1946 – 1947,
anni cruciali per la nuova Italia uscita dal fascismo e dalla guerra
L’Italia
del 1946-’47 era un Paese affamato, in rovina, con distruzioni e bombardamenti
che avevano cancellato interi quartieri, da Palermo a Milano, da Napoli a
Torino e migliaia di case, fabbriche e attività commerciali, monumenti storici.
L’Italia era tornata libera, ma sul suo territorio si accampavano ancora gli
eserciti alleati che l’avevano percorso da sud a nord per tutta la sua
estensione. E dagli organi politici di controllo angloamericani si continuava
in qualche modo a dipendere, anche perché gli aiuti materiali da quella parte
soltanto potevano giungere. Aiuti indispensabili: dalle derrate alimentari al
carbone, dai macchinari ai binari delle ferrovie. Era l’Unrra, a quei tempi
mitica sigla, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si era assunta l’immane
compito di riavviare la ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra. Piccole
gocce d’acqua di fronte all’oceano dei bisogni da soddisfare.
Governare
era d’avvero impresa ardua. Dal dicembre del ’45 era in carica il primo
ministero presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi. Al suo fianco gli uomini migliori dei partiti
antifascisti, che avevano combattuto la dittatura fascista e si erano posti
alla testa della resistenza all’occupazione tedesca e al governo della
Repubblica sociale di Salò, nata dopo l’8 settembre del ’43. C’era Pietro
Nenni, vicepresidente del Consiglio, Palmiro Togliatti, ministro della
Giustizia, ed altri politici di prim’ordine. A ciascuno di loro spettavano
responsabilità di grande peso, in un clima dominato da aspri scontri sociali,
determinati dalla diffusa assenza di lavoro, dalla inflazione, dalla perdita
progressiva del potere d’acquisto dei salari, da un’industria che doveva rinascere
e riconvertirsi, dall’agricoltura che riscopriva con la libertà la voglia di
riscatto di milioni di contadini, braccianti e mezzadri, da un commercio
semidistrutto e paralizzato, dalle ancor più divaricate condizioni economiche e
sociali delle popolazioni del Sud e del Nord Italia.
Eppure
si doveva governare e risollevare le sorti del Paese.
C’era
da affrontare il problema della pacificazione, dopo la sanguinosa guerra civile
che aveva posto gli italiani gli uni contro gli altri, partigiani e “repubblichini”
di Salò, lasciando penosi strascichi di odio, risentimenti, vendette. Così
com’era necessario stabilire il grado di
responsabilità di quanti con il fascismo avevano soccorso alla soppressione
delle libertà e al fallimento di una guerra ingloriosa e perduta. E come se non
bastasse, l’Italia doveva scegliere quale istituto la dovesse reggere,
monarchia o repubblica, e affrontare le clausole iugulatorie di un trattato di
pace che la vedeva a quel tavolo fra i paesi vinti, a fianco di Germania e Giappone.
E’
in quell’atmosfera che si avvia il confronto istituzionale. I partiti di
sinistra sono ovviamente schierati a favore della Repubblica; la Democrazia
cristiana è profondamente divisa tra le due anime del cattolicesimo, riformista
e conservatore. Su questo partito si stanno appuntando le speranze di quanti
nel paese temono cambiamenti sociali e ravvisano nei comunisti e nei socialisti
le avanguardie interne del blocco sovietico, che in virtù delle vittorie
militari contro la Germania nazista, si era spinto sino ai confini dell’Italia.
Abbattere
la monarchia impersonata da Casa Savoia sembrava il passo preliminare,
indispensabile per aprire una nuova stagione di libertà e democrazia. Troppo
intrecciata con il fascismo, con i lutti e le sciagure che ne erano derivati,
perché potesse sopravvivere e aprire una nuova stagione storica.
Fu
una battaglia senza esclusione di colpi, che portò il paese sull’orlo di una
spaccatura irrimediabile. Il 2 giugno 1946 gli italiani si sarebbero dovuti
pronunciare con un referendum sul permanere o meno della monarchia e scegliere
nello stesso tempo i rappresentanti dei partiti che avrebbero dato vita alla
Assemblea costituente che sancisse la nuova forma dello stato.
La
Repubblica fu votata dal 54,3% degli elettori, con 12 milioni e 718 mila
suffragi, contro i 10 milioni 719 mila della Monarchia. Pochi giorni dopo il
voto, esattamente il 7 giugno, re Umberto II annuncia che non lascerà l’Italia,
poiché ritiene che la vittoria repubblicana non sia ancora accertata. Il 10
giugno la Corte di cassazione, cui è devoluta la comunicazione ufficiale del
responso, attribuisce sì il successo alla Repubblica ma ancora non fornisce il
computo complessivo dei voti non validi. Nel Nord e nel Centro del paese, dove
la Repubblica era stata votata dal 65%, questi ritardi vengono interpretati
come un tentativo di sabotare il verdetto popolare; si tengono numerosi cortei
di protesta e accese manifestazioni di piazza. Dopo ulteriori distinguo e
minacce, finalmente il 13 giugno Umberto II lascia l’Italia lanciando un
proclama in cui accusa il governo di avere assunto poteri che non gli
spettavano.
Un
paese profondamente spaccato e che nel voto politico, quello destinato
all’Assemblea costituente, aveva scelto la Democrazia cristiana come partito di
maggioranza relativa con il 35% dei voti, contro il 20,7% dei socialisti e il
19 del Partito comunista.
