lunedì 25 agosto 2014

   Hin staa i sciouri?

Sono stati i ricchi? Chi promosse e organizzò l’insurrezione armata di Milano del marzo 1848, passata poi alla storia come le “Cinque Giornate di Milano”? É stato veramente il ceto colto e borghese, come si è affrettato a dire il popolo, quando Radetsky rientrò in città, oppure l’insurrezione è partita “dal basso”?
Il brano, che tende a rivisitare dal punto di vista popolare l’insurrezione di Milano, mi è stato gentilmente trasmesso da Pietro Marchisio, che collabora da un paio d’anni col blog Storia e storie di donne e uomini. Scritto da Giuseppe Colombo ha vinto il primo premio al “Concorso Letterario Milanosud” nel 2011. (bc)

L’osteria del Gallo era una tana nascosta tra la porta Ticinese e la porta Lodovica. L’androne 4966 si affacciava su un viottolo che sapeva di cattivo cibo oltre a ciò che ogni tanto esalava da un rigagnolo di liquami di provenienza certa. Un portone di legno, che da com’era sgangherato sembrava non fosse mai stato chiuso, dava su un primo cortile sul quale si affacciavano tre piani di ringhiere i cui parapetti erano ormai inestricabilmente intrecciati ai tentacoli di un glicine antico. Attraversando dritti quel primo spazio si entrava in un secondo cortile, più piccolo, dove il sole faticava a spingersi fino a terra e macchie di umidità verdognola sbriciolavano la parte bassa dei muri. All’ingresso del Gallo c’era un’insegna sulla quale un baldanzoso bipede crestuto guardava dritto in faccia agli avventori, ma con l’aria un po’ stupita.

Milano, casello del dazio di Porta Lodovica (1897)

Nel locale della Giuditta Pirovano e del marito, il Felice Anselmi, c’erano una manciata di tavolini, ma i soldi che a fine giornata restavano nel cassetto potevano bastare. Per la verità un po’ di guadagno veniva anche da una stanza di proprietà, soprastante l’osteria, dove due signorine, di nome Bice e Elvira, tenevano a turno compagnia a una discreta porzione della guarnigione austriaca. Don Luigi non vedeva di buon occhio quegli introiti indebiti, e una volta, da un confessionale di S. Celso, aveva messo alle corde la Giuditta. “Lei sa come l’è el me Felice … el cumanda lù…” si era giustificata, “… e, insomma si sa che la donna deve stare sottomessa al marito, giusto?” aveva concluso girando a suo favore il noto passo delle Sacre Scritture interpretato alla lettera.
Dal canto suo il Felice era stato un giovanissimo soldato napoleonico. Si era arruolato, senza pensarci troppo, il 26 maggio del 1805, folgorato dalla vista di Napoleone cinto dalla Corona Ferrea dei Longobardi.
L’anno dopo tornò senza tre dita della mano destra e non confessò mai che la causa era stata l’umiliante caduta accidentale del coperchio di un baule in ferro sotto il quale le aveva dimenticate. Giunto a casa, senza più voglia di ideali, tentò di vivere stando ben alla larga dal lavoro, ma la sua mutilazione non lo rendeva adatto per certi ambienti e alla fine decise che, tutto sommato, la Giuditta, orfana e con l’osteria da mandare avanti, sarebbe stato il minore dei mali.
Il vino, si sa, scioglie anche le lingue più timide, e chi ti riempie il bicchiere assume la dignità ieratica del confessore. E fu così che qualche tempo prima del 18 marzo del 1848, il Felice venne a sapere da un cocchiere dei conti Litta che la nobiltà milanese avrebbe disertato le feste galanti e i teatri, per dimostrare ostilità verso i governanti austriaci. In più l’uomo aveva giurato di aver visto con i propri occhi scaricare fucili e pistole dal doppio fondo di una carrozza arrivata dalla Svizzera. Una sera, un po’ per scherzo e un po’ per capire cosa si sapeva in giro di quella storia, l’oste provò a buttarla lì.
Te racumandi Tunin, smettila di frequentare i balli e di andare alla Scala; ci devi dare anche tu un dispiacere agli austriaci, comportati da vero nobile, te capii?”, disse rivolgendosi all’Antonio, detto Tunin, di mestiere carbonaio. Il quale, come del resto i pochi presenti, non palesò la minima curiosità e a testa bassa continuò nel risucchiare le cucchiaiate di zuppa e pane nero. Solo Mario, il suo robusto garzone, seduto a fianco, spalancò gli occhi dimostrando un certo interesse.
Il ragazzo aveva 17 anni e un passato che al tempo era piuttosto comune a molti individui. Lasciato in un cesto sul torno di S. Caterina alla Ruota, l’orfanotrofio, era stato dapprima svezzato come esposto da latte e poi dato a una famiglia di contadini senza figli che viveva in una cascina oltre la porta Ticinese. Tutto sommato il ragazzo fu cresciuto decentemente, del resto la Pia Casa sborsava regolarmente il contributo previsto per gli esposti da pane solo se il parroco di Chiaravalle, al quale competeva il controllo due volte l’anno, lo avesse ogni volta certificato come “in vita e ben allevato”. Il fatto è che al compimento dei 15 anni i versamenti finivano e così, una volta introitata l’ultima rata e il premio finale di buon allevamento, i genitori adottivi cambiarono atteggiamento e per lui le cose peggiorano parecchio. In previsione del suo impiego infatti, il padre aveva chiesto al padrone di poter lavorare le terre più lontane, oltre l’Abbazia, incolte da mezzo secolo, da quando i frati erano stati cacciati da Napoleone. Quando il permesso arrivò, toccò a Mario il privilegio di partire ben prima dell’alba e tornare quando quasi non si vedeva la strada.

