venerdì 14 settembre 2012

La legge e i potenti nella storia d’Italia

La rivista MicroMega ha pubblicato un saggio di Roberto Scarpinato, procuratore generale preso la Corte di Appello di Caltanissetta, dal titolo “Don Rodrigo e la Costituzione”. Scarpinato ha lavorato con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino presso la Procura di Palermo ed è autore di numerosi saggi e pubblicazioni sia in Italia sia all’estero.

Quella che viene di seguito proposta è un'ampia sintesi del saggio di Scarpinato.

 
Per molti secoli gli italiani non hanno avuto molto rispetto per la legge e lo Stato. Anche perché, né la legge né lo Stato apparivano rispettabili in una società che sino alle soglie del XX secolo era sempre rimasta fondata sulla pietra angolare del rapporto servo-padrone, secondo assetti di potere di tipo tardo feudale.

La legge santificava lo sfruttamento da parte di una casta di privilegiati di una folla sterminata di  "nessuno mischiato con niente”, 
sudditi che mai avevano potuto sperimentare uno statuto della cittadinanza, che ignoravano la stessa base grammaticale della democrazia, che erano stati educati a considerare legge di natura, o legge divina, la divisione del mondo tra potenti e impotenti. Per un popolo composto in massima misura da contadini, che nel 1861 raggiungeva circa l’80% di analfabeti (il 90% nelle isole), l’unica alternativa possibile appariva quella tra il padrone cattivo e quello buono, immaginato di volta in volta nelle vesti ora del principe illuminato, ora del papa re, ora dell’uomo della provvidenza, ora del duce. La legge restava comunque la voce del vincitore di turno in un’ininterrotta lotta per il potere che si giocava sempre sopra la testa e spesso sulla pelle del popolo, mandato al massacro come carne da cannone in battaglia e strumentalizzato dalle varie fazioni di potenti.
In un paese siffatto anche la giustizia era forte con i deboli e debole con i forti. Era la giustizia dei fori speciali dove gli appartenenti alle caste dei privilegiati (aristocratici, ecclesiastici, notabili, ricchi e borghesi) erano giudicati dai loro pari secondo regole separate, diverse da quelle riservate ai poveracci, per i quali valeva il foro comune. Generazioni di italiani hanno dovuto sperimentare per secoli che la legge a nulla valeva contro i soprusi e le ruberie dei potenti.
 

Don Abbondio e i "bravi"

Nel romanzo “I promessi sposi”, ambientato nell’Italia del Seicento, Alessandro Manzoni ha messo in scena la secolare impotenza della legge dinanzi ai potenti. Il povero don Abbondio cade in uno stato di rassegnata prostrazione quando si rende conto che gli uomini armati che lo avevano circondato imponendogli di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, non erano banditi, bensì “bravi”. La differenza era sostanziale: i banditi erano criminali che operavano in proprio e contro i quali vi era possibilità di difesa denunciandoli al potestà del luogo; i “bravi” erano invece criminali al servizio di un potente, in questo caso don Rodrigo, il quale era al di sopra delle leggi perché appartenente al mondo superiore che la legge la imponeva, ma non la subiva.

L’ingenuo Renzo Tramaglino illudendosi di trovare rimedio nella legge contro la prepotenza di don Rodrigo, si rivolge ad un avvocato, ma quando questi si rende conto che avrebbe dovuto agire secondo legge nei confronti del potente signore al di sopra delle leggi, declina l’incarico. In un’Italia dove la legge non contava nulla dinanzi al potere, Manzoni è costretto a fare entrare in gioco la Provvidenza: l’Innominato libera Lucia perché colto da un’improvvisa crisi mistica e solo la morte per peste riesce a fermare la prepotenza di don Rodrigo. Don Rodrigo non è solo il parto della fantasia letteraria di Manzoni, ma il prototipo del potente e del prepotente italiano che cavalcando i secoli e riproducendosi di generazione in generazione è giunto sino ai nostri giorni.


Don Rodrigo

Anche la giustizia messa in scena dal Manzoni ha attraversato i secoli ed è stata una costante italiana. E’ sperimentata nei secoli la sfiducia popolare nella giustizia. Se si analizza la composizione sociale della popolazione carceraria dall’Unità d’Italia sino ai nostri giorni, nonostante il mutare delle forme dello Stato, risulta che in carcere a scontare la pena finiscono quasi esclusivamente gli ultimi della piramide sociale. La quota di colletti bianchi in espiazione definitiva è sempre rimasta statisticamente irrilevante, anche dopo Tangentopoli e Mafiopoli. In un modo o nell’altro, i ceti superiori sono sempre riusciti ad evitare il carcere ai propri esponenti incappati nelle maglie della giustizia, e a riservarlo solo agli stessi ai quali nei secoli passati era riservato il foro comune: “I nessuno mischiati con niente”.

Sotto la dittatura fascista la condizione ed il rispetto della legge e della giustizia non fecero che peggiorare. Molti prefetti e uomini del regime nelle istituzioni fecero a gara nel chiudere gli occhi di fronte alle violenze e alle aggressioni, salvo poi infierire con particolare severità nei confronti dei cittadini che combattevano il fascismo. Come noto, quest’ultimo fu sostenuto e mantenuto al potere da tutte le principali componenti della classe dirigente nazionale. Può quindi ben dirsi che il fascismo declina sulla scena della modernità del Novecento l’identità culturale ancora tardo-feudale di un ceto padronale che nella sua maggioranza non era riuscito ad evolversi da classe dominante a classe dirigente e che continuava a praticare lo stesso codice della violenza e della sopraffazione da sempre praticato nei secoli precedenti da intere generazioni di piccoli e grandi don Rodrigo. In Italia il sovrano, dunque, è stato l’uomo della provvidenza per alcuni secoli, almeno fino alla metà del Novecento.

