sabato 2 giugno 2012

Vennero “Gli Evasi”, e poi "I Cleptomani": i complessi musicali a Verderio.


Gli anni Sessanta del secolo scorso sono stati davvero straordinari e irripetibili, non solo e non tanto perché è avvenuto il “boom economico” ed è decollato lo sviluppo industriale dell’Italia, ma anche per l’entusiasmo, la voglia di fare, la passione civile che permeava il popolo italiano.

In quegli anni la società italiana cominciò ad aprirsi alle novità, cambiarono i rapporti in famiglia, i giovani conquistarono la ribalta sociale e le donne rivendicarono maggiore libertà di essere e di agire. Una trasformazione che investì tutta la società e produsse profondi cambiamenti politici, sociali e antropologici.


Anche a Verderio ci furono spiragli di apertura nei costumi e nei comportamenti individuali e collettivi, nonché accenni di modernità, soprattutto da parte delle giovani generazioni. Molti giovani cominciarono a seguire le tendenze ed i costumi in voga in quegli anni.

Per poter scrivere questo pezzo, la cui trattazione riguarda uno spaccato della storia e della cultura locale, mi sono rivolto a Doriano Riva, molto conosciuto per la sua lunga attività musicale, il quale mi ha fornito dettagli e aneddoti sull’esperienza che ha portato alcuni giovani dei due Verderio, animati da entusiasmo e sana incoscienza, a far nascere, nei mitici anni Sessanta, un gruppo musicale.

E’ una storia che merita di essere raccontata e conosciuta.

Luigi Villa, conosciuto come Gigi prestinée, nel 1964 aveva 17 anni. Era nato alla cascina Provvidenza di Verderio Superiore, meglio nota come casina dei Muleta ed era, fin da ragazzo, un tipo intraprendente e ricco di idee. Sulla scia impetuosa della nascita di migliaia di gruppi musicali, allora venivano chiamati “complessi”, al Gigi venne in mente di fondarne uno. Perché no? In ogni paese ce n’era uno e Verderio non poteva rimanere senza. Ne parlò con i suoi amici più cari, quelli della “compagnia”, tra cui Giancarlo, Chiarino, Raffaele, Doriano, Gianpiero, i quali si dimostrarono da subito entusiasti e accettarono la scommessa. C’erano però due ordini di problemi, tra l’altro non di poco conto: la mancanza di soldi per acquistare gli strumenti musicali e l’amplificazione e, soprattutto, il fatto che nessuno di loro, ad eccezione di Doriano, sapesse suonare uno strumento e conoscesse gli spartiti ed il pentagramma. Incredibile, ma vero.
Ma siamo negli anni ’60, la società è dinamica, in forte movimento, nulla è impossibile per dei ragazzini di 16 anni.  

Fu così che i cinque ragazzi ne parlarono con i loro genitori, i quali “lasciarono fare”, a patto che non chiedessero soldi in casa. La loro fortuna fu quella che tutti avessero un lavoro e, con qualche soldo messo da parte e con l’accensione di alcune cambiali, andarono a Milano, in un negozio dalle parti della Stazione Centrale, a comprarsi la strumentazione necessaria.
Il primo passo era compiuto, ora non rimaneva che imparare a suonare (sic!).
I ragazzi si trovarono periodicamente in un rustico, casòtt, della cascina Mùleta, di proprietà dei genitori di Gigi, che divenne la loro sala prove.

I mesi che intercorsero tra la fine del 1964 e la primavera del ’65 furono intensi e frenetici, soprattutto per Doriano, il quale dovette trasmettere ai suoi compagni i primi rudimenti della musica e insegnare loro a leggere gli spartiti e comporre gli accordi. In seguito alcuni di loro presero lezioni da un maestro di musica che a quel tempo abitava a Verderio Superiore, ma i ragazzini erano svegli e volenterosi, e impararono presto. I primi brani che impararono a suonare furono “Mare incantato”, pezzo del 1959, e “Maria Elena”, introdotti in Italia da due fratelli americani “Santo & Jonnny”. Brani lenti “terzinati”  di buon effetto per le balere, composti da note semplici e ritenuti di facile esecuzione. 

Venne scelto il nome del complesso, “Gli Evasi”, e la prima storica formazione fu pronta per   ”evadere” dal paese e affrontare il mondo aperto. Eccola:

Luigi Villa, Gigi prestinée, classe 1947, batteria;
Giancarlo Aldeghi, Pippo, classe 1948, chitarra di accompagnamento;
Chiarino Giancarlo Frigerio, Chiari, classe 1948, chitarra solista;
Raffaele Bonanomi, Faele, classe 1948, basso;
Doriano Riva, Balabio, classe 1950, tastiere, arrangiamenti, cantante. Il soprannome Balabio fu dato da Pupo perché, nel vecchio gergo dialettale, gli abitanti di Verderio Inferiore venivano apostrofati “Balabiòtt de Verdée de sott”.
Gianpiero Motta, Pupo, classe 1949, pubbliche relazioni.



1965: "Gli Evasi" suonano all'oratorio di Verderio Inferiore
"Chiari" in sala prove

Siamo nella primavera del 1965. I nostri ragazzi iniziano ad esibirsi di fronte al pubblico: negli oratori, nelle feste patronali e di partito, nelle balere della zona.
Ebbero l’accortezza di “mettersi nelle mani” di due mitici agenti musicali dell’epoca: Tony Spada di Merate, abile e intraprendente agente e manager, e Cecco Continental di Colnago, che organizzava diversi concorsi canori, fra i quali “Microfono d’oro” di Cornate d’Adda e “Asparago d’oro” che si svolgeva a Mezzago.