L'abbazia di Chiaravalle

Finché una mattina di fine maggio piena di profumi, di stelle e del canto di un’allodola, il ragazzo fu consapevole che non c’era differenza tra lui e la bestia che tirava il carro, anzi, era certo che quella era più nutrita, e siccome era un asino di buona razza al quale erano stati salvati gli attributi, ogni tanto gli veniva concesso pure qualche svago.
E così si decise.
Uscendo dal cortile svoltò verso la città spronando il somaro per arrivarvi prima che la strada si animasse. Giunto alla porta Ticinese abbandonò il carro, l’animale sarebbe tornato alla cascina da solo, conosceva la strada.
Proseguì di corsa un po’ impaurito tra le case silenziose fino a incrociare il Naviglio e lì, sul ponte, si fermò per tirare il fiato. L’acqua rifletteva il cielo ancora scuro e dovendo scegliere da che parte andare decise di seguirne lo scorrere che appena s’intuiva. Camminò cercando di non pentirsi di quello che stava facendo, mentre l’orizzonte colorava di rosso. Arrivato dalle parti dell’Ospedale vide il Tunin che attraccava un barcone colmo di carbone assicurando la cima a un anello di ferro. Forse aveva bisogno di un aiuto e lui da qualche parte doveva pur cominciare, mica poteva chiedere la carità per strada. Si offrì dunque al carbonaio cercando di spiegargli la sua situazione, ma questi lo interruppe quasi subito e senza una parola gli fece cenno di riempire una gerla. “Non ho neanche da dormire”, si affrettò ad aggiungere, ma l’uomo non fece una piega limitandosi a porgergli il forcone e un sacco di iuta per proteggere la testa e le spalle.
Con la zuppa della Giuditta, qualche ala di pollo alla domenica e la branda in una sciostra di via Molino delle Armi non poteva certo considerarsi soddisfatto, ma intanto andava bene così e prima o poi in quella grande città qualcosa sarebbe capitato.

Milano, una sciostra sul naviglio (1910 circa)

La battuta del Felice era stata per Mario una conferma. Orecchiando qua e là per strada aveva più volte colto la parola libertà pronunciata a labbra strette, gli austriaci poi si vedeva che erano nervosi e più all’erta del solito. A lui era capitato di prendersi un cazzotto sullo zigomo destro per aver sporcato accidentalmente Jan, un gigante croato di guardia al ponte di San Damiano. Il militare era piuttosto noto dalle parti del Gallo: una sera le urla della Bice avevano scosso l’aria immota mentre il bestione ubriaco correva via imprecando nella sua lingua. Non fu mai accertato l’accaduto, ma la Bice dovette stare a riposto per un paio di settimane.