Come è possibile che un popolo con tale storia alle spalle abbia potuto esprimere e darsi la Costituzione del 1948 che costituisce uno dei massimi vertici della cultura europea dello Stato democratico di diritto? Una Costituzione che per la prima volta poneva le fondamenta per la costruzione di uno Stato e di una legge finalmente “rispettabili”. Di una legge cioè che non fosse più ad uso e consumo dei potenti, espressione dei poteri forti, ma espressione invece di una repubblica fondata sulla pari dignità sociale di tutti i cittadini. Una Costituzione che finalmente cancellasse una secolare e vergognosa storia di servi e padroni e si facesse garante della nascita di una giustizia sociale ed economica. Scarpinato dà questa risposta: “La Costituzione del 1948 (così come era già avvenuto con lo Stato liberale del 1860), non fu affatto espressione della maggioranza dell’Italia reale nella sua duplice componente padronale e popolare, ma di alcune minoranze”. Dopo la seconda guerra mondiale si apre uno spazio provvisorio che assegna il timone del comando a ristrette élite culturali, quali uomini della Resistenza di diversa espressione politica e esponenti della cultura liberale e del riformismo cattolico costretti all’esilio, che selezionano i membri della Costituente ed i futuri parlamentari della Repubblica. L’alchimia della storia trasforma dunque un’avanguardia culturale in maggioranza politica. La nostra Costituzione superò la nostra storia ed indicò un modello: la costruzione di uno Stato democratico di diritto che superava le possibilità etiche delle culture autoctone delle classi dirigenti e delle masse. Nonostante alcuni limiti, la Costituzione del 1948 non rimase solo un libro dei sogni ma fu un lievito di crescita democratica per l’intero paese.
 

 
 
Oggi, però, sono venuti meno due fattori che avevano messo in sicurezza la Costituzione da tentativi di restaurazione. La fine del bipolarismo internazionale e la scomparsa, o irrilevanza sociale, della classe operaia che operava come virtuale catalizzatore politico generale delle masse e baricentro di tutto il sistema politico. Lo stesso partito popolare di don Sturzo nacque dall’esigenza di costruire un possibile polo politico riformista alternativo alla sinistra. Con il venir meno di questi due fattori, le masse sono tornate ad essere, così come erano sempre state nel tardo feudalesimo, soggetto passivo della storia, manipolabile dall’alto, e la Costituzione è diventata oggetto di tentativi di modifiche e di svuotamento da parte delle maggioranze governative. Le élite o le minoranze illuminate sopravvivono solo grazie ad alcune enclave istituzionali protette (per ora) come quelle della Corte costituzionale e della Magistratura. Vi sono anche le minoranze della società civile che si mobilitano nelle piazze, nei circuiti culturali alternativi, nella rete web.

La strada è in salita e la storia si ripete. La sovranità popolare è stata svuotata, il parlamento è stato ridotto a un’assemblea di nominati dal Principe, la separazione tra potere esecutivo e legislativo è stata fortemente ridimensionata, l’informazione televisiva è stata occupata, il conflitto di interessi è ai massimi livelli. Il neofeudalesimo italiano affollato da tanti vassalli e servitori in cerca del loro principe, da tanti sudditi contenti di esserlo, da tanti intellettuali la cui massima aspirazione è di diventare consiglieri privilegiati del principe, sembra essere una riedizione della storia più vera e autentica del nostro paese.

Che fare? Chi salverà questo paese da se stesso? La lezione della storia dimostra come in alcuni frangenti cruciali l’Italia non sia stata salvata dalle sue maggioranze, ma dalle sue minoranze. Sono state le minoranze che hanno fatto il Risorgimento, sono state le minoranze che hanno fatto la Resistenza e hanno concepito la Costituzione. La difesa della Costituzione resta l’ultima spiaggia. Salvare la Costituzione significa salvare la parte migliore della nostra storia. Gli storici e gli analisti del potere sanno bene che la storia non è fatta dalle maggioranze disorganizzate, né dalle oligarchie paralitiche. Oggi viviamo una fase della storia nella quale le minoranze eredi di quelle che vollero la Costituzione, che vollero il Concilio Vaticano II, che realizzarono lo Statuto dei lavoratori e promossero riforme di libertà, sembrano essere diventate orfane di rappresentanza e guida politica.

Oggi è tempo che ciascuno assuma su di sé l’onere e la responsabilità di aiutare il vecchio a morire per consentire al nuovo di nascere. Giacché il futuro non è il tempo che viene e sopraggiunge, ma il tempo che si costruisce insieme. E, per citare Gaetano Salvemini, ciascuno di noi troverà nell’avvenire quel tanto che vi avrà messo di se stesso. Solo chi si arrenderà ai fatti non vi troverà nulla, perché vi avrà messo nulla.

 

martedì 4 settembre 2012

L’asilo “Giuseppina Gnecchi” di Verderio Superiore
 

L’asilo infantile “Giuseppina Gnecchi” fu costruito a Verderio Superiore nel 1891 per iniziativa di Giuseppe Gnecchi Ruscone, sindaco di Verderio dal 1859 al 1889, il quale lo dedicò alla moglie Giuseppina Turati, la quale proveniva da una nobile e ricca famiglia di Busto Arsizio.


 
 
Fino al 1922 si alternarono nella gestione dell’asilo diversi ordini religiosi; in quell’anno la struttura fu donata dalla famiglia Gnecchi alle suore dell’Immacolata di Genova, che tuttora la mantengono in attività, ospitando alcune sezioni della scuola dell’infanzia paritaria.

Fondatore dell’ordine delle suore dell’Immacolata fu don Agostino Roscelli, nato a Bargone di Casarza Ligure il 27 luglio 1818 da Domenico e Maria Gianelli, modesti contadini e persone di grande fede.

