovuto agire secondo legge nei confronti del potente signore al di sopra delle leggi, declina l’incarico. In un’Italia dove la legge non contava nulla dinanzi al potere, Manzoni è costretto a fare entrare in gioco la Provvidenza: l’Innominato libera Lucia perché colto da un’improvvisa crisi mistica e solo la morte per peste riesce a fermare la prepotenza di don Rodrigo. Don Rodrigo non è solo il parto della fantasia letteraria di Manzoni, ma il prototipo del potente e del prepotente italiano che cavalcando i secoli e riproducendosi di generazione in generazione è giunto sino ai nostri giorni.


Don Rodrigo

Anche la giustizia messa in scena dal Manzoni ha attraversato i secoli ed è stata una costante italiana. E’ sperimentata nei secoli la sfiducia popolare nella giustizia. Se si analizza la composizione sociale della popolazione carceraria dall’Unità d’Italia sino ai nostri giorni, nonostante il mutare delle forme dello Stato, risulta che in carcere a scontare la pena finiscono quasi esclusivamente gli ultimi della piramide sociale. La quota di colletti bianchi in espiazione definitiva è sempre rimasta statisticamente irrilevante, anche dopo Tangentopoli e Mafiopoli. In un modo o nell’altro, i ceti superiori sono sempre riusciti ad evitare il carcere ai propri esponenti incappati nelle maglie della giustizia, e a riservarlo solo agli stessi ai quali nei secoli passati era riservato il foro comune: “I nessuno mischiati con niente”.

Sotto la dittatura fascista la condizione ed il rispetto della legge e della giustizia non fecero che peggiorare. Molti prefetti e uomini del regime nelle istituzioni fecero a gara nel chiudere gli occhi di fronte alle violenze e alle aggressioni, salvo poi infierire con particolare severità nei confronti dei cittadini che combattevano il fascismo. Come noto, quest’ultimo fu sostenuto e mantenuto al potere da tutte le principali componenti della classe dirigente nazionale. Può quindi ben dirsi che il fascismo declina sulla scena della modernità del Novecento l’identità culturale ancora tardo-feudale di un ceto padronale che nella sua maggioranza non era riuscito ad evolversi da classe dominante a classe dirigente e che continuava a praticare lo stesso codice della violenza e della sopraffazione da sempre praticato nei secoli precedenti da intere generazioni di piccoli e grandi don Rodrigo. In Italia il sovrano, dunque, è stato l’uomo della provvidenza per alcuni secoli, almeno fino alla metà del Novecento.

Come è possibile che un popolo con tale storia alle spalle abbia potuto esprimere e darsi la Costituzione del 1948 che costituisce uno dei massimi vertici della cultura europea dello Stato democratico di diritto? Una Costituzione che per la prima volta poneva le fondamenta per la costruzione di uno Stato e di una legge finalmente “rispettabili”. Di una legge cioè che non fosse più ad uso e consumo dei potenti, espressione dei poteri forti, ma espressione invece di una repubblica fondata sulla pari dignità sociale di tutti i cittadini. Una Costituzione che finalmente cancellasse una secolare e vergognosa storia di servi e padroni e si facesse garante della nascita di una giustizia sociale ed economica. Scarpinato dà questa risposta: “La Costituzione del 1948 (così come era già avvenuto con lo Stato liberale del 1860), non fu affatto espressione della maggioranza dell’Italia reale nella sua duplice componente padronale e popolare, ma di alcune minoranze”. Dopo la seconda guerra mondiale si apre uno spazio provvisorio che assegna il timone del comando a ristrette élite culturali, quali uomini della Resistenza di diversa espressione politica e esponenti della cultura liberale e del riformismo cattolico costretti all’esilio, che selezionano i membri della Costituente ed i futuri parlamentari della Repubblica. L’alchimia della storia trasforma dunque un’avanguardia culturale in maggioranza politica. La nostra Costituzione superò la nostra storia ed indicò un modello: la costruzione di uno Stato democratico di diritto che superava le possibilità etiche delle culture autoctone delle classi dirigenti e delle masse. Nonostante alcuni limiti, la Costituzione del 1948 non rimase solo un libro dei sogni ma fu un lievito di crescita democratica per l’intero paese.
 