Essendo tutti minorenni, il trasporto dei musicisti e della strumentazione avveniva ad opera di due personaggi molto famosi nei due Verderio: Angelo Ricci di Verderio Inferiore, che possedeva un bar in piazza Annoni e svolgeva attività di autonoleggio, il quale trasportava i ragazzi con la sua Fiat 600 Multipla, e Giuseppe Ponzoni, Pepino Punson, di Verderio Superiore che produceva prodotti dolciari della tradizione locale.


Nell’estate del 1966 avvengono alcuni cambiamenti nel gruppo. Il primo riguarda Gigi, il batterista, che lascia il posto ad un giovane di Cornate d’Adda, Gianpiero Nava, detto Peo, esperto e affermato musicista; Gigi rimane comunque pietra miliare del sodalizio, svolgendo il ruolo di coordinatore ed eclettico ispiratore di iniziative. La seconda novità attiene il cambio del nome del complesso, che da quel momento si chiamerà “I Cleptomani”, mentre il terzo cambiamento è dato dal nuovo locale scelto per le prove. Il gruppo stava andando bene, le serate aumentavano, come pure erano in aumento i fans…soprattutto quelli di genere femminile, di conseguenza era necessario avere più spazio per le prove ed anche per le feste che il gruppo organizzava. Grazie all’interessamento del papà del Chiari, il gruppo ebbe in affitto due locali all’interno del “rustico”, l’ex Scatolificio Ambrosiano, detto “Pasaquindes”, di via dei Contadini Verderesi, che subito dopo la guerra subì un incendio e rimase inutilizzato e abbandonato per molti anni. Ai locali si accedeva dal prato, ora parco Peter Pan, attraverso una scala di pochi gradini in cemento che introduceva nella sala prove, mentre una ripida scala interna conduceva al primo piano ove era stato ricavato un locale adibito alle feste ed al relax. Le feste organizzate dal gruppo generarono chiacchiericcio e malumori in quella parte della popolazione più tradizionalista e bigotta, tanto che il parroco, don Giampiero, dovette intervenire dal pulpito della chiesa, denunciando la condotta libertina ed i costumi troppo disinvolti di alcune ragazze e ragazzi del paese.


"I Cleptomani" nel 1967. Da sinistra: Doriano, Pippo, Faele, Jonny. Alla batteria Peo.

L’estate del 1967 segnò una pagina importante nella storia del gruppo. Per alcuni mesi entrò a far parte del complesso un ragazzo siciliano, Jonny, che suonava divinamente la chitarra, tanto che venne accostato al mitico e indimenticabile Jimi Hendrix.

Jimi Hendrix a Woodstock

Gli amici di Verderio, per ricompensarlo, gli procurarono un lavoro a Bellusco e gli consentirono di dormire nel rustico. La nuova condizione eleva ulteriormente la qualità e le performance musicali del gruppo, le cui prestazioni erano richieste nei migliori concorsi canori della zona e nelle balere più in voga in quegli anni: Fontanella di Imbersago, il Circolo di Robbiate, il Canneto di Colnago e S.Zenone a Villa d’Adda. 

Alle esibizioni canore erano assiduamente presenti due ragazzi creativi ed eclettici, il Pupo e il Beretta, grandi amici dei componenti del complesso verderiese, tanto che trascorrevano il tempo tessendo fruttuose pubbliche relazioni a favore del gruppo, nonché facevano ballare le più “sfegatate” sostenitrici dei Cleptomani: Idelma, Elsa, Bruna, Vincenza ed altre ancora.

Da raccontare è l’evento che si tenne nel ’67 in occasione dello svolgimento del concorso “Asparago d’oro” presso il cinema Ponte di Mezzago. In quell’anno il complesso dei Dik Dik fu invitato come ospite d’onore al concorso. La giuria di gara eliminò i Cleptomani, ma il folto pubblico presente dissentì e cominciò a rumoreggiare, contestando la decisione della giuria ed acclamando il complesso di Verderio. Fu così che gli organizzatori, al fine di calmare gli animi, invitarono sul palco i nostri ragazzi che suonarono, increduli e inizialmente timorosi, con gli strumenti musicali dei Dik Dik. Durante la serata a Mezzago i DikDik  suonarono il famoso pezzo dei Procol Harum “A Whiter Shade of Pale”, tradotto poi da Mogol in italiano col titolo “Senza luce”, che fece conoscere il gruppo al grande pubblico.

Doriano mi ha raccontato che i Cleptomani ebbero il primo 45 giri del disco “A Whiter Shade of Pale” grazie ad un amico di Rino Galbusera che lo importò dalla Francia e furono così i primi in zona a suonare questo brano.    
 

I Dick Dick

Un’altra esperienza che il gruppo visse, che vale la pena ricordare, riguarda l’opportunità, fornita da Tony Spada, di accompagnare musicalmente, durante lo svolgimento di alcune serate, la cantante Emy Cesaroni, la quale balzò all’attenzione dell’opinione pubblica in quanto partecipò, sempre nel 1967, al varietà televisivo “Settevoci”, condotto da Pippo Baudo. 

Insomma, non si può certo dire che non si divertissero, i birboni. Anche nei momenti più critici, nei quali i più si fanno prendere dallo sconforto, i ragazzi del gruppo riescono a rivoltare la situazione a loro vantaggio, come in quell’occasione che dovevano suonare in una nota località turistica montana. Il pulmino, guidato dal fratello del loro agente, non passò a prenderli e così loro, senza scomporsi più di tanto, presero il treno e si diressero a Viserba di Rimini, bolgiastica località della costa adriatica, nella quale trascorsero tre giorni di mare, sole e puro divertimento, il tutto a spese della cassa del gruppo.