Don Roscelli fondò, il 15 ottobre 1876, l'Istituto delle Suore dell'Immacolata nella nuova casa di via Volturno 5 a Genova, che fino ad allora era dedita all'educazione e all'istruzione delle ragazze del popolo. Don Roscelli si spense sempre a Genova il 7 maggio 1902. Fu grazie alla sua attività religiosa, sociale ed umana che il 10 giugno 2001 papa Giovanni Paolo II lo proclamò santo.
 



Sono quindi 90 anni che le reverende suore dell’Immacolata sono presenti a Verderio Superiore.

Gestendo la scuola materna paritaria, le suore si sono storicamente integrate, non solo dal punto di vista religioso, nel tessuto sociale e umano della comunità verderiese ed hanno contribuito a creare il giusto spirito che ancora oggi, malgrado i forti cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni, pervade la società.

Questa scuola dell’infanzia ha ospitato, a partire dal 1891, diverse centinaia di bambine e bambini, principalmente verderiesi, ma anche provenienti da altri comuni limitrofi. Quelli erano anni difficili e duri per la nostra gente. La condizione sociale del proletariato agricolo era di assoluta sopravvivenza: l’alimentazione era scarsa e di pessima qualità, le malattie decimavano molti bambini in tenera età, le condizioni igieniche e la fatica dei campi erano corresponsabili della maggior parte delle patologie che colpivano i lavoratori della terra. Poi arrivarono due guerre mondiali, frammezzate da una ventennale dittatura, che generarono miseria e morte.

La nascita di questa struttura diede qualche segno di speranza in più alle famiglie contadine e fu certamente una forma di assistenza e aiuto per le famiglie povere.

Delle suore, i cittadini verderiesi hanno apprezzato lo stile e la riservatezza, il parlare a bassa voce, il carattere sempre disponibile e pronto al dialogo ed all’ascolto, il comportamento mai teso al protagonismo individualista ma proiettato al lavoro con gli altri, per il bene di tutti. Le manifestazioni di stima e di gratitudine sono state molte in tutti questi anni, soprattutto perché le suore che hanno operato a Verderio si sono contraddistinte per la serietà, l’abnegazione e l’impegno che hanno profuso a favore dei bambini e delle loro famiglie.

 
Beniamino Colnaghi

domenica 26 agosto 2012

L’ira di Hitler su Lidice

Reinhard Heydrich era l’esempio dell’ariano nazista perfetto. Alto, biondo, dal fisico prestante, sportivo, freddo e spietato. Una “bestia bionda”, anche se, pare avesse una presenza ebraica all’interno della sua famiglia. Con una passione assoluta per Adolf Hitler e per la soluzione finale della questione ebraica. Braccio destro di Himmler, nel 1941 venne mandato a Praga e nominato governatore del Protettorato di Boemia e Moravia. Per le sue continue repressioni e persecuzioni a cui sottopose i nemici, e a causa del suo atteggiamento e delle sue maniere truci e assassine, fu soprannominato “il macellaio di Praga” e “der Henker”, il boia.
Da Londra, la città nella quale aveva sede il governo ceco in esilio, partì contro di lui l'offensiva della Resistenza, concordata con il governo inglese, che tentò di attuare una risposta militare mirata e di sicuro effetto. I protagonisti indiscussi diventano allora alcuni paracadutisti cecoslovacchi, ai quali venne affidato l’incarico dell’esecuzione del tiranno.
L'attentato ad Heydrich venne eseguito il 27 maggio 1942, nella curva della via Holesovickach, nella zona di Praga Liben. Heydrich non morì sul colpo, ma si spense, a causa delle gravi ferite causate dalla bomba a mano scoppiata nella sua auto, alcuni giorni dopo all’ospedale.

Prima di raccontare cosa avvenne dopo l’attentato e della terribile risposta dei nazisti, vorrei fare un salto in avanti di 70 anni e parlare brevemente di Michal, un ragazzino disabile di quattordici anni di Praga che ha partecipato ad un concorso su Lidice.