Finalmente arrivò il fatale 18 di Marzo. Intorno a mezzogiorno il Tunin e il suo garzone erano seduti al solito tavolo in attesa della solita zuppa, ma il ragazzo sembrava impaziente, e non solo per la fame. Il fatto è che fin dal mattino, osservando la gente, si era capito che non sarebbe stato un sabato normale. Anche l’oste era teso, continuava ad asciugare lo stesso bicchiere senza perdere di vista la finestra che dava sul cortile.
Quando la porta dell’osteria si spalancò nessuno si aspettava di vedere il Don Luigi in quella veste, ma tant’è, fu proprio lui a precipitarsi al centro della stanza satura di barbera misto a fumo di toscano.
“Allora uomini, stavolta ghe semm, forza, andiamo al Broletto, c’è tutta Milano, operai, negozianti, contadini, insomma tutto il popolo, forza!”.
Mario era scattato in piedi e persino il Tunin aveva alzato lo sguardo.
Ma anche il Felice era uscito dal bancone, e ignorando la moglie spaventata opponeva al sacerdote la mano destra, o almeno quello che gli restava.
Uhei Don Luis, calma, questa l’è roba vostra, de pret e de sciouri altro che popolo!”.
“Tacete empio che non siete altro, grazie a Dio i milanesi non sono tutti come voi e almen ti vegn cun mi!” urlò il sacerdote rivolgendosi infine a Mario. Ci fu un certo trambusto, con la Giuditta in lacrime e gli avventori incerti sulla posizione da prendere, il Don Luigi però tagliò corto, afferrò Mario per un braccio, e giunto sull’uscio si voltò verso il locandiere: “Viva Pio Nono”, gli urlò, poi lo benedisse con ampi gesti della mano e sparì con il ragazzo.

Appello alla gioventù milanese del Comitato di pubblica difesa (marzo 1848)
 
Sembrava una festa. Uomini in cilindro con le loro donne, preti, seminaristi e persino il Vescovo. Poi bluse e marsine di bottegai e operai mescolati a studenti, a giovani signorine e a brutti ceffi: tutti in marcia verso il Palazzo del Governo. Mario sentì che quella causa doveva per forza essere giusta.
Seguendo il parroco si era ritrovato in testa al corteo. Al suo fianco c’era un giovane chierico con tanto di cappello a tre punte che a un certo punto aveva impugnato uno stiletto.
“Me lo ha dato una nobile dama, una grande patriota”, disse rivolto direttamente al giovane e stupito garzone di carbonaio.
Arrivati a destinazione trovarono all’ingresso alcune guardie e nella calca incontenibile Mario e il chierico furono loro malgrado spinti contro il muro di divise bianche finendo addosso proprio a Jan, il gigante croato, che urlava minacciando di sparare. Il chierico teneva stretto lo stiletto, ma ancora era restio a usarlo per offendere.
Ci pensò Mario.
Strinse deciso il polso del seminarista e lo spinse con forza verso lo sterno del bestione.
Penetrò con tale facilità che i due ragazzi si stupirono, anche Jan sbarrò gli occhi incredulo, ma i due, questa volta unendo le forze, ripeterono il colpo facendolo crollare morto.
Quel primo sangue scatenò la folla e la rivoluzione di Milano incominciò.
Durante la prima giornata Mario corse da una barricata all’altra rendendosi utile, ma senza aver sparato un colpo non essendo riuscito a procurarsi un’arma. Arrivato a sera la sua voglia di combattere non era appagata che in minima parte e una rabbiosa frustrazione cresceva in lui al diminuire della luce del giorno e dei rumori della battaglia. Il caso però lo aveva condotto nel posto giusto.