Verso la fine del 1967, nel gruppo avviene un nuovo e corposo avvicendamento; escono i tre ragazzi di Verderio Superiore, Pippo, Chiari e Faele, ed entrano due ragazzi di Cernusco sul Naviglio, Gigi e Massimo. Questi ultimi hanno studiato musica e sanno suonare molto bene. Ma il cambio non è traumatico, il gruppo è sempre coeso e tutti rimangono comunque buoni amici.

In occasione di un concorso riservato ai gruppi svoltosi a Cornate, i Cleptomani si presentarono con un bel brano dei Vanilla Fudge “You Keep Me Hangin'On”, classificandosi secondi. Anche in questo caso, come avvenuto qualche mese prima a Mezzago, il pubblico contestò la decisione, manifestando dissenso nei confronti della giuria che aveva premiato il gruppo “ I Vegetariani”.


Oltre alle solite serate nelle balere della zona, al nuovo gruppo venne offerta l’occasione di accompagnare musicalmente i “Ragazzi del Clan” che facevano riferimento ad Adriano Celentano.
Alla “Fontanella” di Imbersago suonarono con altri cantanti molto in voga in quegli anni, tra cui Franco IV e Franco I con la canzone “Ho scritto t'amo sulla sabbia” e Nico e i Gabbiani con “Guarda”.

Nel 1969 i Cleptomani si sciolgono a causa della chiamata a militare di due suoi componenti.
La decisione che venne assunta da parte di tutti fu di quelle che non lasciavano scampo: gli Evasi prima, ed i Cleptomani dopo, terminavano il loro viaggio e concludevano la loro esperienza, che per molti versi è stata intensa ed entusiasmante, ricca di prove, che è comunque servita ad introdurli, forse prima di altri, nel mondo degli adulti.

Nel 2001 i Cleptomani si sono ritrovati ed hanno suonato ancora insieme e nell'estate del 2003, dopo quasi 40 anni dalla fondazione, si sono esibiti al Centro Ricreativo di Verderio, aprendo la serata con il brano “A Whiter Shade of Pale”, dedicato all’amico Pupo. Lo spettacolo ha generato una forte e sentita emozione, perché ha ricordato a tutti i presenti il luogo dove, quei ragazzini di 15 e 16 anni, avevano mosso i loro primi passi.   

Come però avviene in molti aspetti della nostra vita, le narrazioni, anche quelle tra le più belle e intense, si chiudono, lasciando posto ad una scia di ricordi ed emozioni ma, soprattutto, consentendo ad altri di aprire nuove pagine e percorrere percorsi inediti.

Ringrazio Doriano Riva per la preziosa e cortese collaborazione.

Beniamino Colnaghi

martedì 29 maggio 2012

La Storia nei romanzi
 

“Di cosa siamo fatti, se non delle storie che ci hanno attraversato, anche se non sono la Grande Storia.”

Verso la fine del suo nuovo romanzo “Una storia chiusa”, Clara Sereni mette in bocca a un personaggio questa domanda. “Ho smesso da un pezzo di chiedermi se è andata proprio così, se le cose che mi raccontano sono vere oppure no. Probabilmente sono vere quando me le raccontano, sono vere per chi me le sta raccontando. E come tali le accolgo”.



Mi è piaciuta questa definizione, l’ho condivisa in pieno, tanto che, tra le pieghe, ho scovato in essa le motivazioni che mi hanno indotto ad aprire un blog su fatti ed eventi storici.
Non tanto e non solo sulla grande storia, che probabilmente si può scrivere con la S maiuscola, ma quanto sulle storie, siano esse personali o comunitarie, di gente sconosciuta o famosa, di chi ha comunque partecipato e condiviso un piccolo pezzo di storia attraverso le proprie azioni quotidiane.  

Queste piccole invenzioni sono concesse agli scrittori quando fanno i conti con la Storia, quando scrivono i loro romanzi nei quali, al centro, sono narrate le vite e le azioni delle donne e degli uomini. Clara Sereni ha dato vita a una piccola folla di uomini e donne che portano addosso, ciascuno a suo modo, i segni delle vicende pubbliche del secondo ‘900 italiano. Ma sono vicende pubbliche che si scontrano con il privato, i conti si riaprono, il passato non è mai sepolto del tutto.

Quindi, il titolo del romanzo è giusto, è davvero una “storia chiusa”, la Storia?

Sereni se lo chiede attraverso i suoi personaggi: ne risulta una riflessione serrata sulla memoria condivisa. Si può davvero condividere la memoria? Non è forse ciò che di più personale esista? Romanzi come “Una storia chiusa” possono contribuire, accanto al lavoro storiografico, ad alimentare e ad ampliare il racconto della nostra storia recente.

Negli ultimi mesi sono comparsi sugli scaffali delle librerie molti libri di narrativa, sui nodi del nostro passato, da “Dove finisce Roma” di Paola Soriga, sulla Resistenza, a “La legge dell’odio” di Alberto Garlini, sulla violenza di matrice nera degli anni ’70, passando per “Nel tempo di mezzo” di Marcello Fois, sul 1943. Come possono, queste narrazioni, a posteriori, entrare in una ipotetica storia romanzesca del ‘900 italiano?

Uno studioso americano, Hayden White, ci invita a non tralasciare, quando ragioniamo sulla costruzione della memoria storica, le fonti letterarie e cinematografiche. Se la storia, egli scrive, non è una disciplina scientifica, se è dunque una narrazione, perché non accettare che, accanto agli storici, abbiano un loro posto scrittori e cineasti?
In effetti sembra almeno difficile immaginare un trattamento della realtà storica  che non usi le tecniche proprie dell’invenzione nella rappresentazione di eventi.

Se un evento storico è esteriorità, chi può recuperargli interiorità? La questione è complessa ed il pavimento su cui ci si misura può essere scivoloso.