La chiesa di Lidice in una vecchia foto
 
Bambini di Lidice in una foto dei primi del Novecento
 
Michal Horáček sta aspettando davanti al monumento dei caduti. Suo padre lo ha accompagnato in macchina dalla scuola Buďánka, nel distretto 5 di Praga, e ora sta parcheggiando. Persone eleganti gli sfilano accanto. Portano mazzi di fiori e scarpe lucide. Michal suda. Non capisce perché ci metta tanto: sono le dieci e quaranta e deve ancora registrarsi e poi prendere posto. Fa un cenno a suo padre che da lontano accelera il passo, ripone in tasca le chiavi della macchina e allunga le mani sulla carrozzina di Michal, che però si è già spinto da solo. Anche Michal si sente elegante. Indossa una maglietta arancione, un cappellino nuovo di tela bianco e, per l’occasione, ha decorato le ruote della sua carrozzina con degli adesivi viola e gialli. Padre e figlio attraversano l’enorme piazzale antistante alla gloriette ed entrano nel museo dei caduti, una costruzione bassa dove li aspettano gli organizzatori.
Michal si è iscritto al concorso “Lidice pro 21, Stoletì”, quasi per scherzo. Lo ha trovato su internet. Ha letto cos’era. “Una competizione, destinata a ragazzi di tutto il mondo, tra gli undici e i quattordici anni, che premia il migliore elaborato a tema.” Quando Michal ha deciso di partecipare, le tracce erano “Il ritorno a casa” e “Al male non si può reagire solo con le parole”. La seconda lo ha lasciato perplesso. Cosa significa, ha pensato, che le parole non sono tutto? Ha scelto il primo. Ha scritto tre paginette su un’anziana che è riuscita a sopravvivere al campo di prigionia ed è tornata nel proprio paese il giorno del suo compleanno, in tempo per morire nel proprio letto.
“Michal?”. Il padre gli fa cenno di seguire il corteo dei finalisti. Ci sarà una visita guidata lungo il perimetro del monumento ai caduti, prima della premiazione. A Lidice il sole di giugno non scotta. Dal museo la folla si sposta alla gloriette, un tempio a pianta ottagonale, con una robusta croce sul tetto, quindi visitano l’Archivio e un’altra costruzione in pietra che pare una cisterna, piena di foto. Passeggiano sul prato fino alle fondamenta della vecchia chiesa e del liceo di Lidice, girano a destra intorno alla Tomba dell’Uomo e si fermano di fronte alla scultura di Marie Uchytilová: ottantadue bambini di bronzo. Gli ottantadue bambini che furono gassati dalle SS. È lì che si procede con la fase finale della premiazione. Parla il vice-ministro dell’Istruzione, si avvicinano gli undici giurati e gli organizzatori. Il pubblico aspetta. Alla fine, una signora prende il microfono e, dopo una pausa più lunga del solito, fa un nome. Esplode un applauso, la signora cerca tra la folla il vincitore.
“Michal Horáček. Dove sei Michal?”
Michal è accanto a suo padre, e quando capisce cosa è successo, non vuole andare lì, davanti a tutti. Si calza il cappellino bianco sugli occhi. “Vai”, gli dice suo padre, “mica ti mordono”, e Michal si avvicina per ritirare una scultura e un attestato. Facce che non conosce lo salutano, si chinano a congratularsi, gli dicono che il suo non sembra il tema di un ragazzino di quattordici anni, e che a lui deve piacergli parecchio la scuola, per essere già così sveglio e informato. Michal preferisce non dire che lui a scuola ci va solo per far contenta sua madre.
L’organizzatrice riprende la parola e invita i partecipanti a non andarsene perché tra poco si terrà l’incontro con i veterani e la visita al roseto. Ma Michal non sente, le sue mani sudano, la testa gli gira. Si guarda intorno, alla ricerca del premio. Quello vero. Quando vede il piccolo aereo, parcheggiato sulla collina, bianco, due strisce azzurre sulle carene laterali, si gira verso suo padre e sorride. “Io sto davanti”, dice sorridendo.

Una classe della scuola elementare di Lidice nel 1942
Dunque, Heydrich è morto. Riprendo il racconto.
È la sera del 10 giugno 1942. In una piccola cittadina della Boemia centrale, a ventitré chilometri da Praga, i cinquecento abitanti sono già a letto. La maggior parte di loro sono minatori, operai metallurgici, contadini, e la mattina si alzano all’alba. Dai boschi una brezza soffia in direzione del paese e fischia quando imbocca i porticati e le stradine del centro. Nessuno sente il convoglio di camion che arriva e si ferma alle prime case. Nessuno sente i passi di corsa sui selciati. Poi, un grido, in tedesco. Il segnale. E il terrore dilaga.

Sette giorni prima, a Praga, il Reichsprotektor, l’SS-Obergruppenführer Reinhart Heydrich è stato ucciso da due paracadutisti cechi addestrati in Inghilterra e alcune piste della Gestapo confermano che i due attentatori provengono da un piccolo villaggio a ventitré chilometri da Praga.
La traccia porta al direttore di una fabbrica vicino Lidice il quale trovò un bigliettino che diceva: «Cara Ania […] quello che volevo fare l’ho fatto. Il giorno fatale ho dormito a Cabàrna. Sto bene, verrò a trovarti questa settimana, e poi non ci vedremo mai più. Milan». La Gestapo, venutane in possesso, crede che quel biglietto – forse l’ultimo di un marito fedifrago e redento all’amante – sia la prova che da Lidice provengano gli attentatori del viceprotettore di Praga e vi manda una squadra speciale, un plotone addestrato a Halle an der Saale: guarda caso la città natale di Heydrich. 
Le SS sono millecinquecento. Tirano giù dal letto gli abitanti, ordinano loro di raccogliere i propri averi e li trascinano fuori, in strada. Li spintonano, li colpiscono col calcio del fucile. Uccidono tutti gli animali domestici. Poi ammassano le donne e i bambini nella palestra del liceo, rinchiudono gli uomini nello scantinato di una fattoria e, nonostante la notte calma e piena di stelle, non parlano e non esitano. Saccheggiano ognuna delle novantasei case, fanno irruzione negli edifici pubblici, prendono libri, quadri, radio, macchine da cucire e li gettano in strada. Tornano a occuparsi degli abitanti soltanto alle cinque del mattino. Le centosessanta donne e i circa cento bambini vengono fatti salire su alcuni camion diretti a Kladno e poi al campo di concentramento di Ravensbrück. I bambini considerati non adatti alla germanizzazione verranno gassati. Gli altri, dati in affidamento. Diciassette cresceranno come cittadini tedeschi. Nessuno dei centottantotto uomini, invece, lascerà il paese. Vengono radunati di fronte a un muro rivestito di materassi, perché le pallottole non rimbalzino. Ne fucilano dieci alla volta. Quando è giorno e le SS pensano di aver finito, un gruppo di minatori del turno di notte entra in paese. Tocca rimettersi sotto.

I corpi degli abitanti di Lidice massacrati dalle SS
  
Per Himmler, tuttavia, questo non è abbastanza. Non può esserlo. Serve una lezione magistrale, uno sfogo simbolo dell’ira di Hitler e del Reich. E allora dà un ordine mai sentito prima: cancellare il villaggio dalle mappe geografiche.
Tutti gli edifici vengono rasi al suolo, il municipio, il campanile, non si risparmiano neanche il cimitero e la chiesa. Le SS appiccano fuochi dappertutto, fanno brillare muri con la dinamite e le granate. Poi, quando il villaggio è solo un cumulo di macerie, spargono il sale, perché su quel terreno non cresca più niente, fanno arrivare le ruspe con un’infinità di metri cubi di terra e ricoprono tutto. Qualcuno si prende il disturbo di piantare il grano, perché non resti una sola traccia della vecchia cittadina della Boemia a ventitré chilometri da Praga che si chiamava Lidice.