 
 
Oggi, però, sono venuti meno due fattori che avevano messo in sicurezza la Costituzione da tentativi di restaurazione. La fine del bipolarismo internazionale e la scomparsa, o irrilevanza sociale, della classe operaia che operava come virtuale catalizzatore politico generale delle masse e baricentro di tutto il sistema politico. Lo stesso partito popolare di don Sturzo nacque dall’esigenza di costruire un possibile polo politico riformista alternativo alla sinistra. Con il venir meno di questi due fattori, le masse sono tornate ad essere, così come erano sempre state nel tardo feudalesimo, soggetto passivo della storia, manipolabile dall’alto, e la Costituzione è diventata oggetto di tentativi di modifiche e di svuotamento da parte delle maggioranze governative. Le élite o le minoranze illuminate sopravvivono solo grazie ad alcune enclave istituzionali protette (per ora) come quelle della Corte costituzionale e della Magistratura. Vi sono anche le minoranze della società civile che si mobilitano nelle piazze, nei circuiti culturali alternativi, nella rete web.

La strada è in salita e la storia si ripete. La sovranità popolare è stata svuotata, il parlamento è stato ridotto a un’assemblea di nominati dal Principe, la separazione tra potere esecutivo e legislativo è stata fortemente ridimensionata, l’informazione televisiva è stata occupata, il conflitto di interessi è ai massimi livelli. Il neofeudalesimo italiano affollato da tanti vassalli e servitori in cerca del loro principe, da tanti sudditi contenti di esserlo, da tanti intellettuali la cui massima aspirazione è di diventare consiglieri privilegiati del principe, sembra essere una riedizione della storia più vera e autentica del nostro paese.

Che fare? Chi salverà questo paese da se stesso? La lezione della storia dimostra come in alcuni frangenti cruciali l’Italia non sia stata salvata dalle sue maggioranze, ma dalle sue minoranze. Sono state le minoranze che hanno fatto il Risorgimento, sono state le minoranze che hanno fatto la Resistenza e hanno concepito la Costituzione. La difesa della Costituzione resta l’ultima spiaggia. Salvare la Costituzione significa salvare la parte migliore della nostra storia. Gli storici e gli analisti del potere sanno bene che la storia non è fatta dalle maggioranze disorganizzate, né dalle oligarchie paralitiche. Oggi viviamo una fase della storia nella quale le minoranze eredi di quelle che vollero la Costituzione, che vollero il Concilio Vaticano II, che realizzarono lo Statuto dei lavoratori e promossero riforme di libertà, sembrano essere diventate orfane di rappresentanza e guida politica.

Oggi è tempo che ciascuno assuma su di sé l’onere e la responsabilità di aiutare il vecchio a morire per consentire al nuovo di nascere. Giacché il futuro non è il tempo che viene e sopraggiunge, ma il tempo che si costruisce insieme. E, per citare Gaetano Salvemini, ciascuno di noi troverà nell’avvenire quel tanto che vi avrà messo di se stesso. Solo chi si arrenderà ai fatti non vi troverà nulla, perché vi avrà messo nulla.

 

martedì 4 settembre 2012

L’asilo “Giuseppina Gnecchi” di Verderio Superiore
 

L’asilo infantile “Giuseppina Gnecchi” fu costruito a Verderio Superiore nel 1891 per iniziativa di Giuseppe Gnecchi Ruscone, sindaco di Verderio dal 1859 al 1889, il quale lo dedicò alla moglie Giuseppina Turati, la quale proveniva da una nobile e ricca famiglia di Busto Arsizio.


