mercoledì 24 aprile 2013

La battaglia di Verderio del 28 aprile 1799

Sul giornale Il Resegone del 28 e 29 aprile 1899 comparve un trafiletto dal titolo “Il centenario della battaglia di Verderio”. La redazione del settimanale cattolico dette conto delle iniziative religiose proposte dal parroco pro tempore di Verderio Superiore, don Luigi Galbiati, al fine di ricordare l’evento e commemorare i caduti di quella cruenta battaglia, svoltasi il 28 aprile 1799.

Sull’evento in parola, nel 1999, su iniziativa della biblioteca intercomunale di Verderio, fu pubblicato, in occasione del duecentesimo anniversario, un interessante opuscoletto corredato di fotografie, stampe e disegni che raccontava il contesto storico e spiegava le motivazioni che indussero i più forti eserciti europei del tempo a scontrarsi proprio in questo lembo di Brianza.

Di seguito si riporta fedelmente quanto pubblicato da Il Resegone di Lecco sul numero del 28 e 29 aprile 1899.
 
Il centenario della battaglia di Verderio
    Scrivono alla Lega, 22:
    Promossa dallo zelante sacerdote che è al governo di questa parrocchia, il R. D. Luigi Galbiati, venerdì prossimo, 28 corrente, si celebrerà una festa religiosa in commemorazione della sanguinosa battaglia fra austriaci e francesi, avvenuta cento anni or sono nei pressi di questo paese.
    Quella famosa battaglia ai forestieri è richiamata da due monumenti, l’uno non molto discosto dall’altro. Il più importante è quello innalzato a ricordare un ufficiale ungherese, Samuele Schediuf, nobile di Modra.
    L’altro consistente in una colonna, è un ricordo per tutti i morti di quella giornata campale dell’esercito francese che in essa battaglia ebbe la peggio; poiché dopo gravi perdite dovette arrendersi col generale Verrurier, generale capo dell’esercito, e Fresia piemontese, al generale barone Wuhascovich, capo austriaco, e in una con questi si arresero 2900 soldati di linea, 400 cavalieri, 5 cannoni, 60 ufficiali ed una bandiera. Una vera sconfitta.
    Il nostro buon parroco adunque intende commemorare questo fatto bellicoso con sacre funzioni in suffragio dei caduti austriaci e francesi; con una processione dalla chiesa al monumento e con discorso d’occasione sul posto più cruento della battaglia.


 
Monumento fatto erigere dal conte Ambrogio Annoni in memoria del giovane nobile ungherese
Samuele Schedius, perito nella battaglia di Verderio.




Colonna commemorativa a ricordo dei caduti durante la battaglia.


Scritta sul basamento della colonna


Tomba di don Luigi Galbiati presso il cimitero di Verderio Superiore

 

Beniamino Colnaghi

giovedì 4 aprile 2013

Sandro Pertini: un padre della Repubblica e un grande italiano

Il 29 giugno 1978 iniziò la prima votazione per l’elezione del settimo presidente della Repubblica Italiana. Al 16º scrutinio, svoltosi l'8 luglio 1978, la Dc, il Pci ed il Psi fecero convergere i loro voti sul nome di Sandro Pertini, che fu eletto con 832 voti su 995, a tutt'oggi la più ampia maggioranza nella votazione presidenziale nella storia italiana.

Alessandro Pertini nacque a Stella, Savona, il 25 settembre 1896.
 
Sandro Pertini, in piedi, con la madre, il padre, la sorella Marion e il fratello Eugenio.
Fonte: http://www.pertini.it/cesp/p_foto.htm - Fotografia nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.
 
