mercoledì 16 ottobre 2013

mercoledì 2 ottobre 2013

Milano, dal Naviglio al Duomo attraverso Porta Ticinese

Prosegue la collaborazione del signor Pietro Marchisio con il blog “Storia e storie di donne e uomini“. (b.c.)

Abbiamo visto, nel post dello scorso mese di marzo, che la via privilegiata per far arrivare le materie prime, necessarie alla Fabbrica del Duomo di Milano, era il Naviglio Grande e che il primo facile approdo in città era la darsena di Porta Ticinese.
Quella era la Milano dei navigli che hanno accompagnato la sua storia e la sua crescita per molti secoli, rappresentando, fin dal Medioevo, l’espressione milanese e lombarda della scienza e dell’ingegneria idraulica, copiata in ogni parte d’Europa.
 
La Milano dei navigli non c’è quasi più. A Nord-Est è rimasto un tratto della Martesana, il canale che derivato dal fiume Adda a Trezzo collegava la città col Lario; a Sud rimane il complesso della darsena di Porta Ticinese cui perviene il Naviglio Grande, derivato un tempo dal Ticino a Tornavento e alimentato ora sempre dalle acque del Ticino, incanalate a Somma Lombardo soprattutto per scopi irrigui, industriali e per la produzione di energia elettrica. Presso la darsena ha l’incile il Naviglio Pavese, che torna al Ticino a Sud di Pavia.


Mappa dei navigli lombardi nel XVIII secolo
Fonte Regione Lombardia, settore coordinamento per il territorio
 
Grazie ai traffici sviluppatisi presso la darsena, il cuore pulsante di tutti i traffici mercantili di Milano divenne ufficialmente Porta Ticinese, più nota e cara ai milanesi come Porta Cicca, presumendo tale appellativo derivato, in epoca di dominio spagnolo, da chica (piccola) e poi trasformato nella vulgata popolare in “cicca”.

 
Milano. Porta Ticinese nel 1901
Fotografia nel pubblico dominio in quanto il copyright è scaduto
 
A Porta Cicca vennero installati mulini e casere, tant’é che il quartiere lungo Corso San Gottardo era detto el borg di furmagiatt. Qui si trovavano le famose osterie dove si potevano degustare autentici risotti con l’ossobuco, le costolette alla milanese con la “gremulada” e la frittura di rane, il tutto circondato dall’andirivieni dei barconi, degli scaricatori, tencitt, delle lavandaie, dei venditori ambulanti e di tutti i popolani che, risalendo il Naviglio da Boffalora a bordo dei famosi barchett, raggiungevano Milano.

Le vecchie botteghe di Corso di Porta Ticinese 
Fotografia nel pubblico dominio in quanto il copyright è scaduto
 
Il carattere laborioso e mercantile di Porta Ticinese aveva lontane origini, infatti, la vecchia piazza interna ai bastioni si chiamava Piazza Mercato, uno dei luoghi cittadini più vocato a scambi commerciali, proprio perché alimentati dalle merci provenienti da fuori città.
In seguito, venuta meno la peculiarità dei navigli, il mondo di Porta Cicca cambiò radicalmente subendo un lungo e duro periodo di declino e di abbandono.

Le botteghe ed i vecchi cortili vennero pian piano occupati da artigiani di ogni genere: falegnami, ferraioli, riparatori di biciclette, rutamatt, fino a giungere ai giorni nostri, epoca in cui il quartiere più popolare di Milano è stato riscoperto da artisti di ogni genere e dalla nuova borghesia, trasformandosi nella cosiddetta Montpartnasse meneghina.

E’ così che le vecchie osterie hanno lasciato il posto a ristoranti finto-antichi ed ai pianobar e che l’artigianato povero si è trasformato in artigianato d’elite. Gli ultimi barconi ormai in disuso sono stati ancorati davanti ai ritrovi notturni e trasformati in giardini galleggianti.

 
Milano. Alzaia Naviglio Pavese di notte
 
A vegliare su tutti questi cambiamenti è comunque rimasto l’Arco Trionfale di piazza XXIV Maggio, inaugurato da Luigi Cagnola nel 1815 a ricordo della vittoria Napoleonica di Marengo sugli Austriaci e che prese temporaneamente il nome di Porta Marengo, ritornata Porta Ticinese col rientro dell‘imperatore d’Austria Francesco II, che anziché distruggere il monumento lo dedicò alla pace, sostituendo le lodi a Napoleone con la scritta “Alla pace liberatrice dei popoli”.