 
 
Fino al 1922 si alternarono nella gestione dell’asilo diversi ordini religiosi; in quell’anno la struttura fu donata dalla famiglia Gnecchi alle suore dell’Immacolata di Genova, che tuttora la mantengono in attività, ospitando alcune sezioni della scuola dell’infanzia paritaria.

Fondatore dell’ordine delle suore dell’Immacolata fu don Agostino Roscelli, nato a Bargone di Casarza Ligure il 27 luglio 1818 da Domenico e Maria Gianelli, modesti contadini e persone di grande fede.

Don Roscelli fondò, il 15 ottobre 1876, l'Istituto delle Suore dell'Immacolata nella nuova casa di via Volturno 5 a Genova, che fino ad allora era dedita all'educazione e all'istruzione delle ragazze del popolo. Don Roscelli si spense sempre a Genova il 7 maggio 1902. Fu grazie alla sua attività religiosa, sociale ed umana che il 10 giugno 2001 papa Giovanni Paolo II lo proclamò santo.
 



Sono quindi 90 anni che le reverende suore dell’Immacolata sono presenti a Verderio Superiore.

Gestendo la scuola materna paritaria, le suore si sono storicamente integrate, non solo dal punto di vista religioso, nel tessuto sociale e umano della comunità verderiese ed hanno contribuito a creare il giusto spirito che ancora oggi, malgrado i forti cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni, pervade la società.

Questa scuola dell’infanzia ha ospitato, a partire dal 1891, diverse centinaia di bambine e bambini, principalmente verderiesi, ma anche provenienti da altri comuni limitrofi. Quelli erano anni difficili e duri per la nostra gente. La condizione sociale del proletariato agricolo era di assoluta sopravvivenza: l’alimentazione era scarsa e di pessima qualità, le malattie decimavano molti bambini in tenera età, le condizioni igieniche e la fatica dei campi erano corresponsabili della maggior parte delle patologie che colpivano i lavoratori della terra. Poi arrivarono due guerre mondiali, frammezzate da una ventennale dittatura, che generarono miseria e morte.

La nascita di questa struttura diede qualche segno di speranza in più alle famiglie contadine e fu certamente una forma di assistenza e aiuto per le famiglie povere.

Delle suore, i cittadini verderiesi hanno apprezzato lo stile e la riservatezza, il parlare a bassa voce, il carattere sempre disponibile e pronto al dialogo ed all’ascolto, il comportamento mai teso al protagonismo individualista ma proiettato al lavoro con gli altri, per il bene di tutti. Le manifestazioni di stima e di gratitudine sono state molte in tutti questi anni, soprattutto perché le suore che hanno operato a Verderio si sono contraddistinte per la serietà, l’abnegazione e l’impegno che hanno profuso a favore dei bambini e delle loro famiglie.

 
Beniamino Colnaghi

domenica 26 agosto 2012

L’ira di Hitler su Lidice

Reinhard Heydrich era l’esempio dell’ariano nazista perfetto. Alto, biondo, dal fisico prestante, sportivo, freddo e spietato. Una “bestia bionda”, anche se, pare avesse una presenza ebraica all’interno della sua famiglia. Con una passione assoluta per Adolf Hitler e per la soluzione finale della questione ebraica. Braccio destro di Himmler, nel 1941 venne mandato a Praga e nominato governatore del Protettorato di Boemia e Moravia. Per le sue continue repressioni e persecuzioni a cui sottopose i nemici, e a causa del suo atteggiamento e delle sue maniere truci e assassine, fu soprannominato “il macellaio di Praga” e “der Henker”, il boia.
Da Londra, la città nella quale aveva sede il governo ceco in esilio, partì contro di lui l'offensiva della Resistenza, concordata con il governo inglese, che tentò di attuare una risposta militare mirata e di sicuro effetto. I protagonisti indiscussi diventano allora alcuni paracadutisti cecoslovacchi, ai quali venne affidato l’incarico dell’esecuzione del tiranno.
L'attentato ad Heydrich venne eseguito il 27 maggio 1942, nella curva della via Holesovickach, nella zona di Praga Liben. Heydrich non morì sul colpo, ma si spense, a causa delle gravi ferite causate dalla bomba a mano scoppiata nella sua auto, alcuni giorni dopo all’ospedale.