Quando fu eletto presidente, dunque, aveva 82 anni.
La sua elezione apparve subito un importante segno di cambiamento per il Paese, grazie al carisma e alla fiducia che esprimeva la sua figura di eroico combattente antifascista e padre fondatore della repubblica. Nel suo discorso d'insediamento, Pertini ricordò il compagno di carcere ed amico Antonio Gramsci e sottolineò la necessità di porre fine alle violenze del terrorismo ricordando, tra l'altro, la tragica scomparsa di Aldo Moro. Nel periodo della sua permanenza al Colle contribuì a fare della figura del presidente della Repubblica l'emblema dell'unità del popolo italiano. La sua statura morale contribuì al riavvicinamento dei cittadini alle istituzioni, in un momento economicamente difficile e costellato di numerosi avvenimenti delittuosi. Introdusse, per primo, il rito del "bacio alla bandiera" tricolore, che sarebbe divenuto usuale anche per i suoi successori.

26 aprile 1945, Pertini tiene un comizio a Milano.
Fonte: http://www.pertini.it/cesp/p_foto.htm - Fotografia nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.
 
Pertini fu anche il primo presidente della Repubblica a conferire l'incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana, il repubblicano Giovanni Spadolini, il quale presentò il suo governo il 28 giugno 1981. In seguito al terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, fu molto severo nel denunciare ingiustificabili ritardi dei soccorsi all'immane tragedia dei terremotati e lancio il famoso appello «Fate presto». Dopo la sua visita nelle zone terremotate, denunciò pubblicamente l'impotenza e l'inefficienza dello Stato nei soccorsi in un famoso discorso televisivo a reti unificate, in cui sottolineò la scarsità di provvedimenti legislativi in materia di protezione del territorio e di intervento in caso di calamità e denunciò quei settori dello Stato che avrebbero speculato sulle disgrazie come nel caso del terremoto del Belice.

Pertini fu particolarmente partecipe durante la scomparsa di Enrico Berlinguer, avvenuta nel 1984, tanto da partire personalmente da Roma con un volo presidenziale per poter scortare la salma nella capitale. Durante le esequie in piazza S. Giovanni, Nilde Iotti, dal palco delle autorità, ringraziò pubblicamente il presidente Pertini, scatenando un commovente applauso della folla partecipante.

Sandro Pertini e Enrico Berlinguer (fotografia nel pubblico dominio).

Assunse sempre un atteggiamento di intransigente denuncia nei confronti della criminalità organizzata denunciando «la nefasta attività contro l'umanità» della mafia e ammonendo sempre a non confondere i fenomeni criminosi delle varie mafie con i luoghi e le popolazioni in cui sono presenti. Nel discorso di fine anno del 1982 parlò espressamente del problema mafioso, ricordando le figure di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Spesso si ricorda la sua presenza durante i tentativi di salvataggio di Alfredino Rampi, un bambino di sei anni di Vermicino (Roma) caduto in un pozzo nel 1981 e la sua esultanza allo stadio di Madrid per la vittoria della Nazionale italiana ai Campionati del mondo di calcio del 1982.

1982. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini con Dino Zoff, Franco Causio e Enzo Bearzot.
Sul tavolo la coppa del mondo. Fonte Presidenza della Repubblica
 
La presidenza di Pertini favorì l'ascesa del primo socialista italiano alla guida di un governo. Nel 1983 diede l'incarico di formare il governo a Bettino Craxi. Per due anni e per la prima volta nella storia d'Italia, furono socialisti sia il presidente della Repubblica, sia il presidente del Consiglio dei ministri. Ciò nonostante, Pertini ebbe con Craxi rapporti altalenanti, dovuti essenzialmente alla diversa formazione e temperamento. Pertini spesso non condivise le mosse politiche craxiane, come nel caso del XLIII Congresso a Verona nel 1984, in cui Craxi venne eletto segretario per acclamazione anziché con la consueta votazione. I rapporti tra i due politici comunque si mantennero su un piano di cordialità e rispetto, nonostante non si amassero. Antonio Ghirelli, allora portavoce del Quirinale, riporta che Pertini, il giorno in cui doveva conferire a Craxi l'incarico di presidente del Consiglio, notò che il segretario socialista si era presentato al Colle indossando dei jeans e gli intimò di ritornare con un abbigliamento adeguato.