Lidice, prima e dopo

Prima di eseguire l'attentato ad Heydrich, la resistenza ceca si pose il problema di dove poter nascondere i paracadutisti. Fu chiesto aiuto a dei religiosi che erano a capo del Consiglio della Chiesa ortodossa di via Resslova, a Praga, i quali conoscevano l’esistenza di una catacomba sotto la chiesa dei santi Cirillo e Metodio.
Tutti si prestarono ad aiutare i paracadutisti: il prete superiore, il sacrestano e il vescovo Gorazd Matej Pavlik. Ma la pressione del terrore a cui fu sottoposta la città fu tale, che qualcuno tradì. I tedeschi risalirono alla chiesa-nascondiglio. Il 18 giugno 1942 due battaglioni di SS circondarono la chiesa ed ebbero subito uno scontro a fuoco contro i sette paracadutisti. Gli ordini erano quelli di catturarli vivi. Tre di loro si difesero dal patio della chiesa fino alle sette di mattina, per poter salvare gli altri quattro nascosti nella catacomba. Furono uccisi tutti e tre. Ma i tedeschi si accorsero del rifugio e proseguirono l’assalto. I paracadutisti si difesero fino alla penultima pallottola.
L’ultima venne usata per suicidarsi.
Le famiglie dei preti della chiesa vennero deportate a Mauthausen, insieme ad altre 254 persone, ove furono sterminate. Il vescovo Gorazd venne torturato per tre mesi e poi condannato a morte in un processo farsa, insieme ai preti della chiesa. Con questa azione venne azzerato il vertice della Chiesa ortodossa di Boemia.

La strage di Lidice provocò orrore in tutto il mondo. La prima pietra del nuovo villaggio fu posta il 15 giugno 1947 alla presenza dei rappresentanti del governo e di numerosi delegati stranieri.
Cinquecento giovani cecoslovacchi e 80 giovani stranieri lavorarono nel cantiere dall'8 maggio 1947 al 28 ottobre 1948. Le nuove case furono costruite a circa 300 metri dal vecchio villaggio distrutto: quello spazio volle simboleggiare adeguatamente la separazione tra la vita e la morte. Un’enorme, rozza croce di legno con una corona di filo spinato fu eretta ove si presume riposino i corpi o le ceneri degli uomini fucilati.
Lo spazio fra il vecchio villaggio distrutto e quello nuovo costruito in seguito è diventato un memoriale, ove è stato piantato il “Roseto della Pace”, con piante arrivate da tutto il mondo; su un muro a semicerchio sono stati posti gli stemmi e i nomi delle città martiri che hanno subìto una sorte analoga a quella di Lidice, tra le quali la nostra Marzabotto.

Il monumento dedicato ai bambini di Lidice

Particolare

Per chi intendesse conoscere la storia di Lidice e degli attentatori che uccisero Heydrich, rimando al bellissimo e coraggioso libro di Laurent Binet, HHhH, edito da Einaudi.

Beniamino Colnaghi
 

domenica 22 luglio 2012

Auroville, Città dell’Aurora



Questo è il simbolo di Auroville


Il punto al centro rappresenta l'Unita', il Supremo;

il cerchio interno rappresenta la creazione, la concezione della Citta';
i petali rappresentano il potere di espressione, la realizzazione.

Auroville si trova in India, nello Stato del Tamil Nadu, a 150 km a sud di Madras e a circa 15 km dalla città di Pondicherry, ex colonia francese. Dista 7 km dall’Oceano Indiano.
La Città di Auroville è situata in un ambiente rurale composto da oltre 90 insediamenti, sparsi su un’estensione di 25 km2, di cui circa 10 appartengono alla Comunità. Nell’area di proprietà di Auroville si trovano anche diversi villaggi Tamil, i cui residenti autoctoni lavorano la terra, allevano bestiame, vivono di pesca e artigianato.

Auroville non è un luogo turistico ove trascorrere le classiche vacanze ma la concretizzazione di uno straordinario progetto pensato e voluto da Sri Aurobindo e Mirra Alfassa, chiamata in seguito Mère, La Madre.
 
Sri Aurobindo

Mère, La Madre

 
Sri Aurobindo nacque a Calcutta il 15 agosto 1872, Mère a Parigi il 21 febbraio 1878.

Sebbene le loro famiglie fossero di tendenze materialistiche e quando ancora bambini gli unici contatti con la religione produssero in loro una forma più di rigetto che attrazione, entrambi, soprattutto Mère, iniziarono a crescere spiritualmente fin da piccoli. Questo sviluppo, che avvenne spontaneo, fu incomprensibile a coloro che gli erano vicini.

Quando Mère era ancora ragazza, stabilì una specie di contatto con Aurobindo a livello interiore, nonostante non si conoscessero affatto e vivessero su due continenti distanti tra loro.
La Madre sentì parlare di Sri Aurobindo per la prima volta nel 1913 e capì che avrebbe dovuto incontrarlo. Nel marzo del 1914 si recò appositamente a Pondicherry per conoscerlo. Subito intuì che era la persona con la quale si sentiva in contatto a livello interiore fin da bambina e che con esso avrebbe svolto un importante e intenso lavoro per la Terra.

Il sogno
Ci vorrebbe un posto sulla Terra in cui nessuna nazione possa reclamare come proprio; un posto di pace, amicizia e armonia e un luogo in cui tutti gli istinti dell’uomo possano essere usati per vincere le cause delle sue sofferenze e delle sue miserie, per abbattere la sua debolezza e l’ignoranza.

Un luogo dove i bisogni dello spirito e l’ansietà di progresso precedano la soddisfazione di desideri, passioni, piaceri e godimenti materiali. Un luogo in cui i bambini possano crescere e svilupparsi integralmente senza mai perdere il contatto con la propria anima. L’educazione sarebbe data non per superare degli esami od ottenere diplomi e posti di lavoro, ma per arricchire le facoltà esistenti e generarne delle nuove, promuovendo la bellezza in tutte le sue forme artistiche.