Prima di raccontare cosa avvenne dopo l’attentato e della terribile risposta dei nazisti, vorrei fare un salto in avanti di 70 anni e parlare brevemente di Michal, un ragazzino disabile di quattordici anni di Praga che ha partecipato ad un concorso su Lidice.

La chiesa di Lidice in una vecchia foto
 
Bambini di Lidice in una foto dei primi del Novecento
 
Michal Horáček sta aspettando davanti al monumento dei caduti. Suo padre lo ha accompagnato in macchina dalla scuola Buďánka, nel distretto 5 di Praga, e ora sta parcheggiando. Persone eleganti gli sfilano accanto. Portano mazzi di fiori e scarpe lucide. Michal suda. Non capisce perché ci metta tanto: sono le dieci e quaranta e deve ancora registrarsi e poi prendere posto. Fa un cenno a suo padre che da lontano accelera il passo, ripone in tasca le chiavi della macchina e allunga le mani sulla carrozzina di Michal, che però si è già spinto da solo. Anche Michal si sente elegante. Indossa una maglietta arancione, un cappellino nuovo di tela bianco e, per l’occasione, ha decorato le ruote della sua carrozzina con degli adesivi viola e gialli. Padre e figlio attraversano l’enorme piazzale antistante alla gloriette ed entrano nel museo dei caduti, una costruzione bassa dove li aspettano gli organizzatori.
Michal si è iscritto al concorso “Lidice pro 21, Stoletì”, quasi per scherzo. Lo ha trovato su internet. Ha letto cos’era. “Una competizione, destinata a ragazzi di tutto il mondo, tra gli undici e i quattordici anni, che premia il migliore elaborato a tema.” Quando Michal ha deciso di partecipare, le tracce erano “Il ritorno a casa” e “Al male non si può reagire solo con le parole”. La seconda lo ha lasciato perplesso. Cosa significa, ha pensato, che le parole non sono tutto? Ha scelto il primo. Ha scritto tre paginette su un’anziana che è riuscita a sopravvivere al campo di prigionia ed è tornata nel proprio paese il giorno del suo compleanno, in tempo per morire nel proprio letto.
“Michal?”. Il padre gli fa cenno di seguire il corteo dei finalisti. Ci sarà una visita guidata lungo il perimetro del monumento ai caduti, prima della premiazione. A Lidice il sole di giugno non scotta. Dal museo la folla si sposta alla gloriette, un tempio a pianta ottagonale, con una robusta croce sul tetto, quindi visitano l’Archivio e un’altra costruzione in pietra che pare una cisterna, piena di foto. Passeggiano sul prato fino alle fondamenta della vecchia chiesa e del liceo di Lidice, girano a destra intorno alla Tomba dell’Uomo e si fermano di fronte alla scultura di Marie Uchytilová: ottantadue bambini di bronzo. Gli ottantadue bambini che furono gassati dalle SS. È lì che si procede con la fase finale della premiazione. Parla il vice-ministro dell’Istruzione, si avvicinano gli undici giurati e gli organizzatori. Il pubblico aspetta. Alla fine, una signora prende il microfono e, dopo una pausa più lunga del solito, fa un nome. Esplode un applauso, la signora cerca tra la folla il vincitore.
“Michal Horáček. Dove sei Michal?”
Michal è accanto a suo padre, e quando capisce cosa è successo, non vuole andare lì, davanti a tutti. Si calza il cappellino bianco sugli occhi. “Vai”, gli dice suo padre, “mica ti mordono”, e Michal si avvicina per ritirare una scultura e un attestato. Facce che non conosce lo salutano, si chinano a congratularsi, gli dicono che il suo non sembra il tema di un ragazzino di quattordici anni, e che a lui deve piacergli parecchio la scuola, per essere già così sveglio e informato. Michal preferisce non dire che lui a scuola ci va solo per far contenta sua madre.
L’organizzatrice riprende la parola e invita i partecipanti a non andarsene perché tra poco si terrà l’incontro con i veterani e la visita al roseto. Ma Michal non sente, le sue mani sudano, la testa gli gira. Si guarda intorno, alla ricerca del premio. Quello vero. Quando vede il piccolo aereo, parcheggiato sulla collina, bianco, due strisce azzurre sulle carene laterali, si gira verso suo padre e sorride. “Io sto davanti”, dice sorridendo.