De
Gasperi dà vita ad un nuovo governo del luglio successivo, ancora basato
sull’alleanza fra dc, socialisti, comunisti e repubblicani. Prima della
formazione del nuovo governo, Palmiro Togliatti, nella sua qualità di ministro
di Grazia e Giustizia, aveva varato un provvedimento di amnistia generale per i
reati commessi durante e subito dopo la guerra di liberazione. Era l’atteso
atto di pacificazione nazionale che comporterà la scarcerazione di migliaia di
appartenenti alle formazioni militari della Repubblica di Salò. Ma l’Italia
ufficiale, quella dei vecchi poteri e dei burocrati appartenuti al fascismo,
non vedeva l’ora di reprimere la voglia di cambiamento emersa nel paese, dopo
la fine della guerra. Non a caso l’Alto commissariato per le sanzioni contro il
fascismo era stato già soppresso all’inizio dell’anno.
La
vita degli italiani continua però ad essere difficile, a tratti drammatica. Nel
Meridione, in particolare, si verificano ribellioni, saccheggi, assalti ai
municipi da parte di masse di contadini poveri, stremati dalla disoccupazione e
dalla fame. Ma anche nel Nord si susseguono scioperi, cortei violenti, scontri
con la polizia, si reclamano lavoro e aumenti salariali per far fronte
all’aumento del costo della vita. Alcuni gruppi di partigiani ritornano con le
armi in pugno sulle colline e sulle montagne, dove avevano combattuto durante
la Resistenza. Sono delusi e non vedono nulla che avanza della nuova Italia che
avevano allora sognato e per la quale avevano combattuto.
Ma
la vitalità degli italiani sembrava insopprimibile e alcuni aspetti della vita
di tutti i giorni riprendevano lentamente vita e forma: riaprivano le scuole, i
matrimoni ricominciavano a crescere, il campionato di calcio era ripreso, il
Giro d’Italia tornava sulle strade di un tempo.
Il
1946 stava finendo. Teneva banco la questione di Trieste, divisa sotto
amministrazione anglo-americana, da una parte, e di pertinenza jugoslava,
dall’altra, mentre a Parigi la conferenza delle nazioni vincitrici andava
tracciando i nuovi confini dell’Italia postbellica. Ma l’anno che andava
aprendosi, il 1947, avrebbe prodotto novità sconvolgenti sia in campo interno
sia internazionale. Il preannuncio fu dato dal viaggio negli Stati Uniti di
Alcide De Gasperi, missione che sin dall’inizio parve come un segnale di svolta
nelle relazioni politiche tra i partiti italiani. La coalizione antifascista
tra gli Stati che avevano combattuto le dittature era già entrata in fase di
profondo logoramento. Tra Unione Sovietica e Stati Uniti cresceva la diffidenza
e le parti si accusavano a vicenda di non rispettare i patti. Già nel marzo del
1947 si cominciò a teorizzare la nascita della “guerra fredda” tra le due
superpotenze. Qui in Italia, anche a causa della scissione avvenuta nel Partito
socialista di Nenni, De Gasperi cominciò ad allineare in maniera più stretta la
politica del governo alle posizioni degli alleati occidentali, indebolendo di fatto il peso politico di socialisti e
comunisti nell’esecutivo. Il 13 maggio lo stesso De Gasperi si dimette da
presidente del Consiglio e apre una nuova crisi politica e le successive
consultazioni per la formazione di un nuovo governo, che avvengono in un clima
teso, aggravato dalla strage avvenuta a Portella della Ginestra, in Sicilia, ad
opera della banda di Salvatore Giuliano, che aveva sparato sui partecipanti
alla manifestazione del Primo maggio. Portella della Ginestra è riconosciuta
come la prima strage politico-mafiosa dell’Italia unita.
Una recente manifestazione a Portella della Ginestra per ricordare la strage
Il
31 maggio De Gasperi dà vita ad un nuovo esecutivo nel quale non siedono più i
rappresentanti dei socialisti e dei comunisti. E’ un momento difficile per la
sinistra, trovatasi all’improvviso all’opposizione. La scelta della Dc, pare
concordata durante il suo precedente viaggio negli Stati Uniti, andava incontro
alla possibilità che l’Italia usufruisse degli aiuti americani, il futuro piano
Marshall, così necessari per il rilancio economico del paese.
Può
apparire incredibile che in questa situazione, dominata sempre da
manifestazioni di piazza che spesso terminano in conflitti a fuoco con la
polizia, i padri costituenti riescano a procedere nei loro lavori. Sono i 75
saggi che l’Assemblea Costituente aveva nominato per la definizione della nuova
Carta costituzionale, che promuovono ampi ed elevati dibattiti e che con
lungimiranza tracciano le regole condivise della nuova Italia. Ci sono momenti
di scontro e di divisione ma alla fine prevale sempre il superiore interesse
del Paese. Significativa l’accettazione da parte del Pci dell’art. 7 che
introduceva nella Costituzione i rapporti tra Stato e Chiesa, regolati dai
vecchi Patti Lateranensi sottoscritti dal Vaticano e dal fascismo. E il 27
dicembre del 1947 la nuova Costituzione, frutto di 170 sedute di discussione, sarà ratificata da 453 voti favorevoli e 62
contrari. La firma, diverrà emblematica, simbolica chiusura di una breve e
feconda stagione che aveva certificato la sconfitta del fascismo, la rinascita
democratica del Paese, l’instaurazione della Repubblica. Si chinano sul nuovo
testo, che accompagnerà noi italiani nel futuro, tre uomini simbolo del primo
mezzo secolo italiano: Enrico De Nicola, vecchia bandiera del liberalismo,
Alcide De Gasperi, capo del rinato partito dei cattolici democratici e Umberto
Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente, comunista, che il lunghi anni
di carcere inflittigli dai tribunali fascisti
non erano riusciti a piegare.