Pietro Marchisio

sabato 21 settembre 2013

La Madonna di La Salette a Verderio Superiore e Caglio

Comune di La Salette-Fallavaux. Diocesi di Grenoble. Alpi francesi. Nel primo pomeriggio del 19 settembre 1846, due pastorelli, Melania Calvat e Massimino Giraud, stanno pascolando alcune mucche sugli alpeggi del monte Planeau, a circa 1800 metri di altitudine, quando scorgono un globo di luce. In quello splendore quasi accecante vedono una donna seduta con i gomiti sulle ginocchia e il volto nascosto tra le mani. La Signora li chiama a sé e, in lacrime, affida loro il suo messaggio, prima in lingua francese e poi in dialetto provenzale per farsi capire meglio, dato che i due ragazzini sono analfabeti.
 
Statua della Madonna con i due veggenti sul monte Planeau, ove avvenne l'apparizione (Fonte Giulio Oggioni).
 
Monsignor Filiberto de Brouillard, vescovo di Grenoble, cinque anni più tardi dichiarò l’apparizione “indubitabile e certa” ed approvò, di conseguenza, il testo del messaggio, affermando che ai due pastorelli fu affidato dalla Madonna un “segreto” ciascuno. I documenti sui quali vennero trascritti i testi dei racconti e i due “segreti” furono consegnati a Roma a papa Pio IX. Attualmente sono conservati negli archivi della Congregazione della Fede.

La Madonna apparsa a La Salette venne definita la “Madonna dei contadini” perché apparve vestita da contadina, perché scelse due ragazzini umili intenti a sorvegliare due mandrie di mucche e perché comunicò gran parte del messaggio nel dialetto del luogo. Da quanto sopraesposto si può comprendere perché in alcune località d’Italia la Madonna di La Salette sia stata invocata come la “Madonna dei contadini”, ossia Colei che si interessava della vita e dei problemi di chi viveva e lavorava la terra.
Il culto mariano si esprimeva attraverso la raffigurazione della Madonna che recava sul capo la corona formata da spighe di grano intrecciate e la realizzazione di statue, cappelle o edicole all’interno delle cascine o lungo i viottoli dei piccoli nuclei storici di campagna.

Per questi motivi, e probabilmente per altri che non conosciamo, venne dedicata alla Madonna di La Salette una cascina a Verderio Superiore, Brianza lecchese, e un’edicola sacra a Caglio, alta Valassina, provincia di Como.
 
La cascina La Salette di Verderio Superiore nei primi anni Ottanta (Fonte Giulio Oggioni)
 
Verderio Superiore. Inverno 1856. “…il conte Luigi Confalonieri Strattmann assegnò a quattro famiglie contadine di Verderio Superiore (Aldeghi, Colombo, Frigerio e Oggioni) una nuova cascina costruita il località Sernovella…”. “Il mese di gennaio, secondo la tradizione, segnò anche l’arrivo in cascina di una statua in legno raffigurante la Madonna e due pastorelli, Melania e Massimino, i protagonisti dell’apparizione avvenuta a La Salette…”. “Il conte si era recato personalmente in Francia per sentire dalla viva voce dei due veggenti il racconto dell’apparizione. Al suo ritorno aveva fatto scolpire la statua e, una volta terminata, aveva voluto che fosse collocata in una nicchia al centro della cascina”. “In onore della Madonna, della quale era devotissimo, il conte chiamò la nuova cascina ”La Salette”.1
 
La statua della Madonna con i due veggenti posizionata nella cappella centrale della cascina (Fonte Giulio Oggioni).

Più in generale non deve destare meraviglia che alla Vergine siano dedicate non solo moltissime chiese e numerosi santuari, ma anche cappelle, patronati, grotte, santelle e strutture religiose perché la venerazione della Madre di Dio è fondamentale nella religiosità popolare del mondo cristiano. Sollecitate dalla riforma tridentina e favorite da san Carlo Borromeo, le dedicazioni di edifici di culto alla Vergine hanno avuto maggiore diffusione nelle campagne, ove la tendenza alla conservazione di un sistema sacro di riferimento si è protratta sino all’età contemporanea. I brianzoli sono sempre stati attenti alla miracolistica mariana, anche a quella avvenuta fuori loco. In Brianza, infatti, vennero dedicate chiese parrocchiali anche alla Madonna di Lourdes e alla Madonna di Fatima. E non è certamente da sminuire il fatto che la religiosità popolare briantea abbia dedicato, non una chiesa, ma una cascina contadina, seppur tra le più belle di Lombardia, alla Madonna di La Salette, proprio per rimarcare i tratti fondanti e originali di questa terra.