Una classe della scuola elementare di Lidice nel 1942
Dunque, Heydrich è morto. Riprendo il racconto.
È la sera del 10 giugno 1942. In una piccola cittadina della Boemia centrale, a ventitré chilometri da Praga, i cinquecento abitanti sono già a letto. La maggior parte di loro sono minatori, operai metallurgici, contadini, e la mattina si alzano all’alba. Dai boschi una brezza soffia in direzione del paese e fischia quando imbocca i porticati e le stradine del centro. Nessuno sente il convoglio di camion che arriva e si ferma alle prime case. Nessuno sente i passi di corsa sui selciati. Poi, un grido, in tedesco. Il segnale. E il terrore dilaga.

Sette giorni prima, a Praga, il Reichsprotektor, l’SS-Obergruppenführer Reinhart Heydrich è stato ucciso da due paracadutisti cechi addestrati in Inghilterra e alcune piste della Gestapo confermano che i due attentatori provengono da un piccolo villaggio a ventitré chilometri da Praga.
La traccia porta al direttore di una fabbrica vicino Lidice il quale trovò un bigliettino che diceva: «Cara Ania […] quello che volevo fare l’ho fatto. Il giorno fatale ho dormito a Cabàrna. Sto bene, verrò a trovarti questa settimana, e poi non ci vedremo mai più. Milan». La Gestapo, venutane in possesso, crede che quel biglietto – forse l’ultimo di un marito fedifrago e redento all’amante – sia la prova che da Lidice provengano gli attentatori del viceprotettore di Praga e vi manda una squadra speciale, un plotone addestrato a Halle an der Saale: guarda caso la città natale di Heydrich. 
Le SS sono millecinquecento. Tirano giù dal letto gli abitanti, ordinano loro di raccogliere i propri averi e li trascinano fuori, in strada. Li spintonano, li colpiscono col calcio del fucile. Uccidono tutti gli animali domestici. Poi ammassano le donne e i bambini nella palestra del liceo, rinchiudono gli uomini nello scantinato di una fattoria e, nonostante la notte calma e piena di stelle, non parlano e non esitano. Saccheggiano ognuna delle novantasei case, fanno irruzione negli edifici pubblici, prendono libri, quadri, radio, macchine da cucire e li gettano in strada. Tornano a occuparsi degli abitanti soltanto alle cinque del mattino. Le centosessanta donne e i circa cento bambini vengono fatti salire su alcuni camion diretti a Kladno e poi al campo di concentramento di Ravensbrück. I bambini considerati non adatti alla germanizzazione verranno gassati. Gli altri, dati in affidamento. Diciassette cresceranno come cittadini tedeschi. Nessuno dei centottantotto uomini, invece, lascerà il paese. Vengono radunati di fronte a un muro rivestito di materassi, perché le pallottole non rimbalzino. Ne fucilano dieci alla volta. Quando è giorno e le SS pensano di aver finito, un gruppo di minatori del turno di notte entra in paese. Tocca rimettersi sotto.