In questo luogo ideale il denaro non dovrà essere più sovrano padrone, il valore individuale avrà un´importanza ben maggiore di quella delle ricchezze materiali e della posizione sociale. Il lavoro non sarà più il mezzo per guadagnarsi da vivere, ma il modo per esprimere se stessi e per sviluppare le proprie capacità e potenzialità, rendendo nel contempo servizio all´insieme del gruppo.

In breve, sarà un posto in cui la collaborazione e la fratellanza nelle relazioni sociali, scalzeranno la competizione e la lotta fra gli uomini.

"L'uomo e' un essere transitorio, non definitivo. L'evoluzione non si e' conclusa; la ragione non e' l'ultima parola, ne' l'animale raziocinante la figura suprema della Natura," osserva Sri Aurobindo. "C'e' qualcosa che egli ancora non e', ma che sara'; un percorso verso qualcosa di non ancora realizzato, la sua intera vita e' una preparazione, un indirizzo della Natura verso qualcosa che e' piu' avanti."

Auroville vuol essere veicolo essenziale di questa ricerca nell'evoluzione, ed eventualmente una piattaforma per la trasformazione.

La realtà
Un crescente numero di persone provenienti da tutti i paesi del mondo intrapresero un lavoro paziente e tenace per la costruzione di una città nuova, di un nuovo modo di vivere, di un nuovo modo di essere. Furono molti gli italiani che andarono in India e parteciparono a questo progetto. Una buona parte di essi rimase e diventò aurovilliana.

Il 28 febbraio 1968 Auroville fu inaugurata alla presenza di oltre 5000 persone, provenienti da tutto il mondo. Rappresentanti di molti Paesi e di Stati indiani posero una manciata di terra dei rispettivi luoghi d’origine in un’urna a forma di loto al centro di Auroville. Sri Aurobindo non poté essere fisicamente presente perché lasciò il corpo molti anni prima, il 5 dicembre 1950.

Mère, che aveva da poco compiuto 90 anni, lesse un messaggio alla radio indiana, che così recitava: “Saluti da Auroville a tutte le persone di buona volontà. Sono invitati ad Auroville tutti coloro che hanno sete di progresso ed aspirano ad una vita più alta e più vera”.

Il tessuto connettivo di tutto ciò è la sfida di vivere una vera unità umana.

Con la scelta stessa di esserci, gli aurovilliani si stanno impegnando a partecipare attivamente alla creazione di "una città universale dove uomini e donne di tutti i paesi sono capaci di vivere in pace ed in un'armonia di progresso, al di sopra di ogni credo, di ogni politica e di ogni nazionalità ". Essi sono consapevoli che "il proposito di Auroville e' di realizzare l'unita' umana" così che, di conseguenza, la nostra specie possa progredire.

Mère se ne andò il 17 novembre 1973.

Il Matrimandir
Il centro spirituale di Auroville è il Matrimandir, un grande tempio a forma di globo, l’anima della città che sembra appoggiarsi sulla terra o emergere da essa. Coloro che l’hanno pensato e progettato hanno voluto simboleggiare la nascita di quella nuova coscienza che vuole manifestarsi. E’ il tempio del silenzio e della meditazione, che nel progetto della Madre doveva essere il “simbolo della risposta del Divino all’aspirazione umana alla perfezione”.





Il Matrimandir visto da diverse prospettive e distanze
Il Matrimandir è circondato da giardini meravigliosi ed ognuno di essi è l’espressione di uno stato di coscienza diverso. Adiacente ai giardini sorge il famoso “Banyan”, l’albero che indica il centro della città.

Il grande banyan del Centre Guest House

La mia esperienza.
Sono partita una prima volta per Auroville il giorno di Natale del 1992 insieme ad alcune amiche di Monza. E’ stata dura. Il primo impatto con l’India vera, non quella dei circuiti turistici per gli occidentali, ma quella dei villaggi rurali, delle tradizioni millenarie, della fortissima spiritualità di quel popolo, è stato per me un trauma, perché non avevo i soliti e confortanti punti di riferimento. Mi mancavano i miei spazi e le mie sicurezze. Poi ho capito che gli agi e le cose materiali non erano indispensabili, il modello di vita insegnato da Sri Aurobindo e Mere è altro.

Negli anni sono ritornata ad Auroville altre cinque volte e ogni volta ho imparato qualcosa di nuovo.

Ringrazio Auroville di esistere e soprattutto Mère, i cui insegnamenti ed il cui pensiero mi hanno aiutata a cambiare la mia vita.

Patrizia Colnaghi

lunedì 16 luglio 2012

Perché ancora Gramsci. Il codice genetico della politica

Ho ricevuto dall’amico Ambrogio Biglia questo pezzo sul pensiero di Antonio Gramsci, uomo politico, pensatore e intellettuale del primo ‘900.
Nato ad Ales, in Sardegna, il 22 gennaio 1891, morì a Roma il 27 aprile 1937 a causa di gravi malattie, peggiorate durante il prolungato periodo carcerario cui fu sottoposto dal regime fascista.

Perché il nostro paese ha avuto i più grandi pensatori politici da Machiavelli a Gramsci e una prassi politica che fa schifo? Forse il pensiero politico è come un fiore , nasce se c’è letame.

Per darmi una risposta più convincente mi sono riletto alcuni appunti presi dopo un discorso commemorativo di Mario Tronti , da me rielaborati , e sto leggendo il nuovo libro di Giuseppe Vacca, “ Vita e pensieri di Antonio Gramsci”, Einaudi editore.