Giorgio Bassani

Tuttavia, il rinnovato stupore che suscita ad esempio “Il romanzo di Ferrara” di Giorgio Bassani, che Feltrinelli ha appena rimandato in libreria, spinge a parteggiare per White. Bassani ha scritto un libro di storia in forma di romanzo. Certo, è una storia in gran parte vissuta, testimoniata, ma tutto è affidato alla reinvenzione narrativa e lirica. Il modo in cui racconta un ragazzino che si aggrega alla marcia su Roma, in quel bellissimo racconto che è “Una notte del ‘43”, è così palpitante e carico di emozioni da evitarci la domanda se sia o no vero.

Pasolini e Calvino

La I guerra mondiale, la disfatta di Caporetto, gli anni del fascismo e la persecuzione antisemita rivivono nelle pagine di Gadda, Moravia e Vittorini, ma anche in Pennacchi, Baricco e Camilleri. L’Italia degli anni ’60, la contestazione giovanile e il terrorismo li raccontano Pasolini e Calvino, ma anche scrittori più giovani quali Lidia Ravera e Silvia Ballestra.

Insomma, la Storia continua, per citare Elsa Morante.

Beniamino Colnaghi

lunedì 21 maggio 2012

Placido Rizzotto, la sua lotta per la terra e i diritti



Placido Rizzotto nacque a Corleone, in Sicilia, il 2 gennaio 1914.

Fu dirigente socialista, partigiano e segretario della Camera del Lavoro, nonché capo del movimento contadino siciliano.

Partito militare e dopo aver combattuto in Carnia, Rizzotto passò alla Resistenza, militando nelle Brigate Garibaldi. Iscritto all’ANPI, la sua storia è dunque quella di uno dei tanti “ragazzi di montagna”  che hanno cercato un nuovo orizzonte politico e democratico, socialmente più avanzato, un riscatto nazionale dalla tragedia in cui il regime fascista aveva spinto il Paese. Ma, a differenza di tanti altri partigiani, egli aveva dovuto continuare una battaglia che in Sicilia non si combatteva solo con le ragioni della politica e con metodi democratici. 

Nel 1948 fu ucciso dalla mafia a Corleone ed il suo corpo fu gettato in un anfratto della Rocca Busambra, la montagna che sovrasta la città. Quel corpo fu volontariamente occultato dai mafiosi per evitare che anche da morto Placido Rizzotto potesse continuare ad essere il simbolo della battaglia contro la mafia e per il lavoro, la giustizia e la libertà.




Placido Rizzotto

 
Perché, a distanza di 64 anni dalla sua uccisione, si avverte nel popolo italiano una speciale attenzione per la sua figura? E perché il ritrovamento dei suoi resti ha generato così tanta emozione nell’opinione pubblica?

Una prima importante ragione sta nel fatto che il ritrovamento e l’identificazione sono una rivincita contro chi aveva voluto cancellare, insieme al corpo, anche la memoria di questo giovane. Il capo mafia locale, Michele Navarra, non si era limitato solo ad ordinare di eliminare Rizzotto e fare sparire il suo cadavere, ma aveva provveduto ad uccidere l’unico testimone dell’omicidio, un pastorello di appena 13 anni.

Le indagini, condotte dal giovane capitano dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, avevano condotto all’identificazione degli esecutori materiali, che in un primo momento avevano confessato il crimine, salvo poi ritrattare tutto nel corso del procedimento giudiziario, che sfociò in una clamorosa assoluzione per insufficienza di prove.

Un’altra ragione è dovuta al fatto che questa storia si svolge a Corleone, il paese salito alla ribalta per essere stato il centro da cui il “capo dei capi”, Totò Riina, lanciò, negli anni ’80, la sanguinosa offensiva volta a rinsaldare il controllo centralistico sulla varie famiglie mafiose inaugurando, al contempo, quella sanguinosa strategia terroristica diretta a colpire tutti coloro che si opponessero all’egemonia dei corleonesi.

Non è però un caso se Corleone sia stato al centro di tutto ciò. Corleone non è un paese come tutti gli altri.



Corleone



Negli anni novanta dell’Ottocento proprio da Corleone partì quella grande agitazione contadina per la riforma dei patti agrari, nota come “i fasci siciliani” e proprio in questo comune il movimento socialista conobbe importanti affermazioni grazie a Bernardino Verro, capo del fascio cittadino e primo sindaco socialista, poi ucciso dalla mafia nel 1915.

E ancora di nuovo nel 1946, grazie a Placido Rizzotto, Corleone diventò uno dei più importanti centri dell’agitazione sindacale per il diritto alla terra, che divenne contemporaneamente agitazione politica, socialista e comunista ed epicentro di un terremoto politico che portò all’affermazione della sinistra alle elezioni regionali siciliane del 1947.

Questi cambiamenti comportarono, da parte dei mafiosi, uccisioni in serie di sindacalisti e dirigenti della sinistra, fino al compimento, il 1 maggio 1947, dell’eccidio di Portella della Ginestra, la prima strage dell’Italia repubblicana.




Portella della Ginestra


Ancora oggi quelle fila di contadini che egli guidava all’alba con le zappe in spalla e le loro bandiere rosse per occupare i feudi, così come quella cooperativa che egli aveva fatto nascere per gestire i feudi occupati, ci ricordano che i diritti non fioriscono da soli, spontaneamente, come le bellissime agavi del paesaggio siciliano. Che essi hanno bisogno, per nascere e crescere, di esperienze politiche condivise, e talvolta di una lotta che non si è sviluppata solo attraverso la propaganda e il dibattito delle idee, ma purtroppo anche attraverso la sopraffazione e la violenza.

La storia di Placido Rizzotto ci ricorda tutto questo.