Il suo modo di intervenire direttamente nella vita politica del Paese rappresentò una novità per il ruolo di Presidente della Repubblica, che era stato, fino ad allora una figura strettamente "notarile". Quello che in seguito divenne un archetipo della funzione di stimolo del Quirinale nei confronti della politica, il cosiddetto "potere di esternazione", fu per la prima volta esercitato nella risoluzione della controversia parasindacale dei controllori di volo. Grazie all'indubbio prestigio di cui godeva, soprattutto tra i cittadini, fu in genere difficile per i vari esponenti politici non recepire, seppur talvolta controvoglia, le sue incursioni. Questo modo di fare, portò il sistema istituzionale a rassomigliare quasi ad un'anomala repubblica presidenziale.

Il suo pensiero politico può essere efficacemente espresso da alcune frasi tratte da sue interviste, una delle quali recita testualmente: «Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. [...]» (Sandro Pertini. Intervista CESP - Centro Espositivo Sandro Pertini).

La sua personalità era intrisa dei princìpi che avevano ispirato la democrazia parlamentare e repubblicana, nata dall'esperienza della Resistenza partigiana; era solito sostenere il suo rispetto della fede politica altrui tanto quanto il suo fermo rifiuto del pensiero fascista e di tutte le ideologie che rinneghino la libertà di espressione.

Il 29 giugno 1985, pochi giorni prima della scadenza naturale del suo mandato, si dimise dalla carica allo scopo di facilitare le procedure dell'elezione del suo successore. Al termine del mandato presidenziale divenne, come previsto dalla Costituzione, senatore a vita. In tale veste non svolse però alcuna attività politica né votò la fiducia ad un presidente del Consiglio da lui precedentemente incaricato. Durante e dopo il periodo presidenziale non rinnovò la tessera del Partito Socialista, al fine di presentarsi al di sopra delle parti, pur senza rinnegare i suoi ideali socialisti.
 

Sandro Pertini.
Fonte Presidenza della Repubblica

La notte del 24 febbraio 1990, all'età di 93 anni, Pertini si spense per una complicazione in seguito ad una caduta di pochi giorni prima nel suo appartamento romano, in una mansarda affacciata sulla Fontana di Trevi. Per suo espresso desiderio, il suo corpo fu cremato e le ceneri traslate nel cimitero del suo paese natale.
 
Beniamino Colnaghi

lunedì 1 aprile 2013

Gli Evasi

Anno 1965. La prima formazione de Gli Evasi si esibisce al Circolo di Paderno d'Adda.
Da sinistra: Doriano Riva, Chiarino Giancarlo Frigerio, Giancarlo Aldeghi, Raffaele Bonanomi, Luigi Villa.
Ringrazio la signora Bruna Viganò per la gentile concessione della fotografia.
Chi volesse saperne di più sulla storia del complesso di Verderio, può consultare l'articolo "Vennero gli Evasi e poi i Cleptomani: i complessi musicali a Verderio", postato nel mese di giugno 2012.

sabato 23 marzo 2013

Václav Synek: la mia esperienza di lavoratore coatto in Germania

L’ingegner Václav Synek, detto Vašek, è un cittadino della Repubblica Ceca ed abita in una bella città termale il cui nome è Poděbrady. E' nato nel gennaio 1925 ed ha quindi 88 anni compiuti. Vive in una graziosa villetta con giardino e frutteto, scrive da molti anni articoli per l’informatore del comune e, quando ne sente la necessità, si concede ai piaceri di una tonificante e rigenerante sauna nordica. Qualche mese fa, grazie ai buoni uffici di mia suocera, chiesi al signor Vašek la disponibilità a raccontarmi la sua storia circa il periodo trascorso nei campi di lavoro in Germania, durante la seconda guerra mondiale. Detto, fatto. Questo è il suo resoconto. (b.c.)