Veniamo ora a Caglio. Seminascosto fra le vecchie case dell’antichissimo borgo storico, una parte del quale è di origine medievale, c’è un affresco votivo raffigurante la Madonna di La Salette e i due pastorelli. La piccola edicola sacra è stata realizzata sul muro di un tortuoso e stretto vicolo, posta sulla sinistra di un vecchio portoncino in legno che conduce all’interno di una corte chiusa, ristrutturata con sapienza e nel rispetto delle tradizioni locali.

 
L'edicola votiva di Caglio
 
Le informazioni circa la committenza e la datazione del dipinto mi erano del tutto sconosciute. Poche righe lette su un testo che tratta storia e cultura brianzola non sono certo sufficienti a stendere un articolo che abbia la necessaria profondità e soprattutto possa fornire, a chi legge, utili e interessanti notizie. Si è reso pertanto necessario compiere una breve trasferta in alta Valassina al fine di scattare qualche fotografia e sperare nella buona sorte. La fortuna mi è stata buona amica. Ho chiesto alla prima persona incrociata, un signore di mezza età, originario del posto, il quale non solo mi ha accompagnato fin sotto l‘edicola votiva ma ha anche bussato al portoncino chiedendo al proprietario dell’edificio di uscire.
Il dipinto era seminascosto da un vitigno di uva “americana” che, partendo dall’interno della corte, diramava rami e tralci per alcune decine di metri, fin oltre l’alto muro di recinzione. La vite, mi ha riferito il proprietario, è probabilmente coeva del dipinto, al quale ha garantito energia e protezione.

 

 



Non si conosce il nome del frescante. Le immagini sacre dipinte sui muri dei vecchi vicoli e sotto i portici della cascine venivano spesso realizzate da pittori girovaghi. Si sa invece chi fu il committente ed è noto l’anno in cui fu realizzato l’affresco. Sulle spalle interne dell’edicola, come mostrano le due fotografie sottostanti, sono riportati il nome del proprietario dell’immobile, Bianconi Luigi, probabile committente del dipinto, e l’anno dell’avvenuta realizzazione, il 1892. Quasi cinquant’anni dopo l’apparizione.

 

 

 
L’immobile appartenne ai Bianconi, originari di Caglio, per alcune generazioni fintanto che non venne venduto all’attuale proprietario.
Il pittore di Caglio sarà stato messo ben al corrente della descrizione del fatto miracoloso data dai protagonisti: la Madonna è vestita come le donne dell’antico borgo, ma la cuffia, l’orlo dello scialle e i piedi sono ornati da ghirlande di rose. Alle sue spalle sono ben visibili le cime delle montagne che circondano il monte Planeau. La stessa cura e attenzione ai particolari fu dedicata dal conte Confalonieri e da coloro che realizzarono la statua lignea della Madonna di Verderio Superiore.

 

Tra i due eventi trascorsero quasi quarant’anni. Possono trovare fondamento eventuali analogie tra la costruzione di una cascina e la realizzazione di un dipinto, entrambi dedicati alla Madonna di La Salette? Nulla lo fa pensare. Non esistono dati certi né tantomeno indizi, anche se ciò non sia da escludere a priori. Il fatto che i due borghi appartenessero alla stessa provincia e fossero distanti tra loro solo 50 kilometri non autorizza a pensare che tra i due eventi possano essere esistite analogie o collegamenti di qualsivoglia natura.

Rimaniamo invece al dato certo. Dai nostri saggi antenati abbiamo ereditato testimonianze che, soprattutto negli ultimi secoli, sono diventate pietre miliari della Brianza antica: le cascine contadine sparse nelle campagne, tra linee regolari dei campi ed ampie distese di prati e filari di gelsi, e la devozione e la fede diffusa della sua gente.

 

La cascina La Salette oggi


La cascina La Salette di Verderio Superiore e l’affresco votivo di Caglio rappresentano due esempi positivi, due tracce della nostra cultura e della nostra storia che si è riusciti a conservare e salvare dall’oblio. Ma molti altri, troppi, sono andati definitivamente perduti.