Beniamino Colnaghi  

 

 

venerdì 11 maggio 2012

I fatti di sangue alla Cascina Preti di Cornate d’Adda


Dalla strada che conduce a Villa Paradiso si stacca un viottolo che sbocca su un tradizionale edificio contadino, ora ben ristrutturato e conservato, che nella prima metà del secolo scorso comprendeva stalle, fienili e case d'abitazione. E’ la “Casina di Pret“. Qui si consumò il più grave fatto di sangue avvenuto nel Comune di Cornate d’Adda durante l'ultimo periodo bellico.


 

Cascina Preti

 
Alcuni anni fa avevo letto di questo fatto su “La Voce di Cornate d’Adda”, periodico d’informazione del Comune; ne avevo conservato copia, ripromettendomi di approfondirlo non appena avessi avuto il tempo necessario.

Così, in una bella e soleggiata giornata primaverile, ho inforcato la bicicletta e mi sono diretto alla Cascina Preti, augurandomi che i residenti fossero benevoli e disponibili a fornirmi utili informazioni.

Nell’orto che precede l’ingresso alla cascina ho incontrato il sig. Enrico Crippa, che, gentilissimo, mi ha aperto il cancello e, accompagnato dalla moglie, mi ha fornito le informazioni che cercavo e mi ha autorizzato a scattare qualche fotografia.




Il sig. Enrico Crippa

Questo è il racconto di quel terribile crimine.

Nella Cascina Preti, come del resto in altre case di Cornate e di altri comuni limitrofi, avevano trovato rifugio ex-prigionieri di guerra; nel caso in specie erano di nazionalità serba, che contraccambiavano l’ospitalità aiutando le famiglie contadine nei lavori dei campi e nella gestione degli animali. I coloni che vivevano in cascina non erano proprietari ma pagavano l’affitto delle abitazioni e dei terreni coltivati ad una facoltosa famiglia del paese.

Era il 21 febbraio 1944, un giorno di pieno inverno. Dopo cena gli abitanti della cascina, come di consuetudine, erano raccolti nelle stalle a riscaldarsi ed a farsi compagnia. In una di queste stalle i contadini ed i rifugiati serbi stavano giocando a carte.

Improvvisamente, l’abbaiare nervoso dei cani allarmò i residenti. Giuliano, che allora aveva dieci anni, venne mandato a dare un'occhiata; uscì dalla stalla e scorse nel cortile un nugolo di uomini armati che, muniti di torce, si spargevano nell’aia. Erano una settantina di soldati tedeschi e fascisti della RSI (Repubblica Sociale Italiana) che, lasciate le camionette sulla strada per Villa Paradiso, si erano inoltrati a piedi verso la cascina.



La stalla ora ristrutturata

La prima cosa che il piccolo Giuliano fece fu quella di scappare verso la stalla di Luigi Porta, nella quale c’era suo padre, ma la corsa attirò una raffica di mitra che lo colpì alla caviglia destra (guarirà, ma gli rimarrà una menomazione permanente). Il bambino riuscì comunque ad arrivare alla stalla poco prima che i presenti decidessero di barricarsi dentro.

Ma tutto fu inutile, la lotta fu impari.

Fascisti e tedeschi sfondarono la porta ed entrarono nella stalla, individuando in Luigi Porta il maggior autore della resistenza. Nel trambusto generale, i prigionieri serbi tentarono di fuggire ma uno di essi fu colpito a morte, mentre altri due rimasero feriti. Tutti gli abitanti della cascina furono radunati sotto il portico principale, compresi i bambini piccoli e le donne anziane. Enrico Crippa, che all’epoca aveva sei anni, era a letto con la mamma; fu fatto scendere dal primo piano e radunato con tutti gli altri. Luigi Porta accennò una protesta, un lamento. Non fece in tempo a terminare le sue parole che alcuni soldati gli si scagliarono contro, massacrandolo a colpi di calcio di fucile alla testa, tanto che, ridotto in fin di vita, morirà nel suo letto dopo due giorni di agonia e sofferenze.

I nazifascisti misero a soqquadro le povere abitazioni delle sei famiglie che qui abitavano, asportando le poche cose in esse contenute, compresi i generi alimentari, trasformando così l‘operazione di polizia in un saccheggio. Il sig. Enrico Crippa mi ha raccontato che portarono via anche un maiale di oltre due quintali, appena macellato, salvo poi spargerne alcuni pezzi lungo la stradina sterrata. Il pretesto fu anche quello che, a dire dei fascisti, i contadini della cascina aiutassero i partigiani locali, dei quali, però, non trovarono nemmeno l'ombra.

Oltre la refurtiva requisita, i nazifascisti ripartirono con alcuni ostaggi che vennero in seguito rilasciati, tranne Battista Crippa, classe 1901, il papà di Enrico. Non si è mai saputo il motivo per il quale il buon Battista non fu liberato insieme agli altri prigionieri. E’ una legittima domanda che ancora oggi si pongono i suoi parenti.

Il contadino di Cornate d’Adda fu imprigionato nel carcere di S. Vittore. Il sig. Enrico mi ha riferito che sua mamma, accompagnata da alcuni parenti, andò a Milano a far visita al marito imprigionato, portandogli un pacco di indumenti e di generi alimentari.

Ma, purtroppo, il destino di Battista Crippa era ormai segnato. Dopo pochi giorni fu deportato al Campo di transito di Fossoli, in provincia di Modena, dove fu inserito nell‘elenco dei prigionieri da trasferire in Germania con il convoglio partito da Firenze nei primi giorni di marzo del 1944. Il treno ebbe destinazione Mauthausen. Qui fu immatricolato e classificato schutzhaftlinge (deportato per motivi di sicurezza).