Quello descritto qui di seguito è quanto mi è accaduto nell’epoca della guerra 1939 - 1945.
Vivevamo nel Protettorato di Boemia e Moravia. I tedeschi erano ben coscienti della nostra poca affidabilità a combattere per loro, non chiesero a noi cecoslovacchi la chiamata alle armi, ossia la partecipazione diretta alla guerra, bensì ci obbligarono a lavorare per loro.
Durante quella guerra la vita è stata molto dura: la durata del lavoro era di oltre 48 ore settimanali, si lavorava di sabato e domenica, spesso si facevano anche i turni. Il guadagno era praticamente uguale per tutti. Tutto si comprava con i biglietti (tipo le tessere italiane ndr): alimentari, abbigliamento, scarpe e addirittura la camera d’aria della bicicletta. Chi voleva vivere doveva lavorare, gli alimentari non bastavano, si andava al mercato nero, si pagavano tanti soldi per avere poca farina dal mugnaio, latte, uova e burro dal fattore; se la polizia ti scopriva, potevano essere puniti sia il compratore sia il venditore. Era prevista una multa oppure, nei casi peggiori, la prigione. C’era anche qualcuno che scambiava le merce e praticava il baratto. Le giovani generazioni tedesche stavano combattendo in guerra e allora i capi nazisti li sostituivano con i giovani delle nazioni occupate: cechi, polacchi, serbi, croati, ucraini, russi… più tardi arrivarono olandesi, francesi e belgi. I cechi talvolta venivano utilizzati nelle organizzazioni paramilitari del lavoro, come Speer, Todk e Technische Nothilfe (TN). Su quest’ultima vorrei dire qualche parola. TN era una organizzazione nella quale i membri, a differenza dell’impiego forzato nelle fabbriche tedesche, erano senza diritto di paga; avevano da mangiare, dormire e vestire e tre sigarette al giorno. Facevano parte della TN gli studenti del 3° anno delle scuole professionali industriali meccaniche, delle costruzioni, elettriche e tessili provenienti dal tutto il Protettorato, che avessero dai 18 ai 23 anni. Erano gradualmente mandati nei posti più a rischio dove si svolgeva il bombardamento più massiccio e intenso, come per esempio Ruhrgebiet, Hamburg, Hannover, Braunschweig e Berlin. In un campo di lavoro di quest’ultima città, quando era al culmine la cosiddetta battaglia aerea di Berlin, mi sono trovato direttamente lì, proprio in quel momento.

Berlino bombardata, 1945 (fonte Archivio Federale Tedesco) 