Beniamino Colnaghi

Note e bibliografia
1. Giulio Oggioni, Padre Umberto Paiola. Verderio. La Salette. Storia di una cascina e della sua Madonna, Marna, 2005, pag.13.
Ringrazio il signor Giulio Oggioni per avermi fornito le prime tre fotografie pubblicate.

martedì 10 settembre 2013

I mille giorni di Allende


Salvador Allende (1908 - 1973) venne democraticamente eletto presidente del Cile. Era il 3 novembre 1970. Allende era a capo di una coalizione denominata Unidad Popolar. I poteri forti del Cile crearono uno stato di guerra interna, un'insurrezione senza tregua, istigata e finanziata dalla Cia. Nell'agosto 1973 le Forze armate dichiararono illegittimo il governo Allende e l'11 settembre iniziarono il golpe che rovesciò il sistema democratico cileno. Quando La Moneda, il palazzo presidenziale, venne bombardata dai caccia, Salvador Allende, prima di suicidarsi, pronunciò il suo ultimo discorso alla radio, che così concluse: "Ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, perchè sarà perlomeno una lezione morale che castigherà l'infamia, la vigliaccheria ed il tradimento".
A quarant'anni dalla morte, il mese di settembre, nella memoria dei democratici di tutto il mondo, appartiene a Salvador Allende.

mercoledì 4 settembre 2013

Il complesso storico-monumentale di Zelená Hora

Su una dolce collina coperta di boschi, vicino alla città di Žďár nad Sázavou, si erge una delle più originali chiese cristiane in Repubblica Ceca, la chiesa di San Giovanni Nepomuceno.

Dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, la chiesa presenta una pianta dalla forma non abituale di una stella a cinque punte. Questo edificio, unico nel suo genere, è considerato la perla dell’architettura barocca europea e costituisce una testimonianza interessante della fede religiosa all’inizio del XVIII secolo.



Il santo boemo, Giovanni Nepomuceno, è venerato come il martire che non ha voluto tradire il segreto confessionale. Secondo una leggenda, re Venceslao IV, a cui Giovanni si rifiutò di svelare i contenuti della confessione della regina, fece gettare il confessore dal ponte Carlo di Praga nella Moldava (1393). Quando il corpo senza vita del confessore venne a galla, nel cielo apparvero miracolosamente cinque stelle come per indicare il luogo del martirio.

La chiesa di Zelená Hora è un capolavoro di Giovanni Biagio Santini, architetto e pittore boemo, d'origine italiana, noto anche con il nome di Jan Aichel (Praga 1667-1723). Di vasta cultura alimentata da esperienze italiane e viaggi in Inghilterra e Olanda, fu l'estroso creatore del barocco goticheggiante boemo, nelle cui forme confluiscono, oltre alla tradizione nazionale, sensibili influssi del Borromini.




I motivi simbolici della stella a cinque punte e del numero cinque in generale, si rivelano sotto vari aspetti in tutto l’assestamento della chiesa e dei suoi dintorni. La chiesa è circondata da un ambito con cinque porte e cinque cappelle, al suo interno vi sono cinque altari sui quali brillano cinque stelle centrali. Tutto il complesso è costellato di misteri e simboli mistici. Gli esperti hanno fino ad ora cercato la vecchia entrata in un corridoio segreto che presumibilmente collegava la chiesetta con il monastero situato nella vicina villa di Žďár.

La chiesa di san Giovanni Nepomuceno è una delle strutture più originali d’Europa ed anche oggi continua a stupire i visitatori che arrivano da tutto il mondo.


 
 

 

Il vasto complesso gotico-barocco di Zelená Hora comprende, oltre la chiesina, un piccolo cimitero, un ex-monastero cistercense, situato a due passi dalla chiesetta di San Giovanni, un vasto castello di proprietà dell’antica famiglia aristocratica boema dei Kinsky e il più grande museo del libro al mondo.