Fu successivamente trasferito a Ebensee dove morì nel mese di maggio del 1944, due mesi dopo la sua partenza dall‘Italia.

I parenti non ebbero notizie certe sul destino del loro congiunto per molto tempo, tanto che la moglie di Battista diceva a tutti che suo marito era ancora vivo e che, prima o poi, sarebbe ritornato a casa.



A Luigi Porta, massacrato col calcio dei mitra e dei fucili, in ricordo di quei terribili fatti successi alla Cascina Preti, il Comune di Cornate d’Adda ha intitolato una via nel centro storico del paese.

A Battista Crippa e Luigi Porta lo stesso Comune, nel decimo anniversario dell’evento, ha dedicato una targa apposta sul muro di ingresso della cascina.

Fonti: notizie tratte da testi di Adriano Caiani, Mario Parma e dall’intervista a Enrico Crippa.

Beniamino Colnaghi

sabato 5 maggio 2012

La Prussia Orientale

È il mese di gennaio del 1945 nella regione della Prussia Orientale, un mese glaciale in cui tremende tempeste di neve si alternano a giornate calme, col cielo color grigio ardesia e la neve, bianchissima, che offusca la vista. Lungo una strada circondata da cumuli di neve e ghiaccio avanza una carovana. Sono civili prussiani che hanno fatto salti di gioia quando i carri armati di Hitler hanno invaso la Polonia nel 1939, rendendoli di nuovo cittadini tedeschi. Ora sono in fuga verso ovest. In fuga dai russi, che hanno occupato già buona parte della regione e inseguono a colpi di artiglieria i profughi. La carovana si arresta davanti alla Vistola. Il fiume è ricoperto da uno spesso strato di ghiaccio e brilla come una pista di pattinaggio. Le granate squassano il terreno e, a ogni esplosione, i cavalli si imbizzarriscono e i bambini, affamati e congelati, strillano. Anna Emmerich ha diciotto anni e i capelli dorati come le pannocchie. È la giovane figlia di un'influente famiglia tedesca con una bella casa e una vasta tenuta nei pressi di Thorn, nella quale probabilmente già bivaccano i russi. Suo fratello maggiore è a combattere da qualche parte nel sud, nei dintorni di Budapest, il secondo è stato spinto a unirsi al Volkssturm e il terzo ha appena smesso i calzoni corti.
Quella appena accennata è una brevissima recensione di un intenso romanzo che ho letto recentemente, “L’inverno più lungo” di Chris Bohjalian. Basato su una storia vera tratta da un diario, “L’inverno più lungo” narra di un’epica fuga dalla Prussia orientale devastata dalla guerra. Descrivendo con maestria la forza e l’emozione dell’amore insieme al terrore e alla crudeltà della guerra, Chris Bohjalian ha intessuto un ricca storia capace di dare volto a una delle grandi tragedie del ventesimo secolo.
 
Cenni storici
La Nazione nota come Prussia nacque sullo Stato fondato e governato fin dal Medioevo dall'Ordine dei Cavalieri Teutonici. Nel corso di secolari lotte contro la Polonia e la Lituania, i Cavalieri dovettero secolarizzare il loro Stato e cederne la zona occidentale alla Polonia nel 1466. Quanto restava ad Est divenne la storica Prussia Orientale (Ostpreussen). L'ultimo Gran Maestro dell'Ordine, Alberto di Brandeburgo, divenne il primo sovrano del Ducato di Prussia nel 1525. Egli fu anche il fondatore dell'Università Albertina dove nel XVIII secolo insegnò il filosofo Immanuel Kant, il più illustre dei figli di Königsberg. La storia assegna al Duca Federico Guglielmo di Hohenzollern - Brandeburgo detto «il Grande Elettore» (1620-1688) il ruolo di colui che pose le basi materiali, militari e politiche del futuro Regno di Prussia.


Una vecchia cartolina della Prussia Orientale

Nel XVIII secolo il Regno poté progressivamente espandersi sotto la guida di grandi condottieri militari, che furono anche grandi sovrani. La Prussia si diede ordinamenti civili e militari che eccellevano fra le nazioni dell'epoca. Le ricche città di Königsberg e Danzica divennero centri politici commerciali e artistici di rinomanza europea. All'inizio del XIX secolo le guerre napoleoniche travolsero anche la Prussia sul cui territorio ebbero luogo le battaglie di Eylau e Friedland che costrinsero il re Federico Guglielmo III e lo Zar Alessandro I alla pace di Tilsit nel 1807.


Ma le guerre napoleoniche si estinsero con le battaglie di Lipsia (1813) e Waterloo (1815). Da allora l'espansione della Prussia divenne inarrestabile. Sotto la guida del Cancelliere Bismarck combatte vittoriose guerre contro la Danimarca, contro l'Austria e infine contro la Francia (1870). Il Re di Prussia, Guglielmo I, venne proclamato nella reggia di Versailles Imperatore di Germania il 18 Gennaio 1871.

La Prussia Orientale, di colore rosso, all'interno dell'Impero Tedesco nel 1871

Lo storico nome di «Ostpreussen» diverrà il simbolo dell'unità della Germania e del nazionalismo tedesco. Nel corso della I Guerra Mondiale il maresciallo Hindenburg inflisse ai russi quella devastante sconfitta nella zona dei laghi Masuri che contribuirà alla capitolazione russa nel 1917.