Lavoravamo presso varie ditte di costruzioni, facendo gli sgomberi dopo i bombardamenti aerei, riparavamo i tubi di gas, acqua e fognatura, costruivamo i binari per il trasporto delle macerie, spegnevamo gli incendi, nascondevamo gli effetti personali delle persone ferite durante gli attacchi per essere poi riconsegnati ai legittimi proprietari. Abbiamo riparato il pantografo a Charlottenburg, in via Heerstraße, e coperto le finestre rotte al Ministero degli Interni, vicino alla Porta di Brandeburgo. Abbiamo portato via le macerie del Polizeipräsidium ad Alexanderplatz, sulla strada Grunnauer e presso Gorlitzer Bahnhof. Sotterravamo i cadaveri dopo i bombardamenti. I membri del Schutzpolizei ci consideravano degli stranieri e secondo quella concezione ci trattavano. Altri abitanti tedeschi avevano con noi rapporti diversi: in alcuni casi amichevoli, in altri, se li aiutavamo ci sopportavano, altrimenti ci ignoravano.
La nostra divisione, II Kompanie in Reichenberger Straße 65 - 67, aveva come comandante Fuhrer Wiltawsky e altri erano Feldwebel Schwarz, Feldwebel Stark, Oberscharfuhrer, Schneider, e altri ancora. Dalla sede del Protettorato ci accompagnavano Scharfuhrer Batik e Scharfuhrer Skalicka, entrambi forse solo di origine ceca.
Per definire nel dettaglio l’attività e le sofferenze subite, cito un contributo sintetico di un mio collega, Vlastimil Vicích, classe 1923, membro del TN.
Queste note sono state scritte per il bollettino Berliner Geschichtswerkstatt.
“Sono uno che è sopravvissuto in Joachimsthaler Straße, nel distretto di polizia 131. Lì successe una tragedia. Non conoscemmo mai il numero preciso delle vittime del bombardamento in quel luogo, supponemmo che lì fossero morti 50 poliziotti, 6 civili, 19 compagni di lavoro e una mamma con il suo bambino.
La seconda parte dello stabile dove è crollato il soffitto era adibita a rifugio per la cittadinanza. Sono stati mandati nel rifugio anche i bambini della scuola materna. Quando si è sentito scricchiolare il palazzo e viste crollare alcune pareti, i bambini si sono messi ad urlare e piangere. Abbiamo udito anche degli spari. Abbiamo pensato che fossero state le maestre che avevano accompagnato i bambini. Gli spari potevano provenire anche dai poliziotti, i quali hanno perso l’autocontrollo, non hanno retto la tensione, a causa delle ferite subite alcuni si sono suicidati. La realtà è che dopo aver portato via tutte le macerie, non è stato trovato nessun corpicino dei bambini. Delle vittime della disgrazia e del successivo incendio sono rimaste solo alcune parti dei corpi carbonizzati, i quali potevano essere sepolti dopo due settimane. Dopo un mese alcuni miei amici hanno rivisto il luogo della disgrazia ed hanno trovato sotto degli stracci alcune rimanenze di corpi. Dalle rovine fuoriusciva ancora calore.
Giugno 1945, il Reichstag dopo il bombardamento alleato (fotografia nel pubblico dominio) 