Beniamino Colnaghi

giovedì 22 agosto 2013

Febbraio 1902, appello a favore dei contadini

Nei decenni a cavallo fra l’Ottocento ed il Novecento le condizioni di vita dei contadini italiani erano misere e infelici. Verso il 1890 si accentuò la depressione agricola che ridusse molti proletari della terra alla fame, i quali videro peggiorare ulteriormente la loro già precaria esistenza. Da parte dei contadini e delle organizzazioni che cercavano di tutelarli vennero intraprese azioni di protesta, che sfociarono anche in atti di forza e violenza. In alcune parti del nostro Paese i contadini occuparono la terra dei grandi proprietari terrieri e ne tentarono la socializzazione. Il malcontento nelle campagne andò di pari passo con il progresso del socialismo fra i lavoratori delle città. A Milano, nel maggio 1898, a seguito dell'aumento del costo della farina e del pane, gravati dall'esosa tassa sul macinato, la popolazione affamata insorse e assaltò i forni. L'insurrezione durò vari giorni e fu repressa nel sangue. Moti con le conseguenti repressioni avvennero anche a Monza e proteste si svilupparono in alcune località della Brianza.
A seguito di questi fatti, e per cercare di dare una risposta alle tensioni ed ai disagi crescenti dei contadini, il giornale lecchese Il Resegone, il primo numero del quale uscì nel febbraio 1882, pubblicò un appello dell’Ufficio centrale cattolico del lavoro rivolto ai proprietari dei fondi terrieri, apparso sull’edizione del 21 e 22 febbraio 1902. Di seguito si propone il testo pubblicato, interessante e utile al fine di comprendere la realtà contadina di quel tempo.
(b.c.)
 
 

 
Per i nostri contadini
Un appello ai proprietari

L’Ufficio centrale cattolico del lavoro ha indirizzato testé al Consiglio direttivo dell’Associazione fra i proprietari e conduttori di fondi in Milano la seguente lettera, su cui richiamiamo l’attenzione dei lettori:
Lo scrivente Ufficio centrale del lavoro, al quale fanno capo circa 30mila contadini della provincia organizzati in un centinaio di leghe, ha salutato con soddisfazione e speranza il costruirsi di codesta Associazione di proprietari di fondi. Sorte non per una sistematica lotta di classe, ma per l’elevazione morale ed economica del proletariato rurale nell’ordine e nella giustizia, le associazioni cattoliche dei contadini non possono non vedere lietamente il sorgere quasi contemporaneo d’una organizzazione padronale, preludio a quell’assetto armonico della vita sociale che il programma cattolico propone e propugna sulla base delle unioni professionali.
Dalla esistenza parallela dei due organismi, rappresentanti in forma collettiva i due gruppi diversi d’interesse economici, esse attendono di veder agevolate e migliorate le relazioni fra le due classi dei proprietari e dei coloni, sia perché da ambo le parti il vincolo associativo può esserne valido freno ad abusi ed eccessi individuali come insieme vigoroso impulso al progresso materiale e civile di tutta la classe, sia perché più facile e proficuo può riuscire il dirimere transitori ma pur sempre dolorosi e pericolosi contrasti d’interessi e diritti mediante le trattative. Gli accordi ed i giudizi di commissioni miste aventi, per concorde volere delle due organizzazioni, funzione ed autorità di loro rappresentanza collettiva permanente. Così anche il contratto di lavoro, cercando di essere disforme e disordinata pattuizione individua di obblighi e di profitti, assorge alla importanza di contratto sociale, uniforme e ordinato, con tutto il presidio morale della influenza dei corpi di cui emana e con tutto il presidio giuridico della consuetudine che per la sua accettazione pressoché universale viene ad assumere.
 
Il momento

Per queste considerazioni, lo scrivente Ufficio crede dover suo prendere tosto l’iniziativa per sollecitare la formazione di questa commissione mista, invitando codesta Associazione ad accogliere con favore l’idea e a concorrere alla sua attuazione colla nomina dei propri delegati in base a modalità da stabilirsi. Le condizioni del momento richiedono questo provvedimento nell’interesse della giustizia e della concordia civile. Strascichi penosi delle ultime agitazioni agrarie, derivanti qua e là da conflitti insoluti o da promesse non mantenute, da convenzioni infrante, da dinieghi dei crediti colonici, da escomii ingiustificati, da tentate imposizioni di contratti nuovi economicamente e giuridicamente onerosi, danno tristemente a temere che nuovi conflitti insidiosi abbiano a scoppiare nella prossima primavera a danno dell’ordine economico e dell’armonia sociale. In questo frangente è dover nostro di cattolici e cittadini tentar ogni mezzo per prevenire il pericolo aprendo subito la via a trattative amichevoli e definizioni ragionevoli ed eque, cui la commissione mista da noi proposta può prontamente por mano.
E, per affrettare il lavoro, fin d’ora lo scrivente Ufficio richiama all’attenzione di codesto consiglio due fra i punti del contratto nuovo presentato da molti proprietari, che i contadini non possono firmare.

