venerdì 20 dicembre 2019

I lavatoi pubblici della vecchia Brianza: luoghi di lavoro e socializzazione

I lavatoi pubblici rappresentano una delle testimonianze più preziose e, in moltissimi casi, meglio conservate della nostra storia pre-industriale e della cultura contadina. Sino agli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso, ossia fin quando venne portata l’acqua corrente nelle abitazioni e fino all’avvento delle lavatrici, in quasi tutti i comuni della Brianza si potevano ancora incontrare alcune donne anziane, cariche di ceste di panni, che si dirigevano verso il lavatoio pubblico.
Negli anni, parecchi di questi manufatti sono stati restaurati dalle amministrazioni comunali più sensibili e resi funzionanti; una buona parte versano ancora oggi in condizioni di abbandono, altri sono stati lasciati in stato di abbandono e nell'incuria generale, come se si trattasse di residui e inutili tracce del nostro passato.
Eppure vi fu un’età in cui la costruzione di un lavatoio coperto era percepita da una comunità come un’irrinunciabile conquista di carattere sociale. Presenti nelle città mercantili e nelle comunità più ricche sin dall’inizio dell’età moderna, in Brianza la costruzione di questi manufatti iniziò verso la metà del XIX secolo e  coincise con il lento e graduale miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie contadine e operaie locali. Da alcuni documenti d'archivio rinvenuti a Erba, Alta Brianza, si rileva che fin dal primo trentennio dell'Ottocento nei sette comuni allora autonomi (prima che si fondessero e costituissero la città di Erba) erano presenti lavatoi pubblici, tutti annessi a fontane e con abbeveratoio per le bestie. Alcuni erano alimentati da torrenti o rogge, altri dalle sorgenti di cui il territorio era ricco.
 

Il lavatoio di Imbersago
 

Senna Comasco
 
Ravellino di Colle Brianza

Spesso, come ad esempio il caso di Verderio, Imbersago e Senna Comasco, la costruzione del lavatoio venne finanziata dalla famiglia borghese del posto, come segno di munificenza verso la comunità che amministrava.  
In assenza di fonti e vasche pubbliche le ragazze e le donne lavavano i panni lungo i corsi d’acqua, presso qualche sorgente o sulle sponde dei laghi, degli stagni e dei fossati di scolo delle acque piovane. Le donne si inginocchiavano sulle sponde erbose e sporgendo il corpo verso l’acqua sfregavano con forza gli indumenti su tavole di legno o piani di granito.
Alcune fotografie storiche di quei tempi, scattate da alcuni fotografi, mostrano in maniera cruda e reale lo sforzo compiuto da gruppi di lavandaie sulle rive dei fiumi e dei laghi oppure sui navigli milanesi per mantenersi in equilibrio. Altri documenti mostrano le diverse fasi del lavoro femminile nei lavatoi della Brianza, in quegli anni ancora ampiamente frequentati.



Come si scriveva all’inizio di questo articolo, di queste vecchie e nobili strutture ne sono rimaste poche decine in buone condizioni, grazie alla sensibilità di amministrazioni pubbliche, associazioni e singoli benefattori. In alcuni paesi il lavatoio era comodamente posizionato nel centro abitato, mentre in altre situazioni le strutture orografiche del luogo non consentirono la captazione dell’acqua in un punto centrale, e quindi il lavatoio venne costruito in aperta campagna a distanze ragguardevoli dai centri abitati.
I lavatoi venivano ovviamente costruiti in prossimità di una fonte, di una sorgente, dalle quali l’acqua veniva captata e convogliata nella grande vasca centrale in pietra. Queste nuove strutture consentivano alle lavandaie di lavorare in piedi, al riparo dal sole e dalle intemperie, essendo la maggior parte coperte. La vasca, la cui dimensione permetteva contemporaneamente il lavoro di alcune donne, era composta da un piano inclinato in pietra, sul quale, le lavandaie, con la forza delle braccia, lavavano e risciacquavano gli indumenti. Talvolta la vasca era suddivisa in due o anche tre bacini comunicanti, dei quali, quello in prossimità dell’acqua sorgiva, era destinato al risciacquo.
 

Arlate Calco


Monguzzo


Novate di Merate
 

Verdegò

Le strutture edilizie che normalmente coprono le vasche si differenziavano spesso tra loro e venivano costruite in conformità alle caratteristiche del luogo, ai materiali a disposizione, alle esigenze ed alle risorse messe in campo da chi finanziava l’opera. Rispetto ai lavatoi che ho avuto modo di visionare e fotografare, la maggior parte sono costituiti da semplici strutture aperte a pianta rettangolare ed il tetto, strutturato da capriate lignee e sorretto da pilastri in mattoni, è coperto da tegole o coppi. In alcuni casi, i lavatoi sono aperti sui quattro lati, si veda Imbersago, Vertemate e Verdegò, mentre in altri le strutture avevano uno o entrambi i due lati minori chiusi da un muro. Altri ancora, come quelli di Arlate Calco e Monguzzo, sono aperti solo su un lato.
A Verderio ex Superiore le donne che abitavano nel centro storico facevano il bucato presso il lavatoio pubblico di piazza Roma. Come si evince dalla prima fotografia pubblicata qui sotto, il piccolo lavatoio era composto da una parete di mattoni, una pensilina metallica utile a ripararsi dalla pioggia e da due piccoli lavelli in granito, alimentati dall’acqua che veniva “pescata” da un serbatoio interrato, attraverso l’azionamento di due pompe manuali. Fu cosi fino al 1895, quando la famiglia Gnecchi Ruscone fece costruire la fonte Regina, una condotta composta di tubi in ghisa che prendeva l’acqua dal laghetto di San Rocco, sito appena sopra l’ospedale di Merate, e la portava nella villa padronale di Verderio. L’acqua venne utilizzata anche per alimentare un paio di fontane che abbellivano le proprietà degli Gnecchi, un rubinetto ad uso pubblico posto di fronte al municipio ed un nuovo lavatoio a due vasche, dinnanzi al quale, nel 1902 venne costruita la nuova chiesa parrocchiale.

 Verderio, il lavatoio di piazza Roma poi demolito nei primissimi anni Sessanta 
 
 
Verderio, il lavatoio costruito nel 1895

Purtroppo, come spesso accade quando l’uomo deve occuparsi dei segni della nostra storia e delle migliori tradizioni di un territorio, tramandati da chi ci ha preceduti, troppo tardi si è presa coscienza del valore storico, culturale e sociale rappresentato da questi manufatti, parte dei quali, seppur tutelati e vincolati dalla legge, sono stati lasciati in stato di abbandono per troppo tempo, come è toccato a numerose cascine e corti della Brianza, o, ancor peggio, incautamente e frettolosamente distrutti. 

Beniamino Colnaghi   

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