Ritornando con la memoria al 23 novembre 1943, mi viene in mente un mare di fuoco sopra Berlino e le strade piene di rovine. Il cielo era coperto dal fumo rosso carminio. Le sirene annunciavano un altro bombardamento. Nel rifugio del distretto di polizia 131, come appena descritto, dopo il suono della sirena, corrono i poliziotti, i civili e i membri del secondo turno del TN, che hanno appena dato il cambio ai colleghi. Sono entrato immediatamente nel rifugio ed ho preso un corridoio stretto a sinistra. Sapevo che i posti a sedere erano occupati, e noi stranieri dovevamo rimanere in piedi nel corridoio. Fuori si è scatenato l’inferno, è stato terribile. Le bombe piovevano dal cielo e si sentiva un fischio assordante. Tutto il rifugio vibrava. Si sono spente le luci. Erano circa le ore 20 di sera. Ci siamo trovati nel centro del vulcano. Successivamente si è sentito un botto assordante e nel rifugio sono comparse le fiamme, sono crollati i pilastri e con un rumore assordante è crollato il soffitto. Dopo un silenzio tombale, abbiamo sentito l’esclamazione hilfe, aiuto. Quelli che erano seduti vicino alla parete erano sommersi dai detriti, stavano meglio quelli che erano posti negli angoli oppure in piedi. Alcuni pezzi del soffitto penzolavano ancora legati ai tondini di ferro. Ho raccolto le forze e sono uscito di corsa. Noi stranieri che eravamo in piedi abbiamo usati i coltelli a serramanico per aprire un varco verso l’uscita. Quelli che erano seduti ci hanno detto di aspettare, fiduciosi nell’aiuto di qualcuno dall’esterno. La mia forza interiore mi ha suggerito invece di continuare a lottare. Finalmente abbiamo aperto un varco di circa 70 centimetri verso una camera che permetteva la circolazione dell’aria nel palazzo. Essa era coperta da una grata in ferro che abbiamo segato con dei piccoli coltelli da cucina, in possesso di una vecchia signora che aveva portato con sé nel rifugio. E’ stato un lavoro immane. Purtroppo anche nella camera di ventilazione c’erano tante macerie e altre stavano cadendo dall’alto. Abbiamo quindi scoperto, con sconforto, che non poteva essere questa la via di salvataggio. Abbiamo sfondato la parete della camera di ventilazione per poi proseguire strisciando verso il cortile interno ed il giardino del palazzo. Dopo aver sfondato la parete, l’unico ostacolo era la terra, dato che eravamo ad un livello inferiore rispetto al piano strada. Abbiamo iniziato a scavare un tunnel: eravamo quattro cechi e due giovani tedeschi. Come strumenti abbiamo usato i resti delle sedie di ferro e gli elmetti d’acciaio. Le persone sommerse ci hanno scoraggiato, dicendo che il nostro il lavoro era inutile, perché le squadre di salvataggio sarebbero arrivate presto. Dopo aver scavato qualche ora, abbiamo udito il classico rumore delle fiamme. Poco dietro di noi abbiamo visto un forte chiarore e dopo aver girato lo sguardo abbiamo visto del magma bollente. Siamo scappati immediatamente nel tunnel appena scavato. Dentro il rifugio è colato del fosforo in fiamme. Nel cortile del distretto c’erano delle bombe al fosforo non esplose, lanciate da aerei inglesi, che sono state centrate da altre bombe nel frattempo cadute dal cielo. Chi ha potuto si è nascosto nel tunnel non ancora terminato. Gli altri, rimasti privi di protezione, sono stati avvolti dalle fiamme e stavano lanciando grandi urla di dolore. Abbiamo raccolto la sabbia e l’intonaco dal pavimento per proteggerci dal fuoco liquefatto. Dopo alcuni minuti, durati un’infinità, è stata liberata l’apertura verso il cortile. Per uscire ci hanno aiutato alcuni prigionieri russi, chiamati per il nostro salvataggio. Per primi sono usciti due tedeschi, dopo io e Jarda Nesvadba, Jenda Ciz, Zdeněk Miksan. Gli ultimi due avevano le gambe ustionate. Sono stato sedici ore sotto le macerie del tunnel. Dopo essere usciti ci hanno trasportati tutti in ospedale, dove i due ragazzi cechi ustionati sono stati ricoverati mentre io e gli altri siamo stati rilasciati per ritornare al nostro lavoro quotidiano.

Siamo ritornati a casa nostra nel mese di febbraio del 1944 e abbiamo immediatamente proseguito gli studi. L’1 agosto abbiamo terminato l’anno scolastico e dopo le vacanze estive abbiamo potuto continuare iscrivendoci al 4° anno della scuola professionale. Anche se questa drammatica avventura, durata sei mesi, è stata terribile, ad oggi mi sono rimasti dei ricordi limpidi e indelebili. Alla nostra sopravvivenza hanno contribuito anche i nostri caporali tedeschi, i quali hanno tollerato certe nostre mancanze nella condotta e nel comportamento e non ci hanno mai puniti, come invece prevedevano le regole che vigevano durante la guerra”.

Václav Synek

«Ai miei fratelli dei tempi della miseria: Belgi, Olandesi, Cechi, Croati, Polacchi, Italiani e Russi. Nella dura condizione di lavoratori forzati, noi eravamo già l’Europa della fratellanza, coloro che divisero il pane e la speranza».
Jean-Louis Queveillahc, deportato francese per lavoro coatto in Germania durante la seconda guerra mondiale.

martedì 12 marzo 2013

Pillole di storia lombarda: Ad U.F.A. 

Sono amico di Pietro Marchisio da oltre vent’anni. Abbiamo lavorato nello stesso ufficio per alcuni anni, durante i quali abbiamo scoperto affinità culturali e interessi comuni. Uno di questi attiene la passione per la storia e per le antiche tradizioni italiane, ma non solo. Con questo post inizia la collaborazione di Pietro Marchisio con il blog “Storia e storie di donne e uomini”.
(b.c.)