Milano, chiesa di Sant'Eufemia

Si trovava dalle parti della chiesa di S. Eufemia ed era quasi buio quando un trambusto di voci precedette l’arrivo di un gruppo di armati, alcuni dei quali sorretti dai compagni per via delle ferite. Erano reduci dall’ultimo e inutile assalto a una casa appena oltre Naviglio, che faceva angolo alle vie Vettabbia e Molino delle Armi, dove un gruppo di ungheresi teneva sotto tiro alcune famiglie minacciando di uccidere anche i bambini. Era stato impossibile avvicinarsi senza essere colpiti dai militari appostati alle finestre e a quel punto nessuno sapeva come fare. Mario avrebbe dato un braccio per farsi venire un’idea buona.
E l’idea arrivò, ma non da lui anche se quella voce la conosceva bene.
Era apparso nel riverbero dei fuochi, nessuno si era accorto di lui.
El soo mi comè fa”.
“Tunin!”, gridò Mario ancora incredulo andandogli incontro per abbracciarlo.
Sta quiètt”, si schernì il carbonaio tenendolo alla larga.
L’uomo, subito incalzato, spiegò come attraverso una porticina che si apriva sul fondo di un passaggio direttamente collegato al Naviglio, si poteva scivolare sotto il caseggiato in questione proprio come il carbone quando vi veniva scaricato; in silenzio e al buio era impossibile essere visti. Vennero subito organizzati i volontari tra cui Mario in qualità di assistente del Tunin, autorevole protagonista della vicenda.
Ammassati sul barcone del carbonaio erano arrivati silenziosi fino all’approdo stabilito. Il ragazzo, nel dubbio di essere lasciato fuori dall’azione, fu il più lesto di tutti: afferrato un fucile carico scattò in direzione della porticina nella quale s’infilò alla cieca aprendo la strada agli altri, solo il Tunin rimase di guardia.
L’attacco ebbe successo. I militari sorpresi e assonnati si erano subito arresi dopo che le sentinelle erano state sopraffatte, e Mario dopo quella sera finalmente trovò un po’ di quiete: aveva ucciso il suo secondo uomo.
Seguirono giorni in cui odio e passione diventarono furore che spinse donne a versare olio bollente su soldati che avevano l’età dei loro figli, e macellai sfidare cannoni brandendo coltelli affilati. Mario combatté con la gente di Milano, più volte le palle di piombo gli sibilarono accanto, ma si sentiva immortale, solo la sua vita passata, quella sì che era morta, mentre ogni colpo del suo fucile era come se abbattesse un ostacolo verso quella futura.
Dopo la vittoria partì tra i volontari all’inseguimento del nemico, l’esercito sabaudo sarebbe stato con loro. Ma nelle settimane che seguirono faticò a mantenere lo slancio e la convinzione quando vide i soldati del Re strappati agli aratri e gettati sotto gli zoccoli della cavalleria ussara, quando vide gli ufficiali del Re smontare da cavallo e strapparsi le spalline per non attirare l’attenzione del nemico, quando vide il Re e il suo alto comando cantare litanie mentre il loro esercito era in rotta abbandonato.
Vide anche in uno specchio il suo orecchio destro tranciato da una scheggia di artiglieria.

Rientrò a Milano dopo che sull’alto Garda al suo gruppo fu imposto il ritiro nonostante i successi e l’entusiasmo della gente trentina al loro fianco. Mario rifletté sull’assurdità di quella resa, finché un compagno gli spiegò che la politica l’è quella roba lì e nessuna rivoluzione l’avrebbe cambiata, anzi. Gli toccò pure di sentirsi chiamare traditore dagli abitanti di quelle terre, intenti a bruciare in fretta i tricolori per timore della vendetta austriaca.
Ritrovò una città che non conosceva: incerta, impaurita, lacerata dagli scontri tra repubblicani e monarchici, federalisti e statalisti, liberali e socialisti. Qualcuno lo consigliò di nascondersi, non si poteva mai sapere, allora raggiunse la sciostra del Tunin, ma la trovò abbandonata e una donna gli disse che il vecchio carbonaio era stato trovato tra i prigionieri ammazzati nel Castello Sforzesco.
Confuso e stanco una sera comparve sull’uscio del Gallo e il Felice ci mise un po’ a riconoscerlo. Quella guerra, pur breve, lo aveva segnato anche nell’aspetto e per giunta gli mancava un orecchio.
“Allora? Finito di fare l’eroe?”. Furono le uniche parole che giunsero da dietro il bancone, ma furono anche le sole e non ebbero risposta; poi la Giuditta lo accompagnò nel retro e lo fece sedere.
“Ti piace ancora la mia zuppa?”, le disse con un po’ di groppo in gola nel vedergli la brutta ferita.
“Eccome, se poi ci mettete un po’ di lardo …”
“Hai trovato la morosa?”
“No, non ho avuto tempo”
“Allora dopo vai su a trovare l’Elvira, le farà piacere”
“Anche a me”.

Il 6 agosto Radetsky era di nuovo a Milano.
“Heil Radetsky, semm minga staa nun, hin staa i sciouri”, fu il grido con cui il popolo lo accolse.

Giuseppe Colombo

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