Lo sfratto immediato

Il primo è la clausola per cui la mancanza eventuale d’un contadino ad un patto secondario, ad una norma di conduzione anche d’importanza minima, dà luogo allo sfratto immediato del colono ad libitum del proprietario. Ora questo è irragionevolmente eccessivo. Mentre infatti da una parte manca del tutto al contadino una garanzia pratica sufficiente contro l’eventuale inadempienza del padrone, data la gravissima difficoltà di poter provvedere al dispendio di un’azione giudiziaria e il timore di una facile disdetta di rappresaglia, il padrone d’altra parte è più che largamente tutelato nei suoi diritti dall’art 1652 cod. civ. per il quale può domandare fuori tempo lo scioglimento della colonia, quando vi siano giusti motivi, quale la mancanza del colono ai suoi impegni. Ma poiché il legislatore ha nello stesso articolo 1652 rimesso l’apprezzamento di tali motivi alla prudenza ed equità del magistrato, si cerca colla clausola di rescindibilità ipso facto e ipso iure del padrone di impedire questa valutazione prudente ed equitativa voluta dalla legge, cosicché possa l’arbitrio del padrone colpire per inadempienze anche irrisorie il colono e la sua famiglia col cacciarli dal fondo e dall’abitazione, ossia ridurli senza pane e senza letto, in epoche in cui non possono provvedersi né altra terra da lavorare né altra casa in cui alloggiare. Misura questa ben peggiore anche di una condanna penale, perché significa la miseria e la morte economica di tutta una povera famiglia di lavoratori. E’ evidente che il colono non può segnare un patto simile colla propria sottoscrizione, ed è ingiusto ed inumano pretenderne l’accettazione colla minaccia della licenza.

La disdetta in estate

L’altro patto a cui i coloni non possono accedere è quello della disdetta in estate, anziché nel termine del marzo, portato da antichissima consuetudine e dall’art. 1664 del cod. civ. Simile innovazione, congiunta alla facilità con cui si tende oggi a ricorrere alla disdetta, verrebbe a snaturare completamente la colonia togliendole quella forza di continuità che fu sin qui la sua caratteristica più feconda. Inoltre porterebbe a danni ben gravi per i contadini, per gli stesi proprietari, per la produzione nazionale. Per i contadini, in quanto da coloni permanenti sul suolo verrebbero trasformati in precari affittaioli ad anno, removibili dal fondo sino a poche settimane prima del San Martino, minacciati in ogni loro atto, nella stessa libertà di esercizio dei loro diritti civili e politici, dalla inoppugnabile vendetta del licenziamento, simili in tutto a quei miseri tenants at will (affittaioli ad arbitrio) dell’Irlanda per cui Gladstone ha speso le sue generose energie di uomo politico. Per i proprietari, in quanto il pericolo di un prossimo distacco dal fondo distoglie naturalmente il colono da una feconda applicazione di capitale e di lavoro la cui produttività, non da lui ma da altri, verrebbe posteriormente lucrata, e lo induce a sua volta ad uno sfruttamento irrazionale e consuntivo della proprietà. Per la produzione nazionale, infine, in quanto questo regresso delle colture arresta e deprime ogni sviluppo dell’economia rurale, ricacciando l’Italia all’indietro sull’auspicata via del suo risorgimento agrario. A questa jattura urge che tutti ci opponiamo viribus unitis (con forze unite) all’interesse comune.
La commissione mista che quest’Ufficio propone ed invoca, potrà rendere all’uopo segnalati servizi, reclamando insieme dallo stato utili riforme di legge per un miglior assetto dei contratti agrari e della correlativa giurisdizione giudiziaria nel diritto costituito.

Ci ripromettiamo quindi che al nostro invito cordiale corrisponda da codesto on. Consiglio un’altrettanto cordiale adesione; all’importanza del momento e dei problemi che ci si affacciano innanzi, sia pari in tutti l’amore della buona convivenza civile e la coscienza del proprio dovere.

Colla massima considerazione

Milano, 10 febbraio 1902

Per l’Ufficio centrale del lavoro:
Sac. Carlo Dalmazio Minoretti, Ludovico Necchi, Aristide Tagliabue, sac. Carlo Grugni,
rag. Giuseppe Scevola.