Gramsci aveva cercato in Machiavelli il codice genetico della politica e l’aveva collocato nel contesto storico tra Umanesimo e Rinascimento..
Come Machiavelli aveva interpretato la Prima decade di Tito Livio, così Gramsci interpreta Il Principe in modo geniale: il partito politico come moderno principe.
Scrive: “ Il moderno principe, il mito principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto; può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva, riconosciuta e affermatasi parzialmente nell'azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico; la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali “ . Quell'aggettivo "totali" fa riflettere. La storia del Novecento ha elaborato progetti universali, ma , per eterogenesi dei fini, ha raccolto regimi totalitari .

Però precisava : "il partito non come categoria sociologica, ma il partito che vuole fondare lo Stato". Fondare lo Stato, non farsi Stato. Gramsci aveva previsto le possibili degenerazioni del partito che si fa Stato, cioè della parte che si fa tutto. E ne aveva sofferto, in carcere, non solo intellettualmente. Il suo problema politico era , nei terribili anni Trenta, come sfuggire alla trasformazione delle masse in folle manovrate e delle élites in oligarchie ristrette.

Il problema di Gramsci è stato la costruzione di un rapporto virtuoso tra classe dirigente e classi sociali. Il mito del partito-principe è l'organizzazione di una volontà collettiva, come l'unica forza in grado di contrastare l'avvento della personalità autoritaria.

Vede il pericolo di una delega diretta al decisore politico, un individuo e non un organismo democratico , da parte di una moltitudine formata dalla gente, dai forti umori antipolitici. Gramsci , insieme a Sturzo , Dossetti e Einaudi, ha contrastato le malattie contagiose delle democrazie contemporanee: l'antipolitica, il populismo. Con la sua vita e la sua opera, ci aiuta a richiamare la politica, alla sua vocazione originaria che, da Aristotele a Weber, è stata collocata tra due splendidi estremi, la passione e la sobrietà.

Scrisse dal carcere fascista: "Io sono un combattente, che non ha avuto fortuna nella lotta pratica". L'insegnamento che Gramsci ci lascia, si può sintetizzare così: come un uomo di parte diventò una risorsa della nazione, senza annullare la propria appartenenza, ma operando nell'interesse di tutti; Gramsci ci dice che la politica si nobilita sollevandosi ad un progetto altamente umano. Il Gramsci giovane è ancora attuale.

Un suo articolo del 1917 comincia con le parole: "Odio gli indifferenti". “Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo”. Poi ci sarà un altro articolo famoso e scandaloso: La rivoluzione contro il Capitale. la rivoluzione dei bolscevichi ", contro il Capitale di Carlo Marx.

“All'individuo capitalista si contrappone l'individuo-associazione, al bottegaio la cooperativa: il sindacato diventa un individuo collettivo che svecchia la libera concorrenza, la obbliga a forme nuove di libertà e di attività”. Ne "L'ordine nuovo", che Gramsci fonda il 1 maggio 1919 , si organizza il gruppo che darà vita al Partito comunista d'Italia, che nascerà non solo contro i riformisti ma anche contro i massimalisti. A Torino c’era il biennio rosso, l'occupazione delle fabbriche, l'esperienza dei Consigli operai. Parte da lì, non da quelli che oggi si chiamano non-luoghi. Gramsci scrive nel 1920: “ L'operaio comunista che per settimane, per mesi, per anni, disinteressatamente, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, lavora altre otto ore per il Partito, per il sindacato, per la cooperativa, è, dal punto di vista della storia dell'uomo, più grande dello schiavo o dell'artigiano che sfidava ogni pericolo per recarsi al convegno clandestino della preghiera…

Il fatto stesso che l'operaio riesca ancora a pensare, pur essendo ridotto a operare senza sapere il come e il perché della sua attività pratica, non è un miracolo?”.

Non ci sono due Gramsci. L'operazione di valutare il Gramsci studioso e di svalutare il Gramsci politico è sbagliata. Specialista + politico è la formula gramsciana risolutiva.

Dalla tecnica-lavoro alla tecnica-scienza e di qui alla concezione umanistica- storica, senza la quale si rimane "specialista" e non si diventa "dirigente". Il modo di essere del politico sta nel mescolarsi attivamente nella vita pratica, come costruttore, organizzatore, persuasore, non solo oratore. Quindi, per Gramsci, il politico è dirigente armato di cultura tecnica, scientifica, umanistica. Qui c'è la preziosa distinzione gramsciana tra direzione e comando, tra guidare e imporre. Questo vale per il gruppo dirigente nei confronti del partito, vale per il partito nei confronti dello Stato, vale per lo Stato nei confronti della società. Egemonia non è solo cosa diversa, è cosa opposta a dittatura. Non c'è pratica di egemonia senza espressione di cultura.

Praticare egemonia è una cosa complessa: vuol dire essere alla testa di un corso storico già in movimento, e che fa movimento anche in virtù delle idee-guida che ci mette dentro.

Scriveva nei Quaderni: “ Il grande politico non può che essere "coltissimo", cioè deve "conoscere" il massimo di elementi della vita attuale; conoscerli non " librescamente", come "erudizione", ma in modo "vivente", come sostanza concreta di "intuizione" politica “.
Tuttavia - aggiungeva -: "Istruitevi, istruitevi e poi ancora istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza".

Nelle "Lettere dal carcere" scrive al figlio Delio:” Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa “

Oggi non sappiamo con chi e con che cosa sostituire quelle componenti popolari, di matrice cattolica, socialista, comunista più quelle élites di ispirazione social-liberale, che, tutte insieme, componenti popolari ed élites non oligarchiche, hanno fatto la storia del nostro paese: perché non erano società civile, erano società reale, ordinamento storico concreto.

Ci sono pochi, diceva Hölderlin, che sono costretti ad afferrare il fulmine a mani nude .