Vi siete mai chiesti da dove deriva il famoso detto lombardo “mangiare Ad UFA“, volendo significare l’ottenimento di qualcosa senza nulla pagare?
Raccontiamo la storia e le origini del detto. 
 
Nel lontano 1387 venne presa la decisione di utilizzare il marmo di Candoglia per la costruzione del Duomo di Milano, per il cui scopo il 16 ottobre venne contemporaneamente istituita la Veneranda Fabbrica del Duomo, l’ente che si occupa ancor oggi della gestione e amministrazione dei lavori riguardanti la costruzione e la conservazione del Duomo.
 
Candoglia, cava madre del Duomo di Milano (foto tratta dal sito www.lagomaggiore.it)
 
Il 24 ottobre 1387 il signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti, cedette in uso alla Veneranda Fabbrica le cave di Candoglia, site nel comune di Mergozzo, in provincia di Verbano Cusio Ossola, in Val d’Ossola, per lo sfruttamento del pregiato marmo. Il marmo di Candoglia ha un colore bianco-rosa, da chiaro a intenso, con venature sul grigio. Tuttora la Fabbrica del Duomo gestisce l’estrazione e la lavorazione del marmo per la realizzazione degli elementi scultorei di sostituzione e per i continui restauri della grandiosa cattedrale milanese.
 
Il Duomo di Milano in una bellissima foto di Giacomo Brogi del 1870 circa
 
La scelta, oltre che per la qualità del materiale, fu dettata dalla comodità di far scendere fino a Milano, per via fluviale, i pesanti blocchi di marmo con il minimo danneggiamento e la minor fatica: dal fiume Toce al lago Maggiore, dal Ticino fino al Naviglio Grande.

I blocchi di marmo estratti dalle cave venivano fatti scivolare nel fiume Toce con un sistema di grandi slitte chiamate lizze, costituite da tronchi e assi trattenuti da grosse corde di canapa, caricati su grossi barconi e poi immessi nelle calme acque del lago Maggiore, in quello specchio d’acqua denominato Golfo Borromeo. A Sesto Calende i barconi si immettevano nel fiume Ticino e, dopo aver superato imperiose rapide, giunti in località Tornavento, infilavano il Ticinello (Naviglio Grande) che scivolava verso Milano passando per Turbigo, Abbiategrasso, e Gaggiano arrivando fino al laghetto di Sant’Eustorgio, corrispondente all’attuale darsena di Porta Ticinese, per poi raggiungere il laghetto di Santo Stefano utilizzando i canali e i fossi della cerchia interna, precedentemente costruiti a difesa della città di Milano.


Milano, la darsena con i bastioni spagnoli nel 1880 (da wikipedia.org)
 
Imbocco del laghetto di Santo Stefano nel 1855 (da wikipedia.org)

Fu allora che Gian Galeazzo Visconti accordò speciali privilegi fiscali necessari al finanziamento della costruzione del Duomo ed in particolare decise l’esenzione totale dei dazi per trasporto dei marmi ed altri materiali necessari (legnami, sabbia, calce, ecc.) sui quali veniva apposta la sigla A.U.F.A., Ad Usum Fabricae Ambrosianae, che garantiva, in corrispondenza dell’incile del Naviglio Grande a Tornavento, l’esenzione totale del pagamento del dazio ed altri balzelli.

Da allora quella sigla è entrata nel gergo popolare lombardo ed ancora oggi, il detto Ad U.F.A., o sue varianti, è utilizzato per descrivere qualcuno che va a scrocco, mangia a sbafo, senza pagare.

Pietro Marchisio

Note
Le fotografie pubblicate sono nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.
 

venerdì 1 marzo 2013

Muntavégia


Il santuario di Montevecchia ed il Resegone