Il corridoio di Danzica, 1923 - 1939

La pace di Versailles (iniqua sia per la Germania sia per l'Italia sebbene per motivi diversi) impose le utopie del Presidente americano Wilson, fra cui la costituzione del cosiddetto «corridoio polacco» che stravolse etnicamente e politicamente l'intera regione, perché separò territorialmente la Prussia Orientale dal Reich. Fece inoltre dell'area di Danzica, abitata da 300.000 cittadini tedeschi, una cosiddetta «Città Libera», separata anch'essa dal resto del Reich. Come è noto, la decisione polacca nel 1939 a non concedere le vie di comunicazione fra i due tronconi del Reich richieste dalla Germania, unita all'accanimento con il quale Roosevelt cercava di provocare il «casus belli» sfruttando il patto di assistenza militare fra Francia, Inghilterra e Polonia, ed infine l'ostentata neutralità italiana, nonostante il Patto d'Acciaio firmato da pochi mesi, indussero l'Inghilterra e la Francia a dichiarare guerra alla Germania per «proteggere l'integrità territoriale della Polonia».

Nei mesi finali della II Guerra la regione in questione fu attraversata da feroci e sanguinarie battaglie, di offensive sovietiche e alleate e controffensive tedesche. La gloriosa storia della Prussia diverrà fatale per questa tormentata terra, perché Stalin la identificherà con lo spirito stesso della Germania e del nazionalismo tedesco. Volle Königsberg distrutta e ne deportò la quasi totalità della popolazione.
 
Il dopoguerra
L'inverno '45-'46 fu rigidissimo ed il freddo si aggiunse alla fame, alle malattie e alle deportazioni. Nel 1946 Königsberg prese il nome di Kaliningrad, dal nome Stalin, Kalinin, secondo presidente dell'Unione Sovietica. La città fu ripopolata con russi che, volenti o nolenti, vi furono trasferiti dalle più remote frontiere dell'Unione Sovietica, mentre la popolazione tedesca veniva sistematicamente lasciata ai margini. Il risultato è oggi evidente: non c'è più un singolo volksdeutscher (tedesco etnico) in tutta la «exclave» di Kaliningrad. L'avvicinarsi dell'Armata Rossa aveva già causato l'esodo della popolazione dalle abitazioni, dai campi, dai villaggi che avevano costituito per secoli la sua patria. Le altre mutilazioni imposte dagli Alleati alla Germania alla fine della guerra con la perdita della Slesia, dell'Alsazia e dei Sudeti, unitamente a quella della Prussia Orientale, generarono un flusso di profughi ammontante a quattordici milioni di tedeschi, dei cui destini nessuno nel dopoguerra volle più occuparsi.
 
Il futuro dell'exclave di Kaliningrad
Dopo la caduta dell'Unione Sovietica è rinato l'interesse di storici e studiosi per il passato teutonico prussiano e germanico della splendida Königsberg. Dopo mezzo secolo di silenzi rivive nelle giovani generazioni il desiderio della riscoperta del proprio passato. 

Come è sempre avvenuto dopo ogni guerra, gli stati vincitori si sono spartiti e annessi parte dei territori dei perdenti. Nel 1945 si trattò soltanto della annessione di territori ex-nemici all'Unione Sovietica, ma poiché anche la Lituania era allora parte integrante dell'Urss vi era la piena continuità territoriale fra il territorio di Kaliningrad ed il resto dell'Urss.
Non vi erano quindi problemi di comunicazione. Tre eventi hanno in seguito influenzato la situazione politica e commerciale di questa strana «exclave» che confina a Nord con la Lituania, a Est e a Sud con la Polonia: l'indipendenza della Lituania nel 1991, l'ingresso della Polonia nella Nato e l’inclusione sia della Lituania sia della Polonia nell'Unione Europea. Non esiste più la continuità territoriale con l'attuale Russia, anche se la Russia ne ha mantenuto la sovranità.

È difficile tuttavia immaginare che il territorio di Kaliningrad rimanga indefinitamente nella situazione in cui si trova oggi. Negli ultimi anni sono state formulate diverse ipotesi sul possibile futuro dell’exclave russa. Quella forse più praticabile potrebbe prevedere la costituzione di una quarta Repubblica Baltica, in analogia con le repubbliche ex-sovietiche Lituania, Lettonia, Estonia divenute indipendenti. Questa ipotesi costituisce la massima aspirazione della popolazione locale che si sente ormai distaccata ed orfana. Ciò significherebbe però la rinuncia da parte della Russia alla sovranità sulla propaggine più occidentale del suo territorio, con l'importante base navale di Pillau e si tratta pertanto di un'ipotesi utopistica, almeno per le attuali generazioni.

Beniamino Colnaghi

Fonti
Chris Bohjalian, L’inverno più lungo, Neri Pozza, 2009.
Vari siti web che si occupano di storia.

venerdì 27 aprile 2012

Vittorio Zanin, “Ul cadregàtt” di Rivamonte Agordino

"Cadregàtt" era colui che riparava/impagliava “I cadrech”, ossia le sedie impagliate. Normalmente girava in bicicletta con un sacco di iuta contenente il necessario per riparare le sedie (pialla, martello, chiodi, sega e paglia) e passava di corte in corte e in ogni cascina, anche in quelle più sperdute, chiedendo alle famiglie se avessero delle sedie da riparare. La paglia generalmente usata era quella ottenuta dalla segale, ma a volte se ne potevano usare anche altri tipi.

Fino al boom economico degli anni ‘60, le sedie erano quasi tutte fatte a mano e a causa dell'usura era necessario di tanto in tanto farle passare nelle mani del cadregatt.
Alcuni di questi abili artigiani provenivano dalle valli bergamasche, come pure erano bergamaschi alcuni mulita (arrotino), umbrelàtt (ombrellaio) o gli spazzacamini, antichi e tradizionali mestieri che venivano tramandati di padre in figlio.
Vittorio Zanin, invece, era di Rivamonte Agordino, in provincia di Belluno.