Ecco, tra quei pochi dobbiamo "cercare ancora" Gramsci.
Ambrogio Biglia

mercoledì 27 giugno 2012

Racconto sulla vita contadina nel secolo scorso

Su mia richiesta, la sig.ra Livia Colnaghi, cugina di primo grado di mio padre, mi ha gentilmente concesso di pubblicare questo suo racconto. La ringrazio di cuore.

Scrivo una storia lontana nel tempo. Racconto come vivevano i contadini nel ‘900.

All’alba, prima che sorgesse il sole, i contadini si recavano in campagna a lavorare la terra.
Cercavano di rendere fertile il terreno, ma questo richiedeva molta fatica, si dovevano togliere le pietre che impedivano la coltivazione e spianare il più possibile il suolo per assicurare l’irrigazione e ottenere un buon raccolto. Dopo aver compiuto questo lavoro i contadini si sentivano più legati alla terra: uomo e natura erano segreti potenti.

A quell’epoca i contadini non avevano nessuna sicurezza sul lavoro e nemmeno informazione, perché finanziariamente non potevano comprare i giornali. Erano quindi costretti a seguire gli ordini del padrone della fattoria, con cui dividevano il guadagno quando veniva il tempo del raccolto.
I contadini gestivano le stalle con gli animali: alcune mucche, un cavallo, un asino e per chi aveva la possibilità economica anche un maiale, che in inverno veniva ucciso per ottenere salami e costine.
Il cavallo e l’asino servivano per trasportare il materiale della campagna: l’erba, il fieno, i rami di gelso e la legna per il camino, a quell’epoca non esisteva la stufa per riscaldare la casa.
Alla sera il capo famiglia e la massaia entravano nella stalla, davano da mangiare e da bere alle mucche, poi le mungevano e così ricavavano il prezioso latte che veniva usato per la colazione del mattino ed anche per la polenta della cena.
Le mucche di buona qualità rendevano molto latte, che la massaia utilizzava per fare il burro con la zangola.

Due contadini con la zangola
Tutto questo però non bastava per la famiglia, c’erano anche le galline che si nutrivano con il granoturco e che si lasciavano libere nella campagna a beccare nel terreno. Quando le galline facevano tante uova, la massaia le vendeva al “pulireù”, il commerciante di pollame che girava nei cortili del paese.

La bicicletta del pollivendolo esposta in un museo contadino
Nei mesi di luglio e agosto la massaia poneva al centro del cortile un mastello pieno d’acqua per essere scaldata al sole, alla sera dopo una giornata di lavoro il marito tornava dalla campagna e con quell’acqua, scaldata al sole, si lavava il viso e i piedi per togliere la stanchezza e lo sporco.
Al tempo opportuno i contadini dovevano mietere il grano, si preoccupavano del clima molto caldo, che poteva generare forti temporali e tempeste di grandine che potevano distruggere una parte del raccolto.

La massaia non era in possesso di soldi, quando doveva fare la spesa nei negozi alimentari non pagava, il negoziante apriva un libretto e scriveva la spesa che la massaia aveva acquistato e l‘importo dovuto.
Invece, per la frutta e la verdura la massaia si recava di buon mattino nell’orto, dove il marito aveva coltivato e seminato a perfezione.

Nel secolo scorso i contadini tracciavano il solco con la vanga e spesso dopo un duro lavoro così faticoso si sentivano così stanchi che cercavano di riposare sotto “un muròn”, un albero di gelso e si addormentavano. Quando poi si svegliavano pensavano di aver perso tempo.

Il gelso

A San Martino (11 novembre) si doveva pagare l’affitto al padrone delle case e delle terre, a volte il contadino non aveva abbastanza soldi, allora il padrone lo costringeva a pagare altrimenti poteva perdere la casa affittata.
Il primo giorno della settimana c’era sempre trambusto perché le massaie facevano il bucato, ponevano la biancheria sporca in un mastello e la coprivano con un panno bianco su cui posavano della cenere e un po’ di lisciva, poi rovesciavano sopra l’acqua calda e lasciavano tutto a bagno per parecchio tempo. Questo lavoro per le donne era molto faticoso anche perché la cenere e la lisciva rovinavano la pelle delle mani.

Al tramontar del sole i contadini tornavano dalla campagna e si preparavano per la cena che la moglie aveva cucinato: minestra, patate e fagioli con polenta.
Dopo aver cenato gli spettava il riposo e un dolce sonno, ma prima di dormire la moglie sgranava il rosario come voleva la tradizione familiare; solo al termine del rosario ci si faceva l’augurio della buona notte.

Nella camera da letto c’era un portacatino e una brocca con l’acqua che si usava alla mattina per lavarsi il viso. Nel secolo scorso, molte famiglie vivevano nelle cascine fuori paese, prive di acqua e di elettricità. Per la luce possedevano una lampada a petrolio, per l’acqua potabile avevano a disposizione un pozzo nei pressi della cascina. Invece, per abbeverare le bestie, nella campagna c’erano “i fopp”, gli stagni alimentati da acqua piovana, che servivano anche per annaffiare l’orto.

Donne al mercato

Dopo la guerra il tempo scorse veloce e arrivò il progresso.

I contadini fecero un accordo con il padrone di casa e terra per installare la luce e l’acqua, così cominciarono a vivere discretamente e civilmente.
Con il passare del tempo i figli dei contadini iniziarono a guardarsi intorno e ad abbandonare la campagna per la città, dove c’erano emancipazione, studio e lavoro.
I giovani avevano capito che c’era possibilità di studiare alle scuole serali per garantirsi un avvenire migliore. Era nata la vita moderna, poco per volta anche i contadini furono costretti a sottoporsi allo sviluppo tecnologico e con il tempo iniziarono a stare meglio.

Ricordo però in quell’epoca lontana, nel 1900, la vita semplice e modesta dei contadini che rendeva possibile il dialogo e lo scambio di idee in famiglia e tutti si rispettavano a vicenda.

Livia Colnaghi