I corpi degli abitanti di Lidice massacrati dalle SS
  
Per Himmler, tuttavia, questo non è abbastanza. Non può esserlo. Serve una lezione magistrale, uno sfogo simbolo dell’ira di Hitler e del Reich. E allora dà un ordine mai sentito prima: cancellare il villaggio dalle mappe geografiche.
Tutti gli edifici vengono rasi al suolo, il municipio, il campanile, non si risparmiano neanche il cimitero e la chiesa. Le SS appiccano fuochi dappertutto, fanno brillare muri con la dinamite e le granate. Poi, quando il villaggio è solo un cumulo di macerie, spargono il sale, perché su quel terreno non cresca più niente, fanno arrivare le ruspe con un’infinità di metri cubi di terra e ricoprono tutto. Qualcuno si prende il disturbo di piantare il grano, perché non resti una sola traccia della vecchia cittadina della Boemia a ventitré chilometri da Praga che si chiamava Lidice.

Lidice, prima e dopo

Prima di eseguire l'attentato ad Heydrich, la resistenza ceca si pose il problema di dove poter nascondere i paracadutisti. Fu chiesto aiuto a dei religiosi che erano a capo del Consiglio della Chiesa ortodossa di via Resslova, a Praga, i quali conoscevano l’esistenza di una catacomba sotto la chiesa dei santi Cirillo e Metodio.
Tutti si prestarono ad aiutare i paracadutisti: il prete superiore, il sacrestano e il vescovo Gorazd Matej Pavlik. Ma la pressione del terrore a cui fu sottoposta la città fu tale, che qualcuno tradì. I tedeschi risalirono alla chiesa-nascondiglio. Il 18 giugno 1942 due battaglioni di SS circondarono la chiesa ed ebbero subito uno scontro a fuoco contro i sette paracadutisti. Gli ordini erano quelli di catturarli vivi. Tre di loro si difesero dal patio della chiesa fino alle sette di mattina, per poter salvare gli altri quattro nascosti nella catacomba. Furono uccisi tutti e tre. Ma i tedeschi si accorsero del rifugio e proseguirono l’assalto. I paracadutisti si difesero fino alla penultima pallottola.
L’ultima venne usata per suicidarsi.
Le famiglie dei preti della chiesa vennero deportate a Mauthausen, insieme ad altre 254 persone, ove furono sterminate. Il vescovo Gorazd venne torturato per tre mesi e poi condannato a morte in un processo farsa, insieme ai preti della chiesa. Con questa azione venne azzerato il vertice della Chiesa ortodossa di Boemia.

La strage di Lidice provocò orrore in tutto il mondo. La prima pietra del nuovo villaggio fu posta il 15 giugno 1947 alla presenza dei rappresentanti del governo e di numerosi delegati stranieri.
Cinquecento giovani cecoslovacchi e 80 giovani stranieri lavorarono nel cantiere dall'8 maggio 1947 al 28 ottobre 1948. Le nuove case furono costruite a circa 300 metri dal vecchio villaggio distrutto: quello spazio volle simboleggiare adeguatamente la separazione tra la vita e la morte. Un’enorme, rozza croce di legno con una corona di filo spinato fu eretta ove si presume riposino i corpi o le ceneri degli uomini fucilati.
Lo spazio fra il vecchio villaggio distrutto e quello nuovo costruito in seguito è diventato un memoriale, ove è stato piantato il “Roseto della Pace”, con piante arrivate da tutto il mondo; su un muro a semicerchio sono stati posti gli stemmi e i nomi delle città martiri che hanno subìto una sorte analoga a quella di Lidice, tra le quali la nostra Marzabotto.

Il monumento dedicato ai bambini di Lidice

Particolare

Per chi intendesse conoscere la storia di Lidice e degli attentatori che uccisero Heydrich, rimando al bellissimo e coraggioso libro di Laurent Binet, HHhH, edito da Einaudi.

Beniamino Colnaghi