Vittorio Zanin


L’Agordino, zona a minoranza linguistica Ladino-Veneta, era la patria dei minatori e dei seggiolai e da lì, a partire dalla fine dell‘Ottocento, sono passate intere generazioni di “caregheta” (in dialetto bellunese), gli impagliatori di sedie che scendevano a valle e solcavano tutte le aree del Nord Italia con il loro impareggiabile sapere artigiano.

Rivamonte Agordino innevato

Un lavoro duro quello dell’impagliatore, che passava ore ed ore a intrecciare la paglia intorno al sedile e che spesso, pur non essendo falegname, ricostruiva l’intera sedia. I “tressi”, cioè i pioli, le asticelle di legno che uniscono le gambe delle sedie, venivano fatti d’inverno quando i “caregheta” tornavano al paese, sulle montagne agordine, e restavano chiusi in casa ad aspettare che smettesse di nevicare. E lo schienale arcuato veniva scolpito con l’accetta, non si usava piegare il legno, era un lavoro di grande precisione.
Nell’agordino i “caregheta“ venivano anche soprannominati "conthe" perché usavano un loro linguaggio particolare detto appunto "scabelament del contha" che serviva per parlare liberamente tra loro, quando, lontani dal paese, potevano colloquiare con i paesani che incontravano, fornendosi notizie importanti sul lavoro, senza essere compresi dai clienti.
L'attività dei "conthe" è attualmente quasi del tutto scomparsa, anche se esistono ancora alcuni artigiani che la svolgono, seppur in modo saltuario o su specifica richiesta.

La chiesa di Rivamonte dedicata a San Floriano

Ritorniamo a Vittorio. Perché sto raccontando la sua storia? Per almeno tre motivi. Primo perché era nato nello stesso paese ove nacque mia nonna Adele. Secondo perché l’ho conosciuto, non a Rivamonte, dove, fino all’età di sedici anni, ho trascorso delle piacevoli vacanze estive, ma a Verderio. E poi perché Vittorio è morto a Verderio superiore.
Andiamo però con ordine.
Vittorio Zanin nasce a Rivamonte il 13 aprile 1905 da Costante e Maria Zanin.
Fino agli anni ‘50 del secolo scorso, l’Agordino era una zona depressa, non c’erano fabbriche e grosse attività commerciali e industriali ed il turismo non era ancora sviluppato.
L'economia locale era costituita principalmente dall'attività estrattiva delle miniere della Valle Imperina, dall'agricoltura e allevamento di bestiame (a carattere familiare) ed in seguito anche dall'attività di costruzione ed impagliatura di sedie, che impegnava stagionalmente i rivamontesi in varie regioni d'Italia e all'estero.
La grave carenza di lavoro obbligò molti giovani ad emigrare, sia nel Nord Italia, sia in quei paesi esteri ove fossero presenti miniere, principalmente in Francia, Germania e Belgio.
Anche Vittorio e mia nonna Adele se ne andarono da Rivamonte in cerca di lavoro: il primo divenne un “cadregàtt” e girò in lungo e in largo le regioni del Nord Italia, la seconda si stabilì a Milano, in casa di una famiglia benestante, finché, nel 1927, si sposò a Porto d‘Adda con mio nonno Giuseppe. A Porto, i miei nonni rimasero fino al 1957, per poi trasferirsi a Milano.
Seppur di cognome facessero entrambi Zanin, mia nonna mi raccontava che non erano parenti, ma erano comunque amici perché, essendo coetanei, trascorsero la loro giovinezza a Rivamonte.


Un “cadregàtt” in una foto d’epoca

Vittorio, quando passava in Brianza, percorreva le strade dei nostri paesi in sella ad una bicicletta nera; periodicamente si fermava anche a Verderio e nei paesi limitrofi. Dormiva dove capitava; molto spesso era ospitato dai contadini ma, in mancanza di meglio, si adattava a dormire sui fienili e nei rustici di campagna. Era un uomo di montagna abituato ai sacrifici e la vita dura non lo spaventava di certo.
Feci la sua conoscenza, sebbene il ricordo sia reso labile dalla mia giovane età, quando Vittorio passò da Verderio a salutare mia nonna che stava trascorrendo un breve periodo a casa dei miei genitori. Mi ricordo di un uomo di media statura e con la barba incolta, che con mia nonna parlava un dialetto per me incomprensibile. Presumo fossimo verso la metà degli anni’60.
Anche nell’autunno del 1967 “ul cadregàtt” di Rivamonte era a Verderio Superiore. In quel frangente Peder Tunâ, Pietro Ponzoni, che abitava alla “gesa vegia” gli mise a disposizione il suo fienile per la notte, l’acqua per lavarsi e un piatto di minestra calda per rifocillarsi. Mi risulta che si fermò alcuni giorni, il tempo di portare a termine delle impagliature di alcune sedie commissionategli da alcuni residenti.
Alle prime luci dell’alba del 6 ottobre 1967, non avendolo visto scendere dal fienile e non avendo ricevuto risposta alle loro chiamate, i fratelli Ponzoni sono saliti sul fienile ed hanno scoperto il corpo senza vita di Vittorio; probabilmente la morte fu causata da un infarto. Fu un brutto colpo per loro e per tutte le persone che l’avevano conosciuto, perchè era un uomo buono e ben voluto.
Fu avvisato immediatamente l’allora messo comunale, “ul cunsul”, Antonio Cassago, il quale fece denuncia di morte presso il competente ufficio del Comune. Della sorte di Vittorio fu avvisata una sorella che viveva a Milano, la quale, dopo il rito funebre, in accordo con il Comune, fece seppellire il fratello nel cimitero di Verderio superiore.
Le spoglie mortali di Vittorio Zanin sono ora conservate in una piccola urna dell’ossario, sulla destra rispetto alla cappella centrale dello stesso cimitero.

Beniamino Colnaghi